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Full text of "Atti dell IIo Congresso internazionale di archeologia cristiana, tenuto in ..."

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Kv-o72).l00.i: 



Harvard College 
Library 




FROM TEE BEQUBST OF 

JOHN HARVEY TREAT 

OF LAWBENCK, MASS. 
CLASS OF 1862 



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I 



ATTI 



DEL 



ir CONGRESSO INTERNAZIONALE 



DI 



ARCHEOLOGIA CRISTIANA 



TENUTO IN ROMA NELL'APRILE 1900 



-— ♦- 



DISSERTAZIONI LETTE O PRESENTATE 



E RESOCON'IO DI TUTIE LE SEDUTE 




ROMA 

LIBRERIA SPITHÒVER 

1902 



VI AVVERTENZA PRELIMINARE. 



però al solo resoconto scientifico tolto dai verbali delle adunanze con i rinvìi alle 
dissertazioni stampate. 

Quanto alle feste tenute in onore dei congressisti, esse furono descritte largamente 
nel BuUettino ufficiale ^ e negli stessi giornali quotidiani, e quindi non si è creduto 
necessario di ripeterne la descrizione. Ma tali feste rimarranno profondamente scolpite 
nella memoria e nel cuore di tutti coloro i quali presero parte a quel solenne con- 
vegno dei cultori di archeologia cristiana che Boma nobilmente accolse entro le sue 
classiche mura ed all'ombra dei suoi santuari. 

E di quelle feste due furono indimenticabili, quella delle catacombe nel mattino 
del 24 aprile 1900 e l'altra al Laterano nella sera del giorno stesso. 

Nelle cripte della via Àrdeatina, presso le tombe dei martiri dei primi secoli 
assistemmo ad uno spettacolo solenne con la commovente unione della liturgia greca 
alla latina; e la comune preghiera che da quei sacri recessi si sollevò a Dìo negli 
svariati linguaggi dei Congressisti, anche di confessioni divenie, ci ricordò i primi 
fedeli da un cuor solo e da un'anima sola. 

Nelle sale grandiose del patriarchio lateranense vagamente illuminate presso l'in- 
signe museo cristiano, ove per benevola concessione del Pontefice ci adunammo la sera 
reduci dalle catacombe, il nostro pensiero volò dall'era dei martiri a Costantino, al 
grande Leone, a Gregorio, a Carlomagno. Nove secoli di storia ci passannia innanzi, 
tutto il mondo dei nostri studi ci apparve vivo e parlante in un sol giorno! 

Il Congresso di Boma fu degna continuazione del primo tanto bene inaugurato 
a Spalato nel 1894; e da tutto ciò è lecito trarre i più lieti auspiciì per il terzo 
convegno dell'archeologia cristiana già intimato a Cartagine per il 1904, ove facciamo 
voti che quanti fummo in Spalato e in Boma possiamo nuovamente accomunare i 
pensieri e gli affetti nella fraterna unità della scienza. 



Roma il .Gciomo di S. Damaso, 11 Decembre 1902. 



^ Coni'efitus alter de archaeologia Christiana Boìnae hahendm. Commentarius authenticus. 
Luglio 1900, n.** 6. 



COMITATO ORGANIZZATORE 
DEL n^ CONGRESSO INTERNAZIONALE DI ARCHEOLOftU CRISTIANA 

tenuto in Roma dal 17 al 26 aprile 1900 



Sua Em, Ema il Cardinal LUCIDO MARIA PAEOCCHI, 
Vice-Cancelliere di S. R. C. Protettore del Congresso. 

Presidente: Rev. Mons. Duchesne Luigi, 

Membri: Rev. Prof. P. Bonayenia Giuseppe S. J. 

— Mons. Crostabosa Pietro. 

— Mons. de Waal Antonio. 

— Mons. Farabuuni David. 

— Rev. P. Grisar Artmanno S. J. 

— Sig. Prof. Cav. Gatti Giuseppe. 

— Sig. Prof. Kanzler Barone Rodolfo. 

— Sig. Prof. Comm. Maru(X3Hi Orazio. 

— Sig. Prof. Profumo Attilio. 

— Mons. Prof. Stornaiolo Cosimo. 

— Mons. Wilpert Giuseppe. 
Segretario: Sig. Bevignani Augusto. 



IX0Y2. 



Dans nne dissertation bien connne de cenx qui s'intéressent anx antiquités chré- 
tienneB, Pinonbliable G. B. de Bossi a exposé les résaltats de son étude approfondie 
des monuinents épigraphiques et sphragistiques caractérisés par la présence du mot 
t/0*j; ou par Timage da Poisson mystiqne. Farmi les inscriptions chrétiennes découvertes 
à Rome onze eents portent des dates comprises entre le i" et le S"" siècies; dans ce 
nombre relativement élevé, il ne s'en troave ancune ornée dn symbole pisciforme; celles, 
en petit nombre, qui en sont ornées n'offrent, par contre, ancune date; d'où Pon conclut 
qne les Fidèles Tavaient laissé toniber en désuétude dès le 4'' siede. Quant à fixer, 
méme approximativement, l'epoque de sa première apparition» l'illustre archéologue y 
a renoneé dans des termes formels qne je reproduis textueliement parce qu'ils me four- 
nissent la meilleure introdnetion à mon propre travail ; le lecteur aura peut-éire méme 
rillusion de se figurer, jusqu'à un certain point, qne le langage du Maitre, mis sous 
forme épistolaire à la 2' personne, s'adresse directement a lui-méme ^: < Neque enim 
illud a me expectes, ut aetatem, qua primum inventum hujuscemodi symbolnm et 
christianis adhibitum monumentis fuit, accurate definiam atque demonstrem. Huìc quaes- 
tioni Incem vix ullam monumenta conferunt, quippe quorum ante saeculum a Christo 
tertium satis certa et perspicua dignoscendae aetatis indicia nondum assequi potui. Inter- 
roganda itaque magna veterum Fatrum scriptornmque volumina, eorum exquirendae 
sententiae, ac sibyllinae praesertim acrostichidis aetas definienda; unde constare certo 
possit, utrum sibyllina acrostichis e recepto jam apud Christianos l/Ouo; signo, an contra 
hoc signum a sibyllino Carmine prognatum procusnmque fuerit. A qua investigatione 
me Tibi (se. domino J. B. Pitra) scribentem abstinere nemo profecto mirabitur: mira- 
rentur certe, et arrogantiam sapientes homines fastidirent, si haec Tibi enarrare per- 
gerem, quae me potius decet a Te audire et discere ». 

Je reprends la question chronologique au point où elle a été laissée par l'auteur 
des lìgnes qu'on vient de lire, et je chercherai si la solution ne gtt pas ailleurs que 
dans les sources interrogées par lui avec tant de soin qu'on doit les tenir pour épuisées. 
Sahs donc insister davantage sur les monuments lapidaires de diverses catégories, je 
m'adresserai aux témoignages numismatiques, les seuls auxquels personne n'a encore 
songé, à ce qu'il me semble. Mais pour l'intelligence de ma démonstration, il est né- 
cessaire que je fasse d'abord connaìtre l'enchaìnement des faits qui m'y ont conduit. 

Des indìces sérieux ont, dès le principe, oriente vers le monde judéo-chrétien de la 
Syrìe et de l'Egypte grecque les recherches sur l'origine dn pieux rèbus imaginé comme 
signe de reconnaissance, tessera; ces recherches ont finalement en pour résultat de la 
localiser avec grande yraisemblance dans le sein de l'Eglise d'Alexandrie. Je snis en 
mesnre d'en produire la preuve certaine et pour ainsi dire matérìelle, comme je l'età- 
blirai ci-après. 

^ J. B. de Bossi, De ckristiania monumentis IX6TN exhtbentibua, p. 559, dans le Spieiìegium 
Solesmenae èdite par dom Pitra, tome III, 1855, Paris, 8^. Ce mémoire occupe les pages 545-584, 
en texte fin, accompagnées d^nn pian et de troia planches, dont deux coloriées. 

1 



ROBERT MOWAT 



Le Poisson est une des einq figures allégoriqnes que Clément d'Àlexandrìe, le plus 
ancien Pére qui en ait parie, reeommandaìt à ses coréligionnaires de faire graver sar 
leurs seeanx '; pnisqii'il n'a pas jugé nécessaire de motiver on d'expliqner ces indi- 
cations glyptiqnes, on devine aìsément qn'il traitait nn suiet familier à dee auditenrs 
polir qui les allusions à l'arche dn salut construite par Noè et à la préservation mira- 
culeuse de Jonas étaient parfaitetnent intelligibles, malgré les noms d'an tyran de 
Samos et d'un roi de Syrie introduits à dessein pour dérouter les soupQons des déla- 
tenrs et des faux-fròres *. Clément n'a donc fait que poser en règie ce qui avait èie 
jusqnes-là, depnis plus ou moins longtemps, un usage facultatif dans l'Eglise d'Àlexan- 
drie qn'il catéchisait au moment de la persécution de Septime-Sévère en Tau 202; 
c'est un élément chronologiqne à retenir, mais simplement comme limite inférieure de 
l'epoque où le symbole du Poisson fnt imaginé. Si maintenant on considère qn'il y 
avait à Bome une colonie de Grecs alexandrins de toutes conditions, de toutes pro- 
fessions, amenés par le commerce et snrtout par le service de l'annone ponr l'appro- 
visionnement de la ville en bleds d'Egypte, on peut tenir ponr certain que beauconp 
d'entre eux étaient acquis à la doctrine chrétienne; c'est à cette classe d'étrangers 
qn'on doit attribuer une forte proportion des épitaphes grecques ornées du Poisson 
qui ont été découvertes à Rome; c'est par eux qu'a été importée la pratique de la 
contesseratio mystique qui a trouvé des conditions favorables de propagation dans les 
assemblées secrètes des Fidèles réunis sans distinction de rang, de nationalité, de 
langne. 

De ce que l'épigraphie chrétienne, réduite à ses senles ressoarces, a été impnis- 
sante à préciser chronologiqnement le premier eraploi verbal on graphique de l'ì/Qù;, 
il ne s'ensuit pas qu'il faille renoncer à déterminer l'&ge de la formule 'lr,<roO; XpsiaTÒ;, 
H&oO 'Vtò;, XcoT^p, qui lui a tropiquement donne naissance *. C'est méme par là, en 
bonne logiqne, que le problème doit étre abordé directement. Saint Angustin a expliqné 
tont au long le procède au moyen dnqnel s'est effectnée la transition de la formale 
sacrée an symbole qui l'a remplacée \ 

Les lettres de cette sentence constituent Tacrostiche des vingt-sept premiers vers 
d'un poème faussement attribué à la Sybille d'Erythrées en Ionie; Tévéque d'Hippone, 
en faisant celle-ci contemporaine de Bomnlus ou du siège de Troie, a évidemment 
ignoré le témoignage de Strabon ^, mieux renseigné, qui rapporte qn'elle vivait an 
temps d'Alexandre le Qrand; ce poème nous est parvenu intégralement, gràce à 

* Clément, Paedagog, III, 11 : ai Si a^pa'j^TSE; r,>j.XH lorùv TTiXiià;, >} ÌX^U(, ri vau; oùpcfipoiisuoa, f 
Xupa u.9'4<Jix.ii ^ x£y.p7iTai TIoX'jicpàTT,;, f, i'^fy.Mpa. vauTUin ijv £cXcu/«o; hiiapirTixo t^ ^Xu^fl* Jt'à^ &Xuuu'< ti; 
1^ 'AiroaróXs'j {«.sixviq aerai xai ra>v e^ uSaTs^ àvaaTrtouivtuv naiÒvo^, Si Clément donne à la ìyre du Bceau 

de Polycrate Tépithéte .acuaix:^ qu'on peut indifféremment interpréter par « instrument musical » 
ou par «attribut des Muses Calliope, Erato, Terpsichore », c'est probablement pour qu'on ne la 
confonde pas avec le poisson portant le méme nom, Xupa. On savait déjà par Hérodote, III, 41, 
que ce fameux bijou était une émeraude gravée par le samien Théodore, fils de Téléclés, mais 
il a omis de spécifier Tobjet qui y était figure; il est cnrieax que ce soit à un Pére de TEglise 
qu'on doive ce complément d'information intéressante pour Thistoire de la glyptiqne. Pline rap- 
porte {hi8t, naU, XXXVII; 2, 4) que de son temps on pouvait voir dans le trésor da tempie de 
la Concorde à Rome une sardonyx non fagonnée, ilìibata iniactaque; cette gemme, offrande de 
Livie, était populairement attrìbuée à Polycrate. 

' Paul, Galat. Il, 4: Sia Ss tsù^ TrapsiaàxTou; (j^iuSaSsX^ou;, oItivs; irapsia^XOo'^ xaxoLOKO'nf.dan rh^ 
ìXiuOcpiav ru.tóv tq>» exouiv iv Xpi9TU 'fTiasiS, ha. ti^S; xaraSouXóoouatv. 

8 De Civitaie Dei, XVIII, 23. 

^ Origene, Commentai, in Matth., tom. XIII, 524, ed. Bénédictine. = Migne, Pairol. Or, XIII, 
col. 1120: (Xpi<iTd;) 6 Tpoirixu; Xtpasvo; tx^'j;. Origene, De Poublions pas, était né à Alexandrie et 
y avait remplacé Clément dans la direction de son école. 

* XIV, 34. 



ixevs 3 

Pemperenr Constantin P" qui Ta faìt entrer dans son célèbre manifeste anx Chrétiens 
recneilli par Ensèbe Pamphile ^; je me borne à en reproduire ici le eommencement, 
snffisant ponr montrer le mécanisme de Pacrostiche: 

'iSpaxjet Sé X^àv, xpi^eci); (TY)|xeTov or' s^rat. 
"H^et S'o0pavó6ev paatXeò; alc^atv ó [xéX>.ctìv, 

2àpjt« Tuapàv icaiav xptvat, )cat )tóa(x.ov awavrx 
*'0^|;ovTat Xè Oebv (/.époTre; TttdTOt xal aTuiffrot 
"rJ/tcTov uLerdc twv àyt^v èTrt Tép(/.a j^póvoto. 

2apxo^ópctìv S'àvSpoiv ^}/'jj(à; swt ^ìQjjLaTi jtpivei, etc, etc. 

Les mots de racrostiche, disposés à lenr tour Pun sona l'autre comme les vera dn 
poème^ donoent lieti par Tassemblage de leors lettrea initialea à ce qu'on ponrrait 
appeler nn acrostiche an second degré, on, si Ton aime mieux, un acrogramme, se 
lisant l/Où;: 

XpetffTÒ;, 
eeoG 

2coTì^p. 

Dans le jen littéraire qui a abouti à Péclosion du symbole pisciforme, il fant 
voir le reflet dee crises traversées par la primitive Eglise. La formule sacrée, employée 
ouvertement à Torigine comme expression de la coromnnauté de croyance et en méme 
temps comme signe de ralliement a dù bientót étre déguisée sons une forme rappelant 
conventionnellement sa signification quand les persécntions ont obligé les Fidèles a en 
faire un mot de passe, tessera; puis le voile ayant été jugé encore trop transparent, 
l'idée est venne de substituer au mot Timage matérielle de Pobjet dont il était le 
nom. Il restai t un dernier pas à franchi r: quand l'ère des persécntions fut passée, et 
que Pimage allégorique ent perdu sa raison d'étre, en tant que signe de passe entre 
initiés, elle se conserva longtemps encore par un reste d'habitude auquel ila étaient 
attachés; mais le secret dont elle avait été entourée jusques là par mesure de aùreté 
changea de nature; de myatérieuse, au aens mondain et pratique, elle devint mys- 
tique, an sens spéculatif et religieux. Cotte évolution était accomplie au temps de 
Saint Augustin: tyfiòi, id est Piscis, in quo nomine mystice intelligitur Christtis, eo quod 
in hujus morialitatis ahysso velut in aquarum profunditate viims, hoc est sine peccato, 
esse potuerit. 

Ne qnittons point ce sujet sans faire attention à la remarque du saint évéqne 
sur le nombre des vers de Pacrostiche sibyllin, ou en d'autres termes sur colui des 
lettrea de la sentence sacrée: sunt versm viginti et septem, qui numerus quadratum ter- 
narium solidum reddit; tria enim ter ducta fiunt novem, et ipsa novem si ter ducantur, 
ut ex lato in alto figura consurgat ad viginti septeni perveniunt, En se montrant touché 
de ce que 27 est le triple carré de 3, Saint Augustin qui avait foi dans les prédic- 
tions sibyllines a pu faire une allusion an dogme de la Trinité par une réminiscence 
virgilienne *: 

Terna tibi huec primum triplici diversa colore, 

Licia circumdo, terque haec altaria circum 

Effigiem duco; nuìnero Deus impare gaudet. 

» Oracuìa Hbyllina, ed. C. Alexandre, I, 1841, p. 272 ; II, 1856, p. 386-341 ; ed. altera, 1869, 
p. 230 et note, p. 376-379. — Patrologia graeca, ed. Migne, XX, col. 1288. 
« Ech, Vili, v. 73-76. 



ROBERT MOWAT 



Mais peut-étre ne se doutait-il pas qne longtemps avant lai Platon avaìt exalté le 
nombre 81 comnie marqnant le climax des années de la vie hnmaìne; or 81 est le 
triple dii nombre sibyllin 27, ou en d'autres termes, le carré de 9, Ini-méme le carré 
de 3: nam quadrati numeri potentissimi ducuntur, avait dit Censorin *. 

La forme méme de la versification sibylline en acrostiche ^ était certainement anssi 
très propre à impressionner les docteurs de l'Eglise qai savaient qne les Livres Saints 
avaient donne l'exemple de jenx lìttéraires analognes dans les Psanmes alphabétiqnes 
de David, XXIV, XXXIII, XXXVI, CX, CXI, CXVIII, CXLIV et dans les Lamentations 
de Jéréraie I, II, III, IV. 

En se basant snr ce que Saint Àngustin, martyrisé en Tan 167 sons Marc-Ànrèle, 
est le plus ancien Pere qui ait parie des prédictions sibyllines visant le christianisme, on 
a conjectnré avec vraisemblance qne lenr confection ne remonte gnère an delà dn règne 
d'Hadrien, 117-138. Mais cette limite s'appliqne nniqnement an travati du versiiicatenr 
qn'on aurait tort de confondre avec Pautenr de la sentence 'lr,<yof>: Xpsic^TÒ;, BeoO Ttò; 
ScoTìóp; celie-ci était familière anx Fidèles bien avant qne le sibylliste se flit avisé 
d'en faire le thème de son acrostiche. 11 y a là a faire une distinction essentielle, snr 
laqnelle il eonvient d'insister, parce qu'on n'a pas aper^u qne la solution de la question 
en dépend. 

On a crn voir dans l'emploi de la forme XpswTÒ; pour Xpiarò; un indice de hante 
antiquité, les ans en faisant un argnment favorable à l'antlienticité de la prédìction 
sibylline, les autres n'y voyant qu'un artifice d'archa'lsme affecté par le sibylliste. 
Il n'en faut cependant pas exagérer la portée, car les inscriptions et les monnaies 
antiques prouvent qu'à Àlexandrie on s'est servi concnrremment de Tane et de l'antre 
orthographe pendant presque toute la dnrée dn Haut-Empire romain; par exemple, 
on lit ANTllNINOiN d'une part {Corp. inscr. graec, 4680), et AN mNKINOr, avec KI2IAI. 
d'autre part {Ibid., 4683^). De méme, on relève dans les légendes raonétaires^ des mots 
et des noms propres contenant tantòt la diphthongue tX, tantdt la voyelle equivalente 
contractée en i: 

Sons Néron, ArPIIiniiNA, IPHNH, RIPHNII. 

Sons Galba, Vespasien, Trajan, KIPHNH. 

Sons Domitien, N€!KH. 

Sons Hadrien, CAB€INA et CABINA. 

Sons Antonin, ANTtìN€lNOC et ANTtìNINOC, <l>ArCTINA. 

Sons Commode, KPeiClieiNA. 

Sons Gordien, TPANKVAAeiNA. 

Sons Gallien, CAAUN€1NA. 

Sons Aurélien, cerHPINA. 

La nnmismatique et l'épigraphìe sont donc d'accord pour pronver qu'à Àlexandrie 
on a pn orthographier Xpec^rò; longtemps après la confection dn poème psendosibyl- 
lin, puisque plus d'un siècle plus tard on y écrivait encore Sa^cdveTva an lien de 

Sa^covtva. 

Quand on étudie la substance qui constitue le fonds de la sainte sentence, on 
constate à la première lecture qn'elle a été construite de tontes pièces avec les 

" De die natali, XIV. 

* Pour se faire une idée de la prodigìeuse ingénioBité déployée par certains beaux-esprits, 
dans ces passe-temps ausei puèrils que Bavamment combinés, il faut prendre connaissance des 
vingt-six poémes figuratifs composés par Publilius Optatianus Porphyrìus pour son Panégyrìque 
de Constantin (Migne, Patroìogit laiintf XIX, col. 395-432). 

^ Mionnet, Description de médailles antiques, VI, passim. 



fragmentB des veraets da Noarean-Testament, affirmant de la manière la plus caracté- 
rietìqae, lea una la filiation divine de Jéeas-Chrìst, lea antres aa miasion de sanvear 
des àmes '. Fllle est littéralement, en raccouroi, une ébanche do Symbole de Nicée, 
et peut d'autant mieux étre de mème qualifiée d'apostoliqne qu'elle est pina voisine 
de l'époqne des Douze Missionnairea de la première heure, En raison de sa simplicité 
et de sa nervenee concieion, c'est prubablement le plua ancieo essai de profesaion de 
foi contenant, en germe et en pnissanee, la déclaration eolennelle votée par le Concile 
de Nioée en 325 sous les auspìces de Conatantin I"; il n'eat donc point snrprenant 
qu'an empereur, qui a fait oeuvre de tbéologien militaot et bronillon snivaDt les cir- 
constances, ait introduit intégralement, malgré sa longnenr, le poème acroatiché dana le 
Aiyo^ Hv ÉYpaij'E Tii Twv 'Ayiwv ij'jXkó'iia '. 

L'analyue des ^lémenta constitutifs de la formale qae j'appellerai donc mainteoant 
apostoliqne vieni de noas montrer les aoarces aDsqaelles ils ont été pnìsés. Enviaa- 
geons-la maiutenaot dana sa contestare eztérienre. 

Elle se decompose en troia membres de phraae distinets, 'Ir.aoC; Xpei-^TÒ; — 8eov! 
ùiò; — - ^(UT/p. Par nne colncidence frappante qn'ìl est impossible de preodre ponr nn 
simple effet da baaard, on retroDve identiquemeut le mgme agencement dans la legende 
de ti^te des monaaies de Domitien, fils de Vespfwien divinisé, émìsea à Aleiandrìe dana 
lea cjnq dernièrea années de aon règne': 



AYT(o«pÌT«pj KAIC{«p) eeOY YIOC iOMIT(i*vò;) C€B(«7tò;) r€P(ii*vixò;ì 

■ J'en ai foi-mé lea denx groapes ci-nprés: 

■ax«B«; ili; HecS .! (Matthieu, XIV, 33; cf. XVI, JG). — 'Ir.oii; Xf<-,i:Z u.'iB h.ìS (Marc, I, 1). — 
KiT»Ìo.T«i ili; H,'.ì (Lue, I, 35). — lù .1 i Xj>.oTÌ: i iiì; Tiù e.s3 (Jean, I, 49; cf. VI. 70i XI, 27; 
XX. 31 ; £p^ 1, IV, 15). - ll.ai.«- ti'. u!i, n« H.sS ti'.» ti-. •Ir.iÙ. Xjiori- {AH., Vili, 37; cf. IX, 20). — 
■|T,o-,5i Tl-i u!=v Ti5 diJH (Paul, ffebr.. IV, 14). — OSri; h-f, ì).b*-3; i a^Hf t-.ì «o.-x-.u (Jean, IV, 42). — 
.\pi=75Ù h-nZ --.ì ,^TÌ,p-. *;x5, (Pani, TU^ I. 4). — 2«.tffi; 'Irosi Xpwtii (Pierre, Ep., Il, j, 11; 
cf. II, III, 18). 

* Euiébe Pamphile, Oraiio Consluntini ail coet»m Sanciorum, XVII! {apud Migoe, Patrologia 
graeca, XX). , 

' Il en esiste deus variantes avec une grande dìversité de tj-pes au revera (Miiinnet, Dea- 
eriptirm de médaiìleg aniiques, VI, pasgim): 1° AVT KAIC HfiOVlOC AOMIT i-fB ICI'M ; au revera, 
l'unedeadateaLA, LH, LIA, LIB, Lir, Lli, LIE,annéedu régoe, 1", 8', II', 12', 13", 14', 15', 
c'est'à-dire an 81, 88, 91, 92, 93, 94, 95 de l'ère chréttenne. A noter comme singularité la BuppreaBÌoD 
d'un upmion duu Hiii(ù)jiii; ; il en réaulte. en apparencc, un mot compose fliiiii^;, dont la formstion 
grammaticale est ausai currecte qne celle de aÙTìuis; empiale par Origene, Comm. i* Joannem, 
tom. XXXII, 18 ~ Migne, Patrd. gr., XlV, col. 817; ni l'un ni l'autre mot ne se tronve dana le 
Thaaurw Unguae graeeae. — 2° AVT KAIc atUV HOC &OMIT i.HV i't:PM; aa revers l'une des 
dates LH, LIA, Lir, LIA ou LIE. correspondant anx années 88, 91, 93. 94, 95, 96 de Dotra 
Ère; lei la filiation est exprim^ par les deus mot« écrits en entier. M. Feuardent a fait tcraver 
ces deni types prìncipaui dana son ouvrage aur la nnmiaoiatique de l'Egypte ancienne, ColUetio» 
G. Demetrio, H. pi. XVII, n" 925, 936. 

La monnaie £gurée ici fait partle de la collection de M. Dattari, an Caire, qai m'en a obli- 
geamment communiqué dee empreintes ; le revera, inédit, repréeente Uéracléa entouré de Fygmées. 



6 ROBERT MOWAT 



legende transente de celle des monnaies frappées à Berne ' : 

lMP{eraior) CAES(ar)DIVI VES?{asiant) ¥(iliu3)DOmT(ianus) A}/G(ustus) GEKÌAianicus) 

Cette dernière est elle-méme calqaée sur le modèle qui a servi à la rédactìon des 
légendes monétaires d' Anguste, fils adoptif de Jnles Cesar divinìsé ^, soìt 

IMPERATOR CAESAR DIVI FILIVS AVGVSTVS 

soit eneore 

CAESAR AVGVSTVS DIVI FILIVS PATER PATRIAE 

Dans ces qnatre formules la nomenclature est en conformité parfaite avec la strnc- 
tnre tripartite en usage chez les Boniains; on en connait le trait caractéristique: l'énoncé 
officici des dénominations d'nn citoyen était coupé en trois tron^ons par rìntercalation 
du nom du pére, à savoir: V le prénom et le nom {praenomen et nomen geniilicium) ; 
2^ la filiation paternelle; 3*" le snrnom, simple on cotnplexe (cognamen). 

On ne perdra pas de vue que les Bomains avaìent denx mots dififérents, Tun ponr 
designer la divinìté, deus, Fautre pour designer Tempereur divinisé après sa mort, 
dtvt4S, tandis que les Grecs n'avaient qu*un seul mot, Bsó;, pour Pun et pourPautre 
indifféremment. 

Nous pouvons maintenant conclure avec une quasi-certitude que la formule sjm- 
bolisée par le Poisson a cu pour berceau TEglise d'Àlexandrie où son éclosion a été 
déterminée par la persécution de Pan 95, comme un cri de protestation contre la qua- 
lification impie que Pempereur s'arrogeait: facit indignaiio versum, pour répéter la 
parole proférée par le grand Satiriste peut-étre en cette méme année. La recberche 
de Pantithèse qui caractérise la tournnre d'esprit des écrivains alexandrìns voulait que 
la riposte des opprimés fùt mot pour mot le contrepied dn scandaleux blaspbème de 
Poppresseur déjà gratifié du surnom de 'Avri^r piaro; ; car c'est bien Domitien qui est 
visé dans PKpitre de Saint Jean, I, iv, 3: y-at toOto èartv to toO 'Avri/ptarou, o àxr,- 
xóars oTi ep;(eTai, x,ai vOv év tw >cÓ(J(A(o è<7Tlv yS^y). Or on sait que Papotre fut atteint, 
malgré son àge extrémement avance, par la persécution qu'il avait prévue et à la- 
quelle il snrvécut longtemps eneore après sa relégation dans Pile de Pathmos. Il n'y 
aurait donc rien de snrprenant à ce qu'il fùt Panteur de la formule. Si cependant Pun 
craignait d'outrer la conjecture en en faisant remonter la patemité première jusqu'à 
lui, on a du moins la précieuse ressource de pouvoir la rattacber à un nom moins 
illustre sans doute, mais eneore digne de vénération. C'est celui d'Avilius qui était 
évéque d'Alexandrie au moment où sévissait la deuxième persécution; en cette qualité, 
il a dù revétfr de son approbation episcopale la formule apostolique, si méme il n'en 
est pas Pauteur, pour qu'elle fùt admise comme article de foi par ses onailles. 

Tello me paraìt avoir été la genèse de Pallcgorie ichthyomorphe à laqnelle les 
Fidèles ont renoncé au moment où la formule qu'elle représentait renaissait avec am- 
pleur dans la confession de foi officiellement proclamée sous le nom de Symbole de 
Nicée. 

Comme autre application de la numìsmatique à la question de P I^^Oò; je rappelle 
que sur une pierre gravée de la collection Foggini ^ on lit une inscription en trois lignes 

^ Cohen, ihid., I, p. 516, u. 550. 
« Cohen, ibid., I, p. 93, n. 226 et p. 69, n. 42. 

^ Costadoni, Del pesce simbolo di Gesù Cristo presso gli antichi Cristiani {apud Calogerà, Bac^ 
cólta d^ opuscoli scientifici e filologici. Venezia, XLI, 1749, p. 312, planche, ìig. XI). 



JxdYr 7 

encadrée de denx poissons 

squille 

IX 

CnTHP 

GY 
scombre 

Cesi la formule apostolique dont les qnatre premiers mota sont signifiés par lenrs 
letires initiales^ deux en haut, denx en bas, tandis que le dernier est écrit en entier, 
entre denx, dans la partìe centrale; on a pensé ^ qne Tinterversion était destinée à 
montrer qne le mot dcoTY^p appartenant an plérome dea ^Eons devait étre rais en ve- 
dette à la place d'honnenr; dans ce cas la gemme anraìt appartenn à nn chrétien 
gnostisant. 

On remarqne le méme dìspositif épìgraphiqne an revers de qnelqnes monnaies 
byzantines ^ dn 6' et dn 7** siècie; sur des pièces de Maurice Ti bére (582-602) les syl- 
labes dn mot Sicilia, alias Secilia, sont réparties dans le méme ordre entre les can- 
tons d'un X qui est à la fois l'indice de la valeur monétaire, decanummium, et l'ini- 
tiale de Xpiarb;. 

SI 




De méme sur des pièces de Focas (602-610) et d'Héraclins (610-641) le mot v{i)ctor{i)a 
se lit en trois lignes superposées 1, 3, 2: 

V 

TORÀ 

C 

Il n'est pas à snpposer que les graveurs de ces monnaies aient prìs modèle sur 
la gerame de Foggini; mais on doit croire que, pour celle-ci comme pour celles-là, 
Tordonnance épigraphiqne a été réglée par la condition d'imposer au lecteur un trace 
cruciforme idéal ; en efifet il esquisse en gesto le signe de la croix par le simple mou- 
yement des yeux lorsqu'il suit du regard la partie verticale du texte, de haut en bas, 
pnis la partie horizontale, de gauche a droite. 

Avant de quitter ce sujet, il me reste à présenter une remarqne sur la célèbre 
inscription d'Antun^, dont les cinq premiers vers donnent Tacrostiche 1X6 V^ et qui 
est communément appelée Tépitaphe d'Ascbandius, pére de Pectorius, bien que la 
critique onomastique proteste contro la transcription de noms aussi hétéroclites. Un 
savant, qui avait eu sur la plupart des commentateurs Pavantage d'étudier è; àuTO'|&a; 
le texte sur la pierre originale, a cependant rectifié en 'AXs;av^pe la lecture du mot 
où Ton a cru déchiffrer les lettres AGXANl[are], ou ACXANd[eTs], ou enfin ACX.\NA[pTvs]. 
Je remets en lumière cotte correction importante^ parco qu 'elle a échappé à tons les 

' Pitra, De pisce allegorico, dans le Spidleffium Soìesmense, III, p. 516. 

* Sabatier, Deacription generale des monnaies byzantines, I, pi. XXVI, 4, 33; pi. XXVIII, 2. 
' Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, I, p. 10, pi. I, f. 1. Corp. inscì\ graec, IV, 

9890. Eaibel-Lebégue, Inscr. gr. Hai, Sidh Gali,, 2525. 0. Pohl, Ichthya-monument von Autun, 
1880, p. 14. 

* C. Alexandre, Oracula sibylìina, edit. alt, 1866, pag. 340: in nono versu legi videtur 
'Àa*xàvSic, harbarum nomen; sed cave credei. Nam in A(iXAi\AI€! latet inter duas primas litieras 



8 BOBEBT MOWAT 



éditeurs de Tinscrìption, méme à Le Blant dans les Additions et CorreciianSy k la 
page 453 de son Nouveau recueil des inscriptions chréiiennes de la Gaule para en 1892. 
De mon c6té, je croia que le nom d'homme IIEKTOPlOr qui termine le dernier vera 
doit étre transcrit en Pictorius plutót qu'en Pectoriìis; c^est un derive de pictor, de 
méme formation grammaticale que actorius de actor^ imperatorim de imperatory lictoritis 
de ìictor, praetorius de praetor, Victorius de Victor, tandis que Pectorius ne se justifie 
par l'analogie d'aucun autre exemple. 

Pour avoir signé un morceau de littérature hellénistique aussi raflSnée que Pépi- 
taphe métrique d'Autun, Pictorius ne pouvait etre qu'un Grec romanisé, et c'est une 
raison de plus pour attribuer le nom d'Alexandre à son pere plutót que le nom aussi 
barbare qu'inconnu de Aschandius. Je conjecture volontiers que cette famille appar- 
tenait à la plèiade des professeurs qui ont illustre la vieille cité universitaire des Ganles 
et je la comparerais, sous certains rapports, avee celle du Grec Eumenius, secrétaire 
de Constance Cesar [vulgo Ohlore), qui y avait enseigné, ainsi qu'avait fait TAthénien 
Glaucus, son aKeul ^ Il n'est meme pas jusqu'au nom de Pictorius que je ne sois tenté 
de mettre en rapport avec les peintures murales dn Monde romain qui décoraient les 
portiques des scholae maenianae ^. 

EOBERT MOWAT. 



parvulnm A, more in illorum iemporiim scriptura usitato; qui mos etiam supra, ver su iertio, obser- 
vatus est in HàXrres uhi eadem littera ^^ perpusilìa intercalata oculos fallit; X pro^posiius in lapi- 
dibus haud infrequens est, praesertim illis temporibus et in occidentaìibus maxime provinciis propUr 
ìatinae orthographiae coniagium, Sequens l facile in P transita ne ìapidem quidem reclamante. De 
ultimo K ac de voce sequenti non est quod ambigatur. 

* Eumenii oratio prò restaurandis scoli s, e. 17 (apud Bach rena, XII panegyrici latini^ IV. 
p. 128, edit. in Bibliotheca Teubneriana, 1874). 

' Ibidem, e. 21 : nunc demum jurat Oìbem spedare depictum. 



• » " ^y- 



UN POUTRAIT DE JESUS-CHHIST 

CONFORME A LA DE8CRIPTI0N DE LENTULOS 



La photographie d'un portrait du Cliriet, que je buìs heureux de ponvoir comma- 
niqiier an OoDgrèa d'archeologie chri'-tienue, m'a cté graciensement offerte par M. le 
D' Karl Konrad MUller, Blbliothécaire de l'Univereité d'Ièna, qui a prie Bon eollègne et 
ami M. ie Prof. Max Verworn ' de von- 
loir bien l'exécnter à mon ìntention; 
mon premier devoir est de lenr renon- 
Teler pnbliqnement ici mes remercl- 
ments ponr leur obligeante coartoisìe. 
LcB renseignementB qne M. le D' 
Mtiller a bien voulu me transmettre 
m'ont mia en meenre de rediger la pré- 
sente nntice esplicative par l'addition 
de qnelqnes remarques à la deBcrìptioii 
eubetantielle récemment pnblìée par 
ìi. von Dobscbiitz *, 

Le portrait en miniatore dont il 
s'agit orne le piat antérienr de la con- 
vertnre d'nn magni6qne évangéliaire 
mamiHcrit conserve à la Bìbliotbèque 
Universitaire d'Ièna, cod. Elect., fol. 1, 
cxécuté ou achcTé en 1507 pour le 
prìnce-électenr Frédéric le Sage et 
ìUnstré par Bon maitre enlnminenr 
Lncas Kranach. Qaant à l'image elle- 
mème dn Cbrist qni passe ponr aroir 
été envoyée en présent par le pape 
Leon X an prince-électenr, c'est évi- 
demment une conyre italienne, ainsi 
qu'on le constate facilement en la com- 
parant avec celle de Saint Paul qni hiì fait pendant sur le li?re des Epitres et qui 
a tontes les apparences dn travail d'un artiste allemand. Elle est peinte snr nne fenille 
de parchemin monte sur bois, entonn-e d'nn cadre de laiton et placée sons Terre. Le 

' M. Ver«i)rn occupo la chaire de phyHÌolosrie à léna, et en dchors de ses travaus profea- 
Bionnels, cultive avcc bucl'i^s uno branche spicciale de la iiumismatique ; le resultai de sea der- 
ni^res recherohe» « Der Miin/.fund von Eìsenach » a été pubHó dans VArchiv fUr Bracteatenkunde, 
IV (1899), p. ]-30, Wien. 

* V. Dobschiìtz, Chiistusbilder, dans les Texle u. Untersuch. éiitéb par Gebhardt et Uarnach, 
U. s. Ili (1899), p. 188. Cf. Mylius, MemofaMia bibliothecat academicae lenenn», 1746, p. 801; 
Lehfeldt, Bau- u. Kuitsldaikmàler Thùringent, I, p. 142; V. d. Gabelentz, Z. Oach. d. Oberdeut- 
tchm Miniaturmalerei im Iti. Jh., daus lee Studien t. dtutechm KunHgeacìi., fase. 15, 1899. 



10 ROBERT MOWAT 



Christ est représenté à mi-corps (jnsqn'aux hanches), véut d'une toniqne eonlenr lilas 
ayec bordure d'or an col et anx manches, par dessus laquelle il porte un manteau 
blen. I) a le bras gauche pendant le long dn corps et tient la main droite pliée d'é- 
querre devant la poìtrìne, avec le ponce et les denx premiers doigts dressés vertì- 
ealement, geste de bénédiction on d'enseignement. La téte entourée d'nn nimbe est 
longne et étroite, comme dans les peintures byzantines; les yeux et le teint sont vifs. 
Les cheveux et la barbe sont ronssàtres; la barbe est longue et se séparé en denx 
pointes vers le bas; la lèvre snpérieure est légèrement ombragée par une monstacbe 
fine et étroite; la chevelure, partagée en denx larges bandeaux plats par une raie an 
sommet de la téte, tombe sur les ('paules en s'étalant à gauche et à droite. 

Bien n'indique que cette figure ait quelque rapport avec le soì-disant portrait 
envoyé par Jésus-Chrìst lui-méme au roi Abgare; dans son ensemble elle paraft 
plutdt conforme à la description iconographìque imaginée par le fanssaire qui fabriqna 
la < Lettre dn proconsul Lentulns > dont une copie en lettres d'or sur une fenille de 
pourpre de méme grandenr que le portrait était collée sur la face intérieure de la 
couverture de l'évangéliaire ; Mylius qui l'avait vue en parie dans les Meniorabilia; 
elle a malheureusement disparu à la fin du siècle dernier. 

Cette lettre a été publiée à diverses reprises, notamment dans le recueil de Fa- 
brici, Bibliotheca latina, I (1703), p. 301, et Didron a donne dans son Histoire de 
Dieu, p. 228, la traduction fran^aise de ce texte < qui tont apocryphe qn'il soit, dit-il, 
n'en est par moins un des plus anciens documents que nous possédions sur le portrait 
du Christ, car il est des premiers temps de l'Eglise, et les plus anciens Pères l'ont 
mentionné. Azoici donc la lettre envoyée au Sénat romain par Publius Lentulns, pro- 
consul en Judée, an temps de Tibère ». 

J'en détache le seni passage qu'il y ait iien de mettre en rapport avec la mi- 
niature de l'évangéliaire: Pili capiiis ejm vinei coloris usque ad fundamentum au- 
rium; sine radiatione et erecti, et a fundamento aurium i^que ad humeros contorti 
ac lucidi; et ab humeris deorsum pendentes, bifido vertice dispositi in morem Naza- 
raeorum. Frons plana et pura; facies ejus sine macula, quam rubor quidam tempe- 
ratttó omat. Aspectus ejus ingenuus et gratus. Nasus et os ejus nullo modo reprehen- 
sibilia. Barba ejus multa et colore pilorum capitis, bifurcata. Oculi ejus caerulei et 
extreme lucidi. 

On ne chicanera pas sur le titre de proconsul attribué à Lentulns, bien que la 
Judée n'ait jamais été administrée par un magistrat portant ce titre conféré seulement 
à des sénateurs anciens préteurs; depuis Auguste jusqu'à Vespasìen le gouverneur 
était simplement un procurateur tire de l'ordre equestre. Or il se peut que l'auteur de 
la lettre de Lentulns ait abrégé le titre en proc, notation qui conviendrait aussi bien à 
proconsul qn^ k procurator. Mais ce qui est plus grave c'est de supposer la lettre adressée 
an Sénat. En vertu du partage des provinces entre le Sénat et l'empereur, la Judée 
était du ressort de ce dernier; il est donc impossible que son procurateur ait adressé 
une lettre au Sénat; hiérarchiquement il ne pouvait correspondre qu'avec l'Empereur 
de qui seni il tenait ses pouvoìrs. De ce chef, la lettre de Lentulns est l'oeuvre d'nn 
fanssaire qui s'est trahi maladroitement par son ignorance, comme tous ses congènere». 
De par ailleurs on ne connait aucun procurateur de Judée portant ce nom; de ceux 
dont le souvenir nous est parvenu ponr l'epoque de Tibère la liste se réduit à Annins 
Rufus, Valerius Gratus et Pontius Pilatus. Je n'insiste pas sur la latinité de ce Len- 
tulns qui n'a jamais pu étre parlée par un Bomain de l'epoque imperiale. Si sa lettre 
laisse à désirer au point de vue de l'authenticité, il n'en est pas de méme d'nn texte ^ 

^ Fragmenta hisiorica graeca, IV, p. 199, apud Didot, Scriptorum graecarum bibliotheca: 9?i 

T(^pip( k^ii^'^tKi M rh"* ow-i-xXiiTOv, (S<jTe TO'* Xpiatòv TpiaxaiSsxaTCv 08Ìv thoiC r, H ou-yxXxTo; oOx àtri- 
òi^QLZo, waTt xcLÌ Tiva àartióuivov ittrciv, ori rpiaxaiÒExaTcv, où òi^ia^i, xaì rpwTc; epxeT«i, — 6ti Aixmie; 



UN POETRAIT DE JÉSUS-CHRIST 11 



que je demande à remettre en lumière, parce qu'il révèle le fait peu conon d*aiie 
proposition présentée an Sénat par Tìbère à l'effet de reconnattre ofBciellemeiit le 
cnlte chrétien en admettant le Christ à la suite des douze Dieux de Bome ^; la pro- 
position fut repoussée, mais un sénatenr se serait écrié: « vous ne voniez pas de lai 
comme treìzième, il viendra comme premier >• 

Le fait est confirmé par Orose, VII, 4 : Tiberif4S cum suffragio magni favoris reiulit 
cui Senaium ut Christus deus haberetur. Senatus, indignaiione motus quod non sibi 
prius secundum tnorem delatum esset ut de suscipiendo cultu prius ipse decerneret, con- 
secrationeni Christi recusavit, edictoque constituit exterminandos esse Urbe Christianos; 
praecipue cum et Sejanus, praefectus Tiberii, suscipiendae religioni obstinatissime con' 
tradiceret. 

L'auteur de eet intéressant doeument estmalheareiisementanonyme; on peuttontefois 
conjectnrer qn'on est en présence d'un fragment d'une apologétiqne perdue, à en juger 
par le lien apparent qui le rattache au paragraphe suivant où Pemperenr Licinius, ennemi 
avere des Chrétiens, est mis en opposition avec Constantin son rivai: la question religieuse 
divise alors le monde romaìn, comme déjà elle avait divise le Sénat trois siècles aupa- 
ravant. Combìen peu de gens se dontent que celui qu'ils appellent Tafifreux Tibère, fut 
sur le point de ravir au fils de Timpératrice Hélène son principal titre à la gratitude 
des Chrétiens et de doter le Capitole d'une statue du Christ de ressemblance plus fidèle 
qne le portrait peint dans le palais du fondateur de Constantinople d'après des traditions 
vagues et flottantes ou d'après des images exhumées des catacombes de Bomel 

Saint Jean Damascène qui mournt à Jérusalem en 754, àgé de 78 ans, rapporto 
qu'on conservait encore de son temps, à Edesse, une image miraculeuse de Jésus-Christ 
envoyée par lui-méme au roi Àbgare. Or, par une singulière coKncidence, c'est à une 
date comprise entre 685 et 711 qne l'image du Christ en buste, de face, apparaìt pour 
la première fois sur la monnaie byzantine sons l'empereur Justinien II Bhinotmète * 
et s'y répète jusqu'à la fin de l'empire. C'est le plus ancien portrait officiellement 
anthentique, dans l'attitude hiératique consacrée par une longue tradition et propagée 
par des milliers d'exemplaires qui ont été iraportés dans l'Europe occidentale par le 
retour des Croisés. On doit donc croire que ces effigies monétaires ont servi de modèles 
aux artistes italiens de la Benaissance, comme nous le voyons par la miniature de 
révangéliaire d'Ièna. De méme, l'image popnlaire de la Madone à l'Enfant a pour prò- 
totype le revers d'une monnaie de Bomain IV Diogene ^ frappée vers 1067 ou 1070; 
en sorte qu'on peut affirraer que l'iconographie religieuse de la Benaissance italienne 
s'est inspirée des types créés par Ics artistes byzantins en les transformant et en les 
idéalisaut par l'empreinte du genie de ses propres artistes. 

Robert Mowat. 

àura sì; STSpa; '/.ETi^ip: ^^pr.azi; &ùòs aXXs toT; Trapc tsOto uca^ojASvoi; &7&/.pivó;jkiv&;, vi cri cO P^uXiToit ^ap» 
^apsu sp'yaaiav s** to»; (ju<a).).à"yaaai tx; ss'jt&u paoiXiia; avaoTpi^iaOxi, 

* T. Live, XXII, 10, énumére les douze Dieux Consenies par coiiples dans Tordre suivant: 
Jupiter et Junon, Neptune et Minerve, Mars et Vénus, Apollon et Diane, Vulcain et Vesta, Mer- 
cure et Cérés. 

' Sabatier, Description generale des monnaies byzantineSy II, pi. XXXVII, fig. 2, 12, 

3 Id. ibid., pi. L, ^g. 14. 



COME IL CRISTIANESIMO 
SI DIFFUSE PER LE VIE DELL'IMPERO ROMANO 



Quando Gesù Cristo ingiunse agli apostoli che andassero ed insegnassero a tutte 
le genti ' secondo la dottrina e gli esempi dati da lui, li aveva già avvertiti delle 
gravi difficoltà e delle persecuzioni a cui sarebbero andati incontro, com'egli per primo 
testificò in modo mirabile nelle città della Palestina e infine in Gerusalemme. Che 
per non spargere invano la divina semente, ed arrischiare di troppo la vita, fossero 
prudenti come ì serpenti, e che si guardassero dagli nomini ' ; e che quando fossero 
in una città perseguitati, fuggissero in un'altra^; ma però che non fossero presi da 
timore nel predicare ed attestare il nome di lui, perchè il corpo può essere ucciso, non 
già l'anima *. Le quali norme generali ha la Chiesa seguito sempre fino dai tempi 
apostolici: che infatti l'eccessivo zelo per la conversione fra le genti pagane e barbare 
non ha giovato, anzi talora compromise e rese vano quel frutto già cresciuto ed acqui- 
stato dopo incredibili sforzi e collo stesso martirio. Non è dubbio che la insita virtù 
del verbo divino sarebbe stata da sola valevole a convertire le genti ; ma volle Cristo 
che i suoi seguaci muniti della sua grazia e inoltre della debita prudenza addivenis- 
sero non solo banditori ma fattori della sacra parola: e che per ottenere il dovuto 
merito e il condegno premio dessero prova ed esempio di sé con opere egregie, e 
quindi la Chiesa si gloriasse degli apostoli e dei santi suoi. 

Per alcuni anni dopo la morte di Cristo la chiesa apostolica non usci di Gerusa- 
lemme, precipuamente intesa a convertire il popolo ebreo e renderlo l'eletto del Si- 
gnore \ Ma scoppiata la persecuzione, in cui fu morto Stefano, i fedeli si dispersero 
per la Palestina e la Siria, ed annunziarono il verbo di Dio, però a ninn altro par- 
landone se non agli Ebrei ^. Cosi fecero sempre e dovunque nei tempi apostolici, ancora 
quando si andavano costituendo le chiese nelle città dei gentili. Laonde gli apostoli 
i loro inviati, sia che fossero puri Giudei o grecizzati, cioè parlanti la greca lingua, 
prima di tutto ricercavano quelli di lor nazione, abitavano nei loro quartieri, conve- 
nivano nelle sinagoghe, e vi predicavano Cristo risorto e il battesimo dello Spirito 
Santo: e solo quando forte contradetti, vilipesi e scacciati si fuggivano da loro e ripara- 
vano altrove, e sovente presso una famìglia di convertiti gentili. Di guisa che nel mondo 
romano si giudicarono da principio i cristiani una setta giudaica, e come la nazione cosi 
la religione, la quale difi^erenziasse nelle forme rituali, ma ben più superstiziose ed 
esecrabili. Gli Atti apostolici dimostrano di continuo, che la predicazione si esercitava 

> Euntes ergo docete omnes gentes. Mattb. XXVIII, 19. 

* Ecce ego mitto vos, sicut oves in medio lupornm. Estote ergo prudentes sicut serpentes 
et simplices sicut columbae. Cavete autem ab faominibas. Tradent enim vos, etc. Matth. X, 16 e 17 

' Cum autem persequentur vos in civìtate ista, fugite in aliam. Matth. X, 23. 

* Et nolite timore eos, qui occidunt corpus, animam autem non possunt occidere. Matth. X, 28* 
^ Secondo il precetto : Matth. X, v. 5 e 6 : In viam gentium ne abierìtis, et in civitates Sa- 

marjtanorom ne intraveritis. Sed potius ite ad oves, qnae perierunt domus Israel. Cf. Lue. IX, 3, 
X, 4 e Act. XIII, 46. 

^ Act. XI, V. 19: Nemini loquentes verbum Dei nisi solis Judaeis. 



14 GIAN-FRANCESCO GAMURRINI 



di preferenza nei Inoghi, ove dimoravano gli Ebrei, e le investigazioni archeologiche 
in specie dei nostri tempi hanno pienamente confermato che il centro della prima 
missione evangelica furono le colonie giudaiche, le qnali erano numerose specialmente 
nei luoghi di mare e nelle principali città dell'impero. 

Ora gli Ebrei non dimoravano che fuori delle mura delle città, nei sobborghi i 
più frequentati, cioè a capo delle vie maestre, non lungi dalle porte: perchè colà sì 
esercitava più vivo e libero il traffico, a cui erano precipuamente addetti. La stessa 
loro legge non consentiva di convivere ed avere intimità coi gentili, nell'opinione di 
esserne contaminati ^ : inoltre fuori della città si poteva praticare il culto detto pere- 
grino, e tenere la sinagoga, e senza sospetti avere la propria area cimiteriale. Ne con- 
seguita che, fatta qualche eccezione, si annunziò e si istituì il culto cristiano fuori 
della cinta urbana, nei sobborghi. Quivi sorsero le prime chiese, le quali addivennte 
la sede del sacerdote e dei sacri riti furono riconosciute come ecclesiae maires, e molte 
conseguirono l'onore di cattedrale, formando il centro della giurisdizione diogesana ^. 
Né poteva succedere altrimenti, fatta anche astrazione dal fatto certo e dall'essenziale 
condizione della colonia giudaica abitante nel sobborgo, o in qualche altro sito appar- 
tato dalla città: cioè ammettendo, come al certo avvenne, che in diverse regioni e 
nelle città minori, le famiglie ebraiche non vi stanziassero. Ora non è credibile che 
la chiesa cristiana si sia fino da principio stabilita nell'interno, e abbia da per sé 
rese difficili le relazioni e la stessa sua missione, la quale conveniva diffondere nel 
territorio e nelle città circostanti. Si pensi che si doveva proclamare ed istituire una 
religione nuova e del tutto avversa, la quale consisteva nel dare il bando a Giove e 
agli dèi, nell'abolire il loro culto, nel distruggere i loro tempii, e in loro vece snp- 
plantarvi Cristo e la sua croce: ch'era d'uopo spogliarsi d'ogni radicata superstizione, 
e dei vizi e dell'amore terreno, e vestirsi delle severe virtA, e dell'umiltà e del sacri- 
fizio. Essere gli uomini redenti dal peccato per il sangue di Cristo crocifisso, e per ciò 
addivenuti tutti egualmente i figli di Dio padre, e quindi ninna distinzione sussistere 
fra padroni e servi nella chiesa comune, e doversi amare l'un l'altro come fratelli. 
Com'era possibile annunziare ed ingiungere tutto questo nelle piazze delle città, dove 
erano frequenti le are, e dinanzi alla vista dei superbi ed ornati tempii dei gentili? Nei 
siti stessi, dove la città era sorta, auspicata, e cresciuta con riti solenni, e dove vìve 
erano le memorie, e le venerate tradizioni, e che tutto all'intorno avrebbe contradetto 
e fortemente protestato? ^ Diveniva inoltre molto pericoloso e al certo imprudente, che 
la chiesa stessa, ove da varie parti dovevano convenire i fedeli alle orazioni e alle 
sante agapi si fondasse entro le città, ed in mezzo a quelle isole ristrette, e cinte da 
viuzze (poiché dello spazio ne facevano gran conto), dove tutto si sarebbe facilmente 
e sentito e scoperto. Quindi è naturale che si procurava di avere, e sempre si elesse, 
un luogo appartato, e sicuro e quieto: e come tale non si poteva trovare, che stando 
fuori della cinta urbana, dove oltre alla chiesa, al domus oraiionis, si poteva ottenere 

' In Cesarea disse s. Pietro: Act. X, 2: Vos scitis quomodo abominatum sit viro Judae 
coniungere aut accedere ad alienigenam, 

* E ben s'intenda non le chiese in quelle forme, che si svolsero dopo la pace, a modo di 
basiliche, ma una casa, un piccolo spazio, nel quale potere i fedeli convenire, o una specie di cap- 
pella sopra presso il sepolcro di qualche martire, la quale poi, se all'aperto, divenne nei tempi 
migliori la vera ecclesia. Si sa bene che i cristiani primitivi non ebbero né edifici sacri, e talvolta 
neppure altari, secondo il noto passo di Minnzio Felice. 

' Il fatto di s. Paolo, che disputava anche nel foro di Atene (et in foro), e che alcuni epi- 
curei e stoici lo condussero dinanzi ai giudici dell'Areopago, non contradioe alla tesi, perché 
bene avverte lo scrittore degli Atti, che gli Ateniesi tutti ed i forestieri (advenae hospiies) ad nihU 
àliud vacahant ni^ aut dicere aut audire aìiquid novi. Act. XVII, v. 17 e segg. L'apostolo stesso, 
quantunque zelante ed audace, aveva nondimeno e precauzione e timore: che da Atene venuto in 
Corinto ebbe una visione, nella* quale Iddio gli disse: Noli timere, sed loquere, et ne taceas. XVIII, 9. 



COME IL CRISTIANESIMO SI DIFFUSE PER LE VIE DELL'IMPERO 15 



Io spazio per Tarea cemeteriale, la quale doveva star fuori, essendo vietato di sep- 
pellire entro le città, se non fosse per somma onoranza e per pubblico decreto a qualche 
personaggio illustre. 

Se nel leggere gli Atti e le scritture ecclesiastiche dei primi secoli non si palesa 
questa pratica, che si dovette tenere secondo le necessità di allora nel convertire le 
genti e stabilire le chiese primitive, non mancano però sufficienti indizi a rendercene 
consapevoli '. Ad esempio, ci dicono gli Atti (XVI, 12 e 13) che a Filippi, mentre dal- 
Tapostolo Paolo si tenevano delle conferenze entro la città, Voratio (iz^orstuir,) stava 
fuori della porta lungo la riva del fiume. Non è inopportuno qui osservare che un'identica 
posizione di chiesa antichissima, e che per le tradizioni e per i monumenti si può 
giudicare siccome la primitiva, sì riscontra anche in diversi luoghi d'Italia. Del resto, 
oltre alle ragioni addotte ed agli esempi, che si potrebbero produrre, concorrevano 
altre circostanze, le quali obbligavano a stabilire la chiesa presso o sulla via princi- 
pale e non lungi dalla città, appunto perchè i fedeli d' ambo i sessi fossero in grado 
di accedervi e penetrarvi, e pregarvi, come pure ricercare i modi piìi agevoli, affinchè 
il popolo si distaccasse dall'idolatria. Infatti, dopo Gerusalemme, che fatta ostile alla 
chiesa si dovette abbandonare dagli apostoli, si presenta Antiochia, che addiveniva la me- 
tropoli dell'Oriente cristiano: e ben tosto Soma, la designata dell'occidente e del mondo. 
Ben si vede che da loro la fede di Cristo e V evangelica predicazione si dififusero a 
modo di raggi per le loro vie, delle quali erano il centro. Poiché tra le meraviglie 
che presentava allora l'orbe romano si giudicò fra le più cospicue quella delle vie 
pubbliche diramate e intersecate per l'impero, con che Boma aveva allacciato e con- 
giunto a sé le regioni anche le più lontane e i popoli di stirpi e lingue diverse, ed 
aveva dato prova di grande sapere nel tracciarle e nel mantenerle sia traversando i più 
alti ed aspri monti, sia valicando gli ampi ed impetuosi fiumi. Fu precipuamente per 
effetto loro che il mondo si fece romano, e si riguardò Boma come la sua vera 
metropoli, mentre predisposero e agevolarono la discussione della luce evangelica: onde 
quelle vie militari che furono ministre di guerra, di conquista e di servaggio, lo di- 
vennero quindi di pace, di amore e di uguaglianza religiosa e civile. Ma venendo al- 
l' azione umile e pratica del messo di Dio, dobbiamo credere come cosa naturale, che 
quando egli si partiva e batteva la strada che conduceva alla città a cui dirigevasi, 
avesse poi la cura di confondersi come peregrino con quella colonia di ebrei, che vi 
si trovava, e alquanto vi dimorasse sostentando la vita del proprio lavoro; e nel tempo 
stesso sperimentasse se il terreno era idoneo e disposto per la divina semente: nel 
peggìor caso proseguisse il cammino, e ad altra città si rivolgesse fiducioso. In ogni 
modo gli sarà sembrata cosa opportuna il fermare la sua abitazione da quella parte, 
da dove era venuto, sia per maggior sicurezza nel frangente di doversi ritirare o fug- 
gire, sia per avere facile e diretta comunicazione colla chiesa apostolica o principale, 
da cui si era mosso od era stato inviato. Ma ciò non tanto per lui, quanto per la no- 
vella chiesa, ch'egli era per istituire, la quale conveniva che sorgesse da quella parte, 
onde avesse in maniera simile la comunicazione cum sanctis, e che di mezzo non vi fosse 
la città pagana. È poi certo, e giova ripeterlo, che non si poteva esercitare la predi- 
cazione dentro la città e molto meno stabilirvi la casa di orazione specialmente col- 
l'accrescersi del numero dei fedeli ; come del tutto impossibile l'estendervi l'area cimi- 
teriale la catacomba, presso la quale come per rito quasi sempre si trovava la chiesa, 

^ Nei primi tre secoli le difficoltà di istituire con qualche sicurezza le chiese si presentarono 
grandissime e sovente insuperabili : quindi molte veramente non si fondarono che dopo proclamata 
la pace da Costantino. San Giustino rispondendo dove i cristiani si congregavano, scrive: «eo 
unosquisque quo vellet ac posset>. E san Dionigio Alessandrino presso Eusebio dice: «Qui vis 
locus, in quo varias aerumnas sigillatlm pertulimus, ager, solitudo, navis, stabulum, career, instar 
templi ad sacros conventas peragendos fuit ». Come é notissimo, ed egli testifica : « in cryptis et 
catacumbìs, in oratoriis subterraneis ». 



16 GIAN-PEANCESCO GAMURBINI 



appunto per il sufifragio dei fedeli e il culto dei martiri ivi deposti. Tutto questo oltre 
a quanto si è detto prova ad evidenza che sì fondarono le prime chiese fuori delle 
mura e delle porte delle città, e che risiedere non dovevano in luogo del tutto separato 
ed oscuro, ma in un sobborgo della via principale, dove abitavano gli ebrei e gli altri 
stranieri, ed era lecito esercitarvi con qualche libertà il culto peregrino. Ora le vie ed 
i sobborghi più di commercio e di traffico e in conseguenza i più popolosi erano (e lo 
sono tuttora) quelli, che hanno un diretto rapporto colla città maggiore, o da cui civil- 
mente dipendono, ovvero con il porto se sono città marittime o prossime al mare. Come sarà 
stato in oriente rispetto ad Antiochia, noi osserviamo che molte città d' Italia ritengono 
ancora il nome di porta romana alla rivolta verso la via di Boma, e che in generale al 
tempo antico si mostrava la più ornata e principale sulle altre al pari della stessa strada. 
Quasi da per tutto si doveva ripetere lo stesso fatto, come derivato da cause, che ben 
poco fra loro diversificavano: ammessa pure ad una tal norma qualche eccezione, la 
quale non si saprebbe spiegare se non che speciale alle condizioni di una città, o di 
una regione. In quanto che quella norma che si desume dal criterio naturale, e rispon- 
dente ai bisogni della vita civile e religiosa d'allora, si viene verificando coU'esame 
topografico, e rispetto alle antichità cristiane si manifesta a mano a mano che pro- 
cedono le investigazioni. Ritrovasi infatti che la chiesa la più vetusta, che il culto di 
uno più martiri, e che l'area cimiteriale vennero venerati e situati a qualche distanza 
dalle mura delle città, e quasi sempre lungo la via militare o consolare, la quale al 
pari delle altre (eccettuate s'intende le municipali) derivava da Boma. Però fa d'uopo 
osservare, che quando si tratti di città molto lontane, in questo caso la via principale 
addiviene quella che comunica col centro più popoloso ed industre della regione, come 
ad esempio sarebbe Napoli per la Campania, e Milano per la Qallia Cisalpina ^ Quindi 
risulta della massima importanza il verificare da qual parte furono ubicati il cimitero 
e la primitiva basilica, e da dove si esumano le lapidi ed altri segni di cristianesimo: e 
se li presso transitava un'antica strada, diretta verso la città, potendosi cosi ragio- 
nevolmente desumere da dove sieno venuti gli apostoli, oppure i missionari, vale a 
dire da qual luogo importante e storico quella si dipartiva. Infine se avvenga, che in . 
alcuna città non si conservino più le memorie e le tradizioni, ovvero queste col lasso 
dei secoli sieno state alterate o confuse, né vestigio più rimanga di cristiani monu- 
menti, potrà allora lo studioso indagare quale fosse stata tra le varie vie la maggiore 
(come si è detto in Italia era quella romana), e da qual centro importante si distaccava, 
il quale però abbia avuto qualche fama di un apostolico, oppure antichissimo cristia- 
nesimo; e ciò egli facendo con molta probabilità gli sarà dato di scoprire le origini 
della sua chiesa primitiva, assecondando quasi sempre la fortuna in tali ricerche la 
illuminata costanza del buon volere. 

Gli esempi pratici vengono ad illustrare e a dar fede a quanto il criterio e l'espe- 
rienza mi avevano suggerito, anzi si può dire che precipuamente da questo si rive- 
larono il principio e la norma tenuti dalle missioni cristiane. Aveva infatti avvertito, 
che i cimiteri sia di Boma, sia di altre città erano situati lungo le vie militari, e 
quasi sempre prossimi ai municipi ed ai castelli esistenti tuttora o distrutti, e la loro 
posizione corrispondeva ad. un sistema o regola prestabilita. Qui però per l'indole della 
trattazione e per il luogo e il breve tempo concessomi non sarebbe convenevole di 
produrre molti di tali esempi: del resto ciascuno può desumerli ed adattarli nella 
regione, che fosse il soggetto delle sue osservazioni. Essendo omai cosa certissima, che 
nell'occidente Boma fu quell'astro, da cui si diffuse la luce evangelica, la quale irrag- 

^ Molto deve la Galiia Cisalpina colle Alpi per la sua conversione al cristianesimo a Milano, 
come r Emilia ed il Veneto a Ravenna, grande emporio nel declinare deir impero; senza escladere 
che Rimìni, Cesena^ Bologna ed altre lo possano avere accolto dalla parte della via Flaminia ed 
Emilia. 



COME IL CRISTIANESIMO SI DIFFUSE PEB LE VIE DELL'IMPERO ROMÀNO 17 



giando in tutta Tltalia specialmente superiore, e quindi oltrepassate le Alpi s'inoltrò 
nelle Gallie, nella Germania e nella Brettagna: onde riesce pur bello e mirabile il 
seguirne lo svolgimento, come ce lo viene indicando la topografia, che adesso assu- 
miamo come di nuovo sussidio, sia delle basiliche, ove si celebrò il culto di un martire 
ivi deposto, e sia dei più vetusti cimiteri cristiani. 

Partendosi da Boma e passato il Tevere al ponte Milvio, se a mano sinistra pren- 
diamo la Clodia, incontreremo al ventunesimo miglio Baccano {ad Baccanas). Dopo la 
diramazione alla Storta la via assumeva il nome di Cassia, mentre l'altra verso Brac- 
ciano e Forum Clodi riteneva il proprio. Ora a Baccano (sulla Cassia) esisteva una 
basilica e un cimitero dedicati a S. Alessandro, di cui pervenne qualche indizio al 
nostro de Rossi, che non potè però accertarne l'ubicazione \ Ma se si considera, che 
la mansio ad Baccanas rimaneva secondo gl'itinerari al ventunesimo miglio da Boma, 
e gli Atti di s. Alessandro pure assai antichi pongono il suo sepolcro o titolo al vente- 
simo, ne deriva chiaramente che la basilica col suo cimitero stava a circa un miglio 
innanzi di giungere a quel paese per chi si partiva da Boma ^. La quale osservazione 
potrà ben giovare a coloro, che vorranno di quelle sacre antichità fare una speciale 
investigazione. 

Proseguendo il cammino si trova ben presto il bivio delI'Annia, la quale via si 
staccava a destra dalla Cassia. Se uno adunque prende l'Annia, giungerà dopo poche 
miglia alla città di Nepi, e verificherà che le catacombe di Savinilla dedicate a 
s. Tolomeo primo vescovo di Nepi e di tradizione apostolica restano appunto prima 
di entrare alla porta, cioè anticamente nel sobborgo dalla parte di Boma ^. Avanzan- 
dosi per alquante miglia si giunge a Faleria, oggi detta S. Maria di Falleri, e alla 
distanza di circa trecento metri dalla Porta restano a mano sinistra le catacombe dei 
martiri falarìtani Oratiliano e Felicissima, le quali alcuni anni sono furono meglio disco- 
perte dai giovani addetti alla carta archeologica, e degne al certo di essere dichiarate ^. 
Passata Faleria, la strada dall'altra parte acquista il nome di Ciminia, perchè è una 
che traversa il giogo ciminio, e sulla quale verso Soriano s'incontra il cimitero di 
s. Eutichio martire, della cui illustrazione è tanto benemerito il P. Germano dei Pas- 
sionisti. 

Ma ritornando per la via Cassia, la quale s'inoltra verso Sutri, e quindi traversa 
tutta l'Etruria, troviamo nell'avvicinarsi a quella città vetustissima una lieve collina 
a sinistra, nella quale è scavata la chiesa a tre navate di S. Maria detta del Pianto^ 
la quale è di una maggiore antichità di quanto si crede. Sono ad essa contigue le 
catacombe di S. Giovenale, ora vandalicamente manomesse e deserte ^ Però la loro 
posizione indica bene, che la prima cristianità si svolse in quel sobborgo, il quale 
doveva essere popoloso e fiorente, ognora che si vede che in quella collina vi fu nel 

* Scoperta del cimitero di b. Alessandro vescovo e martire a Baccano, con parte del sno antico 
altare. Bull, di arch. cristiana, an. 1875, p. 142-152. 

* Gli Atti dicono: «Ciim autem duceretur (Alexander), venerunt ad fontanam, qiiae est secus 
viam pedes duos, a vico autem plus minus pedum centum trìginta... Venerunt autem contra milia- 
rium vigesimnm viae Claudiae Cpìù propriamente Cassiae) nbi est titulus marmo reus supra altos 
lapidea positus». Il borgo avanti al castello si chiamava nel medio evo dì s. Alessandro. Bolla 
di Leone IX, anno 1050: «Confirmamus (alla Basilica Vaticana) ecclesiam s. Alexandri, quae est 
in Baccanis>. E appresso: «fnndum qui vocatur Fisa cum burgo s. Alexandri». 

* De Rossi, Bull, d'Arch. cìisiiana, Ser. 2*, V, p. 112 sg. Ma specialmente il Boldetti nel 1. II, 
cap. 17, p. 579 ; e il Runghiasci, Memorie di Nepi, alla p. 209 sg. 

* La relazione fattane nel 1891 da Angiolo Pasqui resta tuttora inedita. Non abbiamo che 
la lettera che ne scrisse poco dopo la scoperta il P. Louet al de Rossi, il quale la inseriva nel 
suo Bull, d'arch. cristiana, Serie 3*, voi. V, p. 69-71. 

^ Boldettif Osservazioni, etc. p. 581. De Rossi, Bull, d'arch. cristiana^ Ser. 4*, I, p. 171, e 
V, p. 92-97. 



18 GIAN -FRANCESCO GAMURRINI 



sasso incavato un anfiteatro^ e molte vestigia rimangono di case e di sepolcri etruschi 
e romani. 

Da Sutri la Cassia perviene a Forum Cassii centro di vie antiche, e prossimo a 
Vetralla S e vi ho rilevato l'esistenza di qualche antichità cristiana, se non che resta 
luogo ancora da esplorare. Proseguendo poi nelle tracce della disfatta Cassia, sotto 
alla chiesa monumentale di s. Martino, allorché si perviene al ponte detto Camillarìo, 
abbiamo sicura notizia per tradizioni e sacre leggende, che ivi subirono il martirio 
Valentino prete e Ilario diacono, e li presso a destra sussiste la catacomba che da 
loro s'intitola, e distante meno di due chilometri da Viterbo, che probabilmente fu la 
Surrina nova^. La Cassia poi transita sotto Montefiascone, il cui vero nome antico 
ci è ignoto, e ancora qui si rileva il fatto, che a sinistra dove cominciava il subborgo, 
il quale allacciava la via militare al municipio, si erige tuttora un'antichissima chiesa, 
nel sito medesimo dove fu deposto s. Flaviano martire, e li presso si svolgeva un 
tempo la cristiana area cimiteriale. Quindi si discende e si costeggia il lacus Vulsi- 
niensiSj e ci si presenta adagiata in un colle la città di Bolsena, Volsinii, che nel 
lago si specchia. Or bene pur qui, a mezzo chilometro prima di giungervi, rimangono 
visibili coi loro ambulacri a destra della via le catacombe di santa Cristina martire 
del tempo della persecuzione di Diocleziano, e delle quali aveva intrapresa un'ampia 
illustrazione il nostro Enrico Stevenson. 

Invero la via Cassia (chiamata nel medio evo Via beati Petrt), forse come meglio stu- 
diata da me a questo proposito, ci dà la prova manifesta di quella pratica, che fn 
prescelta ed applicata di continuo dall'apostolato cristiano fino dal suo principio e 
durante l'epoca delle persecuzioni, e anche diremo per tutto il secolo quarto. Quindi 
ci spingeremo più oltre, e traversata in basso Volsinii ci dirigeremo ad Acquapen- 
dente. A metà della nostra via innanzi di salire a San Lorenzo nuovo abbiamo la 
memoria, che a sinistra sorgeva e si frequentava la chiesa di S. Ippolito martire, la 
quale esisteva presso la via, e in un grosso borgo, di cui non sappiamo il nome. Però 
per un documento, che nei primi del secolo tredicesimo si produsse dal vescovo di 
Sovana rilevasi che quella chiesa fu ÌH,priìna sedes della diogesi di Sovana (Suanensis 
episcopaius), vale a dire di tutto quel tratto a sinistra, che comprendeva nel finire 
dell'impero luoghi presso che deserti della Tuscia subnrbicaria fra la via Cassia e la 
Clodia. Inoltre abbiamo poco sopra a quella distrutta chiesa di S. Ippolito ^ accertata 
l'esistenza di catacombe cristiane vicino alle Grotte di Castro. 

La Cassia si dirigeva a Chiusi, e prima di salire verso l'etrusca città vediamo a 
destra le prossime catacombe dette ora di santa Caterina, le quali si possono stimare 
per i monumenti scritti come le più antiche di tutta TEtruria, e spettano probabil- 
mente al secondo secolo. Girando il colle urbano di prospetto al lago un'altra cata- 
comba fu nel secolo decimosettimo discoperta, e che si gloria della martire santa Mu- 
stiola, la quale ebbe un culto molto diffuso nell'Etruria superiore: da che a ragione 



^ Vetralla rìmane da circa un chilometro distante da Forum Cassi, ora S. Maria di Forcassi^ 
e si e perfino dubitato che abbia avuto il vescovo (Ugrhelli, Italia sacra, ed. Colati, voi. X, 
col. 184). Forse può darsi, che ciò fosse nei tempi primitivi, e la sede episcopale da Forum Cassi 
distratta si traslatasse a Vetralla insieme agli abitanti, ma nel secolo decimo questa faceva parte 
della diogesi di Tuscania. 

' Orioli, Viterbo e il stio territorio « Giornale arcadico », an. 1848, p. 291, e nelPestratto a 
p. 13, 34 e 36. 

^Sussistono tuttora le rovine della chiesa di S. Ippolito martire, a sinistra della Cassia, e 
nel bivio dell'antica via, che passando per Grotte di Castro andava a Sovana. Ne ho trattato 
nella lettera a Mons. Mattioli : Della antica Diogesi e Chiesa di Sovana, Pitigliano 1891. E ancora 
nell'opuscolo: Per il solenne ingresso del Vescovo Michele Cardella a Sovana e Pitigliano, 2 feb- 
braio 1S98. 



COME IL CRISTIANESIMO SI DIFFUSE PER LE VIE DELL'IMPERO ROMANO 19 



si argomenta, che da Chiusi vi si propagò la religione cristiana, o almeno fn uno dei 
focolari principali della missione evangelica durante il gentilesimo. 

La Cassia poi biforcava ad Navas, stazione distante da- Chiusi circa nove miglia, 
giacché quella a sinistra seguitando andava a Firenze, e quella a destra traversava 
la Valdichiana per Arezzo. Ora a un chilometro circa dall'antica porta di Arezzo, la 
quale prima era situata nelPalto (le mura coronando il colle) e oggi ritiene in basso 
il nome di romana, si eleva un poggio a sinistra della via, dove era il duomo vecchio 
dedicato al vescovo s. Donato conìfessore del secolo quarto, e che cessò di un tale onore, 
allorché Innocenzo III (1204) trasferì la cattedrale aretina entro la città. Si vene- 
ravano colà le reliquie di molti martiri aretini, dei quali si conservano i nomi e le 
vetuste litanie, e vi si hanno le memorie prime della cristianità ' ; ed ho pure qualche 
indizio che il cimitero fosse non solo all'aperto ma ancora sotterraneo, giacché ricordo 
di aver veduto da fanciullo nell'occasione di uno scasso campestre a una buona profondità 
nna stela tufacea, dov'era incisa una croce. 

La vera via Cassia restaurata da Adriano dai confini di Chiusi si volgeva diret- 
tamente a Firenze passando dalla valle della Chiana a quella dell'Amo; e vi si per- 
veniva dalla porta ancora chiamata romana che rimane in oltr'Arno sotto il colle di 
Boboli. Nei tempi romani la città si stendeva tutta sulla parte destra del fiume e la 
Cassia passava per il ponte vecchio, il quale ponte pare che sia sempre esistito fino 
dalla deduzione della colonia triumvirale ai primi tempi di Augusto. Di fronte rima- 
neva la porta romana, che nel medio evo aveva preso il nome di santa Maria. Al di 
là d'Amo vi doveva esistere un grande sobborgo, per essere la colonia fiorentissima, 
e poi quando il municipio acquistò in seguito un'importanza maggiore. Infatti in quel 
sobborgo, a circa dngento passi dal ponte a destra della via, si discopriva nei prin- 
cipi del secolo decimottavo un cimitero cristiano antichissimo, le cui lapidi greche e 
romane sono in gran parte collocate oggi nel chiostro di santa Felicita, precisamente 
nel luogo dove si ritrovarono : esse furono tolte al certo dal cimitero, che stava allo sco- 
perto, cioè non sotterraneo, perché l'umidità del suolo prossimo al fiume noi consentiva. 
Nel colle superiore si ha la memoria, che vi avvenisse il martino di s. Miniate, e vi fu 
quindi eretta una basilica in suo onore, ricostruita poi nel secolo undecime, come si 
vede, nella forma presente '. 

Coir intrapresa recognizione della via Cassia da Roma a Firenze, e di due dei 
suoi tronchi, quello dell'Annia per Nepi e Falleri e quello dell'aretina, abbiamo si può 
dire toccato con mano che la missione evangelica si partiva da Boma, e si annunziava 
(fermandosi nel sobborgo anteriore delle città, che andava mano a mano convertendo 
e conquistando. Non e dubbio che un tale progredimento, e tale dififusione furono fati- 
cosi e lenti per gli ostacoli d'ogni specie che doverono superarsi, principalmente dove 
non dimoravano gli ebrei, e di più quando questi erano divenuti i più fieri nemici 
dei cristiani, onde addiveniva necessario di abitare presso un gentile convertito, ovvero 
qua e là opportunamente di modo che i fedeli potessero convenire alle preghiere ed 
ai riti comuni. Ma finché fu possibile si adattò sempre quel metodo praticato fin da 
principio, come il più adatto a conseguire l'intento, e costituire le varie chiese muni- 
cipali in stretto legame fra loro, nell'unità della fede e della liturgia, con a capo e 
guida la chiesa apostolica di Roma. Questo fatto storico della più grande importanza 



* Grazini Laur. Vindiciae tnartyrum Arretinorumf Roma«, 1750. 

• Foggini P., De primis Florentinorum Apostolis, Florentiae, 1740. — Mann! D. M. Principi 
della religione cristiana in Firenze, Firenze 1764. Nel sobborgo presso santa Felicita e nel colle di 
8. Miniato ebbe origine il cristianesimo in Firenze Al tempo dellMmperatore Teodosio il Grande 
la prima sna cattedrale fu s. Lorenzo, consacrata da s. Ambrogio di Milano nelPanno 398, la 
quale restava nel proseguimento della stessa via Cassia. 



20 GIAN-FRANCESCO GAMURRINI 

per cni il cristianesimo crebbe tacitamente di potenza e di estensione ramificandosi per 
tutte le Provincie delP impero, risulta chiaro e nello stesso tempo ammirabile. 

Sopra le altre yie consolari TÀppia ci potrebbe fornire (se le investigazioni fos- 
sero state fatte) preziosi documenti di tale trasformazione religiosa, la quale cominciò 
al tempo di Claudio in Italia, specialmente nel tratto maggiore e primo, il quale con- 
giungeva Roma al golfo di Napoli. Perocché da qui si mossero i primi fedeli, com'è 
certo che ivi si stabilirono, onde la cristianità di Napoli e di Pozzuoli porta l'onore 
del primato sulle altre città d'Italia. Ciò dipese da questo che le navi per venire dal- 
l'oriente a Roma si dirigevano verso la Sicilia, e costeggiandola terminavano il loro 
lungo tragitto al golfo di Napoli o di Miseno, ove stanziava la flotta principale del- 
l'impero, appellata perciò la misenate. Per tal modo molti orientali e in specie giudei 
dovevano avervi la loro colonia, ed esercitarvi il commercio come praticarvi la loro 
religione. Di lì per venire a Roma si prediligeva (e non v'era dì meglio) la via Àppia, 
comoda e piana, passando per Formiae (Mola di Gaeta) e per Terracina, la quale 
pure aveva un nobile porto. Da che si può ben dedurre e supporre, che le città di 
quel lungo tratto avranno accolto la fede cristiana dalla parte di Napoli piuttosto che 
da Roma; ma su tale questione il sito delle aree cimiteriali o delle catacombe lo 
potrebbe, quando si discoprissero, meglio indicare. Ad esempio io noto, che ad Àricia, 
essendo quel municipio prossimo a Roma, si palesa che la sacra sua catacomba era 
sulla via Appia a destra, innanzi al passaggio del profondo torrente proprio sotto la 
chiesa di S. Maria della Stella, e prima di giungere al castello per chi veniva a 
Roma, onde si desume che di qui la parola di Cristo si mosse e si accolse ^ Similmente, 
com'è naturale, avvenne a Boville, che resta al decimo miglio della stessa Appia, dove 
il Boldetti rinvenne un cimitero cristiano a piedi del colle, il quale invece dell'antico 
nome tiene oggi quello di Frattocchie *. 

Qiacchè siamo sulla via Appia, ben a proposito converrà di esaminare, se l'argo- 
mento fino a qui svolto, giova alla conoscenza del cristianesimo in Roma, il quale 
s'introdusse con ogni probabilità al tempo di Claudio. Oli Ebrei dimoravano allora 
principalmente sui sobborghi dell'Appia fuori di porta Capena, come è manifesto per 
l'esistenza delle loro catacombe appunto da quella parte: e quindi non ha fondamento 
veruno quel che si asserisce da alcuni, che la regione loro addetta fosse in Traste- 
vere. Quel suburbio, nel quale si aprivano varie vie ed isole di case, doveva essere 
il più popoloso di Roma e di commercio, dando la miglior comunicazione colla fertile 
Campania e l'Italia centrale fino a Brindisi: e cosi colà percorrevano non solo quelli 
dell'Italia meridionale e della Sicilia, ma di tutto l'Oriente e dell'Africa. Pare che 
sugli altri advenae e peregrini vi prevalessero gli Ebrei, ognora che Claudio si decise di 
sfrattarli essendone tanto cresciuto il numero, ma anche ben si dubita che fra loro ed 
i nuovi cristiani nascessero tumulti, se quélV impulsore Chresto di Svetonio, s'intende 
per Cristo. I primi cristiani adunque che colà pervennero, appartenevano certamente 
alla stirpe ebraica: ma poi sì astenevano tuttora dì annunziare il vangelo agli idolatri 
ed incirconcìsi, perchè non credevano che potessero ricevere il battesimo dello Spirito 
Santo. Per tali considerazioni teniamo per fermo, che il primo nucleo cristiano si compose 
in Roma nel grande sobborgo dell'Appia, e precisamente in quegli spazi ove abita- 
vano gli Ebrei, e che si può dire dalla porta urbana attuale fin poco al di là del 
sepolcro dì Cecilia Metella, ossìa nei dintorni della basìlica di san Sebastiano. La 
qual cosa pure corrisponde a quanto fu finora esposto, con questo solo che invece di 
essere Roma il centro della diffusione, ne era per natura delle cose la precipua meta, 
poiché dall'oriente veniva a ricevere la luce. Non v'ha dubbio che san Paolo fece quel 

tragitto dell'Appia da Pozzuoli a Roma, come innanzi a lui san Pietro. Ne abbiamo 

* 

* Lucidi, Storta delV Arida, p. 405. De Rossi, Bull, d'arch, cristiana, ann. 1869, p. 69 seff. 
' Armellini, Cimiteri, p. 582. 



COME IL CRISTIANESIMO SI DIFFUSE PER LE VIE DELL'IMPERO ROMANO 21 



per il primo certissima testimonianza negli Atti apostolici: per Taltro ne suffraga la 
tradizione, che si convalida dagli Atti suoi, siano pare apocrifi, ma antichissimi. 

Ora la recente archeologia cristiana ha comprovato in modo apodittico, che le più 
antiche memorie sacre si vanno rivelando nelle catacombe di Priscilla, di Domitilla 
e di s. Callisto, alle quali sono contigue e come intersecate quelle che si chiamarono 
catacumbae senz'altro distintivo, e poi di s. Sebastiano; le quali tre ultime sono situate 
a destra dell'Appia uscendo da Boma, e per la loro vastità costituiscono la più grande 
necropoli cristiana K A breve distanza, anzi alquanto più avanti, cioè in precedenza 
verso Boma, si designano le catacombe giudaiche. Ad catacùmhas si veneravano i se- 
polcri dei due apostoli Pietro e Paolo, come di alcuni primi pontefici, dei quali molti 
furono deposti nelle prossime di Domitilla. Il che è di valido argomento per credere 
che in quei luoghi fosse istituita la primitiva chiesa di Boma, e che i fedeli, secondo 
le tradizioni, abbiano considerato quel sito come il più antico e il più sacro per le 
memorie dei pontefici e dei più insigni martìri. Giova poi l'osservare che mentre 
tutte le catacombe e le arce cimiteriali avevano un titolo, che li distingueva fra loro, 
sia del possessore del fondo, sìa dei martire il più celebre che vi era deposto, quelle 
soltanto ove furono venerate fino a presso che tutto il secolo terzo, cioè innanzi al 
tempo del loro trasferimento, le tombe dei due apostoli fondatori della Chiesa romana, 
non ricevettero denominazione speciale, ma solo generica, derivata dal greco, come che 
si dicesse essere stato quello il cimitero cristiano, il che senz'altro richiama il primitivo ^. 

So che sussìste una pia tradizione che s. Pietro abitasse in Trastevere, e che pure 
colà stanziasse una grande colonia giudaica; ma tutto questo è molto vago, senz'al- 
cuna prova, senza antiche testimonianze, e quindi senza valore. Un'altra poi, che egli 
abitasse ad Nymphas fuori di porta Nomentana, ed un'altra, che avesse fondata la 
chiesa dentro Boma nella casa dì Pudente, ed ivi avesse dimora; ed infine una più 
fondata, che battezzasse presso al sito, ove fu poi il cimitero Ostriano. Tenendosi per 
fermo che il principe degli apostoli abbia retto per molti anni il sacro pontificato in 
Boma, e che nel convertire i gentili abbia potuto penetrare ancora nei palagi impe- 
riali, non è per nulla improbabile, che nelle diverse occasioni si fosse stabilito sia 
fuori come dentro la città, appunto per confermare i neofiti nella fede e nelle dovute 
pratiche e colla dottrina e coll'esempio: ciò era intimamente connesso all'esercizio 
dell'augusto suo ministero, per cui si può ben concedere a quelle tradizioni un buon 
elemento di veracità. Ma in questo caso si tratta della estensione della conversione, 
cioè quando la chiesa era come costituita, mentre le nostre ricerche sono invece ri- 
volte ad investigare ed accertare il luogo della sua fondazione; vale a dire dove 
tennero le loro adunanze i primi fedeli, i quali giunsero a Boma per la via Appia 
e quale fu di loro e dei convertiti il primo cimitero, e dove per conseguenza dobbiamo 
credere che con loro convivessero gli apostoli, adempiendo all'ufficio sacerdotale, ed 
iniziando la sacra liturgia, e colle preghiere, coi consigli, e colle esortazioni animas- 

^ Ciò scrivo senza nulla detrarre alla tradizione apostolica (se vi fu veramente) del cimitero 
di Priscilla presso la via Salaria, a provare la quale insistè eruditamente il eh. prof. Marucchi 
(v. Nuovo Bull, di arch, crist, 1901, pag. 71 segg.). Del resto, come giova avvertire, può aver 
s. Pietro catechizzato e battezzato nel cimitero Ostriano, o ad Nymphas^ o nel bacino delle cata- 
combe di Priscilla, secondo la illustrazione datane dallo stesso lodato scrittore. Ben sMntendono 
cotali cambiamenti, con tutto il rispetto alle tradizioni, per questo ministero, nel modo che si 
offriva la opportunità e la sicurezza. 

* L'Armellini giustamente osserva a questo proposito, Cimiteri, etc, p. 409: «Il Cimitero 
delle Catacombe, ad Catacumbas, fu denominazione della regione, in cui si svolse il nobilissimo 
cimitero poi chiamato di s. Sebastiano. Su questo punto di vista il cimitero delle Catacombe ha 
una qualche preminenza su tutti gli altri per aver dato il nome a tutti i sotterranei cri- 
stiani di Roma, ma molta più ne ha perchè fu santificato dalla deposizione temporanea di 
8, Pietro e di s. Paolo ». 



22 GIAN-FRANCESCO GAMUBRINI 



sero e fortificassero nella unità della fede in Cristo la chiesa nascente. Danqne la 
ragione conduce a supporre, che gli apostoli avessero nel sobborgo delPAppia la loro 
abitazione, e non lungi dalla basilica, che in loro onore fu poi edificata da s. Damaso, 
colà appunto dove, come si è detto, vi si costituì il cimitero, il quale probabilmente 
s^niziò colle fosse, cioè all'aperto, e poi si saranno scavate le prime grotte, e infine 
protratti i cunìcoli sotterranei. La venerazione ch'ivi si aveva delle loro tombe poteva 
pure dipendere dal ricordo di quella loro prossima o contigua abitazione, appunto 
perchè le stesse dimore tutelavano il sepolcreto dei vari collegi funeratici e delle 
religioni peregrine, e il luogo del sacerdote non vi poteva essere separato o discosto. 
Io non dubito pertanto, che quando i cristiani deposero i corpi dei due apostoli, 
ovvero, come molti vogliono, li trasferirono nel secolo terzo dai loro originari sepolcri 
ad ùatacumbas, fossero a ciò mossi, perchè ritenevano quel luogo il più venerato 
e il più vetusto non solo, ma anche che vi si conservava una tradizione apostolica. 
Non discuto che quei due primi versi del carme damasiano, ch'era collocato e inciso 
in marmo nella platonia \ ridotta a grande camera mortuaria dietro alla basilica di 
san Sebastiano, dedicata agli Apostoli, vogliano significare che primamente vi abitavano 
da vivi vi giacquero da morti, come si potrebbe intendere: 

Hic habitasse prtm sanctos cognoscere debes 
Nomina quisque Petri pariter Paulique requiris. 

Poiché sia l'una cosa o l'altra, o insieme congiunte, cioè che la tradizione della dimora 
e quella dei loro sepolcri abbiano mosso s. Damaso a perpetuarne il ricordo ai posteri, 
siamo indotti sempre più a credere, che colà si hanno i primi indizi della cristianità 
di Boma, e che ogni giorno si vanno meglio manifestando. Ora il canone topografico, 
confermato da ragioni e da esempi, vi si aggiunge, e comprova che colà abitarono 
i primi fedeli, e vi si formò la ecclesia mater, e di là si diparti poi l'apostolica predi- 
cazione. 

Venendo al termine del mio ragionamento, mi si conceda l'augurio che le tracce, 
che mi pare di avere scorto e designato, possano essere non solo abbastanza valutate 
e comprese, ma sopratutto approvate dalla vostra imparziale dottrina, e quindi addi- 
venire come di guida a ricerche varie, da applicarsi a seconda dei luoghi per rischia- 
rare i primordi della fede cristiana sia in oriente che in occidente. Dal quale studio 
diligente e amoroso si paleserà sempre più chiara e grande la gloria e la benemerenza 
di questa Boma, la quale vera metropoli, fu il centro donde si dipartivano le vie che 
a lei congiungevano il mondo, e le quali nell'ordine della divina provvidenza diven- 
nero i veicoli e i più valevoli mezzi della diffusione, dell'ordine, e della compagine 
della chiesa, sopratutto in Italia e nell'Europa centrale. 

Gian-Francesco Gamdrrini. 

^ Sopra questa platonia e sulle tombe apostoliche delPAppia molti hanno scritto: de^ quali 
i più recenti si annoverano G. B. de Rossi, Mons. Lugari, Mona, de Waal, prof. Marucchi, P. Grisar 
ed altri. 



DAS TODESJAHK 
DER EDESSENISCHEN MARTYRER GURIA UND SHAMONA ' 



Wàhrend die Zahl monumentaler Beste de» christlichen Altertums, zu denen uner- 
mtidlicber Forscherfleiss ud8 den Zutritt wieder eroifuet, sich beìnahe tUglich vergrossert, 
scheint eine nicht minder bedeutsame als ansgedebnte Schicht litterarischer Qnellen 
zar Eenntnis desselben im gtìnstigsten Falle eine sehr erhebliche EinBchrilnkniig erfahren 
zu soUen. Immer gewichtigere Bedenken mass die unbestechliche Klarheit und Sehàrfe 
wìssenschaftiieher Kritik gegen die Àuthenticitat und Glaubwurdigkeit der einzelnen 
Berìchte iiber das Martjrium vorkonstantinischer Blutzengen geltend machen, durch 
deren Yermittelung das Heldenzeitalter des Christusglaubens die Herzen frUherer Jahr- 
hunderte ergrifif. 

Die in syrischer Sprache abgefassten edessenischen Martyrien haben neuerdìngs 
durch B. Duval im zweiten Bande der Anciennes littéraiures chretiennes S. 121-128 
eine ebenso umsichtige als massvoUe Behandlung erfahren. Seit dem Erscheinen der 
1 Auflage des franzòsischen Grundrìsses der syrischen Litteraturgeschichte ist nun* 
mehr auch das hier noch als verloren beklagte Originai der angeblich von einem Zeit- 
genossen Theophilos abgefassten Aden des Guria und Shamona ans Licht getreten. 
Msgr. Bah mani, der gelehi-te Patriarch der unirten *'Syrer von Antiocheia,,, hat den 
bereits 1893 von ihm im Jakobitenkloster des hi. Marcus zu Jerusalem entdeckten 
interessanten Text im Sommer 1899 mit lateinischer Uebersetzung und ausfvhriichen 
Prolegomena herausgegeben ^. Er versichert uns mit hochster Entschiedenheit, dass 
derselbe niichst der Peshitta das ^Iteste christliche Litteraturdenkmal in syrischer 
Sprache darstelle und im Jahre 297 n. Chr. zu Papier gebracht sei. 

Die Berechtigung dieses Urteils muss schon angesichts mehrer nachnicaenisch 
klingender Ausdrucke und angesichts der laugatmigen Lehrvortrilge, mit denen sich 
die Bekenner an ihren roraischen Bichter wenden, in hohem Grade als zweifelhaft 
erscheinen. Von entscheidender Bedeutung fiir die Eehtheitsfrage des neuen Docnroentes 
ist aber, irre ich nicht^ die Beantwortuug der Frage nach dem Jahre, in welchem die 
Blutzeugen den Tod erlitten. Diese hat zu erfolgen nicht allein auf Grund des syri- 
schen, sondern auch auf Grund des griechischen und armenischen Textes der Acten, 
die beide in einer allerdings unvollstandigen Gestalt schon vor dem Originale bekannt 
waren. Der griechische. handsehriftlich — nach einer Mitteilung Herrn Professors 
Ehrhard in Wien — in einer Mehrzahl von Becensionen erhalten, ist allgemein 
zngànglich in derjenigen des S i m e o n Metaphrastes. Der armeuische wurde durch 
Galoust Mertchian 1896 im Augusthefte der Zeitschrift ^ram^ veroffentlicht und 

* Der Vortrag, in lateinischer Sprache gehalten, erscheint hier von gerinfùgigen Anderungen 
abgesehen in der deutschen Form, in welcher er ursprllnglich niedergeschrieben wurde. 

* Acia aanctorum ccnifessorum Guriae et Shamonae nunc adiecta latina rersione primus 

edidit et illuMravit Ignatius Ephraem II. Rahmani Pairiarcha Antiochenus Syrorum, Romaei 
Typis Eq. V. Salviucci. MDCCCLXXXXIX. — XXUI, 19 und XXVIII (syr.) S. 



24 ANTON BAUMSTAJlK 

weiteren Ereisen durch eine englische Uebersetzung Conybeares in The Guardian, 
Jahrgang 1897 S. 227 f., bekannt. Die ftir nntere Erw^angen gmodlegenden Ein- 
gangsworte lauten — unter wortgetrener lateinischer Uebersetzung dea Syrischen nnd 
Àrmenischen — beiin Syrer: Anno DCXIIII regni Alexandri regis Macedoniae — 
ei est annus XIV regni Diocletiani, qui regnavit XIX annos — sub hypatia eius Vili 
et Musini li.,., 

bei Simeon Metaphrastes: "'Eto; iasv òìtzq rfj; 'A^E^àvSpou tou MaxeSóvo; ipz'?; 
é^a)co<7TÒv -^v, evarov hi liojcXviTtavco ri 'Pcou-atcav (JxfiTTTpa tqvjsto xai 7:pb; T7;v 'jtzx- 

beim A r m e n i e r : Anno DCX V regni Alexandri regis Macedoniae, qui erat annus Vili 
regni Diocletiani, qui regnavit XIX annos, anno consulatus eius XVIII et Maxi- 
miani VI... 

Es springt in die Angen, dass die Zeitangaben der verschiedenen Texte keines* 
weg8 Ubereinstiniinen. Noch mehr! Die einzelnen Angaben eines nnd desselben Textes 
stehen miteinander im Widersprnche. Dies gilt nicht nur von denjenigen dea ofien- 
sichtlich Itlckenhaften griechischen nnd des nicht weniger oiFensichtlich verwirrten 
àrmenischen; es gilt selbst von den Angaben des Originals. Denn das Jahr 618 der 
Seleukidenaera war ttberhanpt kein Regierungsjahr Dioeletians mehr, der bereits am 
1. Mai 305 n. Chr. abgedankt hatte, nnd ebensowenig war das 14 Begierungsjahr Dio- 
eletians dasjenige seines 8 Consulates. 

Bahmani hat in Capitel III seiner Prolegomena, das ^^de epocha, qua martyrium 
Bunt passi Gnria et Shamona„ handelt, die erstere Schwierigkeit nnr gekennzeichoet, 
ohne etwas Wirkiiches zu ihrer Lòsnng beiznbringen ; die letztere glaubt er za beben, 
indem er fflr das Jahr 618 das Jahr 608 der Selenkidenaera einsetzt. Die Aendernng 
ist graphisch zweifellos so leicht als moglich. Aber sie hilft keinen Schritt weiter. Das 
8 Consalàt Dioeletians fàilt in das Jahr 303 n. Chr., nicht in das Jahr 297, in das der 
orientalische KirchenfUrst durch scine PJroendation zn gelangen glaubt. Glaubt! Denn 
sogar hier ist ein Rechenfehler unterlanfen. Am 17 September 297 waren nHmlicb alter- 
dings 13 Jahre vollendet, seit Diocletian den Purpur des Imperator angelegt batte. 
Die Hinrichtung der Martyrer ware mithin, da sie nach den Acten am 15 November 
stattfand, 297 n. Chr. in das 14 Begierungsjahr des Kaisers gefallen, falls wir dieses 
schon mit dem 1 Januar des fraglichen Jahres oder doch mit dem 17 September be- 
gonnen denken durften. Aber in das Jahr 608 der Seleukidenaera wHre sie eben am 
15 November 297 a. Chr. entschieden nicht mehr gefallen, da nach makedonisehem 
Kalender am 1 Oktober, nach dem jiìngeren syrischen sogar am 1 September 297 bereits 
das Jahr 609 begonnen batte. 

Indessen es wiire dem selbst anders. Stets bliebe die von Bahmani vorgeschlagene 
Bemedur aus einem durchschlagenden methodologischen nnd einem gleich durchschla- 
genden materiellen Grunde unannehmbar: aus einem methodologischen, weil sie, wie 
angedeutet, die Zeitangaben des Metaphrasten und des àrmenischen IJebersetzers uner- 
klHrt lasst, aus einem materiellen, weil im Jahre 608 der Seleukidenaera ttberhanpt 
noch keine allgemeine Christenverfolgnng herrschte. Eine solche setzen aber die Acten 
schlechterdings voraus. 

Um wirklich festen Boden zu gewinnen, milssen wir von einer wenigstens diplo- 
matisch gesicherten Angabe, d. h. von einer solchen ausgehen, beziiglich deren alle 
Texte tibereinstimmen. Eine solche bildet aber nur das 6 Consulat eines Maximìanus. 
Denn zun^chst kann es keinem Zweifel unterliegen, dass der Musinus des Syrers nur 
einer Entstellung des Namens Maximianus scine Entstehung verdankt. Man vergleiehe 
nur das syrische Schriftbild beider Namen, voxxj^mo^, wie die Haudschrift von Je- 
rusalem bietet, und va>Qa.4^^A^ji^, was die genaue Transscription von Ma^i;jLiavó; 
wilre. Eines Maximianus habe ich ferner vorsichtiger Weise gesagt. Selbstverstftnd- 
lich burgt ja nichts dafiir, dass die Angabe der Acten gerade auf M. Aurelius Yalerins 



MS TODESJAHB BER EDESSENISGHEN MARTYKER 6URIA UNI) SHAMONA 25 



Maximianas gehe, den wir schlechtweg ala Maximianns zu bezeichnen gewohnt sind. 
Ja sie kann gar nìcht anf ihn gehen, wenn anders sìe geschìcbtlichen Wert haben 
soli, weil sein 6 Consulat 299 n. Chr. wieder vor den Ausbruch der allgemeinen Ver- 
folgnng fallen wttrde. Maximianns ohne jeden weiteren Znsatz nennt aber beispiels- 
halber die Passio S. Fabii VexiUiferi (Analecia Bollandiana IX, S. 123-134) in Ueber- 
schrift nnd Text einen zweiten Trilger dieses Namens, d^n Galerins, nnd sein 6 Oon- 
snlat fìtllt in die schlimnisten Tage allgemeiner Christenhetze, in das Jabr 306 n. Chr. 
Irop. Caes. C. Flavio Valerio Constantio Aug. IL Imp. Caes. Galerio Valerio Maximiano 
Aug. II. coss. In das nilmliche Jabr fóllt aber weiterhin anch der 15 November des 
Seleukidenjahres 618, der Todestag der Martyrer nach dem gyrischen Texte. Dieser 
hat — der Schluss ist wohl ein zwingender — bezuglich des Seleukidenjahres das 
Bicbtige bewabrt. Etwas in der That Anderes weist tibrigens nnr der armenische Text 
anf. Das é^ax.oTTÒv des Metaphrasten erkl^rt sich durch Ansfali der Zehner- nnd Einer- 
zahl in seiner nnmittelbaren griechischen oder seiner mittelbaren syrischen Vorlage 
nnd nichts veranlasst zu der Vermutnng, dass das Ausgefallene etwas Anderes gewesen 
sei als XVIII. 

Somit stiramen die Angaben unserer Acten naeh der Selenkidenaera nnd naoh 
dem Consnlatsjahre des ^'Maximianns,, nrspriinglicb unter sich ttberein. Das NUmliche 
gilt andererseits von den Angaben nach Consulats- und Regierungsjahr Diocletians. 
Der Text des Metaphrasten ist hier vollends wertlos. Sein gvarov ist ein letzter Nachhall 
des Belativsatzes qui XIX annos regnavit des Syrers. Von dem Originale giebt er 
ttberhaupt nur das Folgende wider: Anno DO.,, regni Alexandri regis Macedoniae 
— et est anìitis.,, THocletiani , . . IX — sub hypatia . . . Maximiani KJ. Der Armenier 
hat, wie schon Conybeare sah, Consulatsjahr und Begiernngsjahr verwechselt. Nach 
Berichtigung dieses Versehens stimmi er in einer Angabe ohne weiteres mit dem Syrer 
znsammen. Es ist das 8 Consulatsjahr Diocletians. Was die Angabe nach dem Begier- 
nngsjahre anlangt, so mtìssen wir vor allem wissen, wie ihr Urheber die Begierungs- 
jahre Diocletians z9,hlte. Er sagt: qui XIX annos regnavit, Keinesfalls begann er 
also die Zàhlnng mit der Kaiserproclamation im Herbste 284 n. Chr., wie Bahmanì 
annahm und wie es der Kaiser selbst that, der daher schon 303 n. Chr. scine vicen- 
nalia feierte. Aber auch mit dem Tode des Carinus im Frtthjahre 285 n. Chr. kann 
er sie nicht begonnen haben. Denn selbst von diesem Zeitpnnkte an, hRtte Diocletian 
als er die Begierung niederlegte, schon auf cine Herrschaft von mehr als 20 Jahren 
zuriickgeblickt. Vielmehr k5nnen als Begierungsjahre des Eaisers nur die zwischen 
dem Tode des Carinus und der Abdankung Diocletians liegenden vollen Kalenderjahre- 
gerechnet sein. Das erste in dieser Beihe ist 286 n. Chr., das letzte 304, das vorher- 
gehende 18 mithin 303, Imp. Caes. L. Aurelio Valerio Diocletiano Vili. Imp. Caes. 
M. Aurelio Valerio Maximiano VII. coss., das 8 Consulatsjahr Diocletians. Die Lesart 
des armenischen Textes erweist sich als die richtige, die des vorliegenden syrischen 
als cine graphisch leicht zu verstehende Corrnptel, ein Verschreiben von —- in y-. 

Die eìnleitenden Zeitangaben der Acten lauteten also ehedem: Anno D CXVIII 
regni Alexandri regis Macedoniae — et est annus XVIII regni Diocletiani, qui regnavit 

XIX annos, — sub hypatia eius Vili et Maximiani II Das ist ein unlòsbarer 

Widerspruch. Das Mittelstiick ruckt das Martyrium des Gnria und Shamona in das 
Jabr 303 n. Chr., Anfang und Schluss rUcken es Ubereinstimniend in das Jabr 306. 
Als einen Versuch, diesen Widerspruch zu beseitigen, erkennen wir jetzt unschwer 
die armenische Lesart 615 fiir das Seleukidenjahr, die sich graphisch kaum erklàren 
liesse. Sie ist keine gewòhnliche Corrnptel, sondern cine bewusste Betonchierung auf 
Grund chronographischer Qelehrsamkeit, an der es den mit Eusebios vertrauten Arme- 
niera bekanntlich nicht fehlte. Denn der 15 November 615 der Selenkidenaera fdllt 
thatsàchiich in das Jabr 303 n. Chr. Aber der Versuch ist mislungen, weil das 6 Con- 
sulatsjahr des ^* Maximianns,, blìeb, das unerbittlich nach 306 weist. Ein Blick in scine 



26 ANTON BAUlfSTARK 



Weltchronik batte den biederen armenischen Interpolator belebrt, dass das 18 Begier- 
nngsjahr Diocletians mìt detn Selenkidenjahre 618 nicht znsammeDfallr; dassin jenem 
Jahre auch kein Maximianus zom sechsten male Consul war, hatte er aus dieser Qaelle 
nìcht lernen konnen. 

Sein Misgeschick zeìgt uns, was wir zn thun und zu lassen haben. Eine mecha- 
nisehe Beseitigung des Widerspruches ìst unniòglich. Lediglich seìne ErklRrung kann 
nnd rnnss versucht werdcn. Das geschichtliclie Todesjahr der Martyrer kann nar eines 
der beiden Jahre gewesen sein, die sich gegenuberstehen. Wir haben nns nnstreitig 
fur 306 n. Chr. zu entscheiden, wofern — was von vornherein zu bezweifeln, nichts 
berechtigt — Theophilos, der angebliche Verfasser der vorliegendeu wie der von 
Cureton in den Ancient syriac Bocumenis erstmeih geàrxxckteji Acten des Habib 
wirklich ein Zeitgenosse der £reignisse vvar. Denn dieser versichert in seiner nur dnrch 
den syrischen Text erhaltenen Subscriptio (S. XXVI (syr.) f. bezw. 18), seinen BericbtS 
Tage nach dem Tode der Heiligen, am 20 November 618 der Seleukidenaera abgescblossen 
zu haben. Was bezeichnet dann aber das Jahr 303 n. Chr.? — Antwort geben die 
unmittelbar auf die einleitenden Zeitbestimmungen folgenden Worte: "impius Diocle- 
iianus suscitava maximam diramque persecuiionem ,, u. s. w. (nach Bahmanis Ueber- 
setzung). In der That war es der 24 Februar 303, an welchem das erste allgemeine 
Yerfolgnngsediet erging. Nach Seleukidenjahr und Consulatsjahr des '' Maximianus,, 
ist der Tod der Martyrer, nach Begierungs- nnd Consulatsjahr Diocletians istder Beginn 
der Yerfolgnng zeitlich bestimmt. Wer die letztere Bestimmung einfiigte, muss geglanbt 
haben, dass die edessenischen Blutzeugen alsbald nach Ausbrnch derselben fielen. 
Er ist mithin verschieden von Theophilos, dem Zeitgenossen, der ihren Tod im vierten 
Jahre der Verfolgung miterlebte. 

Nicht seinen Berieht, niedergeschrieben unter dem unmittelbaren Eindruck der 
am 15 November 306 n. Chr. vollstreikten Hinrichtung, besitzen wir, sondern eine 
Ueberarbeitung desselben von der Hand eines Schriftstellers, dem das Martyriuni des 
Guria und Shamona nur noch eine einzelne, zeitlos gewordene Episode in der abge- 
schlossen in der Vergangenheit liegenden grossen Verfolgung war. Kern und Ueber- 
arbeitung sondern sich wie hier in den Eingangsworten auch wieder am Ende der 
Acten. Die Subscriptio des Theophilos wendet sich an ''fraires, qui induti estis dolarem 
huitisce persecuiionisjj, Als dies geschrieben wnrde, war die Verfolgung noch im Gange, 
deren Opfer die Heiligen geworden waren. Dagegen betet der Verfasser des schon 
dureh scine Stellung hinter der Datierung des Theophilos auflfallenden Stiickes (S. XXVII 
(syr.) bezw. 19) : " ìie iterum videamus aut audiamus ecclesias everti „ u. s. w. Die Schreck- 
nisse, die Theophilos mit eigenen Augeu sah, sind ftir ihn etwas Vergangenes, von dem 
er nur eine Wiederholung fiir moglich halt. Diese hillt er allerdings nicht nur im all- 
gemeinen fiir moglich ; er scheint sie mit ziemlicher Bestimmtheit zu furchten. Es ist 
wohl mehr, als eine Floskehl, durch die er sich den Anschein des Augenzeugen geben 
will, wenn er sich selbst als " tempore persecutionis ^, lebend einfiihrt. Man darf vielleicht 
einen Zeitgenossen Julians oder des arianisclien Verfolgers Valeus in ihm erblicken, 
womit die Acten in ihrer vorlìegenden Gestalt in die nilmliche Zeit gertickt wàren, 
der frtlhestens die endgiltige Recension der Addai-Lehre entstammt. 

Dass der Bearbeiter jedenfalls der Zeit der von ihm aufs neue erzàhlten Ereignisse 
nicht mehr allznnahe stand, lehrt allein schon die Sorglosigkeit, mit der er das einer 
Chronik entnommene Datum des Ausbruchs der Verfolgung mit dem von Theophilos 
angegebenen Datum des Todes der Martyrer gleichsetzt. Indessen giebt er von solch naì- 
ver Unbesorgtheit um die Chronologie noch weitere Proben, wenn er (S. VI (syr.), bezw. 5) 
unter den Bekennern, deren Ende tìuria und Shamona im Gefilngnis ertahren haben 
sollen, einen Pamphilos von Caesarea nennt, der, wie wir durch Eusebios wissen, erst 
309 n. Chr. die Krone des Martyriumserlangte, oder (S. XXVI (syr.), bezw. 18) unter den 



DAS TODESJAHR DER EDESSENISCHBN MABTTRER GURU UND SHAMONA 27 



Bischofen, nnter denen die Martyrer gelitten hàtten, den romischen Papst Caius, der 
bereits 296 n. Ohr. gestorben war. 

Es kann hier nicht im einzelnen nntersucht werden, welcher Anteìl an dem vor- 
liegenden Texte ihm, welcher schon dem Theophiios znkouiint, um so weniger, als eine 
derartige Detailnntersnchung sich kanm anf nnsere Àcten beschrànken kónnte. Haben 
wir einmal in diesen eine vielleicht erst zwischen 361 und 363 oder 364 und 378 ent- 
standene Ueberarbeitnng des Theophilosberichtes erkannt, so sind unbedingt aach die 
gleiehfalls auf Theophiios znriickgefuhrten Acten des Habib anf Zeichen einer 
spàteren Ueberarbeitnng hin zn prUfen. Nicht weniger dUrften nnnmehr aber die 
Àcten des SharbiI nnd Barsamia einer neaen Untersnchnng zn nnterziehen 
sein, welche die Frage zu kliiren hSltte, ob und wie weit auch dieses an oflfensichtlichen 
historischen Monstrnositàten leidende Document wenigstens der Grnndlage eines Ulteren, 
glanbwtlrdigen Berichtes nicht entbehrt. 

Dr. Anton Badmstark. 



BEMERKUNGEN ZUM TESTAMENTUM DNI. N. J. Xp. 



In lateinischer Sprache berichtete der Vortragende ttber scine der Sta^Axrì toO 
x'jptou ì^acTjv *|y)<70'j Xpt(7ToO zngewandten Studien, deren vorlanfige Ergebnisse erinzwi- 
schen ansfiìhrlicher in der Rf'mischen Quartalschrift fiir christliche AUerthumskunde 
und Kirchengeschichte, XIV, 1-45, dargelegt hat. Die interessante Schrift, deren syri- 
schen Text Msgr. Rahraani, Patriarch der katholischen Syrer von Antiocheia erst- 
mals vollstandig veroifentlichte, wird von keinem frttheren Qewiihrsmanne bezeogt als 
von dera Monophysiten Severns, der 512-518 an der Spitze der antiocbenischen Kirche 
stand. Auch weiterhin finden wir sie, wenigstens als Ganzes, nur in zwei monophy- 
sitischen Eirchen bekannt und bentitzt, derjenigen Syriens, welche sie als Bucb I 
nnd II an die Spitze eines ihr eigenttirolichen Octateuchos Glementinus stellte, and in 
derjenigen des nordòstlichen Afrika, der neben einer weitverzweigten Schicht von Aus- 
ztigen eine aethiopiscbe Uebersetzung nnd zwei verschìedene arabische Bearbeitungen 
des Gesamttextes entstammen. Die syrische Uebersetzang ist 687 n. Chr. angefertigt, 
die Existenz der koptischen, anf welche die afrikanische Textesiiberlicfernng zuriick- 
weist, l'Assi sich zum erstenmale 927 n. Chr. nachweisen. Notigt schon der Inbalt der 
ìiiy.i'fr^fi (vgl. die Vorschriften tiber den Kirchenbau!), ihre Abfassungszcit tiber die 
konstantinische Epoche herabzurticken, so ist mithin auch ein Blick anf ihre ^ussere 
Bezengung nnd ihre Ueberliefernng nnr geeignet, den Glanben an ihr hohes Alter zu 
erschiittem, den ihr verdienter Herausgeber zìi begrtinden snchte. Statt einer altchrist- 
lichen Schrift des 2 werden wir in ihr, wie sie vorliegt, ein monophysitisches Mach- 
werk des ausgehenden 5 oder schon des beginnenden 6 Jahrhunderts zu erblicken 
haben, zumai wenn in der That, wie es den Anschein hat, sich Spuren des dogma- 
tischen Eampfes nm die à(p6ap?ta des Leibes Christi in ihr bemerkbar machen. Selbst 
verstilndlich kann indessen in so spRte Zeit nur die endgiltige Bedaktion des Ganzen 
gesetzt werden, dessen einzelne Teile sich nach und nach um einen weit jilteren 
Kern vermutlich eine anf Bischof, Presbyter, Diakon und Witwe beschrankte xaxà- 
dTzdi; ToO xXìQpou — krystallisierten. Noch geben von dìeser Entstehungsweise des 
Werkes unansgeglichene Widerspniche zwischen verschiedenen Stellen desselben 
Zeugnis. 

Dr. Anton Baumstark. 



EIN KELIEF AUS DEM ERSTEN JAHRHUNDBRT 

DES CHRISTENTHUMS IN UNGARN. 

IX.- X. Jahrhundert. 



In Ungam aind wegen der Verheerangen, welehe die Tartarei! «nd spaeter die 
Tllrken angerichtet haben, von deu Zeiten der eraten Aposteln diescs Kflnigreiches 
wenig MonumeDte gehiieben. Noch aiisdcr Zeitvor deni hi. Stephaniie, dem ersten 
Kiinig von Ungarn etamint die Uuterkìrche der Basilika von Fitnfkìrchen (de Qnìnqne 
Ecclesiie), wic anch die weuigen Uberreste der ersten Kirche von Mosaburg (Zalavàr), 
ivelche der slaviscbe Fiirst Privina, vor der Landesfìnnahme diireh die Ungarn, ge- 
Bliflet hat. 

Die eigentlìche Cbristianisirung Ungarns verdanken wir dem hi. Àdalbert, dem 
ersten Birchof von Prag, welcher, von seinen Landslenten verfolgt, sich in die Abtei 



Sanctì Bonifacii in Rom znrUckzog und von hier ans, vonden Papste, aufgemnntert, 
mit Benidictinern dieser Abtei die Arbeit der Bekehrung der Ungara in Aogrìff nahm. 
Es gelang ihtn, den Fflrsten Gyeicsa filr nnseren hi. Glanben zo gewimien; nnd dieser 
begann anch im Jahre 9ii8 e in Stift ftir die nenen lìenediotìner-Apostel dea Landes 
zn banen, welches dann sein Sohn, der hi. Stephanna, der erste Konig Ungarns, welcher 
vou Àdalbert getanft wurde, im Jahre 1000 vullendete ond sich dnrch den arsten 
Abt, des Benedictiner-Stiftes de S. Monte Pannoniae vom hi. Papete Silvester die 
Krone ans Rom holen lies. 



32 VJCTOR RÉCSEY 0. S. B. 



Ans dieser Zeit der erstea christlichen Stiftung des ersten hi. Konìgs blieb in 
Ungam, nameotlich in der Erzabtei Martinsberg (Sancii Martini de S. Monte Pannoniaei 
kanm etwas librìg. Wenige Bruchstiicke nur sind es, die anf diese Zeit zuriickzoftihren 
sind. Bine ans rothem Marmor gehaaene thron-artige. romanische Nische, in welcher 
der hi. Kònig dem Gottesdienste der Abtei-Kirche beigewohnt haben soli, eine roma- 
nische Sftule mit Spiralcanneluren, ein Weihwasser-Becken ans rothem Marmor mit 
drei L()yen-Hiii]ptern and endlich die Basen der kleinen Sàulen der romaniscben 
Fenster des altesten Kreuzganges in Martinsberg. 

Aelter als alle diese figuralen und decorativen Ueberreste der altesten Stifts- 
kirche in Ungarn ist aber jenes Kelief, welehes ich heate die Ehre habe in dieser 
Illustren Gesellschaft aufzufiihren. Dieser Stein ist jetzt an der Anssenseite der, ans 
dem XIII. Jahrhundert stammenden Stiftskirche und zwar der Benedictus-Capelle 
gemanert. Die Hòhe desselben betrUgt 55 cm., die Breite 72 cm., der dartiber angebrachte. 
decorative Steinbalken 38 cm. Hòhe und 73 cm. Breite. 

Das Kelief stellt drei Gestalten dar: in der Mitte einen Mann; und zu beiden 
Seiten je einen Enaben. Die mittlere Figur ist von dem Kinn bis zu den Knieen erhalten. 
Die Bekleidung derselben besteht aus einer tunica talaris et manicata, /'.twv T:oJÌr,p7:; 
>cai /£tpo?>coTÓ:, welche zur Zeit der ròmischen Bepublik die Heroen und Kedner zu 
tragen pflegten; um die Lenden hat sie einen breiten Gurtel mit einer einfachen 
Schnalle, um die Schulter eine Art Paennla; in der linken hRlt sie ein Bnch, auf 
welehes sie mit dem Zeige - und Mittelfinger, redend hinweiset. Der Faltenwurf der 
Tunica zeigt eine gfobe, primitive Steinmetzarbeit. 

Auf der rechten Seite steht, um die Halfte kleiner ein Knabe, der gleichfalls eine 
Tunica tr^gt; er halt in den Handen einen nicht zu erkennenden Gegenstand. Links 
steht ein Knabe, der in eine kiirzere, nur bis zu den Knieen reichende Tunica cineta 
gekleidet ist und die rechte Hand iiber seinen Kopf erhoben hat. 

Der ungarische Archaolog Romer hat das Relicf als aus der Bómer-Herrgchaft 
Pannoniens herstammend hingestellt. Meiner Bescheidenen Ansicht nach ist es ein 
Denkmal, welehes die italienìschen Benedictiner mit nach Martinsberg gebracht oder 
nach alten Mustern angefertigt haben. Die Haupt-figur inder Mitte macht den Bede- 
Gestus und weist auf das Buch, als oh sie sagen wollte: «Tolle, legel Ausculta, o fili 
praecepta magistri!» Sie stellt den hi. Benedikt dar. In seiner Rechten steht sein 
Schtìler Maurus, zu seiner Linken Placidus. 

Zu dieser Meinung bestimmen mich die folgenden grilnde. 

Ms. Wilpert beweist in seiner Studie tìber «Die Gewjlnder der Christen in den 
ersten Jahrhunderten » mit entsprechenden Abbildungen aus den Katakomben-Ma- 
lereien, dass die Kleidungssttìcke der ersten Jahrhunderte der Christen von denen 
der heidnischen Ròmer nicht verschieden waren; ja sogar die Priester tragen die 
gleichen Kleider, wie die Laien. Die Tunica, welche auf unserem Relief die Form 
einer Alba hat, wurde im III. Jahrhundert mit Aermein versehen und, im IV bis zu 
den Knocheln verlangert, und zwar bei den Priestern wie bei den Weltlichen. Diese 
gewand hiess Tunica talaris. Wiewohl noch zur zeit Ciceros im gewOhnlichen Leben 
verpònt, gaben die ròmischen Dichter die Talartunika ihren Helden und Weisen. 
Auf Katakomben-Bildern fand sie Mgr. Wilpert zweimal : an einem Orans und einem 
Guten Hirten. Auf den spateren Denkmftlem der ROmer-Herrschaft, so wie auf dem 
Triumphbogen des Constantin d. gr. bildet sie die Bekleidung des Kaisers und der 
Togati, wahrend das Volk eine kurze Tunica trftgt. An vielen ftlteren Bildern der Ka- 
takomben hat Wilpert bewiesen, dass die Alba ursprfinglich eine Tunica talaris et 
manicata gewesen ist. Dass unsere Hanptfigur einen Gtìrtel tr^^gt, weist auf den cleri- 
calen cingnlus hin. 

Man braucht aber gar keine Alba voraussetzen, wenn wir an den hi. Bene- 
dict denken, denn dieser bezeichnet in dem 55. ten Capitel seiner Regel die Tunica 



£1N BELIEF AUS DEM ERSTEN JAHBHUNDEUT DES GHÈISTEKTUUMS IN UNGARK 38 



ausdrUcklich als das tiewand seiner Ordensbrtider: «Sufficit autem, sagt er, Monacho 
duas tunicaB et dnas cncuilas habere, etc>. 

Die auf den Schultern der Uauptgestalt sichtbare paeuula kann anch die spàtere 
Form des Skapuliers bezeichnen. Die Entwickelung dieses gewandstuckes Zeigt 
Mgr. Wilpert an der Hand von altchristlichen Monumenten. Die Paenula (<patvóXyi;), 
welche bei dea Bómern den RUcken und die Schuiter deckte, bestand ans didker WoIIe 
oder Leder und war òfters mit einer (Kaputze,) Cucnllus versehen. Der Apostel Paulus, 
der viel reìste, pflegtesiezu tragen. Durch Verschmiilerung der rómiBchen Paenula 
entstand ein Kleidungsstuck, weiebes dem Skapulier der Benedictiner Mónche àhnlich 
sah. Uebergangsformen der Paenula und des Scapulieres zeigen die Miniatur-Bilder 
eines Yatikanischeu Codex (C. Vat. Lat. 1202, foi. 157 v.) aus demXI. Jahrhnndert. Eine 
gànzlich verstiimmelte, an beiden Seiten gerade abgeschnittene Paenula zeigen uns die 
aus deui Anfange des Mittelalters stammenden Miniaturs des beriihmten vatikanischen 
Menologiuin (C. Vat. gr. 1613) und des Climacus-Codex (C. Vat. gr. 394). Dieses 
Scapulier der alten Paenula-Form ist so kurz, dass es nur bis zu den Hliften reicht 
und als solches betrachte icb die Kleidung der Hauptfìgur unseres Beliefs. Eine solche 
Scapulier-formige Paenula fuhrt uns Wilpert auf einem Vatikanischen Belief vor (Ge- 
wandung Taf. 14); eine gleiche Paenula kleidet den Bischof bei der feierlichen Ein- 
kleidung einer gottgeweihten Jungfrau (Wilpert Gottgeweihte Jungfrauen Taf. I). 

Wenn wir nun dieses, aus der Paenula entstandene Scapulier als das tiber die 
Tunica Talaris getragene Kleidungstsuck ansehen, so wàchst uni so niehr meine Zu- 
versicht, dass wir es hier mit einer sehr alten Darstellung des Ordens-Patrìarches 
Benedikt zu thun haben. 

Die Lósung der Schwierìgkeit, welche die Verschiedenheit der Kleidung der zwei 
Nebeniìgnren bereiteu konnte, finde ich im Folgenden. Die zur Bechten der Hauptperson 
stehende Oestalt des Jtinglinges hat eine Tunica talaris et manicata an. Wenn wir 
uns daran erinnern, dass diesselbe ein distinguirendes Gewand war, so wSlre der mit 
ihr Bekleidete der altere Schuler des Ul. Benediktus, nàmlich St. Maurus, der schon 
als Monch eingekleidet ist. 

Der auf der linken Seite stehende, etwas klcinere Enabe, welcher eine ktirzere 
Tunica cincta und eine kleine Paenula an hat, hebt den rechten Arm ilber seinen Kopf, 
wie wenn er um den Segen, respective um Aufnahme den hi. Benedikt bitten wiirde. 

Meine bescheidene Erklàrung des Belief findet eine Stiitze in jenem Umstande, 
dass die Uaupttìgur die zwei Finger redend Uber das in seiner Bechten gehaltene 
Buch legt, als wollte er, wie auf anderen alten Darstellungeu des HI. Benediktus, 
sagen: «Ausculta, o fili! praecepta magistril ». Die zwei Nebenfiguren wàren die immer 
mit Benedikt Yorkommenden Schiller : S. Maurus und S. Placidus. Wenn die Gestalten 
auch romanisirende Gewander zu haben scheinen, so habe ich ihre Anwesenheit oben 
zu begrunden versucht. 

Die ersten Apostel von Ungam, die laut der neuesten Forschungen ungarischer 
Linguisten (Volf: Liturgie in lat. Sprache) italienische, respective ròmische Benedictiner 
waren, haben entweder dieses alte Belief im IX. oder X. Jahrhnndert nach Mar- 
tinsberg mitgebracht oder nach alten ehristlichen, ròmischeu Mustern angefertigt. 

Dr. Victor Bécset, 0. S. B. 



8 



LE MEMORIE ROMANE Df S. CIRILLO, APOSTOLO DEGLI SLAVI 



Le esplorazioni archeologiche e le indagini scientifiche in questa seconda metà 
del secolo, hanno messo in luce una serie di monumenti concernenti la storia degli 
Apostoli degli Slavi, SS. Cirillo (Costantino) e Metodio. Questi venerati ricordi forma- 
rono oggetto di varie pubblicazioni ^; però restano tuttora da spiegarsi in parte; ed 
in parte da indagarsi con maggior dettaglio. 

Queste osservazioni, accennati brevemente i risultati comunemente accettati, ver- 
geranno principalmente su punti finora incerti o poco conosciuti. 

1. Icone votiva dei SS. Cirillo e Metodio in Taticano. 

L'Icone dei SS. Pietro e Paolo, nota comunemente coll'appellazione di quadro 
di Costantino, che tuttora si venera nella basilica vaticana, ove nelle maggiori solen- 
nità viene esposta nella confessione della stessa, è un quadro votivo degli Apostoli 
Slavi dell'anno 867 o 868. L'appellazione di Costantinianay trae origine dal primo 
nome di S. Cirillo, e perciò fu erroneamente attribuita all'imperatore Costantino ^ 

Sarebbe necessaria una novella revisione del quadro, con immediata ispezione, per 
constatare se in realtà vi esistano delle iscrizioni originali in caratteri slavi, coevi al 
loro inventore S. Cirillo. 

2. Il primitivo sepolcro di S. Cirillo. 

La basilica celimontana di S. Clemente offre un complesso di monumenti relativi 
agli Apostoli degli Slavi; e fra essi il principale luogo occupa il primitivo sepolcro 
di S. Cirillo. 

Trovasi esso addossato al muro esterno della navata destra presso l'aitar mag- 
giore; come è noto già, fu ritrovato vacao, essendone le reliquie di S. Cirillo state 
traslate nella basilica superiore. Sulla parete a destra del sepolcro, furono scoperti 
due affreschi della fine in circa del IX o degli inizi del X secolo ^, relativi alla vita 
di S. Cirillo. Nel primo è rappresentato il battesimo di Boris-Michele, re dei Bul- 
gari, nel secondo la missione di S. Cirillo ai Cazari. 

» De Rossi, Bulhttino di arch. crisL, 1863, 8-14; 1864, 1-4, 39-40; 1870, 139 ss.— Mullooly, 
Peintures antiques dans la banilique soute^raine de Saint- Cìémeni à Rome, 2« ed., 1869; Saint CÌement 
Pope and Martyr and his Basilica in home, 1873. — Dudik, Fresken der hlh Cyrill und Method, 
Mitth. der Centralcommission, 1869. — Roller, Saint- Clément de Bome, < Revue archéol.», 1872, II. — 
Gsell-Fels, Bòmische Ausgrahungen, 1870, 99 ss. — Bartolini, Memorie storico-critiche-archeolo- 
giche dei santi Cirillo e Melodie, Roma, 18S1; traduzione croata di G. Danilo, Zara, 1885. — 
Balie, Baeilika sv, Klimenta u Rimuy Zadar, 1881. — Krasnoseljcev, Cerkov s. Klimenta v Bimk, 
Kazants, 1885 (estratto del « Pravoslavni Sobjesednik», Aprile, 1885). 

* Bartolini, o. e. Appendice ; Della celebratissima statua di bromo di S. Pietro, Roma, 1850. — 
Jéììc', Ntuyve osservazioni sulVicone vaticana dei SS, Pietro e Paalo, nella «Ròm. Qnartalschrift>, 
1892, 83 ss.; Zavjetna spomenslika slavenshih Apostóla^ Zagabria, 1895. 

' De Rossi, Bull, di arch, crist., 1870, 139; Grisar, Das ròmische Pallium nella «Festsobrift 
des deutschen Campo Santo in Rom», 1897, 94. 



36 L. JKLIC' 



3. L'affresco del trasporto fanebre di S. Cirillo. 

Ottima è l'interpretazione del quadro rappresentante il trasporto fanebre di S. Cirillo 
dal Vaticano al Celio, sulla parete del nartice a destra della scala, proposta dall'isto- 
riografo di Giovanni Vili, il P. A. Lapdtre. Esso contiene, non una, come finora si 
ammetteva, ma tre scene differenti, però che stanno fra loro in relazione. La prima 
a sinistra rappresenta l'accoglienza fatta dal papa ai due santi fratelli Cirillo e Metodio; 
segue poi il trasporto fanebre di S. Cirillo; a destra poi celebra il papa la Messa per 
lai. Questa divisione di scene apporta per la prima volta una sufficiente intelligenza 
della composizione \ La figura, che segue il feretro di S. Cirillo, finora variamente 
interpretata, è certamente una donna. donna piangente, nenia, per simboleggiare il 
duolo funereo %' oppure la oblatrice Maria Macellaria, moglie di Beno di Rapiza, in 
atto di invocare S. Cirillo. 

Sono noti questi due coniugi divoti, anche per altre pitture votive eseguite a Boma, 
come nell'oratorio dell'Arcangelo Gabriele ^ L'Armellini ha già fatto indagini su questa 
famiglia, che trapiantatasi a Narni nell'Umbria, diede orìgine ai Rapizoni, cosi chia- 
mati in documento dell'anno 1093. Laonde allo stesso scrittore non cade dubbio, che 
i Rapiza fiorissero a Roma ai tempi di Roberto Guiscardo; nobile e potente famiglia 
regionale della Via Maggiore, l'attuale strada che dal Colosseo mette alla piazza del 
Laterano ^. Giacché i Rapizoni Narnesi, discendenti dei Rapiza Romani, compariscono 
nell'ultimo decennio dell'XI secolo, sembra più verisimile che debba l'esecuzione della 
pittura celimontana assegnarsi alla prima metà del detto secolo, anziché alla seconda. 
La pittura è stata danneggiata per l'impianto dell'arco, che le soprasta; opera della 
riedificazione della basilica del primo quarto del XII secolo ^. 

Dalla devastazione della regione celimontana per opera di Roberto Guiscardo nel 
1084, quando anche la basilica senza dubbio ebbe a soffrire danno per modo da esser 
abbandonata, fino alla riedificazione suaccennata, non sembra probabile che sia stata 
quella pittura eseguita, non essendone le condizioni favorevoli. In tal' epoca, la basilica 
doveva essere stata non solo danneggiata ma cosi circondata da macerie e rovine, da 
restarne quasi sepolta; cosa che ne causò una si sensibile elevazione del piano. E 
perciò che noi crediamo doversi l'epoca della pittura del trasporto di S. Cirillo asse- 
gnare in ogni caso prima dell'anno 1084, e più probabilmente alla prima metà del- 
l'XI secolo •. 

4. Il quadro votivo dei SS. Cirillo e Metodio 

(volgarmente: Il Salvatore alla Greca). 

L'affresco sulla parete anteriore nel nartice di S. Clemente, a sinistra di chi scende, 
non è stato ancora soddisfacentemente illustrato. Anche le riproduzioni vulgate, giusta 
il disegno del sig. Ewing, erroneamente rappresentano il Salvatore stante in piedi; 

^ Presso Grisar, h e, 93, nota 1. 

^ Si confronti un^ ottima analogia nella rappresentazione pubblicata dal Grisar, Bòm. Quar- 
ialschrift, 1895, 247 ss. 

^ Armellini, Scoperta di un antico oratorio presso la via Appio dedicato alV Arcangelo Gabriele 
ed ai Sette Dormienti, Roma, 1875, 7 ss. 

^ L. e, 9. 

^ V. Krasnoseljcev, o. e, 9 s. 

^ Il comm. De Rossi dapprima (Bull, di arch, cristi 1863, 11) assegnava la pittura al prin- 
cipio del XII secolo ; poscia {l, e, 1864, 4) alla fine deirXI secolo incirca ; e finalmente {l. e., 1870, 
140) al secolo XI, escludendo che un* antichità maggiore del mille le possa esser attribuita. 



LE MEMORIE ROMANE DI S. CIRILLO, APOSTOLO DEGLI SLAVI 37 



nel mentre difatti vi è effigiato seduto in trono. Ed è per la legge dell'isocefalia, che 
la figura seduta del Salvatore ha altezza eguale alle altre figure stanti. Partioolarità 
questa, che accresce ancor di più il valore artistico del quadro. Dell'iscrizione assai 
danneggiata a' pie' del quadro, oltre gli avanzi della acclamazione liturgica, che i due 
oblatori sieno accolti in s(an)c(ior)u(m) iuor(um) (so)ci(etate), e le tracce della for- 
mola solenne (per) D(o)m(inu)m n(ost)r(u)m, qui ventur(us est), alla fine deirultima 
quinta linea si vede peccatores requiem etern(am). Dei numerosi graffiti ai lati del 
quadro purtroppo finora non si è cavato nulla; e varrebbe la pena di decifrarli. 

Ài piedi del Salvatore assiso e benedicente alla maniera greca stanno inginoc- 
chiati gli oblatori in atto di preghiera, SS, Cirillo e Metodio in vestito sacerdotale 
liturgico; uno d'essi tiene al petto un libro, l'altro ofi^re colle mani velate un vaso, 
che ha la forma di calice o di calamaio. Sono patronati poi, uno dall'arcangelo Gabriele 
e S. Clemente, l'altro dall'arcangelo Michele e S. Andrea apostolo, che fanno corona 
stando al Salvatore. La composizione, il modo di benedire del Salvatore, l'insieme 
della pittura rivelano il carattere bizantino; ed indubbiamente un'età anteriore non 
soltanto dell'afl^resco del Trasporto funebre di S. Cirillo, bensì anche dei due affreschi 
sopra il sepolcro di S. Cirillo, unanimemente ritenuti della fine del IX, o al più tardi, 
del principio del X secolo. 

Noi abbiamo già avvertito l'intima affinità fra questa pittura e V Icone dei SS. Pietro 
e Paolo detta Costantiniana (sopra n® 1), per lo stile ed età eguali non solo, ma anche per 
i due oblatori, si in uno che in altra, perfettamente identici per i tratti fisionomici e 
la decorazione del vestiario liturgico ^ La quale pronunziata affinità fra i due quadri, 
è stata pure riconosciuta dal chiarissimo P. Grisar; il quale, per la forma del palio 
inclina a ritenere l'affresco più vicino ai tempi del biografo di Gregorio IV, il Diacono 
Giovanni (circa l'anno 880), ed alla mutazione della forma del palio accaduta poco 
prima di lui '. 

In ambidue i quadri i Santi Apostoli degli Slavi sono effigiati senza nimbo e quali 
oblatori; il che ci rivela, che essi furono esegniti nell'intervallo dalla loro venuta a 
Boma neir867, e l'epoca della canonizzazione di S. Cirillo. Giusta le fonti scritte, e 
come ce lo attesta il sepolcro primitivo di S. Cirillo (sopra n^ 2), S. Cirillo a Boma 
stessa fu canonizzato poco dopo la sua morte avvenuta neir868, dopo di che ne fu 
eretto il detto sepolcro ed eseguite le pitture sopra lo stesso, nelle quali è effigiato 
col nimbo. E questo ottimamente combina coll'induzione del chiarissimo Grisar, giusta 
la quale il quadro sarebbe stato eseguito prima dell'anno 880 circa. 

Già il De Bossi opinò, che questa pittura spetti ad un sepolcro, come lo indica 
l'iscrizione senza dubbio funebre e la composizione; e che i due personaggi effigiati 
in ginocchio dinanzi al Salvatore sieno i due sepolti, che alla misericordia di lui si 
raccomandano, e che hanno per avvocati i due arcangeli e i due santi ^ La presenza 
dei graffiti ai lati del quadro ci attesta poi, che il detto sepolcro doveva contenere un 
corpo di personaggio venerato, dai devoti fedeli visitato ed acclamato. 

Da questi criteri guidati, noi crediamo che l'ipotesi seguente può soddisfacente- 
mente spiegarci l'enigmatica finora genesi di questo affresco. 

Giusta le fonti scritte, morto che fu nell'SGS S. Cirillo in Vaticano, suo fratello 
Metodio volle riportarne il corpo in patria ; però, indotto da Adriano II, accondiscese 
che rimanesse a Boma e fosse tumulato nella basilica di S. Clemente presso le reliquie 
da lui portate dalla Crimea. Il che difatti avvenne, come ce lo attesta anche l'affresco 
sulla parete opposta del nartice. 



' V. sopra nota 2. 

• IkLS Fallium, I. e, 92. 

^ Bull, di arch. crisi., 1864, 39; cfr. Roma Seti., II, 127. 



38 L. JELIC' 



Cirillo, abbenchè fosse morto in odor di santità, non era ancora solennemente 
canonizzato, e quindi traslato il suo corpo in S. Clemente, non poteva esser ammesso 
al posto d'onore nel tempio della basilica, e fn qaindi provvisoriamente collocato nel 
nartice. Intanto, seguita la canonizzazione, fu eretto il sepolcro a destra dell'aitar 
maggiore e le pareti decorate con scene relative alla sua vita. 

L'affresco, di cui ci occupiamo, contiene tanti indizi, che a' pie d'esso doveva 
esser collocato il sepolcro provvisorio di S. Cirillo. Avuto riguardo che esso affresco 
è di mano bizantina e non romana; che su d'esso v'è effigiato anche S. Metodio da 
oblatore, ne segue che sulla parete sopra questo sepolcro provvisorio di S. Cirillo, 
S. Metodio stesso esegui o fece eseguire dai suoi discepoli quel quadro votivo, e ciò 
prima di ripartire per la Moravia neir869 o 870. I devoti pellegrini in specie slavi, 
visitando il venerato sepolcro pr&imsorio, vollero, come anche nelle catacombe romane, 
acclamare al beato loro apostolo, come lo provano i graffiti a lato del quadro. 

Seguita la canonizzazione solenne, il corpo di S. Cirillo dal detto sepolcro prov- 
visorio fu traslato in quello presso l'altare maggiore, appositamente a questo scopo 
preparato e decorato. Non è improbabile però, che il sito del sepolcro provvisorio, 
anche dopo la traslazione, abbia continuato ad essere venerato, in causa dell'affresco; 
e perciò è da supporre che appunto in sua prossimità immediata nell'XI secolo sia 
stato eseguito anche il quadro del Trasporto funebre di S. Cirillo. 

Questa nostra ipotesi, che già per se ha tanti argomenti favorevoli, potrà prima 
dopo essere dimostrata definitivamente dalla decifrazione dei graffiti ; studio di grave 
interesse, perchè ci rivelerà anche i nomi dei pellegrini slavi del IX secolo. 

5. Le reliquie di 8. Cirillo. 

Anche le indagini del corpo di S. Cirillo, che dal sepolcro primitivo nella basilica 
inferiore di S. Clemente, fu traslato nell'altare della cappella di 8. Domenico a destra 
della porta maggiore nella basilica superiore, hanno finalmente chiarito, che esso è 
purtroppo andato irreparabilmente perduto. Dai rogiti notarili 18 e 27 Agosto 1798 
risulta certo, che le ossa di 8. Cirillo fino a quell'epoca erano custodite in vaso mar- 
moreo con coperchio nel reconditorio sotto la mensa dell'altare nella suaccennata cap- 
pella ^ Nell'infausta occupazione di Boma in quell'anno, la basilica di 8. Clemente 
venne manomessa, e le ossa di 8. Cirillo furono, assieme ad altre, estratte dalle tombe, 
disperse per il pavimento della chiesa, come ciò narra il card. Bartolini ^. Per tal 
modo, delle reliquie di 8. Cirillo non esistono che quattro sole particelle : a) una par- 
ticella dell'osso dell'avambraccio, che dal monastero di Baynhrad presso Brtinn venne 
donata a 8. 8. Leone XIII nel 1881, ed è depositata nel neo-eretto oratorio dei 88. Ci- 
rillo e Metodio nella basilica di 8. Clemente '; h) altra particella della stessa reliquia 
nel 1835 staccata per la cattedrale di Praga ; e) particella staccata da questa nel 1855 
all'occasione del giubileo dell'Università di Mosca per il sign. M. P. Pogodin, e da 
questo donata alla stessa; d) particella del corpo di 8. Cirillo nel reliquario di 8. Gi- 
rolamo degli 81avonì a Roma \ 

8arà però alquanto raddolcito il rammarico per la perdita del corpo di 8. Cirillo 
dalla basilica di 8. Clemente, quando risappiamo, che nella stessa basilica, e ciò nel 



^ I detti due instrumenti sono riportati dal Danilo nella suaccennata versione delPopera del 
card. Bartolini, da questo comunicatigli, pag. 125 ss. nota. 

* 0. e. al capo IV. 

^ Cfr. La lettera del card. Bartolini nella suaccennata versione della sua opera del Danilo, 
pag. 127. 

^ Cfr. Krasnoseljcev l. e. 12. 



LE MEMORIE ROMANE DI S. CIRILLO, APOSTOLO DEGLI SLAVI 39 



luogo il più augusto, conservasi pur ancora qualche memoria di S. Cirillo, finora non 
avvalorata nel pubblico. 

Già nel 1889 incidentalmente ne dava notizia il comm. De Kossi, illustrando alcuni 
encolpii di S. Stefano presso Fiano Romano dall'ottavo secolo in poi : « La capsella 

> (sepolcrino delle reliquie sotto la mensa dell'altare) racchiudeva minute reliquie e 
» poi veri ••. e tre croci pettorali (encolpii) di bronzo... È chiaro, che cotesti encolpii 
» ifnrono posti entro la capsella o per le reliquie che racchiudevano, o perchè consi- 
» derati essi medesimi come sacri pegni per la memoria santa di coloro, che li ave- 
»vano portati pendenti sul petto... Similmente nel sepolcrino dell'aitar maggiore di 
» s. Clemente sul Celio vidi io medesimo, quando ne fu riconosciuto ed esaminato il 
» sacro deposito, insieme ad ossa e ceneri umane, alcuni piccoli e rozzi encolpii cru- 
>ciformi lignei, che furono stimati sacri pegni degli Apostoli degli Slavi, Cirillo e 
» Metodio, i quali recarono a Roma dalla Crimea le reliquie del pontefice martire tito- 
» lare della basilica ^ ». 

Sul contenuto del sepolcrino di S. Clemente abbiamo una più dettagliata informa- 
zione nella Relazione della ricognizione fatta dalla Commissione di Archeologia Sacra 
in due sedute nel dicembre 1866, depositata nell'Archivio della stessa Commissione 
nella Lipsanoteca Pontificia. Tralasciando ciò che non fa pel caso nostro, ne riportiamo 
la descrizione di alcuni oggetti contenuti nell'arca plumblea: 

« II. Vaso fittile, vulgo pila. 

< Fu quella trovata in pezzi. Le traccie del torno, che vi ha lavorato per formarlo, 
» la cottura e l'impasto della creta danno un criterio più che evidente per afiTermare, 
» che quel vaso proviene dalle fabbriche romane, ed eseludono la ipotesi di una pro- 
» venienza in cui l'arte era sconosciuta o assai rozza. Se quel vaso già vi fosse all'epoca 

> della ricognizione fatta dal cardinale Albani, o fossevi collocato in quella circostanza, 
» è ignoto. Il P. Vitry, che scrisse un opuscolo su quella ricognizione, non ne fa men- 
» zione, mentre parla degli altri oggetti. 

» III. Va^o di vetro. 

» Fu trovato rotto in vari pezzi. Ma ravvicinate le parti se ne potettero desumere 
» le dimensioni seguenti. Il fondo del diametro è di millimetri 107 ; l'orificio di milli- 
» metri 159 e l'altezza di millimetri 114. Dalla relazione del P. Yitry fu rinvenuto in 
» pezzi, e tal quale ivi ricollocato; in appresso però ha subito altre fratture. Giacché 

> prese ad esame accurato le fratture del vetro stesso, si è riconosciuta in alcune la 
» presenza di una irizazione fortemente pronunziata fino al distacco delle lamelle vi- 

> tree, in altre poi incominciata appena l' irizazione stessa. Prova una corrispondente 

> all'altra. Dacché l' irizazione avanzata dimostra le fratture più antiche, e l'altra le 
» fratture più recenti; in guisa che comparati questi elementi l'uno coll'altro, servono 

> vicendevolmente di dimostrazione l'una dell'altra. 

> IV. Tre vasi di legno, 

» Di questi, due sono più grandi ed uno più piccolo, tutti di forma cilindrica. — 

> De' due vasi più grandi uno A non é dipinto, e l'altro B é dipinto. 11 diametro infe- 
» riore del vaso A é di centimetri 12, la spessezza di millimetri 35. La sua altezza 
>non si può determinare essendo rotti i lati. Del vaso B il diametro inferiore é di 

> centimetri 9, la spessezza di millimetri 18, e l'altezza di millimetri 95. Dell'uno e 

1 Bull, di arch, crist., 1888-89, 150. 



^ 



40 L. JELIC' 



» deiraltro sì sono trovati frammenti separati dal corpo e dal fondo, che non possono 
» perciò attrit)nirsi se non al coperchio, del quale Ttino e Taltro dovea essere fornito. 
» — Il vaso A quantunque minutamente considerato non lascia scorgere traccia veruna 
»di pittura o di ornamento di sorta alcuna. Non cosi il B nel quale duravano nella 

> parete esterna come nel coperchio visibili traccie di ornamenti condotti sopra lieve 
» intonaco di gesso, sovraposto al legno e costituente cosi un fondo bianco. Spiccavano 

> rilevati a colori rosso, giallo, turchino e nero varii fregi affettanti la forma di fiorì... 
» — Il terzo vaso C più piccolo non presenta alcuna cosa affatto. Il suo diametro infe- 
» riore è di millimetri 35 e l'altezza, compreso il coperchio, di millimetri 55. 

» V. Encolpio di legno a forma di croce, 

» Detto encolpio è della lunghezza di millimetri 75 e della spessezza di centi- 
» metri 2. Il suo lato trasversale è di millimetri 63. Ha ancora l'appiccagnolo il quale 
» è di millimetri 8 e la tavoletta mobile, la cui larghezza è di millimetri 28. Si dà la 

> forma nella sua grandezza naturale (vedi il disegno, Fig. V). Detto encolpio offre 
» molte singolarità, o sì riguardi la materia, o si consideri l'artifizio. La materia pre- 

> senta un legno diverso da quello dei due vasi superiormente descritti. L'artifizio è 

> di cosi grande rozzezza, che si disparte quasi da ogni regola d'arte. Fatto per aprirsi 
» e contenere reliquie secondo la destinazione di encolpii siffatti, gl'incastri della ta- 
» voletta mobile sono di una irregolarità quasi incredibile: irregolare è la forma stessa 
» della croce. Dove nel vaso descritto la pittura, che lo ricopre, è sovraposta ad nn 
» intonaco bianco accuratamente condotto, in questa crocei colori piuttosto accennati, 
»che immìtanti le gemme, sono senza altro applicati sul legno. In genere l'assieme 
» dimostra un certo che di straniero insieme e di rozzo. 

> VI. Encolpio di metallo. 

» Detto encolpio nulla di rimarchevole presenta. La sua altezza è di millimetri 43, 
» la spessezza di millimetri 4, la sua parte trasversale è dì millimetri 35. Ha il suo 
» appiccagnolo di millimetri 5. 

» VII. Encolpio di metallo a forma di croce. 

> Anche questo encolpio, che è in forma di croce, ha il suo appiccagnolo. Nel 
» centro è rilevata l'imitazione di una gemma bianca di vetro. 

» Vili. Si accennano gli altri oggetti. 

» Una fialetta di vetro. Una piccola teca d'avorio vuota con piccolo coperchio a 

> tiratore. Altra pìccola teca simile all'antecedente senza il coperchio. Una piccola 

» laminetta rettangolare di lavagna graffita da ambe le faccie: da un lato le parole 

SpTSR 
» BEL, dall'altro : ^^ . Un vasetto cilìndrico di lamina d'argento fratturato. Una 

»cera con l'impronta di Agnello, che apparteneva ad un Agnus Dei. Terriccio misto 
» a frammenti di ossa e di legno. 

> Per la Commissione di Archeologia Sacra 

» (firmato) Felice Profili, Segretario ». 

Gli encolpii, stimati dal de Rossi sacri pegni degli Apostoli degli Slavi, sono 
quei registrati ai n' VI e VII. Però, anche il vaso IV, B, dipinto a fondo ingessato, 
riflette l'esecuzione tecnica dell'epoca dei SS. Cirillo e Metodio. Degli altri vasi 



LE MEMORIE ROMANE DI S. CIRILLO, APOSTOLO DEGLI SLAVI 41 



registrati sotto i n' III, IV e Vili pnossi con fondamento supporre, che almeno alcuni 
sieno pure della stessa provenienza, abbenchè non offrano criterii espliciti. In essi 
S. Cirillo, nel levare le reliquie di S. Clemente dalla Crimea, doveva raccogliere 
Vhtitnus ed i piccoli frammenti delle ossa. 

La presenza di questi oggetti nel sepolcrino dell'aitar maggiore di S. Clemente, 
fa pure pensare che fra le tante ossa ivi contenute, nella sopra riferita Relazione 
registrate coi n.' 1-19, qualcuno vi sia pure del corpo di S. Cirillo, Ciò confermerebbe 
Tuso di accludere nel sepolcrino delPaltare, oltre reliquie del santo titolare, ancora 
particelle di reliquie di altri santi, come nel caso nostro lo prova la stessa Relazione 
al n. Vili. Cosi si deve intendere la tradizione, che sotto l'altare maggiore di S. Cle- 
mente, accanto le reliquie del detto pontefice e di S. Ignazio, riposino pur quelle dì 
S. Cirillo \ 






La neo-eretta cappella dei SS. Cirillo e Metodio a S. Clemente per la munificenza 
del S. Padre Leone XIII, è pure una cara memoria anche dal lato archeologico. Su 
una delle pareti laterali un pennello espertissimo ha interpretato la scena centrale 
delPaffresco del trasporto funebre di S. Cirillo. E cosi, nel mentre rivivono dopo mille 
anni tanti ricordi monumentali degli Apostoli Slavi, la cappella di Leone XIII ne 
forma una splendida corona: Roma cattolica è anche fautrice delParcheologia pratica! ^ 

Prof. Dott. L. jELié. 



* Bulica Bazilika sv, Klimenta u i?tmu, 35, stando alla lettera, che la tradizione parli 
dei corpi di S. Clemente, Ignazio e Cirillo sotto Taltar maggiore, la ritiene destituita di fonda- 
mento storico. La presenza di reliquie dei SS. Quaranta e dì S. Cirillo, oltre a quelle dì S. Cle- 
mente, attestataci dall'ultima ricognizione, prova certamente che la tradizione non intendesse 
altro, che particelle di corpi santi, e non già corpi interi. 

^ Le tavole esposte al Congresso, eseguite a colori su base fotografica, verranno pubblicate 
dall'autore nella serie di dissertazioni : Sbomik jugoslavenskih umjetnih spomenika, di cui nel 1895 
fu edito il primo fascicolo, già sopra citato. 



< 



THE RELATION BETWEEN 

EARLY MEDIEVAL SCULPTDRE IN LOW RELIEF 

AND CONTEMPORARY TEXTILE DESIGN 



The thesis which I bave to present is a very simple one; it is clearly expressed 
in the title itself, and it can be presented in very few words. For it is not necessary 
to descrìbe the character of the scnlptural decoration which I bere essay to explain. 
Every one is familiar with tbe sciilpture in low relief which constitutes perbaps the 
Dìost important witness to the artistic activity of the darkest period of the Middle 
Ages; — that is fròm the VI. to the IX. century. I need not even recali to your minds 
the special pecnliarities of these low relief designs, for the very poverty of artistic 
invention which they display, tbe Constant repetition of tbe sanie motives, serves to 
fix indelibly upon the memory the fondamental traits of this art; and the very fact 
that it stands so much apart, apparently unrelated to the Glassical art which preceded 
it or to tbe art which foUowed, serves to rivet one's attention upon it, It may be 
that ali are not eqnally familiar with the textile pattems by which I would explain 
the designs in stono. But it must snffice bere barely to refer to the monuments which give 
ns so clear an idea of tbe textile pattems which were common tbroughont tbe Empire 
frora tbe IV. to tbe VII. century. That is to say, I need only refer to the textile 
fabrics, or more particularly to the embrioderies in tapestry stitch, which during tbe 
past. ten years bave been discovered in such abundance in a number of Egyptian 
burying gronnds — especially at Acbmim-Panopolis and at Antìnoe — and which are 
now to be found in most of tbe great musenms of Europe and America. These 
interesting finds bave not yet received the attention which they deserve; it is parti- 
cnlarly strange that they are not referred to in the latest works on Glassical and 
early Christian dress. They are described in brief by Gersbach, les Tapisseries coptes; 
Biegel has published a catalogne of Die dgypiischen Textilefunde im k. k. Oestreichischeti 
Museum (1899) ; but tbe only adequate reproductions which bave been published are 
those of the collection of Dr. R. Forrer ol Strassburg i. e., which the collector bimelf 
has reproduced and studied in balf a dozen works, of which tbe most important are : 
Die Gràber- und Textilefunde von Achmim-Panopolis ; and Die fruhchristlichen Alter- 
thìimer aus dem Gràherfelde von A.-P. 

Late discoveries of this low relief sculpture under tbe pavements of a number of 
tbe churches in Rome has awakened a new interest in their study ; and thougb it has 
not brought to ligbt any distinctively new designs, it has proved that tbe production 
of the stono cutters — one can hardly say artists — was very much greater than had 
been supposed. These monuments bave lately been studied from different points of 
view; by Cattaneo in bis Architecture in Italy from the VI. to the XI. century; and 
with more insight by tbe late Ferdinando Mazzanti : La scultura ornamentale romana 
nei bassi tempi. Mazzanti endeavors to show the connection between this art and that 
of the succeeding perìods. He is thoroughly successful in showing the dependence 
of tbe Cosmatesque designs in color upon this work in relief withont color; and he 



44 WALTER LOWBIE 



gives an acconnt also of the origin of the relief designs which is valid at least for 
some of them. 

The problem of the origin of the designs which are characteristic of low relief 
scnlpture from the V. to the IX. centnry is one which presses itself upon the atten- 
tion; many explanations have been snggested, bnt none can he esteemed adequate. 
The problem which is bere raised needs to be stated with greater clearness tban has 
hitherto been done. In the first place it must be recognized that certain fnndamenta] 
characteristics of these low relief designs were common to the whole Empire. They 
therefore cannot be accounted for by any merely locai or racial traditions : — that is to 
say, not by artistic motives pecnliar to Eome, as Mazzanti would have it, nor by a 
vague reference to Celtic or Lombard inflnence, as it nsed to be the fashion to dispose 
of it. In the second place it is not to be cxpected that ali of the designs which appear 
on the stone reliefs of this period can be referred to one origin. This was almost the 
sole expression of architectnral decoration during a long period, and it wonld seem 
natnral to presume that it must bave drawn its inspiration from varions soarces. This 
was a period which was marked, by great poverty of artistic invention it is trae, bnt 
stili more by impotence in technical execution. The unity which we mark in ali this 
stone work turns out, when we come to analyse it, to be due, not to the kindred eha- 
racter of the designs employed, bnt to the more fact that ali designs, from whatover 
side they were taken, were subjected to the same restrictions of execution and trans- 
formed as it were into the same medium of representation. We have exempHfied in 
this art of low relief the same profound revolution of taste which marked Byzantine 
art as a whole, that is the complete independence of architectnral decoration from 
architectnral construction, and the causes of this Ile deeper than I can essay bere to 
probe. But given this revolution in taste, given the simple aim of c^vering a more 
or less broad surface — usnally a panel — with a design in low relief, it was mani- 
festly a matter of indiflference from what sphere of art the pattern was taken. We 
must recognize in particnlar that this art was not limited to architectnral motives. 
Nothing in fact could have been more diflScult for it to employ than the strictly archi- 
tectural elements of classic art; and when such elements were employed they were of 
necessity so fundamentally transformed that Mazzanti deserves no little credit for 
tracing thom to their origin. There was, however, one class of designs which could 
very readily be borrowed from Classical art, and which actually was nsed: that is 
the designs of open-work screens and panels, which were composed either of inter- 
secting straight lines, or of the segments of circles, and which are to be referred ulti- 
mately, not to the technic of stone work, but to that of wood and bronze. In this 
case the only essential difference in the execution was that the Medieval panels were 
merely in relief instead of being completely perforated. Notwithstanding that the 
material in which this work was executed was commonly stone, it represents by no 
means a technic pecnliar to stone work. The same sort of devices appear in faot on 
the inside of the wooden doors of S. Sabina ; and that there are but few such instances 
must be referred to the perishableness of the material, for wood was equally snitable 
as a medium. Mazzanti was, therefore, in thesis thoroughly justified in referring to 
Roman mosaic patterns in search of the origin of these designs; though as a matter 
of fact the comparaison throws little light upon the subject. Mazzanti considered also 
whether these designs might not be referred to textile patterns; and he rejected this 
hypothesis because the dalmatic preserved in the Yatican and snpposed to be that of 
Charles the Great fumished no analogy ! He was evidently unaware of the existence 
of the textiles found in Egypt, which were actually contemporary with or older than 
the art bere in question. 

If we are permitted to seek in so broad a field the origins of onr designa, the 
question simply is, what sphere of art could most readily have furnished patterns for 



THE RELATIONÌBETWEEN EARLY MEDIEVAL SCULPTURE IN LOW RELIEF, ETC. 45 



design» in low relief, and conld bave farnished them uniformly for the whole Empire, 
after the middle of the tifth century — to set the earliest possible date ? iiy that time 
floor mosaics and monumentai art iu stone of the Classic type was not only no longer 
execnted bnt was fast disappearing, and in the northern parts of the Empire the monu- 
meuts of Classic art were at ali times too rare to farnish ready models. It was at 
thìs very time, however, that the art of tentile decoration attained its widest popn- 
larity. It had lost mach of the restraint and simplicity which was preseribed by 
Classic taste, bnt it had gained in variety and richness of desigD. Even the patterns, 
however, which were prevalent in the third centnry had not been altogether saper- 
seded; they remained stili up tho the seventh century the most familiar commonplaces 
of textile art, and they were transformed mainly throogh the loxary of color which 
was borrowed from the Orient. By the foarth centory there came also into ase designs 
of a purely Orientai character, which are to be traced back to the earliest art of 
Assyria. These fabrics were manafactared chiefly in Egypt, Dalmatia and the nearer 
Orient; bnt the designs must bave been repeated ali over Earope. A cnrioas featnre 
of this art of tapestry embroidery is that, wherever it was manafactared, it presented 
substantially the same characteristics throughoot the whole Empire. The broad disse- 
mination of these designs — whether of a Classical type or of distinctly Orientai 
origin — ìs safSciently proved by the mere faci that the embroideries foand in the 
Coptic graves of Egypt correspond perfectly with the designs of textile fabrics — 
cartains, aitar cloths and dress — which are represented in the sixth century mosaics 
of Bavenna. If we are looking for patterns which mast bave been ready at band 
for artista of little invention, what co4ild He nearer than the designs which orna* 
mented almost ali the textile fabrics which they ased; — not only the cartains of 
their boases, but the very garments which they wore. 

The derivation of designs in stone from textile patterns is as a general thesis 
by no means strange. From the primitive beginnings of art the needle has often led 
the way for the cbisel and for the brosh. The most pertinent parallel to the parti- 
calar case we bave bere under consideration ìs the well recognized inflaence of Orientai 
textile designs apon ali branches of decorative art in Earope in the period subsequent 
to the crusades. If then a similar explanation is offered of the origin of the low 
relief designs of an earlier period of the Middle Ages, there is at least no presumption 
against it. It is in fact very obvious that the problem of decorating a more or less 
extended surface in very low relief is not essentially different from that of decorating 
a textile surface with embroidery. No sooner was the problem presented to me in 
the clear terms in which it is stated above than I recognized in the contemporary 
textile designs the immediate pattern of a part, if not the greater part, of the motives 
which held sway in the sculptural — one had better say the lapidary — art of the 
early Middle Ages. I was led the more readily to this recognition by the fact that 
in seeking desigas for ecclesiastical embroidery I proposed and had execnted with 
success a naraber of patterns inspired directly by the low reliefs of this period. It 
seemed evident that this rnle might work botb ways, and the comparison which I 
promptiy made between the IV. — VII. century embroideries and the VI. — IX. century 
stone reliefs showed a far closer, more complete and more detailed resemblance than I 
had guessed; — and it showed too very clearly on which side the debt of dependence 
lay. This solution being once proposed, nothiug more is necessary to verify it than 
the comparison which every one who is interested can readily make. The publisbed 
monuments suffice for such a comparison. Beside the works on the low reliefs already 
mentioned, a great number of designs are to be found in the volume of Qarrucci's 
Storia dell'Arie which deals with sculpture, and in de Fleury's La Messe among the 
examples of aitar fronts and cbancels. I bave already enumerated ali the works which 
illustrate the corresponding textile patterns. It needs to be noted that they do not 



46 WALTER LOWRIB 



illnstrate the whole decoration of a large textile snrface, bnt only its component parts, 
the squares, circles, or stripes of tapestry {segmenta^ clavus, <fec.) which were worked 
into the texture of the cloth or sewed upon it. In the great majority of cases only 
these decorated bìts have been preserved by the Arabs who exploited the graves for 
objects which they recognized as having a commercial vaine. Bnt whole garments, 
cnrtains, table cloths, &c. bave been preserved in snflBcient nnmber to make it plain 
how these fragments were arranged in the decoration of a larger snrface. 

I might stop with this general presentation of my thesis, for it is evident that 
withont abundant illustrations no general conclnsion can be verified. I shall add here, 
however, merely by way of example, a brief study of three special classes of design 
which illnstrate very well varions sides of the general problem. 

There is one class of low relief designs, appearing perhaps not earlier than the 
VII. century, which specially enlists one's interest on account of the symbolism which 
it is intended to express. It is a type which inclndes most of the designs which re- 
present animai and vegitable forms. Thongh highly conventionalized, it stands in 
sharp contrast to the conventionalism of pnrely geometrical forms. One of its special 
characteristics is symetry with reference to a vertical axis. The middle of the design 
is composed of a conventional tree or vine — nsnally springing from a vase. In many 
cases the vase has come to supplant what was originally the principal motive, allowing 
nothing at ali or only a vestige of the vine to appear. The composition is balanced 
by a pair of animai figores, one on either side, having mnch the appearance of heraldic 
supporters — as indeed they have the same origin. Every one will recali a nnmber 
of snch designs in stone relief (for example in S. Mark's in Venice) ; the same general 
description does equally well for the textile designs. Even as it appears in the stone 
work, there is no doubt that the moti ve is ultimately derived from Orientai art. It 
differs, however, so considerably from the similar balanced design which represented 
mythical animals on either side of a vase and which was common on Greek and 
Boman friezes, that one cannot think of any scnlptured monnments which could have 
served as a medium between East and West and which can explain so broad a dis- 
semination of this design in the early Middle Ages. When the same design is however 
recognized npon the textiles its immediate derivation from the Orient is at once evident 
and at once readily understood. It is plain that we have bere a case parallel with 
the qnickening of Western decorative art by the introdnction of Orientai textiles by 
the crusades; and the parallelism is the more marked becanse between the earlier 
and the later embroidery there is substantial identity of design. This conclnsion in 
reference to the particular class of reliefs which we bere have in view has an addi- 
tional interest to the archaeologist becanse it carries with it the proof that this tree 
(or vine) was not an inveution of Christian symbolism, independent of and merely 
parallel to the sacred tree of Àssyria, bnt that it was that Assyrian tree itself. 
The Chnrch attached to it a symbolism ali its own ; it expressed not only the Para- 
disical Tree of Life, bnt the Cross, and also the Encharist. In Christian art it appears, 
therefore, commonly as a vine; and the chalice ont of which it grows expresses even 
more pointedly the Encharist. But nevertheless its animai guardians are ofien the 
lion, the leopard, or the griffin; — in short the conventional guardians of the Assyrian 
tree. The symbolism which was attached to the vase motive is far more clear. The 
vase indeed was given — thongh only as an nnimportant accessory — in the Orientai 
composition; the Christian artist had only to magnify it into the principal motive. We 
see from this bit of history how it carne abont that a purely decorative form of amphora, 
such as we cannot suppose was e ver in practical use, was taken as the symbol of 
the Eucharistic chalice. The vino which sprang from it — often barely indicated by 
a cross-shaped leaf served to denote that the chalice contained the fmit of the grape. 
The animals on either side are no longer guardians; they come to drink, and they 



THE RELATION BETWEEN EARLY MEDIEVAL SCULPTURE IN LOW RELIEF, ETC. 47 



belong nsnally to the Evangelica] cycle; — sheep, doves, peacocks, or the harts which 
pant after the living water. The whole of this symbolism was developed in the early 
Christian tapestrìes before it appeared apon the reliefg. The Assyrìan tree mast there- 
fore be recognized npon many of these monaments, though it exhibits very great 
variety, aceording as it wa» treated as a merely decorative motivo, or subjected to 
the exigencies of a new symbolism. 

Apart from the designs which come more or less directly under the preceding 
class, animai fignres were very rare in the early Medieval low reliefs. There is one 
design, however,' which though not a common one is snilicìently notable. It consists 
in covering a largo surface with numerons small panels, each of which frames a single 
animai figure; — either fish, flesh, or fowl. The best known examples of this rather 
rare device are two ambons in Ravenna (in SS. Giovanni e Paolo, and in the Cathedral), 
and a fragment in S. Sabina at Rome. In this case the comparison with the tapestrìes 
does not amount to a positive proof of dependence, but it is worthy of note that single 
animai figures were very eommonly represented upon the textiles in just such a fashion; 
— that is upon a panel or sqnare of darker color. À number of such squares were 
often employed in a row, forming a continuous band for the decoration of a clavus 
or a border. 

If the first example I bave adduced traces back some of the designs of our reliefs 
to an Orientai origin, there are other designs which are to be traced to textile pat- 
terns which may be assnmed to be strictly Classical. The first design I would men- 
tion is one of the simplest devices for the decoration of a panel. It consists of 
four narrow strips (terminating, in the tapestry work, with a leaf like decoration ; and, 
in the reliefs, with a lanceolate finial) each forming a right angle at the several cor- 
ners of the panel, and of a circle, or a polygon (or superimposed polygons) more or 
less completely occupying the center of the field. This pattern (of course with many 
varìations aceording as the corner pieces or the center piece predominated) is so common 
npon the monuments which we are studying that any one who has even a superficial 
acquaintance with them cannot fail to recali at once several examples. It was also 
the commonest pattern from the III. to the V. century for the decoration of largo 
textile surfaces ; curtains, table cloths, pallia, <&c. This design is probably to be ac- 
counted of Roman origin ; at any rate it was the predominant motivo of textile deco- 
ration as early as the III. century, and executed as it was dnring the early period 
in solid colors (dark blues, reds, or browns — that is the varìous shades of « purple ») 
and pricked out by fine lines in white thread, it comported thoroughly with the restraint 
of Classic tasto. This same design persisted in popularity at least as late as the 
YII. century, though its Classic efiect was in great measure lost through the brightness 
and variety of the colors with which the embroidery waii embellished under the in- 
fluence of Orientai tasto. So many examples of this pattern bave been preserved that 
there is no collection which dees not possesst least the constituents which once com- 
posed it. It is exhibited also on the curtains (cf. the curtains of the centrai door of 
the palace of Theodoric in S. Apollinare Nuova) and aitar cloths which are represented 
in the mosaics of Ravenna. The low reliefs of this class are so plainly copied from 
the textiles that it needs only the comparaison to verify it. I shall adduce only one 
exemple, but that is one which has a triple contact with the monuments. Found at 
Achmim and now in the Victoria Albert Institute in London there is a curtain (9 ft. 
by 6) which is ascribed to the III. or IV. century. The omaments consist of a circle 
in the center and such angular strips as I bave described at the corners. They are 
very finely worked in dark blue wool upon a rough ground of looped flaxen threads. 
It is almost the twin in point of design to the aitar cloth which is represented in the 
VI. century mosaic in S. Vitale in Ravenna, and only a little less closely related to 
the similar representation of an aitar cloth in S. Apollinare in Classe. I am told that 



48 WALTER LOWRIE 



the Museum of Vienna possesses a table cloth of the same pattern, and that of oooree 
affords a stili closer analogy. To come to scuipture, almost the same design is repro- 
dueed apon severa! panels of the Vili, century choir sereen of S. Glement's in Rome, 
and upon a number of the aitar fronts whieh are iliustrated by de Flenry. In both 
of the mosaies at Ravenna the centrai device is a star shaped figure composed of two 
sqaares, the one superimposed upon the other; in S. Olement's it isalozenge shaped 
figure with a cross inserì bed. In this case there can he no doubt from which art the 
design was derived, for it appears on the textiles four centuries earlier than it does 
in the stono reliefs. The sequence bere is besides pecnliarly plain: nothing conld be 
more naturai, when the aitar came to be enclosed between ita four legs by solid plates 
of stono, than the transference to the stone of the design which commonly adorned 
the cloth, and the general extension of this design to panels of ali sorts. In regard 
to sculpture of this character nothing more need be said. Indeed nothing more conld 
be said except by way of citing examples, which are so numerous that they are aure to 
fall under the eye of any one who may seek them for the pnrpose of this comparison. 
Of the intricate line patterns which are altogether the most characteristic trait of 
the low relief scuiptures throaghout the whole period with which we bere deal I bave 
as yet said nothing; — except to express the generally received opinion that they are 
not to be refered to Celtic or Lombard influence. Their derivation from the textile 
designs is not at once obvious, though intricate line patterns are also a standing fea- 
ture of the tapestry designs, and especially of the designs of purely Classic type. In 
the stone work we bave heavy cord like reliefs which interlace in symetrical patterns, 
and only under barbarie influence degenerate into mere tangles. These designs can 
be matched precisely in the tapestry work; but bere it is the merest thread of white 
linen which pricks out the pattern upon a dark purple ground. This line omament 
as it appears upon the tapestries can be stndied much more readily than the designs 
I bave refered to above; in part because they are the coramonest and most characte* 
ristic feature of this tapestry art, and in part because the whole design is presented 
upon a such single pieces of embroidery as bave been preserved intact by the Arab 
excavators. Thin as the white threads are they stand out very strongly against the 
dark ground, and it is they which esscntially constitute the pattern. These designs 
were the more readily available as patterns for sculpture in low relief because they 
were executed in only two colors; — fignres in low relief are practically represented 
in two shades. If, as I bave said, the ìntricacies in low relief are not at once and 
obviously to be traced to the intricacies which are exemplified by the textiles, such 
a derivation must appear at least not improbable when we reflect upon the transfor- 
mation which must bave been necessary in reproducing these textile patterns in stone, 
and by a technic which was marked by its breadth — not to say coarseness of treat- 
ment. They must infact bave undergone just such a metamorphosis as we actually 
see; the thin threads must bave been replaced by heavy cord like reliefs w^hich fili 
up most of the field and appear at first sight to bave no point of connection wùth 
Classic art. Moreover it will be remarked on inspecting almost any of the tapestries 
that the white threads constitute commonly only the ontlines or the high lights, throw- 
ing into relief intricate bands of purple which constitute the true pattern. With 
this a slightly dififerent technic is commonly united; that is the intersticies of the 
design are solidly filled in with white, throwing the purple pattern into stili stronger 
relief. The comparatively broad bands which are thus formed are thoroughly in pro- 
portion with the intricate cords of the reliefs. And if the textile patterns which are 
known do not furnish a precise analogy to ali types of intricacies in relief, they at 
least offer a very striking subject for comparison; and they are the more surely to be 
accounted the direct inspiration of the reliefs, ìnasmueh as there exist no other 
patterns, Classica! or Oriente!, from which they might have been copied. 



THE helation betweèn earlt medieval sculpture in low reliep, etc. 4d 



This study might be indefinitely extended by the consìderation of various classes 
of design and by the enumeration of indiyidnal examples; bnt this mnst soffice to prove 
a relation between several of the familiar designa in low relief and the contemporary 
textile pattems. It proves, moreover, that the two classes of design were not coordi- 
nate and due merely io a common inflnence, but that the stone designs were imme- 
diately derived from the textile. 



Walter Lowrie. 



DEUX MONUMENTS FDNERAIRES A TIPASA 

(ALGERIE: MAURÉTANIE CÉSARIENNE) 



Danx les denx ìmmenses nécropoles, qui flanqnent, à l'Est et à TOnest, PaDtìqne cité 
romaìne de Tipasa, denx monnments d'un hant ìntérét avaient déjà été mis à jour: 
L'un dans la nécropole orientale, parM. Stéphane Gsell, l'éminent professenr d'archeo- 
logìe aux Ecoles supérieures d'Alger: c'est la basiliquede Saìnte Salsa '; l'autre, dans 
la nécropole de l'Ouest, par M. l'abbé Saint-Oérand, premier cure de Tipasa et de bien 
regrettée mémoìre: c'est la basilique dite de Saint Alexandre^. — Dans chacune des 
nécropoles deux autres monnments, de moindre importance, mais dont les restes visibles 
attiraient Tattention par lenr remarquable architecture, méritaient également d'étre 
étndiés. M. Osell, qui en dit quelques mots dans ses savants onvrages sur Tipasa', 
exprimait particulièrement le voeu de les voir complètement débiayés. 

J'ai entrepris ces fouilles, et c'est leur résultat que je me propose d'exposer ici. 
Commencées depuis plnsieurs années déjà, mais fante de ressources autres que les 
maigres économies d'un pauvre cure de campagne, elles n'ont pu étre terminées que 
Pannée demière, et encore pas aussi complètement qu'il serait désirable. 



TOMBEAU PRIMITIF DE SAINTE SALSA 



Le monument, dont nous entreprenons la description, est situé sur le coté Sud et 
presque contre la basilique de Salute Salsa, à 5 mètres en arrière de l'alignement de 
la fagade. 

Il se compose de trois parties bien distinctes : V Un couloir ou vestibule B, oriente 
à l'Est; 2"* un hémicycle ou abside A, adossée au coté Nord du couloir; 3^ une salle C, 
flanquant le coté Sud. — Il convient d'ajouter une dépendance D, ménagée postérieure- 
ment dans l'angle Nord-Ouest, forme par l'abside et le vestibule (Y. le pian, fig. 1). 

Avant les fouilles, on ne distingnait bien que la partie supérieure du coté Nord 
du couloir et de l'abside, lesquels émergeaient de 1 à 2 mètres. C'est la partie la mieux 
oonservée de l'édifice. — De ce coté, les allnvions trouvant une issue vers la fagade 
de la basilique, les abords du monument étaient moins encombrés (de 1 mètre environ) ; 
je les ai débiayés complètement jnsqu'à la basilique. Mais partout ailleurs, à l'exté- 
rieur, il y a environ 2 mètres de remblais, dont je n'ai pu entreprendre le déblaiement. 
Intérieurement, à part quelques sondages antérieurs, l'édifice était rempli de terre et 
de décombres, a une hauteur moyenne de V 50. 

* Recherchei archéoì. en Algerie: 1'® Partie: Basilique de Sainte Salsa, 

* Bulleiin Archéeì, du Comité des travaux hist,, 1892, n^ 3 : Une basiliqae fanéraire à Tipasa. 
^ L. e. Appendice. — Tipasa, dans les Mélanges d' archéoì. et d'hist, publiés par PEcole frangaise 

de Rome, t. XIV, 



ó. GftANDIDIKR 



I. Le Testibole. 



O'est asearémeot la partìe la plus intéressante do moonnient. Il niesnre 10™, 30 de 
longHenr sur 2"°, 30 de largeur moyenne; car, chose étrange, les deox cfités oe sODt 




Fig. 1 - Piando monnmenl. 



paa parallèles: l'écartement dee c&tés est de 2'",50 à l'Onest et senlement de2*',15à 
l'Est Cette irrégnlarité est nn pea corri|:ée à l'entrée Oaest, gràce à qd retoat de 
l'extrémité du mnr Nord (V. le pian). 

Les denx c6té8 sont décorés de demi-colonnes et de pilaatres, surmonlés de ehapiteaDi 
et repoBant snr dea baaes, qaì s'appuient elleB-mémes sor un socie continn, interrompa 
cependant dane les entre-colonnementg médians. lei, en effct, le vestibnle étaìt, aa Snd, 
entièrement onvert à l'origine; an Nord, bien qne la baie, donnant accès dana l'abside, 
n'occupe pas tont l'entre-eolonDemeot vera l'Onest, le socie s'&rréte au pilastre b. On 
voit égftlement une intermption du mème coté, près l'entrée Oueat, ponr le passage Q; 
mais celni-ci me paraft avoir été pratiqué à nne epoque postérienre. 

Le vestibule est loin de présenter nne régularìté arcbìtectoniqoe abaolne. Les di- 
Tergences, tant daos l'ensemble qne dans les détails, sont si nombreuses quo, ponr en 
rendre compie, nona devrona les classer auìvant l'ordre dee diveraes parties de U 
construction. 

1° Les murs. — Le mar Nord est entièrement conatruit en pierres de taille, dii- 
posées par assises assez irrégulières (V. 6g. 2). Seni, le dessns de l'arcean s^^ 
baissé, qui aarmonte l'entrée de l'abside, est eu maconnerìe de blocage: sana doale 



DEUX II0NUHIKT3 FUN^RAIBES & TIPA6& $3 

parce qne la taille des pierrea ent été aasez compliqDée, ponr les adapter aux ìrré- 
gnlsrìtéB de la partie anpérieore dea claveanx. Lea blocs, dont la coupé est parfaite, 
Bont joints an eiment. — L'épaissenr dn mnr est de 0", 50, depnifl le retour de l'entrée 




C6té Nord àa Vestibate. 



Oneat jnsqne après la joDction du mar orieotal de l'abside; à partir de là — encore 
noe anomalie aasez eìngnlière — il est rédnit à 0'", 35 et va en diminnant jasqQ'à 0", 30 
à l'extrémité. 

Denx fenètres, H et H', percéea dana ce mnr, éclairaient le conloir, loraqa'on 
abaissait lea tentare» qui en étaient l'nnìqne fermetnre. Elles ae tronrent à 1", 80 
aa-deseae da eoi et meaurent 0*°, 60 de large sur 0*°, 80 de haut. Une large rainnre, 
ménagée de chaqne coté dana l'épaisseur du mur, servait à aasuji^tir les ganiitnres, 
en pierres ajourées, qn'on y glissait pendant la construction. Il n'a été retronvé, de 
ces garnitores, qae quelques débris, ineufiÌBanta ponr lea reeonatitner. 

Le mar Sud, qui ineBure régulièrement 0", 50 d'épaissenr, est construit en ma^on- 
nerìe de blocagc, escepté derrière lea demi-colonoes, qui aree lenra baaes et lenra 
chapiteanz, aoot taillées dans dea bloca auperposés, dont la partie postérienre occape 




vmKm/mmi/mm//m//m/mm/Mmmm, 

- Conpe tranaversale dn Vestìbnle et de l'AbBÌde. 



tonte l'épaissenr dn mnr et ae relie avec Ini par dea harpee. L'extrémité Eat, qui dépaaae 
la demi'ColoDne g, est également tonte en pierres de taille. 

Les denz sectìons du mar Sud sont rénnies à la base, dana l'entre-colonoement hi, 
par une sorte de socie en picirea, de méme épaiaaenr qae le mur, et s'élevant à 0", 30 



54 0. GSANTIDIKa 

an-deasnB du pav^ dn restibule, poiir retenir le sol plns élevé de la aalle C et servir 
de marche ponr y accèder (V. dans la fìg. 8, an-dessonB dn senìl E). 

2° Soubassemfifits. — Lee mnrs reposent sur nn Honbassement (sss), qni, eomme 
nouB l'avons dit, fait suite aus socie» des demi-colonnes et pilastres, et fait retonr. 
extérienrement, anx extrémité^ des miirs. Ce soHbaBsement meBure, aa Sud, 0", 22 de 
saillie; au Nord, cornine lefi pilastres, tiiii ornent ce ciìtt', ont moina de relìef qne les 
demi-colonnes, il ne mesiire qne 0"", 16 dans la partie Onest, et, à partir dn pilastre e. 
il va cn s'ólargisBant jusqn'à 0*", 22, à raison de la demi-colonne f. Cependant, cornine, 
par contre, dans cette partie, le mnr va en diminnant d'épaÌBsenr, l'ensemble de la 
base est d'nne épaissetir régnlìère. 

A l'extrémité Onest, la saillie du soubassement ne contonrne pas le dosseret forme 
par le retonr dn mnr, mais s'arrPte brnsqnement contre ce retonr, ponr reprendre avec 
le Bocle de la demi-colonne et contourner l'extrémité dn mar (V. le pian). 

Le soubassement n'est pas partont an mème nivean. Dans la section ab, il s'élève 
àO", SSan-dessnsdii sol: les sections ef, ij n'atteigoent qne O", 45 environ, et^&O^jSS. — 
Sanf la partie Nord-Est (ef) qni est siraplement taillée en bieeati, se terminant par 
une petite fenìUnre, les antres partiea sont omées de monlnres, mais paa partont sem- 
blables: les denx sections Snd présentent le profil de la fig. 6 et la section Nord-Onest 
le profil de la fig. 7. 




Pig. 4 Fig. 5 Fig. 6 Fig. 7 



Antre différence. Tandis qne, du cdté Nord, les moulnree on biseati sont taillée 
dans les blocs mémes qui forment tont le socie dea mnraifles, dans les entre-eolonoe- 
luenta Sud, les muuinres Hoot scuiptées dans dee dalles de 0*°, 15 à 0", 20 d'épaissear, 
assÌBes snr un Bocle en maconnerie de blocage. 

8' Demi-colonnes et pilastres. — Encore une nonvelle irrégularité qni, celle-ei, 
eante aux yeux : le c6té Snd est orné de qnatre demi-colonnes semblables, tandìs qn'an 
Nord, an lien de qnatre demi-colonnes correspondantes, les denx intermediai rea sont 
remplacées par des pilastres. — Demi-colonnes et pilastres Bont d'aspect très tonrd, vn 
le pen de hantenr des fftts (l", 50 environ) relativement à lenr dtamètre (0°, 32 environ), 
nnìfomie-snr tonte la hanteur. 

Les bases des pilastres ne Bont pas de mème style qne cenx des demì-colonneE, 
comme on peut le voir dans les fig. 6 et 7, qni en donnent les profils. De plus 
les unes et les antres préseotent encore respectivement entre elles des nnanees soit 
de hanteur, soit m@me de profil, qui pronvent qu'elles ont été faites à vne de nez, 
eans gabarit fise et par differente ouvriers. Les monlnres de la base a ne forment pas 
la demi-eirconférence parfaite, mais se contoument à ganche et se modìfient ponr se 
confondre avec celles dn soubassement extérieur. ~ Golonoes et pilastres sont tont 
nnis, sans filetB ni congés. 

Les chapiteanx, de style corintbien degènere, sont passablemcnt détériorés, snrtont 
cenx des demi-colonnes. Oeux-ci, à l'exceptìon de celai de la demi-colonne f, diffèrent 
de ceux des pilastres par la fa^n dont les feuilles sont traitées. Dans les premien, 
qni dénotent d'aìlleurs un travail bien inférienr anx antres, les fenilles sont toates 
simples, avec de petites strics oblìqaes et parallèles, repréeentant les Dervnres des 



DEUX MONUMENTS FUNÉRAIRES A TIPASA 55 



feuilles; les caolicoles sont annelés (V. la fig. 5). Dans les seconda (fig. 4), d'une 
facture très originale maiB très soignée, les feuilles. beanconp pins amples, sont 
ornées de bagoettes contonrnées et finement scnlptées, qui ont la prétention, sans 
donte, de donner une idée de la fenille d'acanthe. — L'absence de tailloir, sor tons 
ces cbapiteaox, leur donne nn aspect singalier. 

Il est à remarqner qne les deox demi-colonnes, qui garnissent l'entrée Est, an 
lien d'afSenrer l'éxtrémité des mnrs, comme à l'Ooest, sont recnlées de 0,60 à Tinte- 
rienr, sans qne cependant cela ait infine snr le placement des demì-colonnes on pi- 
lastres intérmédiaires, lesqnels se tronvent, à pen près exactenient, à chaqne tiers dn 
vestibnle. Gette particnlarité s'expliqne sans peine. Il a été retrouyé, anx abords de 
rentrée Est, les fragments d'une grande pierre, portant une inscription, laquelle n'est 
autre chose que la dédicace du monument et dont nous parlerons plus loin. Cette inscrip- 
tion devait se trouver au-dessus de l'entrée. Mais le peu d'élévation de l'édifice ne per- 
mettant pas de la piacer par dessus l'arceau (U", fig. 2) qui réunissait les deux demi- 
colonnes, on a recnlé celles-ci et place le bloc où se trouve Pinscrìption, contro 
l'arceau et nn peu plus baut que son ouverture, pour ne pas la masquer, en faisant 
reposer ses deux extrémités sur le prolongement des murs latéranx K De cette fa^on 
le bloc se trouvait à l'alignement de la fagade et immédiatement sous la comiche, dont 
nous parlerons tout à l'heure. Il occnpait, à peu de chose près, la place que nous lui 
donnons en Y (fig. 2 et 21). 

4^ Couveriure du vestibule. — Les demi-colonnes extrémes supportaient des arceaux 
très surbaissés, U', U" (fig. 2 et 3) semblables à colui qui surmonte encore l'entrée de 
l'abside, XJ (fig. 2). Ges deux arceaux n'existent plus, mais l'amorce que l'on voit 
encore sur la colonne a (Z, fig. 3 et 20), ainsi que plusienrs voussoirs retrouvés 
dans les décombres, ne permettent aucun doute sur leur existence et leur forme. Les 
colonnes et pilastres intérmédiaires ne supportaient pas de semblables arceaux, mais 
simplement de grosses poutres encastrées dans les trous p et p\ ménage dans le mur 
Nord, à 0"',20 au-dessus des chapiteaux; cet intervalle était rempli par des consoles 
cnbiqnes, r et r', dont l'nne est encore en place, r (fig. 2 et 3). Des consoles de méme 
genre devaient surmonter les demi-colonnes correspondantes, au Sud. Des madriers, 
disposés dans le sens de la longueur du couloir, et appuyés sur ces poutres et sur les 
arceaux, supportaient nn plancber sur lequel s'étendait une solide terrasse en cailloux 
et dur beton, épaisse d'une vingtaine de centimètres, dont j'ai retrouvé d'énormes frag- 
ments dans les décombres. Le niveau supérieur de cette terrasse devait atteindre à 
peu près le sommet du mnr actuellement subsistant au Nord-Ouest (fig. 2). En efl^et, 
si la supputation approximative de la hauteur des madriers, du plancher et de la 
terrasse, ne suffisaient déjà pour nous permettre d'aboutir à cette conclusion, l'escalier 
extérieur ne laisserait place à aucune hésitation, car, comme on 
le voit dans la fig. 20, la dernière marche aboutit an sommet 
du mur. 

La terrasse se continnait sur la Balle G et était entonrée 
d'une bordure en pierres, qui, formant saillie sur tout le pour- 
tour extérieur, constituait une comiche, omée d'une elegante p^ 

moulure, B (Profil. fig. 8). 

S"" Pavé. — A chaque extrémité du vestibule, un seuil uni en pierres, S, S', déter- 
minait l'entrée. Le sol intérieur était environ à 0"*, 10 plus bas. Gomment était-il cons- 
titué primitivement ? Il est assez difficile de le reconnaìtre. Dans la partie orientale, 
j'ai retrouvé des restes d'une conche de mortier assez pen résistant; tonte la partie 

' L'éoartement des deux mure étant de 2™, 15, le bloc devait nécessairement étre de plus 
grande dimention. Or le bloc portant Tinscrìption, et auquel il manque rextrémité de droìte, me- 
snre encore 2^,20 de Jongnenr (V. la fig. 22). 




56 0. 6RANDIDIBB 



ir^aas* ••*••■ 



Fig. 9 - Fronton de la porle E ecfi. 9 » 9» j era 



occidentale, deptiis le sarcophage n^ 11, qni a obstrué plus tard le passage, est dallée 
très groBsièrement en débris de tontes sorte»; morceanx de dalle», fragmeots de ter- 
rasse en beton, et méme pierres de moalins à main ; mais ce dallage est incontestable- 
ment d'nne très basse epoque. Tonte la snrface était peut-étre primitivement recouverte 
d'nne conche de mortier, ou plus probablement, était simplement en terre battae. 

6* Les ouveriures. — Les denx entrées dn vestibule, ainsi qne les ouvertures sur 
l'abside et sur la salle C, étaient absolnment libres, sans autre fermetnre, sans donte. 
qne des tentnres. Un peu plns tard, le large passage donnant sur la salle, a été rétrécì 
par nn mur en blocage et ninni d'nne porte avec senil et cadre en pierres à fenillnres 
(E, fig. 1 et 3). La porte s'onvrait à l'intérienr de la salle. Le lintean était forme d'nn 
bloc de pierre, dans leqnel était 

taillé nn fronton arrondi, de méme ':^rf^^^^^?>5^ 

largeur qne la porte (1°*, 30) et de '^^11^10^^ 

0", 50 de fléche. Ce fronton, qne ■'-''^'m^^^ 

nons reprodnisons, fig. 9, est prò- *' . .'• i/^§S è\'^^ ■^^'^''^^Bl^ 

fondément refonillé à l'intérienr, 
ponr former le monogramme com- 
plet du Christ: le X traverse dn P 
et accoste de TA et de CO ; le chrisme 
atteint tonte la hantenr du refonil- 
lement (0", 23), PA et PO) ne s'élè- 
vent qu'à O", 15. Le ponrtonr est 

décoré d'nne monlnre tournée vers l'intérienr. L'extrémité gauche dn lintean est bri- 
sée, entrainant une partie du fronton, mais laissant henrensement intact le superbe 
monogramme. 

A ce propos, nons remarquerons qu'on volt nn autre chrisme grave extérieuremeDt 
sur la partie postérienre dn ehapiteau j, à l'Ouest: le X a O"*, 16 de largenr et de 
hantenr, le P dépasse en hant et atteint 0"", 22. 

Ponr accèder an senil de la porte E, qni s'élevait à près de 0°", 60, denx marcbes 
grossières fnrent placées en avant. 

A nne très basse epoque on a ferme également les entrées Est et Onest, ainsi qne 
l'ouverture absidale, par de manvais mnrs munis de portes. Le sol extérieur était alors 
très relevé, car les seuils des portes étaient, à l'Ouest, an niveau des bases des colonnes, 
et, à l'Est, beauconp plus hant; le sol intérieur fut également relevé. Le passage G 
fut, en méme temps, muni d'nne porte dont on voit le senil (fig. 2 et 20) à la hantenr 
dn sonbassement. Ponr recevoir cette porte, des fenillnres fnrent taillées, de chaqne 
c6té, dans l'épaissenr du mur. 

Le couloir fut aussi partagé en deux parties inégales, par nn mnr reliant le pilastre t 
à la demi-colonne A. Gomme il ne reste qne le bras de ce mur, je n'ai pn m'assurer 
s'il y avait là une porte, mais c'est bien probable. 

Le vestibule et l'abside fnrent de la sorte convertis en habitation: ce qni n'est 
certes pas leur destination primitive. 

Les fonilles dans le vestibule n'ont amene la déoouvorte d'ancnn objet intéressant 
Deux petites umes en poterie ordinaire, quelqnes fragments d'nne grande jarre, pln- 
sieurs pierres de monlins à main, nne dizaine de monnaies en bronzo extrémement 
fmstes (à peine y reconnatt-on 1 Constantin et 1 Constance II) : c'est tont ce qne j'ai 
à signaler. 

II. L'abside. 

Gomme on le voit snr le pian (fig. 1), l'hémicycle ou abside n'est pas place au 
milieu dn mur Nord, mais plus à l'Est. Ponrqnoi cette anomalie? Je n'en vois ancune 
explication plausible. Gotte constrnction est entièrement en maQonnerie de blocage, à 



DEUX MONllMBNTS FUNÉRAIRES A TIPASA 57 



part les dalles qni encadrent les fenétres et quelqnes harpes qui relìent les denx extré- 
mités avec le mnr dn vestibnle: prenve evidente qne l'abside est contemporaine de 
celui-ci. La mnraille mesnre 0", 55 d'épaisseur. L'aire intérìenre a 2^,80 de profondeur 
snr 2", 60 de diamètre antérieur. Le pavage a dìsparu, mais j'en ai retroQvé les traces 
sur tont le ponrtour, au méme niveau qne le sol da vestibule. Il devait étre en simple 
beton. Le sol avait été jadis fouillé profondément, sans donte par des cherchenrs de 
trésors. En y faisant nn sondage de près d'un mètre, j'ai remarqué qu'ilavait été remué 
encore plus bas. Il était rempli de débris de tonte sorte; mais rien de bien intéressante 
Entre antres menns objets trouvés: une bague en bronze tonte simple, une petite clef 
en fer avec anneau transversai semblable à une bague, des débris de ressort de ser- 
rare en cuivre. 

Trois fenétres (I, F, I"), de O^jSO carrés d'ouverture, éclairaient l'abside: une au fond 
et nne de chaque coté. Elles sont au méme niveau que les chapiteaux da vestibale. Je 
n'ai trouvé que quelques débris des garnitures; le centre de l'une d'elles permet d'en 
reconstìtner le motif, qui formait le monogramme primitif : le X traverse d'un I (Yoir 
la fenétre du fond, I, dans la fig. 2). 

L'abside était converte d'une voùte en forme de demi-coupole ou concha. Elle était 
en blocage comme la mnraille à laquelle elle faisait suite tout uniment. On voit encore, 
à l'Est, le commencement de la courbe; mais le peu qui en reste ne permet pas de 
décider si elle était de plein cintre ou surbaissée, pour rester dans le style des arceaux 
de l'entrée et du vestibule. 

L'entrée de l'abside n'est pas exactement au milieu, mais plus rapprochée du coté 
gauche, et mesure 1", 70 d'ouverture à la base. Elle est décorée de denx pilastres (e, d) 
avec bases et chapiteaux, taillés dans l'épaisseur des pieds-droits, et en tout sembla- 
bles à ceux du vestibule. Comme dans ceux-ci, on y remarqué quelques négligences 
de travail: les bases ne sont pas au méme niveau; celle de droite (d) n'a presque pas 
de relief et est beauconp plus épaisse que celle de gauche; le pilastre n'est pas non 
plus au milieu du pied-droit, mais très rapproché de l'angle extérieur. Les chapiteaux, 
étant abrités sons l'arceau U, sont très bien conservés, surtout celui de gauche (e), qui 
estintact. L'areeau U, en pierres très bien ajustée8,'qui surmonte l'entrée, n'a que 0", 27 
de fléche sur 1", 70 de portée (V. fig. 2). — Le seuil F, presque infonne et en deux 
pièoes, qui obstrue la partie inférieure, n'y a été place, comme nous l'avons déjà re- 
marqué, qu'à une très basse epoque. 

Sons la dalle qui supporte la fenétre I' à l'Est, on voit dans le mur une grande 
brèche rectangnlaire, haute de 1"", 20 environ et large de 0"", 80. Elle a été pratiquée 
probablement par les Arabes, poar servir de porte extérienre à l'habitation installée 
dans l'abside. 

III. La salle C. 

Cette salle s'étend, au Sud, sur tonte la longueur dn vestibule, et a été certai- 
nement constraite en méme temps que celui ci, car les denx extrémités dn mur du 
vestibale forment jambes boutisses, lìées avec les denx mors extrèmes de la salle. 
La mnraille Sud joint ceux -ci à angles droits, et comme le coté Sud dn conloir oblique 
au Nord'Est, la salle n'est pas tout à fait rectangnlaire: sa largeur intérieare est 
de 4«, 60 à l'Onest et de 4", 82 à l'Est. 

Les murs, de 0"',50 d'épaissenr, sont construits en ma^onnerie de blocage avec 
jambes-bontisses en pierres de taille aux angles et jambes de force de distance en 
distance. — Deux fenétres, I et I', à l'Est et à l'Onest étaient primitivement les seules 
onvertnres extérieures de la salle \ Quelques fragments de garnitures ajourées peuvent 

* De ces fenétres il ne reste qae quelques traces, car les murs sont démolis à leur niveau. 



58 



0. GRANDIDIER 




• : • 




Fig. 10 
Bcfi:L 



Fig 11 



lenr avoir appartena; les fig. 10 et 11 reprodnisent denx de ces fragments, mais 
ne suffisont pas ponr les reconstìtuer. De prime abord, on pourrait pent-étre voir, 
dans ces sculptnres, des caractères alphabétiqnes, snr- 
tont dans la seconde où, sur la face représentée, on 
lit IP. Mais, bien qae le refonillemenl;, dans cet angle, 
ne traverse pas tonte Pépaìssenr, les scnlptures de la 
face opposée snivent exactement le méme trace, de 
sorte que les caractères se lisent a a rebours: <?L Cette 
particnlarité jette qnelque donte snr la nature de ces 
scnlptures, à moins que, en supposant les qnatre an- 
gles semblables, le renversement des caractères n'ait 
été qn'une conséquence de la symétrie. D'autre part la 
cassnre que l'on volt au pied dn P indique la naissanee d'une ligne oblique, pent- 
étre un X. Nous anrions alors un monogramme decompose, d'un genre tout à fait remar- 
quable, dont la figure ci-contre donnerait une idée. — Ce qui semblerait confirmer cette 

restaura tion, quelque peu hasardée, c'est que, dans le 
fragment qui subsiste (fig. 12) on ne peut tronver trace 
d'autre point de jonction que colui que nous avons si- 
gnalé, au pied de la lettre P. 

La petite porte E, étroite et basse (1 m. de hant snr 
0,50 de largo), qui se trouve dans le mur Sud, n'a été 
pratiquée qu^à une basse epoque, comme semble Tindi- 
quer le raccord des dalles à feuillure, qui l'encadrent, 
avec le reste de la ma^onnerie, et snrtont son élévation 
(0", 40 environ) au-dessus du sol intérieur primitif. 

Celui-ci, comme nous Favons déjà observé, se tron- 
vait de 0*", 30 environ plus élevé que le sol du vestibnle. 
Il était en terre battue. 

La salle était converte d'une terrasse, faisant saite 
à celle du vestibule et supportée par des pontres et un planoher. 

Une bonne partie de la salle, à PEst, était, dèa l'origine, occupée par un masaif 
en magonnerie T, de forme trapezoidale. Ce massif mesure 2", 70 de largeur moyenne 
(du Nord au Sud), sur 3"°, 70 de longueur en avant (coté Nord) et 3", 20 en arrière. 
La hauteur au-dessus du sol est de 0,50 environ sur Ics bords Est, Sud et Ouest. La 
snrface, à partir de ces bords, va en s'élevant peu à peu, vera la partie antérienre M, 
autour de laquelle elle s'arréte, la laissant en creux et l'entourant d'un rebord de O"", 15 
de hauteur. M constitue ainsi une sorte de bassin, mais ouvert sur le devant; la partie 
postérieure, vers le Sud, était légèrement arrondie en anse de panier. — Tonte la snr- 
face supérieure et laterale du massif, ainsi que la cavité M, étaient revétues d'une 
forte couche de ciment très résistant. 

C'est là assurément un trielinium funéraire, avec ses plans légèrement inclinés 
sur lesquels se couchaient les convives, et sa cavité, la «mensa» pruprement dite, où 
l'on déposait les mets du repas funebre. — Ce trielinium, comme je Tai dùment constate, 
est antérieur à la construction du mur orientai de la salle, et, par conaéquent, de tout 
rédifice. Nous aurons occasion d'expliquer ce fait dans nos observations finales. 

A part le trielinium, la salle paraìt avoir été, à l'origine, entièrement vide, et 
devait servir de lieu de réunion, de libre accès, vu sa largo ouverture sur le vestibnle. 
Je crois devoir revenir un peu sur ce point. 

Ce qui me fait avancer avec assu ranco, que tout l'espace compris entro les pieds- 
droits formés par la partie postérieure des demi-colonnes hi, était d'abord oomplè- 
teraent ouvert, c'est que: V les pieds-droits sont coupés verticalement avec soin, comme 
si la face laterale devait rester en vue; 2° le mur, qui y est adossé, n'est point lié 




Fig. 12 



DEUX MONUMENTS FUNÉBAIRES A TIFASA 59 



avec Ini par des harpes, oomme on en voit ailleurs; S"" si la porte était con temperai ne 
du reste, le jambage Est anrait été ménage dans le pied-droit, tandis qu'il consiste 
en une dalle verticale collée contre ce pied-droit; de méme, le senil anrait été forme 
dans le socie dont nons avons parie, sans le snrelever tant an-dessus dn sol de la 
salle et surtqut da vestibnle, et l'on aurait ménage nn esealìer faisant corps avec la 
constrnction; 4^ enfin, le monogramme qui surmontait cette porte, semble, par sa 
forme, d'epoque plus recente que celle à laqnelle nous croyons devoir attribuer l'édifice 
lui-méme. 

Lorsque la destination primitive de la salle n'cut plus de raison d'étre, on en 
ferma l'entrée et elle fut réservée, sans dente, à la sépnltnre de personnages mar- 
quants. Elle est, en effet, encombrée de tombeanx. 

A part les n"" 8 et 10, ces tombes consistent en sarcophages ou cuves en pierre 
calcaire, de 2™ à 2°*, 20 de longueur, sur 0", 70 à 0", 75 de largenr et autant de hautenr. 
Ils sont recouverts de grandes dalles d'nne seule pièce de 0°", 15 à 0", 20 d'épaisséur. 
Ces convercles sont plats et nnis, ponr la plupart; celni da n^ 1, ainsi que celui du 
vestibule (n^ 11) sont à denx pentes, en forme de dos d'àne, avec piate-bande trans- 
versale à la téte; le n^ 2 ainsi que celui du sarcopbage que Ton voit contre l'abside, 
à l'extérieur (n"" 12), sont également en dos d'àne et avec un rebord, se dressant le 
long du cdté Sud. 

Les sarcophages n"" 1 à 5 et les n"" 11 et 12 sont arrondés du coté de la tete, 
c'est-à-dire à POnest; les autres sont carrés. 

La tombe 10 a été faite à peu de frais: on s'est contente de déposer le corps dans 
l'intervalle qui séparé le triclinium du mur Snd; on a élevé deux petits murs à chaque 
extrémité et le tout a été recouvert d'nne dalle, dont un bord s'appuie sur le tricli- 
nium et Tautre est scellé au mur par du mortier. 

La tombe 8 est d'une facture particulière. C'est une sorte de caveau peu profond 
(0'",70 environ au-dessous du sol), que des murs en blocage élevaient au-dessus du 
sol de la salle à une certaine hautenr; actaellement ils atteignent le niveau supérieur 
du triclinium, mais peut-étre s'élevaient-ìls plus haut. Ces murs, qui, à leur base 
retenaient les terres des deux cotés, supportaient les dalles recouvrant le caveau. De 
celles-ci je n'ai retrouvé que qnelques débris. La partie antérieure, an-dessus du sol, 
semble avoir été fennec par une dalle verticale. — En déblayant ce caveau, j'ai été 
snrprìs de ne pas trouver d'ossements. Ce n'est qu'en poursuivant les fonilles jusque 
sous le mur Est de l'édifice, d'ailleurs peu profond, que j'ai retrouvé nn sqnelette 
allongé sous ce mur. C'est, sans doute, ponr gagner de la place que les constructenrs 
du caveau en ont agi ainsi: mais le caveau proprement dit, qui pouvait contenir deux 
corps, n'a pas été utilisé. Il est d'ailleurs d'ane très basse epoque. 

Ponr piacer le sarcopbage 9, on a creusé le milieu du triclinium, assez profon- 
dément ponr que le convercle seul emerge du massif. Les autres sarcophages étaient 
déposés à méme sur le sol de la salle, à l'exception du petit sarcophage n"" 5 qui 
était enfoncé dans le sol, presque jusqu'au convercle. 

La plupart ont été retronvés intacts; senis les n'^" 2, 5 et 7 avaient leur couvercle 
brisé et étaient remplis de terre. Dans les autres, les sqnelettes étaient intacts. En 
ouvrant le n^ 9, j'ai vu encore en place, dans tonte leur longueur, les deux planches 
latérales du cercneil en bois de pin qui contenait le corps; mais elles étaient telle- 
ment décomposées qu'elles se sont désagrégées presque complètement en les touchant. 
C'est la senle tombe où j'ai constate l'existence d'un cercneil en bois. — Le n"" 3 con- 
tenait les sqnelettes d'une femme et de son enfant, àgé de trois ou qnatre ans au 
plus; tous deux semblent avoir été victimes d'un incendie, car plnsienrs ossements, 
les cranes en particulier, étaient en partie calcinés. 

La tombe n^ 1 mérite une mention tonte speciale. A c6té du sqnelette d'nne per- 
sonne très àgée, de sexe férainin, a ce qu'il semble, j'ai retrouvé la coquille d'un gros 



60 0. OKANDIDIBB 

escargot et les sqnelettes d'un poìssoD et d'un oiaeaa, noe colombe, sì je ne me trompe 
Ils ont été déposés, eelon tonte vraÌBemblauce, aaprès da défant, dane une idée sym- 
boliqne. La présence de coqnilles d'eacargot dans le» tombes a déjà été sigoalée': c'est 
le symbole de la résnrrectìon future; mais je ne connaÌHsais pa» d'exemple de poìssone, 
DÌ de colombes déposés dans les eercaeils. Le poifison et la colombe eont tont parti- 
cnlièrement le symbole, l'image de Jésus-Cbriet; lenr dépnt, en compagnie da défaot, 
ne semble-t-elle pas la reprodncdon matérielle dee formales: Vivas in Chrislo, cum 
Christo, etc, et comme l'image seoBible de l'union des élna avee Jésos-Cbrist dana 
l'éternelle félicité? 

Diyers objets mobìliers ont été retroarés dans la salle, partìoalièrement dans les 
ìnterstices qni séparent la tombe 1 et snrtont la tombe 4 des mars adjacenta. Ce sont: 

r De menas débris de plnsiears vases en verre de formes et de dimensiona 
variées. 

■ 2° Des débris de vases en poterie de diversea natares. Lea nuB appartenaient à 
de la vaisselle de ìaxe; ìIb sont en argile ronge, d'nne grande Snease de matière, 
vernia, et d'une remarqnable élégance de formesetde décorationa: celles-ci coDaistant 
anrtont en motifs foliacéa. La fig. 13 reprodait une partie d'nne elegante soas-conpe, 
de D'alio de diamètre et D'Eolo de hautenr; le fond était décoré d'nn deasin, im- 
primé en crens, dont le fragment ne conaerve qa'nne petite partie, sana aignification. 
— Les aatrea déhria, en pina grand nombre et en poteries plus on moina grossièrea, 
appartiennent à des Hmpbores et itrnes ordinaires de diveraes tailles, à dea casBolettes 
aree eonverclea percés de troua, et à de la vaiselle c^mmnae. J'ai pn reconstitner 
entièrement nne espèce de cn vette, reprodnite (fig. 14); son diamètre est de 0",30 et 
sa bautenr de 0™,11. Elle eat en argile janne, piquée à l'intérieur de menna fragmenta 
de brìqne ronge très dure; elle paratt tonrnée et non moulée. 



F,g 14 '■'8 11 

3° Plnaìeurs lampea entières, de la forme connue, et de nombreux débrìa d'aotres 
lampea. En voici la descriptioD: 

a) Un exemplaire entier, dont la cavité snpérienre, de torme circulaire, est 
percée de deus troas, piaeéa dans le sene de la longnear, an pina groa vera la prìse, 
l'aatre, pina petit, vere le bec; antour de la cavité est moulée une ìnacription, à peine 
liaible: d'nn coté, EHITE LVCERNAS, de l'antre, COLATAS AR(stc)ASSE. Deaaona, 
deox eerclee concentriqnes en crenx, sur le plat. — Dimensions: O^.IO aar O".©?. 

b) Un exemplaire entier, avec denx troaa comme ci-desens (le petit n'est pas 
entièrement perforé). Àntour, nne gairlande de feaillea de lierre. Deasons, deax cercles 
concentriques en creax. Dimenaiona: ©".Il anr O^jOS. — Cette lampe est reprodnite 
(fig 15) comme modèle de la forme géaérale de la plapart des lampea tronvéea. 

' Voir Martipiy: IHct. dea AntìguiU'È ehrét., art. « Coquillagee *. 



DEUX MONUMBNTS PtJNÉRAlRES A TIPASA 61 



c) Denx exemplaires entiers, avec denx trons; la cavité se continne, par une gorge 
étroite, jnsqu'an bec; ponrtour lisse. Dessous, deux eercles eoncentriques en creux 
(C-jlO sur 0",07). 

d) Un exemplaire presque entier (il ne manque que la prise et l'extrémité du 
beo), de forme aplatie, avec cavitò large mais peu profonde, munie de sept trous: un, 
plus gros, an centre; les six autres disposés en cercle tout autour. Pourtour lisse, à 
part deux eercles eoncentriques en creux, très rapprochés, entourant la cavité. Une 
petite ligne transversale en creux, entourée de petites stries, également en creux, sé- 
paré le bec de la cavité. Dessous, un cercle en creux autour du piat (0™, 115 sur 0"*, 085). 

e) Un exemplaire, dont l'extrémité du bec manque; deux trous danslesensde 
la longueur; arabesqnes moulées en relief autour de la cavité. Dessous, deux eercles 
eoncentriques en creux (0"™, 10 sur 0™, 07). 

f) Un exemplaire, brisé en le déconvrant: surface supérieure tonte piate; la 
cavité, dont le fond est également plat, se continue jusqu'au bec par une large gorge ; 
elle est ornée d'un chrisme élégant; deux trous latéralement, dans les bras du X; 
antour: fruits et feuilles alternés, en relief sur fond creux. Dessous, rebord circulaire 
autour du plat. (0'",12 sur 0",07). JflUe est reproduite (fig. 16). 

g) Un exemplaire dont il n'a été retrouvé que la partie supérieure, mais en- 
tière: cavité quadrangulaire, avec qnatre trous: un, plus gros, au centre; les trois 
autres disposés en triangle, dont le sommet est vers la prise. Autour de la cavité, une 
ligne en creux, accostée tout autour de courtes stries (0"", 105 sur 0*", 065). 

h) Un exemplaire entier: cinq trous disposés en tau (T); autour de la cavité: 
deux lignes en creux avec une ligne de points intermédiaires, et de courtes stries à 
l'extérieur; une ligne accostée de stries semblables entourele bec, en arrière. Dessous: 
trois eercles de points séparés par deux lignes en creux ; trois lignes parallèles en creux 
se dirigent du plat vers la prise (0™, 11 sur 0'",075). 

i) Un exemplaire entier, à deux becs, et muni d'une large et longue queue 
évidée, se prolongeant horizontalment et affectant un peu la forme d'une piramide 
triangulaire, a pointe un peu relevée. Trois trous en triangle. Pour tout ornement : une 
palme sur la queue en traits creux, et un cercle en creux autour de la cavité. Des- 
sous, deux eercles eoncentriques (0"", 16 sur 0"", 10). La fig. 17 en donne le croquis. 

j) Les divers débris d'autres lampes se rapportent aux cinq premiers modèles, 
et n'offrent aucune particularité à signaler, sinon que l'nn d'entre eux présente deux 
anneanx de suspension. 

4^ Une qnarantaine de petites monnaies de bronze, très frnstes, ont été trouvées, 
sur le sol primitif généralement, à plusieurs endroits, mais snrtout devant la petite porte 
Sud, où elles étaient un peu mieax conservées. J'y ai reconnu : 3 Constantin, 1 Cons- 
tantin II, 2 Constance II, 1 Yalentinien et 1 Yalens. 

On remarque, en avant du mur Sud (V. le pian), disposés à peu près en demi- 
cercle, cinq piliers forraés de pierres de taille superposées, et dont deux (A, 0), adossés 
au mur, reposent directement sur le sol. Des trois autres, / et m s'appuient sur des 
sarcophages et n sur le triclinium. — Ces piliers, d'epoque manifestement postérieure, 
étaient destinés à consolider la terrasse, sur laquelle oh eleva un étage. Ils devaient 
se trouver peut-étre au-dessous d'autres piliers ou colonnes, correspondants dans la 
partie supérieure. Une de ces colonnes avec sa base, ainsi qu'une base demi-circulaire 
semblable, ont été retrouvées dans les décombres, sur le triclinium. La base a 0", 60 de 
diamètre à sa partie inférieure, qui est formée d'une plinthe carrée, et 0", 32 de hau- 
teur (fig. 18); la colonne, gamie d'un large bourrelet à une extrémité, est très massive, 
mesnrant 1°, 60 de haut sur 0'",44 de diamètre. Fùt et bases sont en pierre calcaire. 

On a aussi déterré deux chapiteaux de pilastres, ayant servi de cadres à une 
fenétre, comme le prouve la rainure que l'on voit à la partie supérieure (fig. 19). Ont-ils 



0. aSAHDIDIBR 



apparterrn à l'étage iupérieor, on à la fenStre orientale de la salle C? J'iDclÌDerais 
ponr l'étage sapérienr. 

Cet étage n'appartieut pas à la conetractìon primitive, car nn escalìer y aarait donne 
accèa. Or l'escalìer qne l'on voit an Nord sar le flanc da conipartiment D, est d'nne 





P'fr 13 



époqne poetérieure, comme none leverrone; d'autre part, dods ne ponvons gaère snp- 
poser l'exiBtence d'un escalier dans le ponrtonr non débiayé, car, s'ìl arait existé, on 
n'aarait point pria la peine d'en constrnire nn second. L'édifice prìmitif n'était donc 
pas snnnonté d'un étage, mais se tertninait très probablement par nu petit mar, en 
parapet, élevé snr la comicbe dont nona avons parie, ut conronné Ini-m^me d'nne cor- 
niobe sembtable, mais de plus petit modale, dont on voit qnelqaes pièces aax aleo- 
toars; car elle a été ntilisée dans l'étage snpérìeur. Ce parapet semble exigé, d'abord 
poar conronner convenablement le monament, et surtont poar fermer ia voùte de 
l'abside, qui, mSme en la sapposant snrbaissée, dépassaìt encore le niveaa de la ter- 



Fig, 20 - CniquÌB dn tombeau reatauró (Face Est) 

rosse. Les eaux ploviales se déversaient au debors par des gargouilles, simples eanaas 
en pierres, dont l'nn a été retroiivé, et qui devaient ètre placés jnste an-dessons de la 
comiche ìnférienre {Voir l'essai de restanration, fig. 20). 

lY. L'appendice D. 

Lorsqne l'on constmisìt l'étage snpériear sur le vestibule et la salle C, on réanil, 
par un mnr en petites pierres de taille, l'extrémité Nord-Onest du vestibnte avec le 
mar de la basiltqae de Sainte-Salsa, en y ménageant ane porte, N, tout contre celle-ci: 
pois nn escalier en pierres de taille, de 1" de largeur, fnt adossé intérienremeat à ce 



DBUX H0NUHENT3 FUNÉRAIBES A T1PA8A 63 

mar. Le mar et Tescalìer aont d'asse» manvaise constructìon. Celni-ci repose Bsr raassif 
en maavais bloca^e, doiit l'angle Snd-Est, cepeudant, est ea belle» pierres de taille 
(V. fig. 21, FI. II). Le massif a'arrète à un métre da mar da vestibule, poQr ménager 
an passage sur l'ouvertnre G, qui a pent-étre été pratiqaée seulement alors. Ponr anp- 
porter les deniières luarches, deux dalles ont ét<^ jetces sur le passage, a'appnyant 
d'un cdté snr le massif, oà ellcs formeot la 9' marche; et, de l'autre, s'encastrant 
dans une entaìile pratiqnée dans le mar à cet effet. Il ne reste en place qn'ane de ces 
dalles (L); l'antre, ainsi qne lea marches sapérìenres ont disparn. Une balustrade en 
metal, dn e$té oppose aa mnr, rendait l'nsage de cet escalier moins dangerenx, car 
les marches sont très hantes (0°',26 à 0", 27) et très étroites (de 0'°,22 àO", 26 seule- 
ment). La partie inférieure de la balustrade suivait tona les contonrs des gradìns et 
s'encastrait dans nne |)etite rainure que l'on volt près du bord. La T marche porte les 
traces d'un scellement et n'a pas de rainnre. 



En reconstituant le sommet de l'escalier (fìg. 20), on volt qu'ii abontiasaìt an 
sommet du mnr encore exìstant. II donnait, sans donte, snr une porte ((2); le seuil était 
taillé dans la comiche, ou dispose à la mème place. 

L'escalier est, à première vue, manifestement poatérieiir à Pédifice. II l'est égalemeot 
par rapporta la partie occidentale de la basilìque de Sainte-Salsa; car il n'a été fait 
que lorsqne les alluvions natnrelles avaieut déjà nécessìté le relèvement, par une 
marche extérieore 0, du seuil de la porte laterale P. L'escalier, en cffet, ainai qne le 
mur auqnel il est adossé, leposent directement sur le sol an nireau supérieur de la 
marche en qnestion. Or la construction de cette partie de la basiliqne, datant, comma 
le pense M. Gsell ', du commencent du Vi" siècie, il fant se rapprocher de la fin de 
ce sièele ponr dater la constrnction de l'escalier et, par consijqnent, de l'étage snpé- 
rienr de notre monument. 

A cette époqoe, rieu, à ce qu'il semble, n'était encore changé dans la partie infé- 
rieure de celni-ci, excepté la plnpart des tombes, qui s'y trouvaient déjà. C'est à ce 
moment, je pense, qne l'on fit le manvais carrelage dn vestibule, dont nons avons parie. 

Il est à remarquer que le mur, reliant, au Nord, le pìed de l'escalier aree le fond 
de l'abside, n'offre aucune issue. Il est certainement de. construction arabe. II est en 

■ Consultar, ponr ce qui ooncerae la Basilique, la sarante étude déjA citée. 



64 0. GRANDIDlEtl 



détestable blocage magonné avec de la terre, et s'élevait jnsqne snr les premières 
marehes de Tesealier, allant rejoindre le mar Ouest: ce qni ìndiqne que reacalier 
était devenu inutile et que l'étage, anquel il donnait accès, était alors détrnit. 

Le compartiment D n'existait dono pas réeliemeot à l'epoque chrétienne. Ce n'était 
qu'na recoin entre la basilique et le monument, avec entrée de part et d'autre. 



Y. Estimations chronologiques et destination da momiment. 

Nous venons de déterminer, approximativement, bien entendn, la date de l'escalier 
et, par suite, de Tétage supérieur, vera la fin da VI" siècle. Jusqn'alorB, Tinténenr 
ne paraìt pas avoir subi de modification autre que le dépot des sarcophages et la 
fermetnre da passage donnant sur la salle C. Quant a celni-ci, la factnre da mar et 
surtout le beau monogramme qui surmonte la porte £, nous font remonter, sans hési- 
tation, an V siècle, et mème a la première partie de ce siècle \ La fermetare des 
autres uassages da vestibale, pour le convertir en logement, ainsi que l'abside, est, 
au contraire, d'une très basse epoque, bien postérieure à l'escalier lui-méme. L'éxhaus- 
sement progressif dn sol extérieur necessita le relèvement du sol intérieur, ainsi que 
je l'ai constate et comme le pronve la hauteur des nouveanx seuils. D'autre part, le 
mode de construction est sensiblement de meme genre que celle des mura, par les- 
quels on rétrécit, dans les derniers temps, le sanctuaire de Sainte Salsa: petites pierres 
de taille et matériaux de tonte espèce, empruntés à d'autres constructions, et empilés 
les uns snr les autres, sans mortier; les portes sont étroites et basses; leurs cadres 
sont encore en pierres à feuillure, mais grossièrement ajustées. Tous ces indices nous 
reportent, ce senible, et comme le pense M. Gsell, après la 1'* invasion des arabes (665). 

Mais le point prineipal à établir, c'est l'àge du monument prìmitif lui-méme. 

Nous avons déjà constate qu'il est antérieur, d'une part, au prolongement de la 
basilique de Sainte-Salsa (commencement du VII' siede); et, d'autre part, antérieur 
aussi à la fermeture de l'entre-colonnement hi {V moitié du Y^ siècle). L'examen pu- 
rement technique de la construction nous reporte aussi a une belle antiquité; malgré 
la négligence, ou plutot la précipitation sensible, dans l'exécution des détails, l'en- 
semble dónote une bonne epoque. Les chapiteaux surtout, bien qu'ils aient beaueoup 
perdu de la pureté primitive du style corinthien, ne manquent pas d'élégance; ceux des 
pilastres principalement sont exécutés avec un soin remarquable. D'après ces indices, 
déjà concluants, nous remontons, sans difficulté, au lY^ siècle. 

D'autres considérations vont pent-étre nous permettre de préciser davantage, en 
nous éclairant sur la destination meme de l'édifice. 

C'est d'abord l'inscription placée au-dessus de l'entrée orientale. Elle était gravée, 
avons-nous dit, sur un bloc de pierre calcaire, qui devait mesurer 2'", 65 de longnear, mais 
il se trouve brisé en quatre principaux tron^ons; les trois premiers qni se rejoignent 
parfaitement, quoique très écornés (V. fig. 22), gisaient épars a la snrface du sol. 
en avant de l'entrée orientale. Cependant ils ont passe longtemps inaper^^ns, et c'est 
à M. Gsell que nous devons de les avoir reconnus et signalés le premier. Le quatrième 
fragment, à droite, n'a pn étre retrouvé; il est probablement enseveli dans la haute 
conche de décombres et d'alluvions, que je n'ai pu attaquer. 

La face du bloc, sur laquelie est gravée l'inscription, mesure 0"',56 de hauteur; 
le champ grave occupait sans doute tonte la largeur de l'entrée. Une profonde rainure 
de chaque coté de l'inscription, comme on la voit encore à gauche, continuait l'ali- 
gnement vertical intérieur des pieds droits, pour que ceux-ci ne paraissent pas inter- 
rompus, et se continuait au-dessus de l'inscription, moitié snr l'angle du bloc et moitié 

^ Cf. Gsell., op. laud. 



DEUX HONUUGIITS rONÉRAIRES A TIPASA 69 

dana le joint en mortler qui )« reliait areo la eoniicbe. L'inscrìption se tronvait aiiurì 
nettement déUchée da reste de la conatrnetion. 

L'inscription compreDait troia lignea. Sanf lenre extréraitós, qui doivent se tronver 
aar le é' fragment doq retroové, les denx premières lignea sont à pen près eotières. 



F^a 22 Inscription de l'Entrte EST Ech. > * w j» y (-„„■». 

De la troisième, il ne Bntwiste que le premier mot, et certes, ce n'est pas le moina 
précienx ; la anìte est, poar la plns grande partìe, brisée et disparne ; le pen qui ta 
reste est sì effaeé qn'il est indéchiffrable. — Lea lettre» ont 0"", 15 de hauteur nioyenne ; 
il n'esiste ancone Bcparation entre les roots, comme on le voit sur le croqnia ansai 
fldéle qne possible de la fig. 22. Malgré les profonde ravages occaaionnéa par les intem- 
péries, snr noe pìerre d'une nature trèa friable, on lit eneore, sana trop de peine, ee 
qui snit: 

DE DEI PROMISSA . . i CQ^ .... 

CITIN NOMINE CRIS.." RA 



SALSA. 



Lea premiers mota doivent se lire , noe paa dedei, pour dedi, mais bien, comme 
me le faisait remarqner demièrement M. GaeU : de Dei (sone-entendu donis) promissa 
(aouB-ent. solvi on soluta mnO; c'est-à-dìre: < Pour les favenrs re^ues de Dìen, j'ai 
aceorapli les promesses {les voenx) que j'avaìs faites », Nons apprenona ainai qne notre 
monnment a été élevé en eiécotion d'un vceu. 

La première partie de la seconde ligne nons permet de reconstitner, sans héaita- 
tìoD, la fin de la première, et nona lirons {hi)e q(uits)cit in nomine C\h\ris{ti] ... Salsa. 
En eiamìnant le .croquis (flg. 22), il est manifeste qne la reatitntion quies, n'est pas 
snffisante pour occuper tout l'espace libre à droite; mais ii est fort probable qn'uu 
motif qnelconqne, une palme, sana doute, occnpait l'extrémité de la ligne, et peut-Stre 
méme tonte la hauteur du champ. 

La fin de la densième ligne est loin d'ètre anasi facile à rétablir. La lectnre dea 
lettres RA n'est pas douteuse; les denx hastes qui précèdent ponrraìent appartenir 
aox lettres LI, première syllabe dn mot, ear dana ì'eapace qui les séparé de CRIS, il 
n'y a de place qne ponr la fin dn mot cris(TI). Nons anrions alors LIRA.,.; serait-ce 
lira{ta), décbirée, massacrée, dans le aens de martyrisée, martyre? Je laiase la solution 
jt de plus compétents. 

Qaoì qu'ìl en aoit, la destìnation de l'édifice ne paratt paa douteuse: c'est le lieu 
de sépnltnre d'une certaine Salsa. L'importance de cet édifice, son style et son or- 
donnance pen ordinaire, le vceu dont il fut l'exécntinn, son emplacement, la concor- 
dance du nom, tont, en nn mot, nona reporte involontairement aux circonstancea qui, 
d'après le texte de aa Paasion, accompagnèrent l'enaereliaaement de la martyre tipasienne 
Salsa, à Uquelle fut dédiée la baailique Toisine, dèconverte par M. Gaell. Les roici 
en qnelques mots. 

Après son martyre, le corps de Salsa fut jeté à la mer, et le conrant te porta 
Tcrs le port: < ac propemodum finitimum futuro sepulchro tenaci ad modum in sta- 



66 0. GRANDIDIEB 



tione fundavit » \ Fresqne au méme moment, arrìvait et jetait Tancre, par dn temps 
superbe, le vaissean d'un certaìn Satnrninus. Ànssitot une horrible tempéte se déchaine, 
qui menace d'engloutir, à tont instant, le navire. Par trois fois Satnminns est averti 
en songe qn'ìl perirà corps et biens, sii ne retire le préeienx depòt qni git sona son 
vaissean. Àu bont de trois jours, Saturninns, désespérant de son salnt, se décide enfin 
à exécnter Tordre celeste, qn'il n'avait pris d'abord qne pour un vain songe. Il plonge 
dans les ilots en fnrenr, et, sa main rencontrant la ceintnre de la martyre, il ramène à 
la surface le corps saint: e Tunc ab omnibus corpus evehitur et congruo veneramine 
martyrinm consecratur potiusquam hnmatur, brevique admodnm taberuaculo, ad cnsto- 
diam temporum propagandam, colenda potiusquam condenda sepelitur, dnplicia Sa- 
turnino cum nautis Deo vota solventibus, sive quod evadere imminentis mortis me- 
ruit pericula, sive quia per eum sanctse Salsse fuerat pnblicatum martyrium >. 

Vrairaent, après la lecture de ces détails, il ne manquerait sur notre inscrìption, 
que le nom de Satnrninusl II n'est pas jusqu'au mot dont se sert l'hagiographe pour 
designer le tombeau: «Breve tabernaculum » qui ne soit pour nous une indication. 
Dans notre édifice, vu sa disposition generale, la petite abside voùtée n'a pn servir 
qu'à abriter un tombeau: le couloir n'est qu'un passage, permettant de cirenler li- 
brement devant l'abside; la salle C n'est qu'une annexe destinée à des réunions peu 
nombreuses; mais la partie principale, le tombeau proprement dit {memoria^ confessio 
ou martyrium), c'est l'abside, abritant un sarcophage exposé à la libre vénération des 
fidèles. Or l'expression < breve tabernaculum » peint admirablement « la memoria > de 
notre édifice, tandis qu'il fandrait en forcer étrangement le sens, pour y voir l'indi- 
cation d'un tempie, d'une église proprement dite, comme serait la première partie de 
la basilique voisine dédiée à Sainte Salsa. 

Il y a plus encore. Le vestibule ou couloir est nettement spécifié et distingue du 
« tabernaculum » par l'hagiographe. En racontant la visite sacrilège que l'usorpateur 
Firmus, assiégeant Tipasa, fit au tombeau de sainte Salsa, il remarque que € in ipsa 
vestibula tabernaculi, dejectnm (Firmum) equo, vix eum queunt armigeri sublevare». 

Dès lors tout s'explique avec une étonnante clarté, en ce qui concerne tant notre 
monument que la basilique elle-méme. — Les traces sensibles de précipitation, que 
nous avons remarquées dans la constrnction primitive, et qu'il était difiìcile d'accorder 
avec le lux relatif de l'ensemble, s'expliquent tout naturellement. Le capitaine et son 
équipage, malgré tonte leur reconnaissance et lenr vénération pour la sainte, ne pon- 
vaient, sans doute, prolonger trop longtemps leur séjour à Tipasa; aussi Satnrninus 
dùt-il mettre en oeuvre un grand nombre d'ouvriers et hàter le travail. — D'autre part, 
il ne fit pas une église proprement dite, car les chrétiens étaient encore très peu nom- 
breux: < rara fides », dit l'hagiographe; il se contenta d'un petit « tabernaculum » pour 
abriter le sarcophage où il renferma les reliques de la martyre. Ce sarcophage est 
le méme, selon tonte vraisemblance, que celui dont M. Gsell a retrouvé les débris dans 
la basilique ; il est en marbré blanc et décoré de bas-reliefs représentant un sujet 
profane ^ : ce qui n'a pas lieu de surprendre, car Satuminns dut l'acheter dans les 
ateliers de la ville, encore palenne. L'hémìcycle, constituant le tombeau, est tonrné 
vers le Nord, sans doute pour qne le sarcophage, qui devait étre place en travers, fùt 
réguliòrement oriente, de l'Ouest à l'Est. 

Pour compléter utilement son oeuvre, Saturninus adjoignit au tombeau une salle 
(cubiculum) où les quelques fidèles pnssent se réunir en paix, gràce aux immunités 
dont jouissaient, méme chez les pa'iens, les lieux de sépulture, qnels qu'ils fussent. 

^ Or le port antique de Tipasa se trouvait immédiatement au pied de la falaise sur laquelle 
B'élóve notre monument et la basilique voisine. 
• Cf. Gsell, opere di. 



DEUX MONUMBNTS PUNÉRAIRES A TIPASA 67 



L'élégant couloir, qui séparé et unit à la foie le cubiculum et le iabernaculum, est 
d'une très henrense coneeptioD.. 

Qnant à remplacement choisi, il est à croire que Saturninus Pacheta dans un en- 
droit libre da cimetière paKen qui se trouvait sur la colline dominant le port. Le tri- 
clinium, qui fut enfermé dans le cubiculum^ était peut-étre déjà abandonné, ou fut 
cède avec le terrain, et Saturninus le conserva pour Tusage des fidèles. Ainsi s'expli- 
querait son antériorité par rapport au monuraent. Celui-ci était, on peut dire certaine- 
DQient, entouré d'une area fermée de murs: le tombeau étant coraplètement ouvert, exi- 
geait une enceinte. La porte devait s'en trouver à l'Est, puisque l'inscription était de 
ce coté. 

Le tombeau de sainte Salsa devint dès lors le uoyau d'un nouveau cimetière chré- 
tien: le premier se trouvant à cinq ou six cents mètres au Sud^ 

Enfin, dans l'abside, qui n'a pu indubitableraent servir qu'à abriter un tombeau, 
quel qu'il soit, il n'a été trouvé aucune trace de celui-ci. C'est donc qu'il aurait été 
enlevé et transporté ailleurs. Or, s'il s'agit réellement du sarcophage de sainte Salsa, 
l'explieation sauté aux yeux. Lorsque le christianisme se fut développé à Tipasa, et 
que, Burtout, la vénération des habitants envers leur sainte compatriote eùt re^^u un 
nouvel élan, par la protection manifeste qu'ils éprouvèrent de sa part, lors du siège 
de Firmus, le breve tabernaculum ne pouvait plus suffire à la dévotion pieuse et em- 
pressée des fidèles. Ils construirent une église en son honneur, à quelques pas au Nord- 
Est, et y transférèrent les reliques vénérées. On put alors inserire dans ce nouveau 
tombeau: e Martyr hic est Salsa », qu'on lit encore dans la mosaìque qui en décore le 
sol; tandis que, au contraire, si l'on place dans cette église le tombeau primitif de 
sainte Salsa, outre qu'il serait déjà bien difficile d'y adapter les détails donnés par 
la Passion, comment expliquer la construction postérieure, à quelques pas de là, du 
tombeau mentionné dans l'inscription? 

Àprès la translation des reliques, l'ancien monument fut réservé, comme nous l'avons 
dit, à d'autres sépultures, peut-étre méme cède à une famille, qui se réserva le cubiculum 
et l'aurait fait alors fermer de la fagon que nous avons décrite. 

Plus tard, on édifia un logement an-dessus, peut-étre pour le clergé desservant 
la basilique. Enfin, dans les derniers temps, le rez-de-chaussée lui-méme fut con- 
verti en habitation. 

Bien donc ne contredit ', tout confirme, au contraire, l'origine et la destination pre- 
mière que nous attribuons au monument qui a fait l'objet de cette étude. 

C'est bien là la première confessio de sainte Salsa, le breve tabernaculum élevé 
par Saturninus pour y déposer son corps. Sa construction remonte, par conséquent, à 
la première moitié du IV* siècle, vers l'an 320, car c'est à cette epoque que diverses 
circonstances caractéristiques de la Passion de notre sainte font piacer son martyre, 
suivant les judicieuses observations de M. l'abbé Duchesne, à qui je suis heureux de 
faìre hommage de ce modeste travaìl. 

^ Gsell, Tipasa — Buìletin archéól. du diocèse d^Alger, n^ 5. 

' La seule difficulté qui paisse se présenter, est l^exìstence du monogramme, de forme dite 
constantinienne, que nous avons signalé sur le coté de rentrée occidentale du vestibule, et qu'on 
ne s'attendrait pas à rencontrer en Afrìque, vers Pan 320. Mais d'abord, il est bien possible quMl 
n'ait été grave que plus tard, car sMl était contemporain de Pédifice, il semble bien quMl se fùt 
trouvé plutòt du coté de la véritable entrée, à PEst ; en second lieu, Saturninus venant des Gaules 
et ayant pu aussi, comme navigateur, avoir des relations fréquentes avec Pltalie, la difficulté 
disparalt. 



68 



0. GRANDIDIER 



LA ROTONDE 



Le mansolée, anquel sa forme circulaire a fait donner ce nom, se trouve dans la 
néeropole occidentale, à une cìnquantaine de mètres à l'Oaest de rextréraìté du rempart 
de la ville, en contre-bas du rocher sur leqnel celui-ci est assis et à deux mètres a 
peine du bord de la falaise. 

Celle-eì, autrefois, s'avan^ait davantage dans la mer, ainsi qne Tattestent des restes 
de cryptes et de tombeanx dont la partie antérieure est tombée dans les flots, comme, 
par exemple, les tombes v, v' (V. le pian, fig. 1). 







Fig. 1 - Pian de la Rotonde 



Le rocher a été entaillé pour l'emplacement de l'édifice. Plus tard on j a creosé 
des caveau X, r, s, i. 

L'édifice mesure IS"", 75 de diametro. La partie la mieux conservée est celle da 
Sud et du Sud-Est, du coté de la colline, cotte partie ayant été ensevelie et protégée 
plus tòt par les terres d'alluvion. De ce coté, les parties de la muraille restées debout 
ont encore de 1 à 2 mètres de hauteur. Du coté de la mer, le mur est presque com- 
plètement rase. Il n'en reste plus que d'énormes blocs tombés à Tintérienr. 



DEUX HONUUENTS FUNKRAIRE3 A TlPASA 



§ I. Extérieor. 

Àvant leB fonilles, à peu près font le poartour de l'édiGce était dìaaioialé bodb lea 
alluTÌoiiB et les broussaillcB. On ne voyait emerger qne dea fragmentB de mar et qnelqoes 
extrémités de demi-colonoes, iudìqiiatit enffisainment la forme cironlaire dn monument; 
Que base de ces deuii-colooneB, visibie du cute de la mer, pemiettaìt de ee faire nne 
idée da style de l'extérieQr. J'ai pratiqut^ une trancUue sur tont le ponrtoar, ponr le 
dégager et me permettre d'eu dresser le pian exact. 

Gomme on le voit sor le pian (fig. 1), l'édifice était orné tout antonr de demi-colonnes. 
EUes soDt taillées dans dea bloca de pìerre calcaire superposés et doot la partìe pos- 
térienre est engagée dans la mnraille. Ellea étaient an nombre de Beize. On n'en voit 
pina qne Deaf en place et hantes de 1" à 1°, 60, depuie la demi-colonne E jnsqa'à M. 
D'aìllenrs, comme none l'avon» déjà observé, toute cette partie de l'édifice est très bien 
con&ervée JDsqn'à la hautear cì-dessns, qui atteint méme 2"', 50 envìron à l'endroìt 
traverse par la conpe (fig. 2), à gauche. 



Fig. 2 - Coupé en Y-Z (EUt aotuel) 

Lea demi-colonncB ont O-, 20 de rayon et sont mnnies à lenr extrémité inférienre 
d'an congé et d'un large filet (V. lìg. 3). Elles reposent sur des bases, en pìerre cal- 
caire également, bautes de O", 30, dont les fig. 3 et 4 doDnent le profil et le pian. 
De ces bases il ne manque qne les qu&tre qui avoisinent l'entrée R, au Nord (A, B, et P). 
Lenr écartement varie de 3 mètres à 3~ 50. Ellea sont assìses anr un socie contino, 
forme de blocs cnbiqaes très régnlièrement taillés et ajnstés, et qnì s'élevait de 40 

à 50 centiraètres au-dessns dn sol, dn 
moina dn coté de la mer, an Nord. 
• A 0"', 25 en retraìt da bord da 

i socie, règne tont antonr un aonbasse- 

\ . , ment en pierres de taille, reliant les 

bases eotre elles et préaentant, aar 
un certain espace, les mèmea mouln- 
rea, roaia moina accentnces et d'nn 
travaìl plus negligé. Cette monture 
i n'exiate que dn coté Nord, jnsqu'à la 

I colonne F, à l'Ouest de l'entrée, et 

pis 3 «* I . • f T r r^ y p » f . y -., jnaqn'à la colonne N, à l'Est. Partoat 



Fig. 4 



aillears le aoubaasement forme un s: 



pie relief bìsauté vera le bant. 

C'est aur ce soubasaement que s'élève la muraille, qui mesure O-, 60 d'épaisseur, 

OH 1", 50 en y comprenant les piliers intériears. Elle est en maijonnerie de blocage. 

A 1", 90 an-dessas dn socie on remarqne dana la muraille nne couche de (rois rangs 

de briqaea, affleurant l'aplomb da mar; en profondeur, elle n'occupe qae la largeur 



70 0. OSANDIDIER 

dea briqnes (O'', 27) et eo hantenr 0-, IS. Qnìnze centimètres plas hant, os voit noe 
antre conche da méme genre, mais s'araDgant gradnellement en debore ponr former 
une saillie de 0", 06. Celle-ci devait, sans donte, ètre garnie d'une moulure en ciment, 
correspondant probablement à la partie inférìenre des chapiteaux. On observe eccore 
des restes de mur an-desaus de cette eaiUie, mais nn peu moiuB épais (deO'-iSO à 0~,55i. 

La muraille est eoduite, d'abord, d'une légère conche de mortìer fin sur laqnelle 
la truelle a trace la forme d'uu petit appareil très régulier, et, par-dessna, d'une forte 
conche de mortier plus grossier. Ce demier endnit est postérieur, car il couvre en 
pluBÌenrs poiute la moulure dn soubaasement, et j'ai méme remarqné qne cette mon- 
Inre, et aurtout le mur, étaient déjà rongés, dn cdté Nord, par l'air et llinmidìté de 
la mer avant ce crépissage, qu'on aurait fait précisément k cause de ces dégradations. 

Les fonillea, tant extérieurea qn'intérìeures, n'ont pas mìa à jnur le moindre frag- 
ment de chapìtean ni de comiche, pouvant appartenir à la colonnade extérieure. On 
ne peut douter oependant qne lea demi-colonncs aient été surmontéea de chapiteanx 
qnelcotiquea. Ila auront été euìevtè, aprèa la mine de l'édifice, ponr étre nlilìaés daos 
d'antres conatmctiona. — J'ai bien déconvert, à l'intérieur, un fragment de moninre. 
mais il appartenait certainement à la comiche intérieure, dont il sera parie plus loin. — 
An-dessuB des chapiteanx et tout antonr de l'édifice, devait régner un entablement, 
couronnant la muraille et snpportant le bord de la toiture. Mais il n'en reste aucaae 
trace. 

Il est donc impoasible de reconatituer exactement le aommet ext^rJeur de ta muraille. 
J'ai essayé cependant d'en donner une idée approximative dans la restauratioD de 
l'ensemble (fig. 5). 



Flg. & ' Essai de restanration 

Notons encore que le monument était entouré, da Sud à l'Oueat, de sarcophagea 
ordinairea, en pierre calcaire, tous presque complètement brisés. Ila étaient accótés k 
la muraille, suirant la déclÌTÌté du sol actuel, car ila étaient à pcine eufoneéa en terre. 
Il a fallu les enlcver, pour dt'gager le pourtonr de l'édifice. Nons avons trouvé sussi, 
an niyeau et tout prèa du aocle, des tombcaux en tuiles et des nrnea fanérairea, dont 
nous reparleroDS pina loin (§ HI). Les tombes de ce genre doivent ae prolongcr plus 
loia, aona l'épaisae conche de terre non débiayée, qui combte l'intervalle entre le monn- 
ment et le rocber. Au-dessua du rocher, au Sud, on volt aussi des traces de tombes 
en tniies sur un asaez grand espace. 

§ IL Intérienr. 

L'uniqe entrée, R, ae tronve du coté de la mer, légèrement tournée vera le Nord- 
Est, II n'en reste que le senil S (v. le pian), place à 0-, 25 en retrait dn socie et 0", 25 
plus baa. C'est une grande pierre de taille dant les extrémités sont enclavées dans la 



DEUX MONUMENTS PUNERAIRES A TIPASA 



71 



muraille. A Teitérieur, elle forme une marche d'environ 0", 20, et, à rintérieur, elle 
est ereusée de O'^yOG pour atteindre le nivean dn pavé. Près da rebord aìnsi forme, 
on remarque une petite rainure, dans laqnelle s'encastraìt la porte en bois et sans 
gond qnì fermait l'entrée. 

Celle-ci avait 1"*, 30 d'ouverture, et se prolongeait, vera Tintérieur, en une sorte 
de eouloir, forme par les deux piliers intérieurs adossés à la muraille. Le pen d'élé- 
vation relative de Tédifìce, à Textérieur, ainsi que la disposition intérieure, nous font 
penser que l'entrée et le petit eouloir étaient snrmontés, non d'un arcean, mais de 
simples dalles formant linteau. 

Tout le pourtour intérieur présente une serie de grandes alcoves, abrìtant ebacune 
un tombeau: ce sont des arcosolia. Ils sont constitués par des piliers réunis par des 
vofltes en berceau, adossés a la muraille et faisant corps avec elle. La largeur des 
piliers varie de 1 mètro à 1", 15; les deux qui encadrent l'entrée n'ont que 0°,85: 
mesures prises en avant; car les piliers vont s'élargissant en arrière, leurs còtés étant 
à l'alignement des rayons de la circonférence. L'ouverture des arcosolia est de 2", 20 
excepté les n"' VI et VII, qui ont 2"*, 40; leur profondeur est de 0»,90, et leur bau- 
teur, au sommet des cintres, de 1»", 85. 

On compte 14 arcosolia, mais il n'en reste guère que les piliers (v. l'élévation Sud 
dans la coupé, fig. 2); méme, au Nord, il ne subsiste de ceux-ci que la partie infé- 
rieure. Seul, rarcòsolium XI est, à peu près, intact. — Piliers et arceaux sont construits, 
en parement, de moellons de diverses grosseurs et d'une fa^on très négligée; la masse 
est en blocage; mais les surfaces devaient étre recouvertes d'un enduit, peut-étre décoré 
de peintnres. Il ne reste actuellement trace de l'un ni de l'autre. 

La ma^onnerie, réunissant et recouvrant les arcades, s'arrétait à l'°,40 environ 
de hauteur, au-dessus du pavé, tandis que le mur extérieur s'élevait plus hant, ainsi 

que nous l'avons remarque. Il régnait ainsi une sorte de piate-forme 
continue au-dessus des arcosolia. 

Le pavage se trouve à 0°", 30 plus bas que le nivean supérieur 
du socie extérieur. Il est forme par un beton d'un genre particulier: 
en dessous, comme toujours, il est compose de fragments de briques 
assez grog et de ciment ordinaire; mais la surface est faite de ci- 
ment blanc et uniquement de menus débris de coquillages roulés 
par les eaux. Ce pavage devait étre d'un joli effet. Actuellement, il 
est défoncé presque partout, surtout dans la partie Nord et Nord- 
Ouest, où il est à peu près complètement détruit. Il s'étendait sur 
tonte la surface, méme sous les sarcophages des arcosolia; ce qui 
prouve qu'il est contemporain de la construction. Aucune trace de 
raosalque. — Un seul point n'était pas bétonné: c'est l'espace V du 
pian general, en avant du 6* pilier, à l'Ouest. Cet espace est occupé 
par des dalles irrégulières et non ma^onnées. Uva aussi une autre 
exception à faire, à l'emplacement des tombeaux qui occupent le 
centro. Nous en reparlerons au paragraphe suivant. 

Devant l'arcosolium VII se voient deux trongons de pilastres, 
encore debout, de 0",85 de haut, U et U'. Ils sont a peu près de 
mémes diraensìons: 0™, 35 sur 0™, 42 et reposent directement sur le 
pavé auquel ils adbèrent par du mortier. Dans tous les deux, la face 
qui regarde l'Ouest présente un refouillement longitudinal en forme 
de caisson rectangulaire, encadré d'une sorte de moulure très simple, 
consistant en deux raìnures triangulaires parallèles, comme l'indique 
la fig. 6. 

Les fouilles ont mis à jour quelques autres débris d'architecture ; ce sont: 1** un 
sommier de deux arceaux contigua: il mesure 0",35 de largeur, à la base, sur 0"*,45 




: 
A 


il :'i 


: • 

r 

./ 




Fig. 6 



Alf .• .Tf. 



72 



0. GBANDIDlES 



d'épaissenr; les arceanz, dont il étaìt le poiot de départ, devaient étre de plein clntre 

et mesurer enviroa 1 mètre de rayon; 2° le fragment de comiche, déjà mentionné 

et profilé (fig, 7) ; 3° an chapitean de pilastre, orné de moalnres 

larges et peii BaillantcB (C, fig. 6); les dimensìons de la base cor- 

reapondent parfaitement à celle dee pilastrea dont nona aroDS parie ; 

i" dcQX autres tron^ons de pilastres da tnéme genre que ceux-ci: 

l'un d'eux est représenté (fig. 6); il mesnre 1"°, 10 de loognenr, et f* ? ^ . . . ,. 

offre l'avantage de nona démontrer que le refoDillemeDt d'ane dea 

faces formait deox caiaaons snperposés, de sorte qn'il est facile d'en tronver la han- 

teur exacte, à savoir: 2 mètres. 

Ces deax troncone, ainei qae le chapiteaa, odì étc tronvéa employés dana noe 
constrnction qui occape rarcosolium II. C'est nn triclìnium qui rappelle celai de la 
Basiliqne de l'évéque Alexandre et celut da tombeaa prìmitif de Sainte Salsa. On en 
Toit le piau daos la fig. 1 (Pian gém'Tal), et pour en donner une idée plns exacte. 
Doas en donnons la coupé (fig. 8) et la restauration (fig. 9). Il est très eDdommagé, 
mais il est très facile de le reconstitaer. En roici la descriptìon. 




Fig. d - Trìcliniam (Reatauré) 

D'abord, le sarcopbage qn'il recouvre est cooiplèteraent enfoni daos le sol et sou 
convercle afflenre à peine le pavé. Ce couvercle i^ait brieé da coté Est et le fragment 
considérable était dérangé. Tont ce coté da triclioiam est d'ailleurs complètement 
demolì, et je crois qn'il l'a été à dessin poar ouvrir le sarcopbage et en enlerer les 
ossements, car je n'en al pas tronvé la moindre trace. Àn-dessus du sarcopbage, od 
fit une élévation en terre, cailloux et débrìs divers, s'avani;ant en dehors de l'arco- 
soliam et retenne, sur les cdtés, par lea deax troni^ons de pìlastres, et en avant, par 
nn petit mar en moellons, dans lequel fut également employée le cbapiteau, dont uous 
avons parie. Tout le massif ainei forme était reconvert d'une épaisse conche de beton, 
plus basse sur les cdtés et dana le fond et se relevaut vers la partie antérienre ponr 
la mensa proprement dite, ménagéc en creux d'une quinzaine de centimètres, à la mème 
hauteur que les cótés et le fond (0"',50). Cette mensa est exactement semblable, 
comme forme, à celle de la basìlìque d'Alexandre, mais de moindres dimensions: 0~,75 
de largeur sur (ffiO de profondeur. Suìvant l'alìgnement antérienr des pilìers de l'ar- 
cosolium le beton forme une arète de 5 à 6 centimètres, rejoignant ces deux pillerà. 
Près de l'angle Ouest, dans l'arcosolium, on remarque une petite cavìté circulaire, de 
forme régulièrement concave, de O^jS! de diamètre et O^jO? de profondeur au eentre. 
Je ne me rends pas compte de son nsage. Servait-elle, peut-ètre, à retenir le pied de 
l'ampbore contenant la boisaon ponr le repas? car, le trìcliniam étant certainement 
d'une epoque chrétieane, méme assez basse, cette euvette n'a pn servir à l'usage, 
tout pa^en, de recevoir la part du mort, en mets ou en libations, d'autant plus qn'cDe 
n'est pas percée et n'cst pas en commanicatioa, comme d'ordìnaire, avec le tombeaa. 
Ce tricliuiam est certainement postérienr an monnment, car il a été élevé par 
dessns le pavé prìmitif, qaì luì-méme avait déjà été percé poar creaser l'empia- 



BEUX MOKUMENTS FUNÉRAIRES A TIPASA 73 



cemeut dn sarcophage; d'ailleurs Ba constrnctìon grossière ne laisse aucun donte sur 
ce poìnt. 

Bevenons luaintenant anx quelques restes d'architectnre mentionnés plns hant. 

Les pìlastres et le chapiteau, employés dans le triclinium, provenaieut assnrément 
da monninent lui-méme; on n'anraìt pas été les chercher aillenrs ponr les emplojer 
de cette fagon: des pierres quelconques auraient saffi. D'autre part ces trongons de 
pilastres ne penvent étre la partie snpérienre de ceux qui sont encore debont derant 
rarcosolinm VII, car, tont en étant seniblables, ils ne correspondent pas exactement 
comme dimensions. Il y en ayait donc nn certain nombre sur place avec des ehapi- 
teanx correspondants. Cette remarque, joìnte à la présence de l'amorce d'arceanx, 
dont les dimensions concordent avec les autrès pièces, laissaient snpposer déjà qn'il 
y avait pr imiti vement une galerie intérieure formée par ces pilastres surmontés d'ar- 
cades. Cette supposition est devenne une certitude par la découverte des socles méme 
snr lesqnels reposaient les pilastres. 11 sont désignés dans le pian par les lettres de 
l'alphabet grec, Les socles f^ et ^ sont très visibles, car les blocs qui les forment 
émergent légèrement da pavé, bien conserve dans ces endroits; tons les aatres, an 
pea plas enfoncés, ont été facilement retroavés, à Pexception natnrellement des deax 
qui doivent se tronver soas les sarcopbages, qai encombrent la partie orientale. La 
colonnade se composait donc de dix pilastres, plaeés à 3'",20 des arcosolia et distants, 
les uns des aatres, de 2 mètres. Elle formait ainsi an polygone décagonal régalier, 
mesarant près de 8 mètres de diamètre; car je ne puis snpposer qae les arceanx, 
reliant les pilastres, aient forme ane circonférence: ils étaient dressés en ligne droite, 
et lenrs alignements se coupaient, a angles très ooverts, an-dessas des pilastres. C'eet 
ce qui me paratt d'ailleurs manifestement indiqué par le trait vertical, grave aa milieu 
de la face da sommier retrouvé (S, fig. 6), trait qui contiuuait la ligne d'intersection 
des murs reliant les arceaux. Et ce petit détail nous confirme également dans Passa- 
rance qne le sommier en question appartenaìt à la colonnade intérieure, qu'il est dès 
lors bien facile de reconstitner. 

Le sommet des arceaux étant déjà un pea plus élevé qae la hauteur probable 
da mar extérieur, il n'est pas douteux que la toiture, recouvrant la galerie intérieare, 
alt été inclinée en dehors. Ponr lui donner la pente nécessaire, les arcades étaient 
exhaussées d'un mar de O^jSO envìron, surraonté lui-méme d'une comiche, à laquelle 
appartient sans doute l'échantillon déjà mentionné (fig. 7), et qui couronnait le com- 
pluvium. Quant à la charpente de la toitare, je l'ai supposée, dans la restauration 
(fig. 5), disposée comme dans les appentis ordinaires; mais il est bien possible qne le 
plancher supportant les tniles reposàt sor de simples arbalétriers plas rapprochés les 
iins des autres, et sans entraits. 

On n'a pas retrouvé, à l'intérienr, le moindre fragment de tulle, ce qui s'explique 
très natnrellement. La galerie converte ayant été détruite, à une certaine époqoe, le 
TOonument a été déblayé pour étre utilisé à nouveau, mais sans restanrer la galerie, 
paisqu'on a employé alors des débris des pilastres, dans la constraction da triclinìnm. 
En méme temps on utilisait deax des pilastres poar élever une sorte de dais devant 
l'arcosolium VII, où se trouvait un tombeau plus important (V. § suivant). Ce dais, 
recouvert d'une fagon quelconque,peut-étre d'une simple toile provisoire, abritait l'évéqne 
on le prétre qui, au jour de station, par exemple, y célébrait les saints Mystères, soit 
sur le sarcophage lui-méme, soit sur une table placée en avant. Quant aux tniles de 
la toitare antérienre, elles ont été utilisées, ce semble, dans le petit cimetìère, toat 
en tniles, qui s'étend au Sud du monnment, et dont nous avons mis à jonr plasiears 
tombes, dans notre tranchée extérieure. 

Notre mausolée était donc organìsé primitivement, absolument comme nn atrinm, 
de forme circnlaire, sans autre ouverture extérieare qne l'entrée et le eomplavium. Il 
n'y manque qne l'impluvium; mais il est à supposer que, pour l'évacuation des eaux 



0. aRANDlDlER 



de ploie, pénétrant par le ciel onvert, nn condnit sonterrain s'amor^aìt en qnetqne 
poist dn pavage et se dérerBait dans ta mer; l'ean, ea effet, ne pouvait s'écoaler par 
l'entrée, dont le senil est en relief. 



§ III. Tombcaax. 
1° Tombeaux de l'intf'rieitr. 

La ptnpart des tombeanx abrìtés par les arcosolia, eont dea earcopbages eo pierre 
calcaire, mesnrant environ 2", 10 de longuenr sur 0-, 70 de largenr et 0", 75 de baalenr. 
II fant escepter les tombee IV, VII et probablement XIV. 

Dana l'arcosolinm VII, qni est vide actiiellement, ae troavaìt nn sarcophage en 
marbré blanc. Dans un Bondage antérieur, M. Trémanx, propriétaire des terrains, en 
avait retronvé snr place nn fragment assez important: l'angle antérìenr de ganche. 
Nona en avons retrouvé également nne multitude de menns débris, dispers^s dans toot 
l'édifìee et méme an debors: ce qni prouve la rage sanvage avec laqnelle on s'est achamr 
à le détrnire. C'est là ógalement nn indice de Timportance de ce tombean, qni renfer- 
mait, saos donte, le corps d'nn eaìot personnage, pent-ètre d'nn martyr. L'examen 
attentif dea débris nons permet de restaorer exactement le sarcophage. Gomme le 
représente la fig. 10, il eat orné snr tonte sa face antérìeure de gimples strigiles, dis- 
poeées en sens contraire, à partir 
dn centre, qui ne présentaìt ancnn 
motif particulìer. À chaqne extró- 
mite, nn pilastre en bas-relief avec 
chapitean forme d'espèces de bon- 
les BDperposées; des monlnres as- 
sez sìmples conrent le long desborda 
enpérienr et iuférienr. Le pian de 

la face n'est pas vertìcal, mais e'in- F>g lo - s««>ph.gs .n marbr- inr^Mvn, 

cline qnelqne peu en avant, contrae 

OD le volt dans la coupé, fig. 10. Les edtés et la face poBtérieure (''taient tout nois. 
Une fenillnre ménagée sur le pourtour do bord sapérienr indique qne le converele 
s'emboitajt snr le sarcophage; mais je n'ai pn recoDuaftre, parmi les débris, ancnn 
fragment qui appartìnt certainement an converele. 

La tombe IV est crensée dans le sol et le corps reposait à niéme snr le roeher, 
sans sarcophage. Elle était converte d'nne dalle grossiere dont les borde reposent sur 
le pavé sans mortier. 

La tombe XIV me paraìt dans les ménies condilions. Je ne l'ai pas oaverte, bien 
que la dalle qni le convre eoìt brìsée. 

Les sarcophages reposent sur te pavé, à l'exception des n"- I et li. qni sont enfon- 
cés dans le sol. J'ai déjà parie du dernier à propos dn trìclinìum qui le recourre. Le 
n" I est enterré jnsqn'an converele qni emerge au-desaus dn pavé, anqnel il était 
scellé par du mortier. C'est le seni tombeau de l'intérienr qui ait été retronvé aba»- 
lament intact. En l'ouvrant nona avons vn le sqnelette affaissé mais très bien con- 
serve, aìnsi qnc des débris de planches et les clona du cercneil en bois. Le corps était 
de petite taìlle; environ 1",50. 

Les antres sarcophages sont très endommagés. De leurs coavercles il ne reste qne 
qnelqneBfragments; la pinpart étaieut taillés en dos d'àne, les antres tont plat. Ilfiif 
préseutent ancnn motif d'ornementation, mais la taille est excellemment soìgnée. 



Ij 



DEUX MONUMENTS FUNÉRÀIRES A TIPASA 



75 



La tombe XI contenait deux sqnelettes snperposés. C'est là un fait assez étrange ' ; 
c'étaient peut-étre denx époux morta simultanément. 

En debors des arcosolia, Taire intérienre du mausolée est encombrée d'un grand 
nombre d'aatres sarcopbages (on en compte SO), distribnés en qnatre gronpes: 4 au 
centre (1, 2, 3 et 2 bis); 2 à TOuest, devant rarcosolinm III (4 et 5); 8 au Sud, devant 
les arcosolia VI, VII et Vili (de 6 à 18); les autres à l'Est, devant les areosolia XI 
et XII (de 14 à 29). 

Presque tous ces sarcopbages sont extrémement détériorés. Il est à remarquer qne 
leur facture est très ìnférienre et dénote une basse epoque; plusìeurs méme, particn- 
lièrement les tombes d'eafants 6, 7 et 19, ne sont pas méme dégrossìs extérieurement. 
Le sarcophage 12, cepeiylant, est décoré de desseins 
géométrìques, marqués par de simples traits: ce sont, 
sur les deux faces longues, dea rectangles terminés en 
qneues d'aronde, et en téte (coté Guest) un monogramme 
simple, )l|(, ìnscrit dans un doublé rectangle (V. la 

fig. 11). 

Le groupe centrai doit arréter un peu notre atten- 
tion. La tombe intermédiaire (2), qui oecupe presque 

exactement le centre du monumenta est creusée dans le sol, c'est-à-dire dans le rocber 
ménie. Son couverde a effleuré le pavé, qui est certainement postérieur, car il se Ile, 
sans raccords, avec les bords supérieurs du couvercle, qui constitnait lui-méme le 
pavage, à cet endroit. Plus tard un sarcophage a été depose sur ce tombeau, dans le 
meme sens, mais il n'en reste à peine que le fond: c'est celui que nous désignons 
sous le n"^ 2 bis, — La tombe 1 est un sarcophage, dont il ne reste que le fond et 
la face longue, qui regarde le Nord. Il est un peu enfoncé dans le sol et était exté- 
rieurement enduit de mortier. Gotte tombe est également antérieure au pavage, car 
son crépissage descend jusqu'à la base du sarcophage, plus bas qne le pavé qui ve- 
nait s'appliquer contre. — Le sarcophage n* 3 est aussi un peu enfoncé an-dessous 
da niveau du pavé; il doit étre également antérieur. 

11 résultjB de ces remarques que le mausolée est postérieur à ces trois tombeaux. 
A-t*il été élevé en leur honneur? c'est ce qu'il n'est pas facile de savoir. Nous risque- 
rons tout-à-l'heure quelques réflexions à cet égard. 




Fig n 



2* Tombeaux de Vexiérieur. 

Quatre sarcophages, ou plutot débris de sarcopbages, en pierre, étaient accòtés au 
mur extérieur, du Sud à TGuest. Ils étaient à peine enfoncés en terre: ce qui indique 
qne, de ce coté du moins, le niveau du sol n'a pas changé depuis leur dép6t. 

Les tombeaux en tuiles et urnes fnnéraires se trouvaient au niveau supérieur du 
socie ou un peu plus bas. Leur emplacement est indiqué dans le pian d'ensemble 

(fig. 1). 

Les tombes en tuiles sont constituées par des tuiles plates, reposant sur le sol 

de chaque coté du corps et s'appuyant l'une contre l'autre à leur sommet, recouvrant 

le corps à la fa<;on d'une toiture en dos d'àn^ (fig. 12, 13 et 14). Généralement le joint 

snpérieur est recouvert de tuiles rondes (fig. 14): telles les tombes a, b, j, k, m. La 

tombe e est enfermée dans une sorte de coffre, forme aussi de tuiles plates: une de 



^ Josqu^à présent, J^e n^ai connaissance qne d^un autre exemple de ce fait, dans les vastes 
nécropoles de Tipasa. Dans la petite annexe funéraire de l'angle Nord-Est forme par Pabside de 
la basilique de Sainte-Salsa, un sarcophage que j'ai ouvert renfermait les ossements de trois 
sqaelettes, déposés péle-méle, mais en méme temps; car le couvercle était scellé au plomb. Étaient- ce 
les restes de plusieurs martyrs, mis littéralemeot en piéces, ou de victimes d'un accident?... 



76 



0. 6RAKDIDIEB 



champ, de chaque coté, et noe à plat par-desaus, reliant les denx autres (fig. 13). — 
Lea extrémités de ces dìverses tombes étaient fermées par dea briqnea on dea fragments 
de tnìlea (fig. 12 et 14). 






A 


^iB^F^^H 








Fig 12 




y^% 13 



Fig le 




Cmutiéiru 



4- --= 



Fig 14 




F>g 15 



Fig 17 



Dana la tombe h, le corpa était dépoaé aur le aocle méme» et abrìté par nn seni 
rang de tuilea, appuyéea contre le mnr; a, /*, m aont dea tombea d'enfanta et n'ont 
qne la loDguenr dea tailea (0°*, 50); lea aiitrea meaurent P, 50 enviroD. 

Lea urnea aont de deax aortea: lea unea {d^ n, o), coartea et ventraea, à goulot 
aaaez large et maniea d'une aeule anae (fig. 17), n'ont pa contenir que de très petits 
corpa: dea enfanta morta-néa, par exemple. Leur uaage fanéraire n'est paa douteax, car 
j'7 ai retroavé de menuea parcellea d'oaaementa; lea corpa étaient introduits par Tera- 
bonchure. — Lea autrea (e, g, l) aont de grandea amphorea cylindriqaea, à baae pointne 
et à goulot étroit, munì de denx anaea (fig. 15) ; elica avaient environ 1 mètre de lon- 
guenr anr 0"", 20 de diamètre. Pour Tintroduction du corpa de l'enfant, la partie snpt- 
rienre avait été briaée et non aciée, da moina d'aprèa ce que j'ai pu obaerver poor 
Tamphore e, retrouvée a pen prèa intacte; le goulot était enauite rajnaté, tant bieii 
qne mal, dana la foaae méme où Tamphore était dépoaée, couchée et non debont. — 
L'amphore g était complètement écraaée, maia lea débria da gonlot ae trouvaient a lear 
place, tandia qu'à Tamphore /, également briaée, il n'y avait aucune trace dn gonlot. 
Ponr le remplacer et recoiivrir Tamphore, on employa nn vase d'nne forme aingnlière: 
c'eat un véritable entonnoir en poterie avec cone et tube, de 0'",27 de hantenr et antant 
de largeur an grand diamètre. Le bord ae rétrécit un pen par une bordare oblique 
(fig. 16). Le cràne de l'enfant ae trouvait encore dana cet uatenaile; ce qui pronve 
l'uaage que nona lui attribuona. * 

Cea divers vaaea fnnérairea aont en argile rouge et d'une facture trèa commune. 

Lea caveaux, creuaéa dana le roeher qui ae dreaae à TEat, n'offrent rien d'intr 
reaaant. Ila sont du genre de ceux décrita par M. Gaell dans aon étude complète snr 
Tipaaa. Lea entréea sont verticales: cellea de r et i devaient étre ferméea par de grandes 
dallea en pierre; celle de s n'était paa terminée non plus qne le caveau Ini-meme. 
loraque le trarail a été bruaquement interiompu: lea débria du forage aont encore devaDt 
l'entrée, qui eat d'ailleura encore informe. Lea caveaux ne aont paa au méme nivean: 
r eat à 0", 50 plua haut que le aocle du monumenti s à prea de 1 mètre et / à l-, 50: 
ce qui dénote qu'ila ont été faita loraque lea alluviona avaient déjà conaidérablement 
comblé l'intervalle qui séparé le roeher du monument; t eat d'un travail bien plus 
aoigné que lea autrea; l'entrée eat taillée trèa régulièrement en forme de cadre de porte 
et avec aeuil. Lea tombea aont creuaéea dana le roeher et étaient recouvertea de dalles. 

La tombe u eat une aimple foase à couvercle horizontal ; mais elleae prolongeait 
un peu aoua la croùte du roeher, dana le aena de la largeur. 



J 



DEUX MONUMBNTS FUNÉRAIRES A TIPASA 77 



§ IV. ObservatioiLS. 

Il est bien regrettable qn'ancune inscription ne soit sortie de terre pour nona ren- 
seìgner sur l'origine et la destination partieiilière de ce mausolée, si intéressant au 
point de vne architectnral. Nons en sommes douc réduits à de vagues conjectnres. 

Le monnment est, à n'en pas donter, d'origine chrétienne; les arcosolia, qui en 
sont la partie principale, et son emplacement au milieu d'une nécropole exclusivement 
chrétienne, ne permettent pas d'hésitation à cet égard. La construction est d'une bonne 
epoque et paratt bien remonter jusqu'au IV siècle. 

Etait-ce le mausolée prive d'une famille? Ce n'est guère vraisemblable, car il 
semble d'un caractère inoins exclusif; il a presque l'air d'une sorte de panthéon fn- 
néraire. À quelies sépultnres, alors, était-il donc destine?... Le champ des hypo- 
thèses reste ouvert... 

C'est le moment d'examiner les rapports qui peuvent exister entre le monument 
et les tombeaux du centre, antérieurs à sa construction. Au premier abord on est 
porte à croire qu'ils en sont le point principal et la cause première. Il est cependant 
permis d'en douter. Si le monument avait été élevé en l'honneur de personnages ve- 
nérés, reposant dans ces tombes, pourquoi l'aurait organisé spécialemen^l en vue de 
futures sépultures, par l'aménagement des arcosolia? Pourquoi aussi les aurait on 
laissés au milieu du ciel ouvert, exposés aux intcmpéries, alors qn'on préparait si 
soigneusement des abris pour de futurs tombeaux?... D'autre part, il est à remar- 
quer que, pour l'emplacement du mausolée on a entaillé le rocher, et c'est directe- 
ment sur le rocher nìvelé que repose directement une bonne partie du pavage, ainsi 
que les tombes 1 et 3. N'y auraìt-il pas eu là, auparavant, un caveau, creusé dans 
le rocher et dans lequel se trouvaient les tombes en question? Lorsqu'on choisit cet 
emplacement pour l'érection du mausolée monumentai, le caveau se trouvant aban- 
donné ou ayant été cède, on aurait rase le rocher jusqu'au niveau inférieur du caveau, 
et, par respect pour les sépultures, on les aurait laìssées en place, mais de faQon à 
ce qu'ils ne fussent point génants, comme au milieu du compluvium. — Mais je ne 
hasarde évidemment cette hypothèse que sous toutes réserves. 

Quant aux vicissitudes du monument lui-méme, elles ont été suffisamment in- 
diquées, au cours de cette étude. Fante d'indices plus précis, nous nous abstenons de 
commentaires, d'ailleurs sans intérèt. 

Nous croyons cependant devoir ajouter quelques remarques sur le petit cimetière 
en poteries (tniles et urnes), qui avoisine l'édifice, et dont il pent étre utile de déter- 
miner l'epoque. 

Pour cette détermination, nous avons deux points de repère sùrs: V Ce cimetière 
est certainement antérieur au dépòt des sarcophages superficiels qui le couvrent en 
ptnsieurs endroits, comme ceux qui étaient près du monument, au-dessus des tombes 
de a k h; — 2** Il est, non moins certainement, de beaucoup postérieur au mausolée, 
car ce genre de sépultures, exigeant un enfouissement à une certaine profondeur dans 
la terre, il n'a pu étre pratiqué, du moins contre l'édifice, que lorsque les alluvions 
y avaient amasse une assez forte conche de terre. 

De là, nons sommes amenés, en premier lieu, à attribuer à la période byzantine, 
le dépot des sarcophages supérieurs; et, en second lieu, à ne pas remonter beaucoup 
plus haut pour la formation du cimetière en question, tont au plus au commencement 
dn VI* siècle, 

0. Geandidiee 

cure de Tipasa, 



SEPULCROS DEL PRIMITIVO ARTE CRISTIANO 
EXISTENTES EN LA CRIPTA DE SANTA ENGRACIA DE ZARAGOZA 



La historìa de la cripta de Zaragoza es idéntica à la de las catacnmbas de Roma; 
laB minas abiertas para la extracción de arenas en parajes solitarios y sombrios, depa- 
raroD, a los prìmitivos cristianos tempio para su perseguido colto, asilo contra la sana 
de los gentiles, sepulcros para sns màrtires y cementerio general para sns difuntos. 
Y cuando despues de tan ruda borrasc>a vino la calma de la paz constantiniana à con- 
sentir las pùblieas manifestacione^ del cristianismo, labraron los fieles encima de la 
veneranda cripta una peqoena iglesia dedicada à Santa Engracia y sus companeros 
inmolados en aras de la fé. 

Segaramente qne los cristianos del siglo IV segnirian enterràndose en el historico 
snbterràneo, pero debe suponerse qae tan irrespetnosa costnmbre cesarla en Zaragoza 
corno cesò en Roma a iìnes de dicha centnria por el ejemplo del Papa Dàmaso, mnerto 
el ano 384, que se abstuvo revereniemcnte de eniremeterse en la compania de los Sanios 
Jtaciendo enterrar entre ellos su caddver, segun declara en la inscripcion celebre de la 
cripta papal. 

Desde aquellas antignas edades, fneron tantas las Ticisitndes de minas y recons- 
trncciones porque pasaron asi la iglesia snperior de Santa Engracia corno sa celebèr- 
rima cripta que, poco, muy poco queda digno de estudio que pertenezoa a la arqueo- 
logia cristiana en los diez primeros siglos de la Iglesia. Lo principal y mas eminente 
qne se conserva entre mnchos sepulcros sencillos y sin decoración artistica de ningun 
gènero, son dos urnas historiadas, cuya descripción va à ser el objeto de este breve 
escrito. 

Entre las manifestaciones del primitivo arte cristiano acaso no bay ninguna tan 
interesante y digna de estudio comò el sarcòfago. 

Es bien sabido que los fieles de la primitiva Iglesia, adornaban las urnas cine- 
rarias de sus màrtires y difnntos eminentes, con figuras simbòlicas pintadas ò escnl- 
pidas, que representaban los principales misterios de nuestra religiòn, para ensenanza 
de los neòfitos poco letrados, porque comò dice San luan Damasceno, las piniuras 
sirven a los hombres rt^bs corno los libros d los sdbios. Pero los tipos del sarcòfago 
varian mucho desde el siglo I al V, siguiendo la escala decadente que denotan las 
artes romanas en los relieves de los arcos trìunfales dedicados a Tito, Severo y Cons- 
tantino, y no es empresa insnperable la determinaciòn de la edad de nn sepnlcro del 
primitivo cristianismo, maxime cuando se trata de enterramiento del siglo lY cuyas 
piedras son mas grandes, mas gruesas y mas adomadas de relieves simbòlicos que 
las del tiempo de la persecuciòn, sencillas generalmente e incrustadas en los macizos 
de las catacumbas. 

De otro poderoso auxiliar disponemos tambien para lograr el acierto en la cla- 
sìficaciòn. La arquitectura de Roma subterrdnea publicada por Marchi, los escrìtos 
de Bosio^ Boldetii y Bossi, y la gran Storia del Arte de d'Agincourt nos ofrecen dìbujos 
tan correctos de los sepulcros romanos, y ejemplares tan parecidos à los dos que 
se conservan en nuestra cripta de Santa Engracia, que no vacilamos en adjudicar à 



80 SEPULCROS DE PRIMITIVO ARTE CRISTIANO 



éstos la edad del siglo IV, conformes con lo qne locante a este punto dice de ellos el 
erudito Don Aureliano Fernandez Guerra en su Monografia de ires sarcófagos cris- 
tianos de los siglos III, IV y V, inserta en la grandiosa publicacion oficial de Ics 
Monumentos Arquitectdnicos de Espana, 

Estudia el Senor Fernandez Guerra el sepnlcro del siglo III descubierto en Hellin 
y los de las centurias cuarta y quinta hallados en Layos, que son su objeto; babla 
de los qne conservan las catedrales de Gerona y Astorga, en cnya ùltima cindad se 
descnbrió recientemente otro notable sarcòfago que fue à enriquecer las coleeciones 
del Museo Arqueológico Naeional, y analiza de pasada los dos ejemplares del mismo 
gènero existentes en la cripta de Zaragoza. 

Los asnntos tratados por la escnltura en los sarcófagos de la primitiva cristiandad. 
obedecian a una idea fnndamental que debemos tener muy en cuenta para no inenrrir 
en extra vfos al estudiar esa clase de monumentos. La naciente Yglesia tuvo qne Inchar 
a un tiempo eontra los gentiles y los berejes. Los primeros eran adversarios decla- 
rados à quienes subyugó por la bondad de la doctrina y por el sacrificio de sns fieles. 
Los segundos entonces corno ahora, eran enemigos domésticos mas tenace» é impla- 
cables que los gentiles. Fautores de proposiciones discrepantes que la Yglesia condenó 
y condena con tesón incontrastable, era precisco combatirlos no solo con serneiones v 
epistolas sino tambien por todos los medios pràcticos, siendo exeelente y no poco inge- 
nìoso el de utilizar al efecto la omamentación de los sepnlcros. Por eso las tallas del 
sarcòfago cristiano de los primeros siglos no son historias ni devociones seneìllas y si 
bojas simbólicas del catecismo católico en que los hombres mas rudos de aqoellos 
tiempos leian claramente la virtualidad de los sacramentos, la potestad de perdonar 
trasmìtida por Dios a la Yglesia, y consiguientemente la condenación de las here^as 
contrarias à la gracia sacramentai. 

Es bien sabito que las herejias no fueron pocas ni perezosas. Ya en el siglo 1 
ensenaban los Gnósticos que las mujeres debian ser comraes, y explicaban Simeneo 
y Pkileto que la resurrección solo era espiritual. En el II los Severianos condenabau 
las bodas, y el uso de las carnes y del vino. En el III negaban los Navaeianos que 
la Yglesia pndiese volver à su gremio à los arrepentidos de baber negado la fé en la£ 
grandes crisis de la persecnción, lo que equivalia à negar los frntos de la penitencia, 
asi comò despreciaban la confirmación y las ceremonias del bantìsmo. En el lY los 
Eunomianos se opusieron al bautismo al mismo tiempo que los Euchitas ó Masaliatìos, 
dando à la oración la importancia prìncipal, despreciaban las bnenas obras y el nm 
de los sacramentos. 

Contra tales abominaeiones desplegó la Yglesia la bandera de su doctrina, baciendo 
ver palpablemente la condenación de aquellos errores en los simbolos, y alegorias de 
los sacramentos y de la remisión de los pecados, que mandò esculpir sobre las piedras 
sepulcrales. 

A los enemigos del bautismo opuso dos representaciones distintas. Una de Moises 
golpeando la roca con su vara, para que brote el manantial qoe refrigerò al pueblo 
de Dios. Otra figurando el diluvio, por un hombre seniado en el arca y una paloma 
volando hacia él, comò emblema de la regeneraciòn del mundo por el agna y el Espi- 
ritu Santo. 

A los que menospreciaban la confirmación opuso las alegorias de dos milagrosas 
curadones conseguidas por lesucrisio al simple contatto de su mano: la del eiego de 
nacimienio y la de la mujer Sirofenisa que padecia el flujo de sangre. 

A los que negaban la facultad de absolver al pecador arrepentido de haber negado 
la fé, opuso la negacion de San Fedro, paràbola de la penitencia. 

A lod ataques al Mìsterio Eucaristico opuso el expresivo milagro de la mùltipli- 
cación de los panes y los peces, porque el pez, segun San Agustin, es el simbolo de 
Cristo, y por eso la mnltiplicaciòn simultànea de panes y peces nos eosefia, còrno 



EXISTENTBS EN U CRIPTA DE SANTA BN6R&CIA DE ZARAdOZA 81 

Cristo por la coDBat^aciÓD de laa eapeciee eocaristicBS se convierte en alimento para 
todoB. 

A loB adversarìoB del matrimonio, aai conio del oso de las carues y del rino, opuso 
la alegioria de las bodas de Canà gantiScadaa por la presencia del Salvador qne hizo 
en ellas el mitag^ro de convertir el agna en vino. 

À loB impngnadores de la reaarreceión de la carne opnso nnas veoeB la paràbola 
de la resurreeción de Làbaro, y otraa a, Jonds arrojado del navio, tragado por la Bal- 
letta y sentado despues gososo en su cabana, emblema clarìsjmo de la refinrreccìón eu 
el Senor, 

Por liltimo, centra la berejia Novaciana opnso la figura del Buen Pastor con la 
oveja sabre los hombros, simbolo de qne la misericordia de Uios cb infinita y qne siempre 
està dispnesto a perdonar la oveja descani^ada volviéndola al redìi; y es hien seguro 
que està alegoria de la potestad de perdonar los pecados, no seria la tànica inventada 
por la Iglesia, mas qne nadie interesada eo destrnir la opoBicion Novaciana y con- 
servar inciìlnme bu antoridad en concepto tan trascendental. 

Con estas noticias indispenBables para la inteiigente ÌDapección de los sareófagos 
del primitivo cristianismo, entraremos nanamente en la resena descrìptiva de los dos 
selectos eiemplares qne ae conaervan en la cripta de Zaragoza. 



El prìmero qne es el mas importante y està adoaado al mnro de la epistola, mide 
9 palmoB de largo por 4 de alto; tiene escultnraB en el frente y log costadoa, y àn- 
geles deanndos en loa lingnlos corno en actìtnd de Bostener la Iosa sepnlcral. 

El cosiado derecho representa originai. Adan y Eva, consnman la inobedìencìa 
comiendo el fruto del àrbol prohibido en cniyo tronco estA enroacada la serpiente. El 
Eterno con el rollo de las Esoritoras en la mano pronuncia )a inelndible senteneia; 
la humanidad cornerà el pan regadó con el sudar; el homhre d la anada, la mujer a 
la rueca; por eao al lado de Adan bay un haz de espìgas y al de Eva nn corderò 
ya casi borrado. 

El costado iequierdo ea una bermosa alegoria del perdon. Jeans coge amorosa- 
mente el haz de trigo qae Adan tiene en la mano, para moatrar qne se hizo participe 



82 SBPULCBOS DEL PBIMITIVO ARTE CRISTIANO 



de Io8 trabajos de naestra hamanidad, y levanta el corderìllo qne tiene Eva corno 
adyirtiendo que se ofreció voluntaria yictima para redimirnos. Detràs de Adan y lo- 
candole en el hombro se ve un anelano con tùnica y manto, descalzos los piés eomo 
los lleva el Salvador, y no comprendemos qoe el artista haya qnerìdo representar a 
Noè, corno sospecha el Senor Fernander Guerra, sino al Etemo Jnez Uamando à su 
seno al pecador redimido. 

El frente contiene diez y seis fignras qne el Senor Femandez Gnerra reparte en 
siete grnpos alegórìcos qne explica asi: 

I. Cristo con el rollo de la Ley en la mano curando d la mujer sirofenisa que pa- 
decia el flujo de sangre. 

II. La Virgen Maria entre San Fedro y San Pablo^ 

III. Jesus cotno en accidn de llamar al Cielo a su Santisima Madre. 

IV. La Assumpcion de la Virgen. La mano dei Eterno qne aparece entre nnbes 
tiene asida la diestra de Maria mientras Fabio y Inan se manifiestan absostos. 

V. La curacion del ciego de nacimento. 

VI. Cristo convirtiendo el a>gua en vino en has hodas de Cand. Lo qne en sa diestra 
parece rollo es la vara qne antes de la valednra del tempio estaba entera y llegaba 
à la ùltima hidria. 

VII. El Salvador predicando que vino a cumplir la Ley y no a destruirla, 
Descrito de este modo el frente del sepnlcro prosigne el Senor Femardez Gnerra: 

^no sé corno no se ha rejmrado hasta ahora en la singularidad de represcntarse en el 
centro la Asumpción de la Virgen, asunto que tratado corno se ve tan de antigìM pc*r 
la escultura espanola, comprueha la mucha devocim de los zaragojsanos a la Madre de 
Bios desde los tiempos mas remotos>. 

Cierto qne los primitiyoB sarcófagos cristianos tienen el privilegio de àgnzar los 
ingenios en presencia de sns simbolos, qne comò los geroglificos se prestan mncho a 
la vana interpretación. . . 

Por eso al descifrarlos conviene no dejarse llevar de balagnefias fantasia», y no 
perder de vista qne ni esos enterramientos, de estilo y acaso de artifice romano, son 
obras de la escnltnra espanola, ni es presnmible que sns alegorias representen devo- 
ciones de la Virgen, qne no fueron nsnales para ser tratadas por las belias-artes has 
bontà despnes del Concilio de Galcedonia {General IV de 620 obispos cantra Euiiches 
y Didscoro, ano 451), ni pnede ser dndoso qne los simbolos qne estndiamos son con- 
ceptos evidentes de la virtnalidad Sacramentai y condenación de las herejias contrarìas 
à la potestad de la Yglesia. Estas consideraciones, tan opnestas à la seductora inter- 
pretación del ilnstre académico, nos inspiran el convencimiento de qne siendo las re- 
presentaciones I, V y VI alegorias de los sacramentos mny comunes en las cataenmbas, 
debemos snponer qne las cnatro restantes tienen qne ser correlativas à las anteriores, 
y qne mas bien qne escenas de la vida de la Virgen deben ser ensenazas de la sai- 
vación humana conseguida por medio de la Yglesia en quien reside la facnltad de 
absolver los pecados. 

Por eso entendemos que està en lo cierto el P. Marton al snponer qne el grapo 
nùmero II es alegoria de la Yglesia simbolizada por una mujer orando, figura de la 
hienaventuranza, que se hgra por la oracion; y qne los III y IV, qne constitnyen un 
solo asuDto, representan el enlace y reconciliacidn del Cielo con la tierra por medio 
de la Yglesia rodeada de sus apdstoles y sostenida par la mano de la Pravidencia. 

j Hermosa idea del artista cristiano I La Yglesia católica representada por una ma- 
trona qne rodeada de sns mas preclaros apóstoles tiene los piés en la tione y las manos 
enlazadas con las de Dios, comò significando qne es la dispensadora de la misericordia 
infinita, nos parece no solamente sublime alegoria de la potestad de perdonar, sino 
tambien condenación esplicita de la herejia novaciana, tan clara y perceptible corno 
la del Buen Pastor, y emblema de ta absolucidn que los novaoianos despreciaban. Acaso 



BXISTENTES EN LA CRIPTA DE SANTA ENGRACIA DE ZARAGOZA 83 

quiera repreeeotar, y du seria coueeptióa meBOS bella, la figura del alma humana 
reyeneranda por la oración y los sacramentos, que aube al cielo empujada por los apdsioles 
y recojida por la mano omnipotente. Cualquiera de las doB traduccioues implicarla el 
simbolismo de la absolución y cataria ea consoosncia con los otros emblemas sacra- 
iiieutalee, y con el joici > y el perdon coQtenidos ea los constados del sarcòfago, respecto 
à los coales seria del todo inconexa la gloriosa Àsumpción de Maria, cuya snbida à 
los CieloB no Babemog se baya representado de otro modo qae en trono de niibes soste- 
nido por los dogeles. 

El segundo sepulcro, qne corno qneda dicho, airve de ara al aitar roayor, es de 
menos importancia arqneológica que el ruioero, està en peor estado, no conservalmos 
costados escnlpidos que tuvo indadablemente, y mnestra l'i in frente estaa viete ale- 
go ria s. 



I, Moises kaciendo brotar el ayna de la pena de Horeb. 
IL La negacion de S. Pedro. Todas las figtiras estan descabezadas a consecuencia 
de la Toladnra. 

III. Signen basta seis imagenes de represeotaclón dodosa, lae cinco de hombres 
y la sexta de mnjer con una piedra al lado. Supone el Senor Fernandez Guerra qne 
es un grupo de la Virgen Maria rodeada de los apóstoles Fabio, Jacobo, Juan y Pedro, 
precedido de Cristo que annncia la negacion del ùltimo. Pero està explicación es 
inadmieible por mescara trascendencia. La mnjer con la piedra al lado no puede 
representar otra cosa qne la Iglesia, corno indica el F. Marton; y el grupo en general 
debe tradneirse corno alegoria de la fundación de la Iglesia por Jesucristo, relaciouada 
COD la facnltad de perdonar los pecados por la administracioa de los Sacramentos. 
lY. La euración del ciego de nacimiento, El ciego està casi completamente borrado 
V. La conversion del agua en vino en las hodas de Canti, 
VI. La multiplicación de los panes y los peces. 
VII. La resurrección de lAzaro. 

Escribe ci Senor Fernandez Guerra qne el prìmer sarcòfago pndiera jnzgarse comò 
linìco ejemplar en Espaùa si no existieran el de San Felix de la catedral Gernndense 
y el qne en la de Astorga guarda las cenìzas del rey de Àsturias Don Alfonso el 
Magno. Fero do es de ahora la estimaciùn con qne los sàbioa han niirado y niìran los 



84 SEPOLCROS DEL PRIMITIVO ARTE CRISTIANO 



enterramientos de la cripta de Zaragoza: en las memorias manuscritas del P. Palain. 
obra citada a cada momento en el extenso libro del P. Leon Benito Marton, se expresa 
que desempenando la nunciatura de Espana monsenor JiTlio Bospigliosi, arzobìspo de 
Tarso, que después fué Romano Pontifiee con el nombre de Clemente IX, se llenó de 
admiración contemplando esos monamentos que, si no aventajan, compiten con los mas 
excellentes de las catacumbas. El mismo P. Marton compara nnestros sarcófagos con 
otros celebérrimos descubiertos en el Vaticano y en el cementerio de San Calisto, exhi- 
biendo dibnjos de unos y otros que, a pesar de su imperfección y rudeza, bastan para 
que se adviertan muchas semejanzas y no pocas identidades en los simbolos y ale- 
gorias. 

Diremos para concluir, que si la evidente analogia de los sarcófagos de Zaragoza, 
Astorga, Gerona, Helbin y Layos con los de Roma subterrànea, les dà el caracterfiso- 
nómico de miembros de la familia romana que nos veda asentir à la proposición del 
Senor Fernandez Guerra cuando pretende clasificarlos corno mnestras de un primitivo 
arte cristiano espanol independiente del latino, no por eso desmerece en lo mas minimo 
la importancia de los dos ricos ejemplares salvados de la mina del Santuario de los 
Màrtires. El transcurso de diez y seis siglos ha dejado, fnera de Roma, muy pocos 
tipos de esa manifestación arqueológica nacida en las catacumbas al calor de los 
combates por la fé. En Espana solo se conservan, que sepamos. ocho ejemplares de 
tan raro genero, y no es pequena gloria para Zaragoza tener dos de ellos. 

Por esa causa y correspondiendo a la galante invitación que se me dirigió para 
que lleuase al Congreso de arqueologia cristiana que va à eelebrarre en la capital 
del orbe católico, alguna noticia de los eseasos monumentos que la antigua Cesar- 
Augusta conserva comò reliquias del arte en los diez primeros siglos del Cristianismo, 
crei quo de nuiguna cosa padria decir algo que fuera tan grato y simpàtico a la doc- 
tisima asemblea, comò la breve resena y fotograiias que le ofrezco de los dos monu- 
mentos sepulcrales exìstientes en la cripta de la heróica nàrtir Santa Engracia. 



X. 



DI UN CATALOGO CIMITERIALE ROMANO 



Fu primo rinsigne e non mai abbastanza compianto De Bossi (ed a me torna oltre- 
modo gradito il pigliar le mosse dalla evocazione di si illustre e cara memoria), e 
quindi l'egregio discepolo di lui Enrico Stevenson, che dopo indefesse ed amorose ricer- 
che per le varie biblioteche di Europa, ne dettero i superstiti testi, che poterono per 
ventura raccogliere, di un antico catalogo cimiteriale di Roma cristiana. Il De Bossi 
fin dall'anno 1864, nel tomo I della Boma sotterranea ^ stimò di aver trovato nel libro 
De miràbilihus novae et veteris urbis Bomae, edito dalPAlbertini nel 1510, in mezzo 
a un guazzabuglio di nomi corrotti, il più antico e prezioso indice grafico dei cimiteri 
primitivi della Chiesa romana, al più tardi nel secolo sesto aggiunto all'antica Notitia 
regionum della etema città. Comparando l'indice stampato dall'Albertini con un esem- 
plare inedito del Regiones urbis Romae da lui scoperto in un codice vaticano del 
secolo XV ^, proveniente da un prototipo posteriore a Leone IV e non più recente di 
Urbano II (anno 855-1099), tentò di restituire per intero le indicazioni di sedici cimiteri, 
e congetturò che di questo prezioso indice dovessero esistere altri esemplari più distesi 
e meno disordinati, benché anch'essi incompleti, supponendo inoltre che avesse a tro- 
varsi un prototipo al tutto completo ed in esatta serie topografica. E in tale opinamento 
confortavalo la notizia di un codice veduto già dal Fiorentini nella biblioteca capitolare 
dì Lucca, ove i cristiani cimiteri di Boma si facevano ascendere al numero di xxi. 

Questa quasi divinazione del sagace archeologo, se non in tutto, si avverò lette- 
ralmente in quanto prediceva la esistenza di altri simili testi più o meno corrotti. Egli 
infatti, parecchi anni appresso, ebbe la soddisfazione di pubblicare un altro catalogo 
men guasto, contenente non più sedici, si bene diciassette cimiteri di Boma, comuni- 
catogli dall'avv. Giorgi, il quale ritrovato l'aveva in una pagina membranacea di un 
codice del secolo XI della biblioteca Chigiana ^. Posteriormente, dopo, cioè, circa quattro 
lustri, lo Stevenson, quasi alla vigilia della sua immatura morte, aveva la ventura 
di dare alle stampe un nuovo esemplare dell'indice chigiano con i nomi dei medesimi 
diciassette cimiteri da lui rinvenuto in un codice del secolo XII tra i manoscritti appar- 
tenenti alla biblioteca di Lord Ashbumham, ed oggi serbati nella Laurenziana di Fi- 
renze *. Appena occorre dire che anche lo Stevenson ritenne l'indice incompleto, ma 
per difetto degli apografi, non del prototipo, il quale, a suo avviso, fu senza dubbio 
scevro da siffatte omissioni. Notò egli inoltre che nel ms. Laurenziano si trovano per 
la prima volta i cimiteri disposti con la massima esattezza nel più perfetto ordine 
topografico delle vie, donde dedusse che il disordine non dovette essere proprio del 
testo originario, sibbene delle successive copie, nelle quali man mano si sono avverate 
lacune, trasposizioni e corruttele ^ 

' Pag. 130 e segg. 

« Cod. Vat. Lat. 3851, pag. 46. 

^ Cod. A. V. 141. - Vedi De Rossi, Buììettino di archedogia cristiana, anno 1878, pag. 44-48. 

^ Cod. 1554, e. 81. 

' Nuovo Buììettino di archeologia cristiana, anno 111, 1897, pag. 255-275. 



86 MARIANO CARD. RAMPOLLA DEL TINDARO 



Il codice da me trovato, se mal non mi appongo, mentre dimostra non essere abba- 
stanza fondati tali apprezzamenti, offre in pari tempo nna importanza speciale non 
meno per la topografia di Roma, che per la autenticità e valore archeologico delU» 
stesso indice cimiteriale. Prima però di rilevarne il pregio, è d'nopo che dia qnalebe 
ragguaglio intorno alla età e provenienza del manoscritto. Esso non è più vetusto del 
secolo XV, ma, ciò che giova notare fin d'ora, rappresenta indubitabilmente un proto- 
tipo intero e schietto della seconda metà del quarto secolo. Fu trascritto in Soma, come 
appendice al commentario di Giulio Frontino De aquaeductibus urbis, con ottima ed 
accuratissima calligrafia, e collazionato con altri manoscritti, secondo che dimostre- 
rebbero le varianti lezioni segnate al margine, per mano di Giovanni Vynck, chierico 
della diocesi di Colonia, Tanno 1455, ultimo del pontificato di Nicolò V. Era il Vynck 
uno dei tanti Tedeschi appartenenti a quella schiera di copisti, che, sotto l'ombra del 
grande Pontefice, lavoravano instancabilmente per la conservazione e moltiplicazione 
dei preziosi manoscritti della pontificia biblioteca. Ed in vero, non v'ha chi ignori con 
quale studio ed ardore Nicolò V, volendo inaugurare un'era novella di civiltà, si ado- 
perasse in raccogliere libri e manoscritti non solo dall'Italia, ma ben anco da ogni 
altra regione di Europa. Onde è che di lui giustamente ha detto il Gregorovios * che 
negli otto anni del suo pontificato riempi Boma di libri e pergamene, e merìtossi di 
essere paragonato a Tolomeo Filadelfo. La biblioteca Vaticana possiede un inventario 
dei codici latini di Nicolò V *, compilato ancor prima della coronazione del successore 
Callisto III, dal quale risulta che tra i classici pagani, contenuti nel settimo armadio 
dei codici di Nicolò, eravi appunto un manoscritto di Giulio Frontino. 

Di questo autore, fino ai primi decenni del secolo XV, si ignorava affatto il com- 
mentario De aquaeductibus urbis, avendosi soltanto esemplari degli Stratagemaia, Fn 
primo il Poggio ^ che avuto sentore della esistenza di un codice De aquaeductihis a 
Montecassìno, nel 1429 insieme al Cardinal Branda vi si recò a farne ricerca, e, rin- 
venutolo, potè trascriverlo in Boma e restituirlo poscia alla sua sede. Ivi infatti fa 
veduto nel secolo XVII dal Mabillon*; nel seguente, il Poleno * ne trasse copia con 
facsimile per la sua edizione; ed ultimamente l'ingegnere americano Herschel * il ripro- 
dusse per intero in fototipia. Questo manoscritto membranaceo è del secolo XIII-XIV, 
il più antico che si conosca, da cui, come da principale sorgente, dimanano i pochi apo- 
grafi superstiti. La biblioteca Vaticana ne possiede due soli, ambedue membranacei 
del secolo XV : l'uno, che è il Vat. Lat. 4498, men pregevole a cagione delle mende e 
del disordine, onde, trascritto per parti, queste vennero insieme congiunte; l'altro, che è 
r Urbinate 1345, da preferirsi al primo e meglio rispondente al prototipo cassinese. 
Son questi i precipui manoscritti, finora conosciuti, su cui sono state eseguite tntte le 
edizioni della summentovata opera di Frontino. Ora, se è certo che il Vynck nel 1455 
la trascrìsse in Boma in uno al Begionario, di cui è parola, non è men certo che in 
detto anno esisteva in Boma un prototipo di cui egli si servi, diverso dal cassinese, 
ritrovato e trascritto dal Poggio 26 anni innanzi; è pure probabilissimo che nn tale 
prototipo, a cui andava congiunta, siccome materia aflSne, la Notitia regionum, fosse 
il manoscritto di Frontino registrato nell'inventario dei codici latini di Nicolò V. Com- 
parando infatti il codice del Vynck coi codici Cassinese, Vaticano ed Urbinate, non 
è malagevole rilevarne la diversa provenienza. Di più, nessuno dei tre indicati mano- 
scritti contiene una Notitia regionum con dati cosi importanti e sconosciuti. Dalle quali 

1 Oeschichte der Stadi Bom im Mittelalter, VII*, 524. 

« Cod. Vat. Lat. 3959. 

3 Poggius, Epistolae, II, 26, 27, 29, 34, 35; III, 37; IV, 2. 4. 

* Mabillon, Mus. italic.^ I, pag. 123. 

^ PoleniuB, Sex. Juh Front., Proleg., III. 

^ Clemens Herschel, Frontinus and the water-supply of the city of Bome, 



DI UN CATALOGO CIMITERIALE ROMANO 87 



premesse fa d'uopo coDchindere che il prototipo di cui in Boma si servi il Vjnck, è 
andato smarrito; e che ove questo fosse stato per ventura il codice di Nicolò Y, di 
esso ancora sarebbero sparite le tracce. 

Ma il pregio che, a cagione della sua origine, conviene riconoscere nel manoscritto 
del Yynck, ancor maggiore si appalesa, ove si ponga mente alle intrìnseche sue note, 
le quali ne rivelano la provenienza da un prototipo integro e schietto della seconda 
metà del quarto secolo, e ricolmano in pari tempo una non ignobile lacuna inerente 
a tutti gli altri codici con tanta cura ricercati e commentati dai dotti per la illustra- 
zione della topografia di Boma. Dappoiché non senza giusta meraviglia è stato osser- 
vato che nei libri regionari, la Noiitia e il Curiosum urbis Bomae^ compilati al tempo 
di Costantino sopra documenti della prefettura urbana, non è fatta menzione veruna 
delle mura di Aureliano ; e che tutte le descrizioni a noi pervenute della cinta muraria, 
furono redatte in base alla misurazione di Ammone, conservataci dal famoso codice di 
Einsiedeln dell'ottavo secolo, dopo le opere riparatrici di Onorio, compiute nel 403 a 
difesa di Boma contro le invasioni dei Goti. Ora il prototipo, donde è derivato l'apo- 
grafo del Yynck, conteneva e ne ha tramandata la notizia della cinta delle mura di 
Aureliano e di Probo, con le sue torri, le porte e le posteme, nello stato in cui esi- 
steva circa la metà del quarto secolo e prima delle innovazioni onoriane. — Altro 
pregio dell'esemplare del Yjnck è che confrontato con la Noiitia e con il Curiosum^ 
editi con tanta cura dall'Urlichs ^ e dal Jordan ^ sulla fede di ben quindici dei mi- 
gliori manoscritti, diligentemente collezionati mercè l'opera del Niebuhr, del Preller, 
del Ziegler, del Mercklin, del Gonz, del Mommsen, del Beiffenberg, dimostra ad evi- 
denza che l'esemplare primitivo, donde son derivati i detti manoscritti, doveva essere 
mutilo nell'ultimo foglio o per mancanza di spazio o per lacerazione della pergamena 
o per altro qualsiasi difetto; e che però questa e non altra è la causa della omissione 
negli anzidetti manoscritti della cinta aureliana con cui chiudevasi il Breviarium dei 
libri regionari. 

Yenendo all'indice cimiteriale inserito nella Notiiia dell'esemplare del Yynck, è 
di sommo momento notare: T che tale inserzione deve ritenersi contemporanea al pro- 
totipo del secolo quarto; ^ che i cimiteri assegnati alla tumulazione della comunità 
cristiana di Boma verso la metà di detto secolo, erano sedici e non più; e quindi 
non potrebbe ragionevolmente sostenersi l'ipotesi che ascrive o a difetto del pro- 
totipo ad oscitanza degli amanuensi la omissione di altri cimiteri, dei quali po- 
trebbe pur constatarsi l'esistenza. — La notizia, infatti, dei cristiani cimiteri è ivi 
preceduta dalla menzione di monumenti e da dati topografici tutti anteriori al quinto 
secolo; è ripetuta due volte, cioè, tanto nella prima, quanto nella seconda appendice 
del Begionario; è inoltre immediatamente seguita dalla descrizione della cinta urbana 
di Aureliano e di Probo, che rappresenta le mura di Boma nello stato in cui trova- 
vansi innanzi all'anno 408. Le note poi intrinseche della notizia dei cimiteri corrispon- 
dono meglio alla indicata età, che ai secoli susseguenti, quando il dominio del cri- 
stianesimo nell'eterna città erasi pienamente affermato, e quando il culto e i monumenti 
cristiani si mettevano in maggiore evidenza; testimoni il calendario di Folemio Silvio 
del quinto secolo; la descrizione di Boma, compilata sulle orme della storia di Zac- 
caria, vescovo di Mitilene del sesto secolo; gli itinerari del settimo ed ottavo secolo. 
Che poi l'indice inserito nel Begionario e circoscritto a sedici cimiteri soltanto, sia 
intero e non mutilo, ne è prova il fatto che i due soli codici finora conosciuti della 
Noiitia regionum Urbis, i quali recano l'indice anzidetto, tnttochè discordanti tra loro 
in altri particolari, di età diversa e provenienti da diversi prototipi, non danno concor- 
demente che lo stesso numero di sedici cimiteri: e che inoltre il codice del Yynck 

* Codex topoffraphictu Urbis Bomae^ p. 2-27 

^^Topogr, der Stadi Bom im Aìterihum, II, p. 545 e segg.; e Forma Urbis Momae, pag. 49-54. 



88 MARIANO CARD. RAMPOLLA DEL TINDARO 

riepilogando nella seconda appendice del Regionario i cimiteri nella prima singolar- 
mente menzionati, ne registra la medesima somma totale: Cymiteria XVI. È d'nopri 
pertanto escludere la omissione avvenuta per negligenza del copista o per altro difetti) 
del manoscritto. Con ciò, del resto, non si intende negare che possa trovarsi un indice 
più completo dei cristiani cimiteri di Koma, il quale sia in più piena consonanza con 
gli itinerari dei secoli VII e Vili, coi dati topografici dei martirologi e degli atti dei 
martiri, col libro pontificale e con altri simili documenti; ma un siffatto indice non 
sembra doversi rintracciare nei Regionari del secolo quarto. 

Gli argomenti addotti in contrario non hanno per ventura tal forza da infermare 
queste deduzioni. Imperciocché, per quel che risguarda la testimonianza sopra allegata 
del Fiorentini, il quale nel secolo XVII vide tra i codici della biblioteca capitolare di 
Lucca un manoscritto membranaceo, uhi multa ad urbem Bomam spectaniia prosiant H 
XXI coemeteria numeraniur, è da osservare che egli, uomo eruditisssimo, non igno- 
rava il Regionario a tutti noto, al quale si sarebbe nominatamente riportato, se qnivi 
avesse rinvenuta la notizia dei ventuno cimiteri. L'accenno invece alle molte cose 
risguardanti Roma, multa ad urbem Bomam spectaniia, si riferisce apertamente ad nna 
delle tante sillogi di notizie su Roma che circolavano nei secoli XII, XIII, XIY e XV 
coi titoli di Descriptio plenaria totius Urbis, e De mirabilibus civitatis Bomae : ed infatti 
nella Descriptio plenaria si trovano registrati confusamente venti cimiteri \ come nel 
libro De mirabilibus se ne hanno precisamente ventuno, non distinguendosi ivi il ci- 
mitero ad Ursum pileatum da quello di S. Felice nella medesima via portuensc '. Onde 
è che la testimonianza del Fiorentini non prova l'esistenza di un catalogo più com- 
pleto di cimiteri cristiani inserito in una delle varie edizioni della Notitia regionum 
che correva nel secolo IV. 

Un secondo argomento si è creduto trovare nell'indice del codice Laurenziano, dove 
i romani cimiteri sono disposti ed ordinati con somma esattezza e regolarità topografica 
a differenza degli altri esemplari, nei quali questo ordine è interamente perturbato. 
Dal che si inferisce che nel testo originario, inserito nella Notitia regionum, nn tale 
indice dovette essere stato al tutto completo ed ordinato in esatta serie topografica. — 
Alla quale obbiezione può rispondersi che dal catalogo regionario, rappresentato dalla 
Notitia e dal Curiosum, e precisamente dalla prima appendice della Notitia in cui 
si trovano menzionati i cimiteri, ancorché si ammetta aver avuto esso per base, in nno 
ad altri documenti officiali della prefettura urbana, una pianta di Roma, non appa- 
risce punto il divisamente del compilatore di seguir l'ordine topografico. Quivi, infatti, 
gli obelischi, i ponti, i campi, i fori, le basiliche, le terme, le acque, le vie sono no- 
verati in modo topograficamente disordinato. Se pertanto non si voglia fondare l'ipotesi 
sopra una eccezione, lo stesso doveva essere dei cimiteri. Quindi la disposizione di 
questi in esatta serie topografica, che osservasi unicamente nel codice Lanrenziano, 
è duopo ritenerla opera di mano posteriore, obbediente ad altro speciale intento, quale 
poteva ben esser quello di coordinarli ad uso di itinerario. 

L'ultimo argomento parrebbe offerire migliori sembianze di verità. Si fonda esso 
sul fatto che ambedue i testi dell'indice cimiteriale, conservatici dai codici Chigiano 
o Laurenziano, oltre i nomi dei sedici cimiteri registrati nella Notitia regionum, ne 
danno un decimosettimo che è il Coemeterium Aproniani ad Sanctam Eugeniam via 
latina, il quale trovasi eziandio confusamente ripetuto nel guazzabuglio deirAibertini. 

A tal riguardo non è malagevole dimostrare che gli indizi dell'aggiunta e della 
interpolazione posteriore son manifesti. Si osservi innanzi tutto che i testi, i quali recano 
diciassette nomi di cimiteri, benché provenienti dal Regionario, si trovano da esso 
distaccati; laddove i due soli testi che conservano l' indice cimiteriale congiunto, qnal 

^ Urlicbs, Cod. top., pag. 95. 
^ Lo stesso, pag. 130. 



DI UN CATALOQO CIMITERIALE ROMANO 89 



parte integrante, alia Notitia regionum^ ne noverano sedici soltanto. II che dà a di- 
vedere che l'addizione del decimosettinio nome appartiene alla mano che estrasse o 
riprodusse T indice del Regionario. A conferma di ciò è da osservare che appunto il 
cimitero di Aproniano, mancando nel catalogo regionario ed occupando T ultimo luogo 
nel chigiano, chiaro rivela esservi stato aggiunto posteriormente. Meglio ancora l'in- 
terpolazione apparisce nell'esemplare laurenziano. Giacché ivi, secondo che opportu- 
namente notò l'egregio editore, tutti i cimiteri, cioè i sedici compresi nel Regionario, 
sono stati disposti con somma esattezza e regolarità topografica : tutta volta questa rego- 
larità della Siteeessione topografica delle vie e della menzione dei cimiteri^ osservata 
dal compilatore, solo è turbata nella via latina per essere stato stranamente trasferito 
il cimitero di Aproniano dopo VOstieme e prima delVAureliay ciò che costituisce una 
prova patente della interpolazione posteriormente avvenuta. 

Il catalogo infine dell'Albertini e per la sua tarda età, e per la confusione che 
vi regna, non può aver gran peso. Oltre di ciò, apparisce manifesto che in esso il 
nome del cimitero di Aproniano, storpiato in Amproniano^ venne tolto da un apografo 
simile al chigiano. Basta infatti por mente che in questo il cimitero di Aproniano è 
posto in ultimo luogo, e segue immediatamente quello di Trasone nella Salaria: dalla 
qnale giusta posizione è derivata nel catalogo albertiniano la fusione di due cimiteri 
in un solo nel seguente modo: Coemeterium Tra^nis via Salaria, in quo erai coeme- 
ierium Amproniani. È chiaro pertanto che questo cimitero non era compreso nella 
Notitia regionum del secolo quarto, e che la sua inserzione nell' indice cimiteriale di 
alcuni testi è opera di seconda mano che il tolse probabilmente da un apografo del 
martirologio geronimiano, dove si trova registrato ai 25 dicembre con identica for- 
mola : Vili Kal, ianuarii, Bomae in coemeierio Aproniani via latina passio San- 
ctae Eugenia>e virginis ^ 

Gli studiosi della Roma sotterranea cristiana, segnatamente gli egregi continuatori 
dell'immortale opera del De Rossi, dal nuovo apografo del Regionario, trasmessoci 
dal Vynck, sapranno tirare tutte le opportune conseguenze, e, mercè la riconosciuta 
loro perìzia e dottrina, porre in piena luce un punto forse tuttora oscuro, voglio dire, 
qnali fossero le condizioni dei cimiteri suburbani nel periodo di transizione dalle per- 
secuzioni alla pace, dal paganesimo dominante alla pubblica affermazione del cristia- 
nesimo nella etema città. Per non uscire dai termini impostimi, mi limiterò ad accennare, 
quasi di volo, alcuni fatti che stimo degni di attenzione. 

A meglio precisare l'età dell'indice cimiteriale non sembra privo d'importanza 
osservare come da una parte la Notitia, in quel che si riferisce ai monumenti profani 
di Roma del quarto secolo, oltre dei costantiniani, fa menzione del secondo obelisco 
eretto dall'Imperatore Costanzo l'anno 357 nel Circo massimo, estremo limite onde il 
Regionario si chiude; giacché né dell'Arco trionfale dei tre Imperatori Graziano, Ya- 
lentiniano e Teodosio (an. 379-383), né di alcun altro monumento di più tarda età è 
ivi parola. Dall'altra parte, per quel che concerne i cristiani cimiteri, con perfetto 
sincronismo vi si menziona espressamente il Pontefice Marco, contemporaneo a Costan- 
tino (336); si allude al successore di lui, Giulio, contemporaneo a Costanzo (337-352), 
mercè la numerazione dei due cimiteri di Calepodio nella Aurelia, e di Felice nella 
Portuense, da questo Pontefice costruiti o ristaurati, secondo la notizia tramandataci 
dal catalogo liberiano; ma nessun accenno, nessun ricordo né dei cimiteri di Felice II 
e di Damaso, né dei Pontefici posteriori. L'indice cimiteriale inserito nella ^o^i7ia fu 
dunque compilato negli ultimi anni del regno di Costanzo e sotto il pontificato dì Liberio, 
e deve per conseguenza annoverarsi tra gli opuscoli congeneri al catalogo dei Romani 
Pontefici, scritto vivente Liberio ; all'elenco dei Prefetti di Roma, chiuso nel 354, e ai 

^ n Codice lanreshamenBe ha erroneamente, come rAlbertini: Amproniani, — Vedi Joh. Bapt. 
De Rossi et Lud. Duchesne, Martyr. hieranym,, p. 1. 



90 MARIANO CARD. RAMPOLLA DEL TINDARO 



feriale con le depositiones episcoporum et martyrum, che in queir istesso tempo Tennero 
alla luce K 

Ed appunto altro fatto non men degno di essere qni rilevato, come convergente 
alla conclusione medesima, è la grande analogìa che corre tra il feriale liberiano e 
r indice cimiteriale in discorso. Il feriale, come è noto, si distingue in due sezioni, la 
prima viene intitolata: Depositio episcoporum ed abbraccia dodici Papi, appartenenti 
al secolo terzo ed alla prima metà del quarto, dei quali indica il giorno della tumu- 
lazione; la seconda sezione, intitolata: Depositio martyrum, è un embrione di marti- 
rologio, ove sono registrate le feste che celebra vansi in Roma sotto il pontificato di 
Liberio, con indicazione del luogo della stazione. È da notare il diverso sistema d' in* 
dicazione seguito nelle due sezioni : giacché nella prima, rìsguardante più direttamente 
la sepoltura, si indicano i singoli cimiteri con gli antichissimi nomi primitivi; nell'altra 
che più direttamente si riferisce al culto, si accenna talora il cimitero, talora soltanto 
la via, ove si ergeva la basilica o la chiesa cimiteriale dedicata al martire, luogo 
della adunanza dei fedeli. Ora raccogliendo di ambedue le sezioni le sole indicazioni 
cimiteriali, si viene a questa conclusione, che, cioè, di dodici cimiteri registrati nel- 
l'opuscolo liberiano, undici, con gli identici nomi primitivi, sono registrati del pari 
neir indice regionario. L'unica omissione è quella del Coemeterium Maximi, forse per 
la ragione, di cui sarò per dire, che sotto il pontificato di Liberio non era esso ancora 
riparato ed aperto alla tumulazione dei fedeli; difatti il restauratore del sepolcro della 
martire insigne che nell'era della pace dette al summentovato cimitero la denomina- 
zione ad Sactam Felicitatem, fu il Pontefice Damaso, successore a Liberio; e nel feriale 
stesso la festa natalizia della celebre madre dei sette martiri fratelli si scorge essere 
stata del tutto omessa. 

Oltre di ciò, è uopo avere ben presente che nelle origini la maggior parte dei 
cimiteri di Roma fu costituita da ipogei privati, scavati sotto aree particolari di privati 
possessori, ai quali erano legalmente intestati e ne portavano il nome. In pubblici 
sepolcreti appartenenti alla comunità dei fedeli o al ius Christianorum, furono essi 
trasformati più tardi. Cosi il celebre cimitero di Domitilla fu da principio sepolcro 
privato della gente Flavia; i martirologi ne dicono che il cimitero, ove ebbe sepoltura 
Santa Eugenia, era in praedio suo, ed il cimitero di Santa Agnese nella Nomentana 
fu in origine Vagellus della propria famiglia. Un esempio eloquente di siffatto pas- 
saggio dei cimiteri cristiani dal ius privatum dei primi proprietarii dell'area al ius o 
nomen Christianorum, ci vien fornito dal cimitero della vedova Ciriaca nel fondo Ve- 
rano ad Sanctum Laurentium, Era questo fondo di privata proprietà, quando nella 
persecuzione dioclezianea venne confiscato: più tardi, non prima del pontificato di Sil- 
vestro, passò aà ius corporis Christianorum e venne aggiudicato alla costantiniana 
basilica di San Lorenzo nella via tiburtina, tra le cui possessioni nel libro pontificale 
è noverata la possessio cuiusdam Cyriacae religiosa^ feminae quod Fiscus occupaverai 
tempore persecutionis *. Or chi potrebbe aflfermare che in quell'anormale periodo di 
passaggio dalla persecuzione alla pace ed al pieno assetto delle cose ecclesiastiche di 
Roma, tutti i sepolcreti della vasta zona del suburbio, maggiori o minori, fossero indi- 
stintamente proprietà della Chiesa e comparissero nei registri della prefettura urbana 
nomini christiano inscripta, come lo furono in tempi posteriori, di guisa che tutti do- 
vessero venir compresi nell'indice officiale delle sepolture comuni alla romana cri- 
stianità? 

La confiseazione del cimitero di Ciriaca nella Tiburtina ne trae a por mente ad 
altra considerazione di fatto. È cosa bene assodata che nell'ultima persecuzione mossa 
al cristianesimo da Diocleziano, la quale più delle precedenti fu violenta e crudele, 

* Vedi De Rossi, Boma sotterranea, tono. I, pag. 130. 

* In Silvestro, § XXIV. 



DI UN CATALOGO CIMITERIALE ROMANO 91 

1 cimiteri della Chiesa romana passarono in potere del Fisco. Onde è che dagli editti 
imperiali di Nicomedia (an. 803*804) ^ sino a che Massenzio non autorizzasse il Pon- 
tefice Melchiade presso il Prefetto di Boma, allora Aradio Bafino (an. 312), ad veci- 
pienda loca ecdesiasiica, che erano stati ai cristiani tempore persecutionis ahlaia ^, vale 
a dire per circa otto interi anni, i cimiteri del snbnrbio rimasero del tutto in balia 
del Fisco. Bilevantissimi quindi dovettero essere i danni che essi ne patirono, sia perchè 
a tutela delle più venerate tombe dei martiri, ebbero i cristiani, con riempiture di 
terra, ad ostruire parecchi cubicoli e gallerie cimiteriali e occultarne gli aditi; sia 
perchè durante il sequestro quelle sotterranee necropoli rimasero in istato di completo 
abbandono; sia finalmente perchè le fabbriche erettevi di sopra vennero, secondo gli 
editti imperiali, spianate al suolo. Bitomati appresso, in un colla pace, ai cristiani, fu 
mestieri che si trovassero in istato di notevole deterioramento; e molto si dovette atten- 
dere prima di dissotterrare e restituire al culto i sepolcri dei martiri e riedificarvi le 
basiliche sopra suolo. Questa grande impresa di riparazione avvenne precipuamente 
dopo la morte di Liberio per opera insigne e sollecita di Damaso (an. 366-884), il quale 
cominciò dalla ricerca dei molti sepolcri dei martiri, che erano stati interrati e nascosti, 
narrandosi nella sua biografia officiale che egli multa corpora sanctorum requisivit et 
invenit \ Dal che sembra potersi sufficientemente spiegare il motivo delle lacune che 
si scorgono tanto nel feriale risguardante il novero delle feste natalizie dei martiri 
romani, quanto neirlndice del Begionario, contenente il numero dei cimiteri destinati 
al seppellimento dei fedeli, documenti sincroni ed affini, appartenenti ambedue al pon- 
tificato di Liberio (an. 352-366). 

Altri rilevanti danni è a ritenere incontrassero i cristiani cimiteri, all'epoca costan- 
tiniana, a cagione dei tagli e dei guasti che accompagnarono necessariamente le costru- 
zioni delle grandi basiliche sui sepolcri dei martiri, la cui primitiva collocazione era 
rigorosamente rispettata. Tanto, senza dubbio, era avvenuto al cimitero vaticano ; al- 
l'ostiense, denominato di Lucina; al nomentano di S. Agnese, ed al cimitero di S. Lo- 
renzo nella Tiburtina; nei quali, come conseguenza delle grandi fabbriche superiori, 
per qualche tempo dovette restar sospesa ed anche impedita, senza speciale e straor- 
dinaria licenza delle competenti autorità, la tumulazione dei cadaveri. Ed invero, pel 
taglio avvenuto nel colle vaticano, secondo ne fa fede l'iscrizione metrica che ricorda 
l'opera riparatrice di Damaso, le vene dell'acqua disperse corpora multorum, cinerea 
atque ossa rigahant ^: ciò che fece scrivere all'autore degli atti apocrifi di Liberio, che 
erarht ibi monumenta et super aqua denatabat ^. Onde è chiaro che il cimitero vati- 
cano, in seguito alla costruzione della basilica, per alcun tempo dovette restare fuori 
di uso. Quello poi che di questo cimitero con certezza accadeva, poteva ancora veri- 
ficarsi negli altri, i quali in simili condizioni trovavansi. A conferma di che giova 
osservare che, mentre nel feriale liberiano dei predetti quattro cimiteri sottostanti alle 
basiliche costantiniane, non è fatta punto menzione, limitandosi l'indicazione per l'adu- 
nanza dei fedeli alle semplici vie, sulle quali le basiliche ergevansi; nell'indice regio- 
nario sono essi omessi del tutto. 

Oonchiuderò con un ultima osservazione sul fatto che mentre la Notitia regionum 
ne dà i nomi di sedici cimiteri del suburbio compresi dentro un raggio non maggiore 
di tre miglia, tralascia del tutto ogni indicazione dei monumenti cristiani, che certa- 

' AUard. Le Christianisme et VEmpire Bamain de Néron à Théodose, p. 125. 

' S. Aagust. Breviculus CoUationis cum Bonatisiis, e. XVIII, n. 34-35; Diichesne, lAber 
poniificalis, tom. I, p. CL-CLI e p. 182. 

^ De Rossi. Berna sotterranea^ tom. I, p. 213 ; tom. II. p. 106, 259, 297 e 2'' parte, p. 52 58 ; 
Imeript chrisU, tom. II, p. 30, 66, 90, 102, 104, 105, 108; Liber Pùntific. in JDaìmsOj § II. 

^ Damasi epigrammata^ ed. Ihm. 4. 

^ Gesta Liberii Paptie, n. 8; Migne P. L., tom. Vili, e. 1392. 



92 HABIANO CARD. RAMPOLLA BEL TINDARO 



mente alla metà del quarto secolo dentro il pomerfo esistevano; quali erano i titoli e 
le basiliche, segnatamente le costantiniane, di cui senza allegare Fantorità del libro 
pontificale, trovasi menzione nella lettera di San Cornelio a Fabio di Antiochia, nel 
catalogo liberiano, nel trattato di Sant'Ottato di Milevi contro il donatista Parme- 
niano, e nei contemporanei documenti relativi allo scisma di Ursino competitore di 
Damaso. Della vaticana basilica poi si sa che, in uno ai tempii pagani, venne indi- 
cata sotto la denominazione ad sanctum Petrum, invalsa nell'uso dei tempi della pace, 
financo nella tavola o mappa peutingeriana della stessa età, benché avesse questa 
altro fine, quello, cioè, di tracciare in grandi linee itinerarie le strade dell'autico 
mondo romano. Dei titoli e delle chiese urbane può con sicurezza ritenersi che nelle 
posteriori edizioni dei libri regionarii erasi fatta menzione, secondo è agevole rilevare 
dalle reliquie di breviario conservateci, circa Tanno 546, presso lo storico Zaccaria di 
Mitilene, ove oltre l'accennare i numerosi sepolcri, onde Roma abbondava, sono ricor- 
date 24 chiese cristiane. Anche nella Descriptio urbis Constantinopoleos, scrìtta nella 
prima metà del secolo v sulle orme del Regionario romano, si ha il novero dei monu- 
menti cristiani \ Tutto ciò dimostrerebbe come l'edizione della Notiiia della metà del 
secolo quarto, recante l'indice cimiteriale, abbia avuto uno scopo più che ecclesiastico, 
precipuamente civile. Imperciocché assicurato al cristianesimo il favore dei prìncipi 
e la libertà colla conseguente promulgazione di leggi proteggitrici, per opera di Co- 
stantino, Roma restando tuttora divisa in due parti, pagana l'una, cristiana l'altra. 
mentre ostentava la prima lungo le vie consolari i sepolcri dei maggiori, non vi era 
più ragione che la seconda occultasse i suoi, ai quali vincoli di sangue, di religione, 
di affetto legavanla. Tornava ancora a comune comodo dei cittadini il conoscere i luo- 
ghi destinati alla tumulazione della cristianità. L'inserzione pertanto dell'indice cimi- 
teriale nella Notiiia apparisce come prima manifestazione, in un documento oflSciale 
di pubblico uso civile, della cittadinanza data al cristianesimo, e deve ritenersi siffatto 
indice intero e non mutilo, ove si tenga conto e della età in cui venne edito, e del- 
l'intento dell'editore*. 

Mariano Card. Rampolla del Tindaro. 



^ Dncange, Constantinopólis Christiana, lib. IV, Bect. IV. 

^ L'altro pregevole lavoro deirE&o Rampolla, Di una biografia di Santa Melania Giuniort, 
fu pubblicato nel Nuovo Bullettino di Archeologia Cristiana, Anno VI, 1900, p. 6-16 e insieme a 
questo in un fascicolo di saggio degli Atti edito dalla tipografia Bertero 1900 ed offei*to ai con- 
gressisti dal Comitato promotore. ^ 



DI UNA CRIPTA CON IMPORTANTI PITTURE 
SCOPERTA RECENTEMENTE NEL CIMITERO DI DOxMlTILLA 



Olì studi intrapresi dal de Rossi fin dal 1852 nel grande cimitero di Domitilla 
sulla yia Ardeatina e le scoperte insigni ivi fatte ripetutamente dalla Commissione 
di archeologia sacra sotto la dotta sua guida sono cose ben note agli archeologi. Il 
vetusto cimitero dei Flavi, quantunque devastato come tutti gli altri antichi cimiteri 
di Soma, pur nondimeno esplorato con intelligente cura, ci ha restituito i più preziosi 
snoi monumenti di arte e di epigrafia; e fra tutti questi trionfa la grande basilica di 
Petronilla posta nel centro storico del venerando ipogeo. 

Ma due altre regioni insigni indicate dagli storici documenti e dagli itinerari dei 
pellegrini furono sempre dal mio maestro attribuite al cimitero di Domitilla, cioè quella 
dei martiri Marco e Marcelliano e l'altra del mausoleo domestico del papa Damaso. 
Ora io sono lieto di presentare al Congresso la descrizione di un monumento recente- 
mente scoperto il quale, a mio parere, può mettersi in qualche relazione con i due santi 
predetti, mentre delle memorie di Damaso nulla fino ad ora abbiamo qui rinvenuto. 

La storia del martirio dei santi Marco e Marcelliano è unita a quella grandiosa 
e drammatica composizione che va sotto il nome di Passio s. Sebastiani; ove si legge 
che i due nobili giovani fratelli incarcerati come cristiani durante la persecuzione di 
Diocleziano e commossi dalle preghiere del padre, della madre e delle consorti che 
li scongiuravano a salvare la loro vita rinnegando la fede, erano già sul punto di 
cedere, quando sopragiunto nel carcere Tintrepido Sebastiano essi ripresero animo e 
confessando coraggiosamente Cristo incontrarono lieti la morte. E le parole del ma- 
gnanimo tribuno avrebbero convertito alla fede anche Tranquillino padre dei due mar- 
tiri e la loro madre Marcia e le mogli stesse con molti altri. 

Marco e Marcelliano vennero sepolti, secondo gli atti citati, in « via Appia mih 
Ilario II ah urbe in loco qui dicitur ad arenas >. Con la quale indicazione deve inten- 
dersi senza dubbio la regione prossima all'Appia e non precisamente un tratto di questa 
medesima via; giacché nei martirologi sotto il 18 di Giugno il natale dei santi sud- 
detti è assegnato alla contigua via Ardeatina. Ed infatti alla via Ardeatina ed alle 
vicinanze del cimitero di Domitilla accennano i pellegrini del sesto e del settimo secolo 
indicando i loro sepolcri. 

Ed il de Bossi riferi al cimitero di Donììtilla tali indicazioni degli itinerari rela- 
tive ai santi Marco e Marcelliano, il sepolcro dei quali egli più volte affermò doversi 
trovare in una regione di questo cimitero e poi ne indicò più specialmente la ubica- 
zione sotto il moderno casale di Tormarancia K 

^ Oltre ciò che egli ne Bcrisse nella Botna sotterranea tomo I, pag 265 segg., lo alTermò poi 
nuovamente entrando anche in questi maggiori particolari nel BuUettino^ 1884-85, pag. 138. 

Qualche tempo dopo questa mia lettura (Aprile 1900) il eh. mons Wilpert, seguitando lo 
studio di questo argomento, propose Topinione che la cripta sepolcrale dei due santi fratelli fosse 
posta più vicina al contiguo cimitero di Callisto e là dove il de Rossi giudicò che dovesse esten- 
dersi il cimitero di Balbina. 

V. Topoffraphische studien uber die christlichen monumente der Appia und der Ardeatina (Rò- 
mische Qnartalschrift, 1901, pag. 32 segg.). 



94 ORAZIO MARUCCHI 

La IJmìtazioDe topografica della vera regione di Marco e Marcelliano è di molta 
importanza e dovrà trattarsene nel tomo IV della Roma sotterranea, che è in prepara- 
zione; ma non sarà inutile accennare qai i relativi passi degli itinerari : 

L* itinerario salisburgense lascia l'Àppia «e/ dimittis viam Appiam* e giunto alFAr- 
deatina dice: « ibi invenies in altera ecclesia duos diaconos et martyres Marcum et Mar- 
cellianum fratres germanos cujus corpus qutescit sursum sub magno altare. Deinde 
descendis per gradtts ad SS. Nereum et Achilleumi^, L'itinerario de locis sanciis mar- 
tynmi, accennata la basilica di Petronilla e la prossima tomba di Damaso sulla me- 
desima via dice: « et in alia basilica non longe Marcus et Marcellianus sunt honorati*. 
Finalmente il malmesburiense indica l'Ardeatina < inter Appiam et Ostiensem > e dice 
chiaro che ivi « sunt 3Iarcpis et Marcellianus et ibi jacet Damasus papa in sua ecclesia >. 

Da tutto ciò può dirsi che la tomba dei due martiri fratelli dovea essere nei din- 
torni del cimitero di Domitilla sulla via Àrdeatina a poca distanza dalla basilica di 
s. Petronilla che oggi noi conosciamo con ogni certezza; e che sulla tomba saddetta 
dovea sorgere pure una basilica, col quale nome potè anche indicarsi un semplice 
oratorio. Contiguo o ad ogni modo vicino a questo monumento dovea trovarsi eziandio 
il mausoleo del papa Damaso. La Commissione pertanto, seguendo le indicazioni del 
de Bossi, cominciò una esplorazione sotto l'odierno Casale di Tor Marancia eostrnito 
in parte con avanzi di antichi muri; e nelle sottostanti gallerie, su proposta fatta da 
me e dal compianto collega Stevenson, intraprese qualche tempo fa nuovi scavi, da 
parecchi anni interrotti in quel cimitero. 

E tali esplorazioni condussero alla scoperta di una larga galleria ai piedi di una 
scala grandiosa, galleria la quale direttamente guida ad una duplice cripta ìllnmi- 
nata da vasto lucernario. La cripta a sinistra di chi veniva dalla scala è la più im- 
portante; ed essa era tutta decorata di pitture delle quali rimangono solo alcuni avanzi. 
Ed è in questa cripta che io credo poter indicare una qualche memoria dei due mar- 
tiri fratelli, o dei loro compagni, come vado ad esporre: 

Non v'ha dubbio che la cripta recentemente scoperta sia un luogo venerato del cimi- 
tero. Essa aveva una scala sua propria e grandiosa la quale era precisamente coor- 
dinata alla cripta; il che conviene appunto ad un luogo importante, giacche quasi tutti 
gli altri luoghi simili finora conosciuti nelle catacombe romane hanno prossima una 
grande scala. E di più siffatta scala partiva proprio dal punto ove è il moderno ca- 
sale, che mostra nelle sue mura gli avanzi di materiali tolti da edifici del sopra terra: 
e noi sappiamo che le scale delle cripte storiche partivano per l'appunto da edifici 
superiori. 

Oltre a ciò noi abbiamo costatato che il luogo prossimo alla cripta testé descritta 
fu un centro di numerosi sepolcri addossati, per cosi dire, gli uni agli altri, in modu 
da riempire non solo le pareti delle gallerie, ma il pavimento delle medesime ed anche 
un altro piano scavato appositamente ivi sotto. Ed è noto che presso le tombe dei martiri 
più venerati si affollavano le tombe per il desiderio che aveano i fedeli di riposare iu 
quei luoghi privilegiati. Mancano, è vero, i graffiti dei visitatori i quali quasi sempre 
si rinvengono presso le cripte storiche; ma è da notare che l' intonaco nel basso delle 
pareti, là dove avrebbero potuto trovarsi simili iscrizioni tracciate dai devoti, è sven- 
turatamente distrutto. 

Che se manca l'indizio importantissimo dei proscinemi supplisce però a tale di- 
fetto la presenza delle pitture le quali indicano a parer mio la natura del luogo. Nel- 
l'abside della cripta maggiore, essendosi ben lavato l'intonaco, è apparso il gruppo 
del Salvatore seduto in mezzo agli apostoli; composizione che indica un luogo importante, 
ma che trovasi anche in altre cripte prive di carattere storico, e perciò su di essa 
sola non possiamo troppo fondarci. Ma assai più importante è la scena dipinta al 



CRIPTA MOHDHKNTALE SCOPERTA BBCBNTBHBNTB NEL CIHITBRO DI DOUITILLA 95 

disotto di qneata degli apostoli e sopra l'arcosolio centrale della eappella. Ivi si rico- 
nosce il Salvatore posto ìd mezzo a sei personaggi, tre nomini a destra e tre donne 
a sinistra, siccome indica l'annessa rtprodnzione. 



(Pittura della cripta nel cimitero di DoinitllU). 

Le figare a destra di clii guarda e intieramente conservate sono inclinate verso 
il Salvatore ed a Ini presentano le mani aperte nell'atteggiamento di prepararsi a 
ricevere qualche cosa; e senza dnbbio anche te tre donne a sinistra erano efBgìate 
nel medesimo atteggiamento. Qaindi per il confronto con altre somiglianti composi- 
zioni dobbiamo ravvisare in qnesta scena alcuni santi i quali sì avvicinano al trono 
di Cristo onde ricerere da Ini la corona del premio eterno. Questa scena della < coronatto 
sanctorum * ÌB, ravvisiamo in diversi modi effigiata negli antichi monumenti cristiani; 
e pili freqnentemente i personaggi tengono in mano la corona già ricevuta, come può 
vedersi sopra un frammento di sarcofago del quarto secolo da me recentemente rico- 
noBointo e collocato nel Mnseo lateranense (r. pag. seguente) ed in altre scnltnre, e nel 
dipinto del cimitero di Generosa ed ancbe in molti musaici '. Talvolta poi il Salva- 
tore è nell'atto di imporre il serto ai beati, come nella pittura dei ss. Àbdon e Sennen 
ed in quella pure di s. Felicita, ove le corone sono collocate presso il capo delle fi- 
gure ^ Ma un confronto più esatto con l'affresco di Domìtilla ce l'ofi're la ben nota 
pittura del quinto secolo che adorna la volta di una cripta nel cimitero dei ss. Pietro 
e Marcellino, in cai i santi locali sono rappresentati nell'identico atteggiamento dì 
protendere le mani verso il Cristo effigiato nel mezzo. 

Ma sifi'atte pittare di santi coronati dal Salvatore indicano nei citati esempi dei 
nostri cimiteri o precisamente la cripta storica dei santi stessi o una prossima; e se 
□niamo a questo argomento l'altro già indicato dei caratteri propri di un luogo storico 

> La pittura del cimitero di Generosa fu pubblicala dal de Romì nel Tomo III della Homa 
Sotterranea. 

* de Bobbì, Bua. di arch. crisL, 1884-86, tav. IX-X'. 



96 ORAZIO HABUCCHI 

per la nnova cripta di Domitìlla, noi doTremo conclndere che questa fosse la stanza 
in coi veneravasi la tomba di alcnni martìri; e qaÌQdi per le ragioni topografiche già 
addotte di sopra questa cripta potrebbe mettersi in relazione con i santi Marco e 
Marcel tiano. 

E l'esame delle figare stesse mi confermerebbe in tale opinione.- Qoi infatti noi 
abbiamo sei santi, tre nomini e tre donne; e di sei personaggi si parla appnnto negli atti 



' (Scultura del museo l.-iteranense). 

di qnei dne martiri, del padre cioè e dei dne figli della madre e dcile dne mogli. Le 
figure virili sono poi anche importanti per alcune particolarità che le distingnooo; pacche 
la prima del grnppo è senza dubbio quella di un nomo in età matura e le altre appresso 
rappresentano due giovani Bomigliantissimi fra loro. Onde parrebbe naturalissimo il 
riconoscere nella prima il padi-e Tranquillino e nelle altre i due fratres germani; giacché 
è assai verisimile che Tranquillino fosse sepolto insieme ai figli, quantunque gli atti 
noi dicano e gli itinerari non lo ricordino; perchè le reliquie di Ini le troviamo poi 
trasferite insieme a quelle dei figli nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano nel Foro. 

Le pitture della nostra cripta non si limitavano al solo fondo ma rìeorrevano 
intorno alle pareti; queste ultime però fnrono quasi intieramente distrutte per Tabban- 
dono e la devastazione delle catacombe romane che noi dobbiamo tanto spesso deplorare. 
Fortunatamente ne rimane un lacero avanzo nella parete sinistra di cni noi abbiamo 
ora con ogni cara assicurata la conservazione; e questo frammento superstite che si 
riproduce nella pagina seguente ci indica il soggetto delle altre perdute anmentan- 
doue il nostro desiderio e rendendo più vivo il dolore di tale perdita. 

La donna, dì cni rimane soltanto la metà superiore delta figura, sembra a me 
ed a parecchi artisti che ho condotto sul posto che fosse rappresentata in piedi; ed essi 
k in atto di favellare con un personaggio assiso in una cattedra, il quale alla sua 
volta protende la mano destra verso di lei. Si e accennalo da taluno che il gruppo 
potesse indicare una defunta gennflcssa innanzi al giudice divino, ma non mi pare 
ammisBìbìle. Infatti se la figura fosse genuflessa e se la curva che è sotto il braccio destro 
dì lei indicasse )a piegatura del ginocchio, bisognerebbe ammettere che essa stesse 
sopra un piano assai elevato a confonto di quello ove è il personaggio sedente o sopra 
un podio sopra una collina. Ed io non saprei comprenderne nna simile composizione 
dì nna santa collocata più in alto della figura del Redentore, mentre invece dovrebbe 



CRIPTA MONUHENTALE SCOPERTA RECBNTEUENTB NEL CIMITERO DI UOHITJLLA 97 

essere tntto l'opposto. Di pia, il personaggio seduto dovrebbe avere il tipo del Cristo 
che la mano medesima o almeno una mauo contemporanea ha effigiato nella stessa 
cripta nella scena già prima descritta; mentre invece questo personaggio ha un'espres- 
sione del tntto diversa. Oltre a ciò l'atteggiamento della donna non iodica la reverenza 
verso ti giudice divino, ma il gruppo esprime invece un coiloqnìo abbastanza vivace 
qnale non converrebbe alia rappresentanza accennata. De) resto se qui furono sepolti 
dei santi (come indica la scena della coronatio), non sarebbe stato questo il luogo 
adatto per effigiare il giudizio dell'anima; giacché per 1 santi si esprime riDcoronazione 



Altra pittura nella stessa cripta del cimitero di Donitilla. 

e non il giudìzio al tribunale di Dio, che sì rappresenta soltanto per i defunti ordinari. 
Io dunque son di parere che qui si debba piuttosto riconoscere una delle donne ricor- 
date negli atti dei ss. Marco e Marcelliano, mentre coraggiosamente si professa cristiana 
iunanzi al giudice qui setìet prò irihunali; e in tale sentenza mi confermano pure alcuni 
particolari di oggetti dipinti innanzi al giudice che si potrebbero forse riferire al tribunale 



98 ORAZIO MABUCCHI 



i 

\ medesimo. E tale scena sarebbe fino ad ora unica nelle pitture cimiteriali ; giacche mi 

dipinto poco visibile del cimitero di Callisto, spiegato prima come la condanna di od 
martire, fu poi meglio lavato dal collega Wilpert il quale vi riconobbe l'accasa di 
Susanna. Ora è da notare che sui frammenti dell'intonaco caduto intorno intorno alle 
pareti si veggono le tracce di altre figure in atteggiamenti diversi; e perciò pnòsnp- 
porsi che qui fossero dipìnti alcuni altri episodi degli atti dei martìri locali; episodi 
che erano poi molto bene completati dalla scena del fondo con la incoronazione dei santi. 
Siffatte composizioni non si veggono più negli antichi monumenti sepolcrali cristiani 
ancora superstiti, ma certamente vi furono. — Asterie vescovo di Amasea nel quarto 
secolo scrivendo di s. Eugenia fa allusione a pitture ritraenti il di lei martirio dicendo: 
€ Neque enim nos niusarum alumni pejores pictoribus colores habemm » ; e cosi Gregorio 
Nisseno ricorda il martirio di s. Teodoro dipinto nella sua chiesa; e Prudenzio vide in 
Imola dipinta a vivi colori la passio figurata di s. Cassiano sul sepolcro di lui: 
« Pietà imago martyris, plagas mille gerens totas laeerata per artus » ; e lo stesso poeta 
visitando le catacombe romane sul principio del quinto secolo restò colpito dal dipinto 
che nel cimitero della via Tiburtina ritraeva al vivo il crudele martirio di 8. Ippolito: 

<FìCta 9uper tumulum apecies liquidis viget umbris 
Effigiens ir adi tnembì'a cruenta «ri»*. 

Gli episodi del martirio erano dunque rappresentati talvolta sulle tombe stesse dei 
martiri; e due insigni esempi monumentali ci hanno restituito gli scavi dei tempi 
nostri come è notissimo agli archeologi; cioè il bassorilievo dell'altare dei ss. Nereo 
ed Achilleo nella basilica di S. Petronilla, e l'affresco del loeus martyrii nella casa 
celimontana dei ss. Giovanni e Paolo. 

Ecco adunque, a mio parere, un terzo esempio che dovea trovarsi nelle pitture 
dei ss. Marco e Marcelliano, delle quali non si potrebbe mai abbastanza deplorare la 
perdita irreparabile. 

E da queste pitture che non sono posteriori alla prima metà del secolo quarto potrebbe 
ricavarsi una conseguenza importante. Potrebbe cioè dedursi da esse che esisteva fin 
d'allora una passio dei suddetti santi e che questa era tenuta in gran conto per essere 
riprodotta in pittura sopra il loro sepolcro; il che è di grande importanza per il valore 
storico di queste ed altre simili antiche narrazioni delle gesta dei martiri, le quali 
quantunque leggendarie meritano pur sempre qualche considerazione e sono ai giorni 
nostri attaccate anche nella loro sostanza da una critica eccessiva. 

Le scoperte archeologiche invece mostrano ogni giorno più chiaramente che le 
narrazioni agiografiche in generale, quantunque alterate da posteriori aggiunte ed esposte 
sotto forma leggendaria, conservano sempre tracce importanti e venerande di una 
antichissima tradizione, e che perciò la savia critica non deve cosi leggermente disprez- 
zarle. 

E se ci fosse dato di aver sotto gli occhi tutti i monumenti figurati degli antichi 
cimiteri cristiani, molti dei quali sono sventuratamente periti ed altri giacciono pro- 
babilmente ancora nascosti, noi potremmo con Prudenzio cavarne un argomento vali- 
dissimo a favore deirautenticità di molti Atti dei martiri e potremmo esclamare con Ini: 

Historiam pictura refert, quae tradita ìibris 
Veram vetusti temporis monstrat fidem. 

Ma è ora di concludere questa illustrazione delle pitture insigni rinvenute nel 
cimitero di Domitilla 

* Peristeph. Hymn. XI. 



CRIPTA MONUMENTALE SCOPERTA RECENTEMENTE NEL CIMITERO DI DOMITILLA 99 



A me pare di aver dimostrato che esse rappresentano un gruppo di martiri, e che 
tanto per il numero quanto per la qualità dei personaggi ivi rappresentati, quelle 
pitture si adattano assai bene ai martiri Marco e Marcelliano ed ai loro compagni; 
pacche negli atti loro figurano, oltre ai due santi principali, il loro padre ed alcune 
donne, fra le quali Marcia Sinforosa e Zoe. Ed anche nel caso che la cripta sepol- 
crale dei due primi martiri si trovasse alquanto lungi di qui e più verso il cimitero 
di Callisto, potrebbe sempre la nostra pittura considerarsi come una memoria del 
gruppo di Marco e Marcelliano posta in una cripta dove furono forse sepolti alcuni 
dei loro numerosi compagni; e potrebbe sempre concludersi che il monumento testé 
scoperto sia un ricordo insigne della celebrità e del culto dei due santi fratelli in una 
regione vicina a quella ove essi ebbero sepoltura. 



Questa grandiosa cripta restaurata e sistemata intieramente dalla Commissione di 
archeologia sacra insieme alla contigua regione cimiteriale, fu aperta al pubblico la 
prima volta e solennemente inaugurata in onore dei Congressisti nella indimenticabile 
festa che si celebrò in tale occasione nel cimitero di Domitilla il giorno 24 aprile 1900. 
Nella cripta furono in questa circostanza collocati alcuni frammenti di una iscrizione 
damasiana, i quali si erano rinvenuti Panno 1880 nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano 
nel Foro romano e che il de Bossi attribuì ai SS. Giovanni e Paolo; e quei frammenti 
furono proprio qui collocati perchè i miei colleghi della Commissione riconobbero assai 
gravi gli argomenti da me addotti onde riferire invece quella storica epigrafe precisa- 
mente ai martiri Marco e Marcelliano, dei quali possiamo qui riconoscere una memoria \ 

E siccome di tale epigrafe io detti una illustrazione sul posto ai Congressisti, per 
completare la precedente lettura già da me fatta nelPadunanza generale; così credo 
opportuno, per riferire intieramente il mio studio esposto al Congresso, riprodurre qui 
almeno il testo del suddetto carme damasiano distinguendo i frammenti superstiti dai 
supplementi sicuri fornitici da una copia del Manuzio e dagli altri supplementi più 
o meno probabili da me proposti. 

Rinviando pertanto per la dimostrazione della mia tesi e per tutti i particolari al 
citato mio articolo del Niwvo Bullettino, ricorderò solo che la nostra epigrafe da- 
masiana parla di due martiri fratelli (fratres), quali appunto furono Marco e Marcel- 
liano, mentre Giovanni e Paolo furono chiamati così in epoca assai posteriore a Da- 
maso; e che questi frammenti furono trovati nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, 
ove appunto furono trasferiti i corpi di Marco e Marcelliano e dove cèrtamente emi- 
grarono alcune iscrizioni dai dintorni del cimitero di Domitilla, come Uépigrafe metrica 
di Irene sorella di Damaso lì pure rinvenuta ed oggi riportata nel/cimitero della via 
Ardeatina. Ecco il testo del carme da me applicato ai due martìri. 

Eie MarcelltantiS quoque clarVS GENERA Marcus * 
Qui fugientes mundum et Christo sanguine fuso ' 
Cum dederint animam casto semper famulatu 
Caelestì» regni regiae meruere triumphos 
Una fides tenuiT FRATRES DOmus una tenebii 
Ac caelum accIPIET IVNGITgw^ in saecla parenti 
ComFOSVlT LAWdes Damasus cognoscite rector 
Ut plebs SANCTA su>os discat celebrare patronos. 

' Su questo argomento si vegga il mio articolo nel Nuovo Bull, di Archeol, crisi., anno V, N^ 1-2. 
^ Le lettere in carattere epigrafico appartengono ai frammenti superstiti, quelle minuscole 
furono vedute da! Manuzio, le corsive sono dì mio supplemento. 



100 ORAZIO MARDCCHI 



Secondo qnesto supplemento, che naturalmente non intendo proporre come sicnro. 
il carme conterrebbe i seguenti concetti: 1** Si nominerebbero i due martiri indican- 
done la nobiltà di famiglia (genus)^ la quale è espressamente accennata negli Atti 
che li chiamano clarissimi viri Marcus et Marcellianus: e si indicherebbe quindi 
che essi già da prima professavano la fede cristiana, il che è pure in accordo con 
la loro storia; e poi verrebbe la menzione del loro martirio (versi 1-4). 2* Dopo ci». 
passerebbe Damaso a dire che avendo professato i due fratelli la stessa fede i lori 
corpi sarebbero restati in uno stesso sepolcro (verso 5). 3** Nel sesto verso io vedrei in 
quel jungit una allusione alla riunione dei figli col padre Tranquillino, che da prin- 
cipio voleva smuovere la fortezza dei santi confessori della fede ma poi convertit*:* 
divenne martire anch'egli. Del sepolcro di Tranquillino nulla sappiamo con eertezza: 
ma essendosi trovate le reliquie di lui ai santi Cosma e Damiano insieme a quelle 
dei figli, può supporsi che il suo corpo venisse pure deposto nel cimitero della via 
Ardeatina. Ma questa riunione accennata nella epigrafe deve intendersi piattosto per 
la riunione dei martiri nel Cielo. 4"" Finalmente verrebbe il nome di Damaso con la 
indicazione che egli compose l'epigrafe onoraria dei santi, da lui proposti ad una 
maggiore venerazione del popolo cristiano (versi 7-8). 

Questa restituzione mi sembra accettabile se non nelle singole parole almeno nel 
concetto generale del carme. 

E per conchiudere dichiaro che io intendo presentare queste mie osservazioni, 
tanto sulle pitture quanto sui frammenti damasiani, come uno studio di dne monu- 
menti che la Commissione di Archeologia Sacra volle esporre ai congressisti nella 
visita che essi fecero ai lavori poco prima eseguiti nelle catacombe romane. 

Orazio Marucchj. 



UNE QUESTION 
A PROPOS D'UNE ÉPITAPHE DU CIMETIÈRE DE DOMITTLLE 



En 1888, Mgr Wilpert déconvrit dans le cimetìère de Domitille une iDScrìption 
portant ces simples mota: SECVNDILLA IN PACE, mais eneadrés d'une fagon tout 
à fait ìnnsitée. Il la pablia dans son ouvrage: Ein Cyclus Christologischer Gemalde 
(taf. IX, 1), et récemment, M. C. Kaufmann {Die Sepulcralen Jenseitsdenkmdler, 
Mainz, 1900, p. 115) en a donne nn dessin qaelqne pen simplìfié. La plaqne se tronve, 
aetaellement eneore, eomme Mgr Wilpert a bien voaln me l'apprendre, dans le premier 
conloir latéral à ganche de la galene qni méne à la ciypte d'Ampliatns. 

N'ayant pas en roriginal sons les yenx, je la déerirai sommairement d'après les 
reprodnetions qne je viens de eiter. Anssi bien, tont l'intérét de l'épitaphe de Secnndilla 
se coneentre-t-il snr le grossier dessin qni frappe d'abord le regard. 

A droite on aperQoit la colombe et le ramean symboliqne bien connns. A ganche 
se tronve représentée, en très petit modnle, nne colonne avec base et chapiteau, snr- 
montée dn baste d'nn personnage ayant les bras étendus dans Fattitnde de la prière. 
Le sommet de la téte porte nne croix aux qnatre branches égales. Snr le fùt de la 
colonne s'étale en bantenr l'inscription SECVNDILLA IN PACE. 

An premier aspect, ce petit monument rappelle, à s'y méprendre, le type classiqne 
des stylites. Mais le rapprocbement paraìt bien hasardé. et la présence. snr nne épi- 
taphe romaine, d'nne image représentant, ou rappelant senlement ces asoètes célèbres 
en Orient, impliqne, à ce qn'il semble tont d'abord, trop d'inyraisemblances ponr qn'il 
convienne de a^j arréter nn instant. 

Mais il fant entendre avant tont Tavis des mattres de l'archeologie chrétienne. 

Mgr Wilpert semble n'aroir vn dans la colonne qni sontient le baste et porte l'ins- 
cription qn'nn motif de décoration, exprimant d'aillenrs, d'nne fa^on saisissante, l'identité 
entre l'orante et la défnnte Secnndilla {op. di., p. 33). 

M. de Bossi avait émis l'idée qne la colonne surmontée dn bnste et terminée par 
la croix ponvait étre nne rémìniscence d'nne colonne monnmentale portant à son sommet 
le signe de la Béderoption, dans le genre de celle qne les pèlerins voyaient à Jém- 
salem, et qni sontenait nn coq de bronze, rappelant l'épisode dn reniement de saint Pierre. 
En pnbliant le procès-verbal de la conférence où il avait développé cette opinion, il 
ajonta nne note fort brève, qni pronve, nne fois de plns, qn'ancnn coté des choses 
n'écbappait à sa vaste intelligence. < On ponrrait penser également, dit-il, anx stylites. 
Mais cette petite plaqne fnnéraire, provenant d'nne tombe sonterraine, n'est pas pos- 
térienre au IV' siècle, et me paraft trop ancienne ponr permettre d'y tron ver nne pareille 
allnsion » (BulleUino, 1888-89, p. 74). 

Le problème est trop intéressant ponr étre écartt* si rapidement. On nons permettra 
d'y revenir nn instant. Nons n'avons pas la prétention d'apporter nne solntion defi- 
nitive. Il fant l'attendre de cenx qni, se trouvanten contact jonmalier avec les monn- 
ments chrétiens de Rome, sont en état de nons dire de qnel endroit dn sol nne pierre 
est partie ponr venir occnper sa place dans les mnsées on les magasins d'antiqnités. 

Réservons nn instant la qnestion de chronologie ponr étndier le dessin en Ini-méme. 



102 HIPP. DELEHAYE S. P. 



Le type de l'orante, représentée en baste sur le chapitean d'nne coloone, est des 
plns rares. C'est trop peu dire. Il est anìqne. Or, il noiis semble qne c'est faire beanconp 
d'honnenr à l'artiste dont la maÌD inexperte a traeé sur la pierre ce grossier dessìn 
que de lai attribuer l'invention d'un motif intéressant et absolnment nouveao en ico- 
nographìe. On peut affirmer, sans témérité, qu'il a eu sons les yeux nn modèle qn'ìl 
a copie, Oli dont il s'est inspiré. 

Les sujet« traditionnels traités par les artistes cbrétiens ne présentent rien d'ana- 
logue. Le coq perché sur une colonne, à c6té de saint Pierre dans la scène représentée 
sur un sarcophage du Latran (Picker, Die Altchristlichen Bildicerke, n. 174, p. 117) 
est, on le sait, une réminiscence. On cherche en vain parmi les peìntnres on les sculp- 
tures antiques de nos musées quelque chose qui rappelle le buste pose au soramet de 
la colonne. 

Il est difficile d'admettre que les monuments de Tari paYen aient suggéré la nouvelle 
combinaison« On songera peut-étre aux hermès. Mais rien, ici, ni daas les pn^portioos, 
ni dans les détails ne permet de conclure à une pareille appropriation. L'hermès est 
une simple stèle carrée surmontée d'une téte. lei, none avons une colonne au f&t arrondi 
et élancé, munie de sa base et d'un chapiteau. La figure qu'elle porte est représentée 
à mi-corps, et a les bras largement étendus. 

Àu contraire, la ressemblanee avec le type classique dn stylìte est frappante. 
On connatt la gravure de Bottari, où le buste de Pascete emerge du chapiteau de sa 
colonne (reprodnite dans Kraus, B. E., s. v. Styliten). Le Ménologe de Basile oompte 
parmi ses miniatures quatre représentations de stylites: saint Syméon, au 1"* septembre; 
Saint Àlypius, au 26 novembre; saint Daniel et saint Lue, au 15 décembre. L'image 
de ce demier offre un parallèle frappant avec l'orante du monument de Secnndilla; 
Saint Lue est représenté en prières, les bras étendus. II faut remarquer seulement que 
dans le Ménologe les colonnes sont notablement raocourcies, à cause du cadre impose 
au miniaturiste, et qui se développe non en hautenr, mais en largeur. 

Si on pouvait admettre que l'auteur du dessin a en sous les yeux l'image d'on 
stylite, on pourrait conclure, sans trop de peine, qu'il s'en est inspiré. Mais pareille 
supposition ne dépasse-t-elle pas les limites de la vraisemblance, et n'est-il pas prò- 
bable que les singuliers asoètes qui faisairat l'admiration de l'Orient, ne furent connas 
a Bome qu'à une epoque assez tardive? 

Voici un texte qui enlève à l'hypothèse ce qu'elle semble avoir de risqné et de 
téméraire. Théodoret, qui écrit l'histoire de Syméon stylite plusienrs années avant la 
mort du saint, attesto que dès lors sa répntation était répandne dans le monde entier. 
Non seulement les Orientaux, dit-il, acoonrent au pied de sa colonne, mais les étrangers 
venus des plus lointaines contrées de l'Occident, de l'Espagne, de la Bretagne, de la 
Oaule. « Quant à l'Italie, ajoute l'historien, il serait superflu d'en parler. On dit que 
dans la grande Bome il jouit d'une telle célébrité, que dans tons les vestibules d'ateliers 
on place de petites images qui le représentent, pour servir de sauvegarde et de pro- 
tection >. Ce passage de VJSistoria religiosa (eh. 26) a été lu au second Concile de Nicée. 
« Dono, au témoignage de Théodoret, qui écrivait avant le milieu du V*" sièclct 
Syméon stylite était populaire à Bome, et son imago extrémement répandne. Serait-il 
excessif d'admettre que cotte imago le représentait sous le type définitivement consaeré 
par l'iconographie byzantine, et dès lors, ponrquoi n'aurait-elle pas suggéré le motif 
de l'orante placée au haut d'nne colonne comme sur l'épitaphe de Seeundilla? 

On ne manquera pas d'opposer la question de chronologie. Il va de soi que, si 
le monument n'est pas postérieur au IV siècle, notre hypothèse croule par le fait 
méme. Mais c'est ici qu'il convient de demander un supplément d'informatìon aux 
archéologues romains. D'où vient cette épitaphe? Mgr Wilpert se contente de dire 
{op. ciU, p. 33, note 8) qu'elle se trouve déposée dans une tombe dont il indiqne Tem- 
placement. « Der Originalstein liegt in einem Nischengrabe der ersten Seitenstrasse », etc. 



UNE QCESTION A PSOPOS D'UNE ÉPITAPHE DU CIMETIÈRE DE 0OMITILLE 103 



Cette manière de s'exprimer semble indiquer des doutes sor la provenance dn 
marbré. Couvrait-il la fombe doni il s'agìt, oq bien a-t-il été apporté d'aìllears? 
La sepolture de Secnndilla était-elle souterraine? Son épitaphe serait-elle de la caté- 
gorie de celles qui provoquaient chez de Bossi les hésitations qu'il a épronvées devant 
une ìnscription de 431, tronvée an cimetière de Commodille (/. C,,l, 666, 671) ? La plaqne 
elle-méme ne renferme pas d'indices suffisants poar obliger à Ini attribner une haute 
antiquité, et M. Eaufmann (op. cit., p. 115) se contente d'affirmer, sans apporter le 
moindre motif, qu'elle remonte au III* siècle. 

La présence de la croix, à branches égales, au-dessus de l'orante, nous amène 
plutdt au y qu'au IV* siècle. Je n'entrevois guère que Targument topographique qui 
puisse résondre la question, et nous empécher peut-étre de descendre jusqu'an second 
tiers du V siècle, epoque où les images de Syméon stylìte se voyaient partout à Bome. 
Si Ton pent montrer que la tombe de Secundilla faisait partie d'un ensemble de sépul- 
tures antérieures à la fin du IV on des premières années du V siècle, je m'empresserai 
de dire que les stylites n'ont rien à voir ici, et que nous sommes en présence d'une de 
ces coincidences étranges dont l'iconographie offre plus d'un exemple. J'aurai eu, quel- 
qnes instants, l'illusion d'entendre, dans les catacombes, un écbo du texte famenx de 
Théodoret. 

HlFF. Delehatb S. J. 



RELAZIONE 
INTORNO AL SEPOLCRETO CRISTIANO CONCORDIESE 



Della esistenza della Cristianità di Concordia, nei primi cinqae secoli dell'era 
volgare, non si avevano che prove indirette, ma dalle iscrizioni e dai monumenti del 
sepolcreto, scopertosi nel 1873, si ha ormai la prova sicura più antica. 

Fra Aqnileia ed Aitino, sulla riva destra del fiume Lemeno, presso le lagune e 
il mare, sorgeva la colonia romana lulia Concordia, intomo alla cui origine dispu- 
tano gli archeologi. 

Il Borghesi la dice una delle colonie, dedotte oltre Po, da Asinio Pollione, legato 
di M."" Antonio, dopo, la battaglia di Filippi ^ 

Il Mommsen opina che sia stata probabilmente dedotta prima dell'anno 727 a. Cristo 
< anteguam Cassar Augustas fieret » *. 

Il Cav. Dario Bertolini, dalle cui erudite pubblicazioni prendiamo le notìzie di 
questa relazione, la asserisce dedotta o direttamente dal triumviro M. Antonio, o da 
uno de' suoi legati, nell'anno 712 di Roma, ossia 42 a. Cristo ^ 

La città aveva figura di un esagono irregolare. Da settentrione a mezzodì, nella 
massima lunghezza, misurava 853 m., da levante a ponente 518 m. in larghezza. Aveva 
un'area di 418,555,50 mq., ossia due terzi dell'area di Pompei. Era tagliata da quattro 
grandi strade e da altre minori e divisa in nove regioni e queste in piccole isole. Il 
foro occupava una delle isole centrali; ai lati di questo si scnoprirono basi grandiose, 
forse messe a sostegno delle statue dei benemeriti della colonia. 

A mezzo della città passava un canale che entrava ad occidente, attraversando, 
sotto un ponte, la via che da Aitino metteva ad Aquileia. 

Una seconda via la congiungeva alla Carnica, una terza ad Opitergium. 

Concordia non fu elevata all'onore di Municipio, fu però residenza di cospicui 
personaggi, aveva voto nella tribù Claudia; un Senato di cento membri esercitava in 
essa il potere legislativo, i Duumviri e gli Edili, l'esecutivo; del Sacerdozio aveva i 
Seviri At4gusiali, fors'anco gli Auguri e certo il Pontefice municipale. 

Vi fioriva poi una fabbrica d'armi militarizzata, istituita probabilmente sotto l'im- 
peratore Adriano e durata fino al 453. Lavoravano in essa duecento operai, esclusi- 
vamente dediti alla produzione delle freccio, quanto all'amministrazione diretti dal 
Primicerio, e, come milizia, soggetti ad un Ducenarius, a due Centenari e a più 
Biarchi, 

Tutto questo, come ci assicura il Bertolini, risulta dalle iscrizioni scopertesi nel 
territorio Concordiese. 

La fiorente colonia, posta presso il mare e sopra una delle più grandi vie che, 
dal centro dell'impero, menava ad Aquileia ed alla Germania, ricca per fecondissimo 
territorio, non poteva di eerto restare estranea al grande movimento religioso cristiano. 

' Sulla Iserùfùme Perugina di Fùria Marzia, Archiv. Storico ItaL, 1850. Voi. XVI, p. 1. 
^ Corpus Inacriptionum Latinarum, Berolini. Apad Georg. Beimerum, 1872 Voi. V. 
•^ lulia Coficordin Colonia e la necropoli cristiana. Arch. Veneto, Tom. VI, P. I, 1873. 



106 BRNESTO CAN. DECANI 



Omettendo qni di ricordare la controversia della evangelizzazione apostolica d'Aqui- 
leia e della Venezia, della missione di Ermaoora e i motivi gravissimi che la confer- 
mano, è indubitato che anche Concordia fa evangelizzata durante le persecnzioni, che 
vi si costituì in essa un centro della fede, ch'ebbe anch'essa i suoi martiri, dei quali 
la tradizione e i monumenti sacri ricordano un unico gruppo di settantadue, o più ', 
per decreto di Eufemiano, preside della città, morti fra i tormenti e passati alla gloria 
nell'anno 304. 

Ma prove scritte, viventi, della prima esistenza della cristianità Concordiese non 
se ne avevano se non risalendo all'anno 579, nel quale fu celebrato il fauioBo sinodo 
di Grado, in cui vi figurò presente Chiarissimo, il primo corepiscopo conosciuto della 
chiesa di Concordia. 

Abbiamo detto « prove scritte e viventi » perchè, per la esistenza della cristianità 
nostra, i ricordi che fa S. Girolamo * del santo monaco Paolo Concordiese e le contro- 
versie Intorno alla patria di Bufino, non si possono ritenere come assolutamente tali, 
e d'altronde, fino al 1878, dalle scoperte fattesi, escavando nella città e nel territorio 
colonico, nulla era emerso che alla fede o alla primitiva chiesa cristiana avesse rife- 
rimento. 

Nel Febbraio 1873 accidentalmente fu scoperta la esistenza del sepolcreto, a bre- 
vissima distanza dalla cerchia orientale dell'antica città. 

Fattosene Io sterramento per una superficie di mq. 6S57, ossìa di pertiche ceo- 
suarie 6 : 36, vennero a luce circa duecento quaranta arche dì pietra e si constatò che, 
nell'area stessa, due necropoli esistevano, una più bassa e di qualche secolo più antica, 
una più alta. In questa, di mezzo ai sepolcri, si trovarono frantumi di statue, di edicole, 
di colonne, di epigrafi dei tempi fiorenti dell'impero ed altri avanzi dell'arte pagana, 
o messi a sostegno delle arche, od ammassati come materiale di fabbrica. 

Si rinvennero inoltre tombe infrante o scoperchiate, perfino, in una, infisso nn legno 
di quercia per forzarne l'apertura; in una parola furono trovate traccie sicure ed evi- 
denti dello zelo dei nuovi credenti, che degli avanzi del paganesimo vollero servirsi 
per meglio comporre i loro depositi, e della foga dei barbari invasori di rapinare e 
distruggere. 

Le arche del sepolcreto alto erano tutte modellate ad una stessa forma, formate 
di calcare ippuritico o pisolitico, tolto probabilmente dalle cave del Carso o dalle 
prealpi Friulane. 

Dagli eruditi studi del compianto Cav. Dario Bertolini fu constatato che questa 
seconda necropoli si venne formando fra l'anno 350 e Peccidio della città, avvenuto 
nel 453, come gli risultò da alcune date delle epigrafi e dai consolati di cui esse 
facevano menzione. 

Alcuna di queste arche portava inciso il monogramma Costantiniano, circondato 
da una corona d'alloro, altre i pesci simbolici, l'anfora, le colombe accostate ; una, ii 
vaso dal quale si elevava la mistica vite ^. 

Mentre in alcune tombe si leggeva raccomandata la inviolabilità del sepolcro ad 
una multa, maggiore o minore, che 1 profanatori eventuali avrebbero dovuto pagare 

^ I codici più antichi esistenti, quali sono i Passionari di Cividale e gli Staiuta Episct^Mtus 
Coneordiensis ne determinano il numero in settantadue. Passio Sanciorum Mariyrum Donati, 
Sectmdiani et aliorum in numero LXXII, Concordiae (Passionari. Cod. II, p. 137). Sanctomm 
Martirum LXXIJ apud Concordiam die XVIJ Fehruarii (Statata Ep. Concord. De feriis in honorem 
Dei). Nelle lezioni del Breviario, compilate molto posteriormente, non sì sa su che prove, fu por- 
tato il numero ad ottantasei. 

^ Opera Omnia. Venetiis, 1766. Tom. I. 

3 Su questi simboli cristiani del Sepolcreto Concordiese fece una relasione ed illustrazione 
il de Rossi nel IV fascicolo del suo Bullettino neiranno 1874. 



RELAZIONE INTORNO AL SEPOLCRETO CRISTIANO CONCORDIESE 107 



al fisco, ìd altre il defunto, per maggior sicDrezza, aveva volato commetterne la tutela 
e custodia alla Fratemitày al ClerOy alla Chiesa Concordiese. 

Flavio FlandicillOf guardia della persona dell'imperatore, raccomanda la custodia 
del suo deposito alla chiesa: € Ecclesiae commendava t^. 

Flavio Alatanco, milite, assieme con la coniuge sua, fa scrivere sull'arca comune: 

< Petimus omnem clerum et cunctam fraiernitatem ut nullus in hac sepultura 

ponatur. Scriptum est quod tihi fieri non vis alio ne feceris », 

Flavio Servilio, centenario nella fabbrica d'armi, pone la sua sepoltura sotto la 
custodia: ^Sanctae Ecclesiae civitatis Concordiensium ». 

DiocleSy altro centenario, commette la sua tomba: « Civitati Concordiensium et 
clero >. 

Dunque la cristianità, la chiesa^ \9k fraternità^ il clero, come pubblica istituzione, 
esistevano a Concordia fino dall'anno 350, e molto probabilmente anche prima, e 
parecchi forse dei deposti nella sua necropoli, avevano conosciuto i Martiri, dal loro 
magistero appresa la verità, dal loro ministero ricevuto il battesimo e, quarant'anni 
circa prima, assistito al nobilissimo esempio della suprema prova di fede da essi data. 

E qui, prima di chiudere questa breve relazione, dobbiamo accennare ad un'altra 
importante scoperta. 

Fino ai nostri tempi, come abbiamo già detto, si disputò fra gli eruditi, intorno 
alla vera patria di Rufino Turranio (330-410), sebbene dagli scritti di S. Girolamo si 
possa ragionevolmente indurre ch'egli fosse proprio nato a Concordia, come il santo 
monaco Paolo. 

Ma dì presente non vi può esser omai dubbio, avvegnaché dal sepolcreto Con- 
cordiese vennero a luce due iscrizioni che ricordano la fan.iglia Turrania e provano 
che in Concordia aveva sede. 

Fatalmente le condizioni del terreno, su cui giaceva il sepolcreto, resero impossibile 
la sua conservazione. Il Lemene, che vi scorreva dappresso, filtrando nel bacino dello 
escavo, talvolta lo copriva affatto d'acqua cosi, che le arche, composte di materia molto 
friabile, non potevano reggere all'alternativa delle intemperie. 

Fu quindi deliberato di mettere a riparo quanto vi si era scoperto di importante 
per la storia e per l'arte nel nuovo Museo Concordiese in Portogruaro. 

Ernesto Can. Degani. 



DI UN CIMITERO CRISTIANO SOTTERRANEO 

NELLTMBRIA 



Qiovanni Battista de Rossi, il grande Maestro, insegnava, circa trentanni or sono, 
che l'Umbria è priva di Cimiteri sotterranei cristiania Tale sentenza, snbito univer- 
salmente accolta, venne e viene ripetuta ancora come inconcusso canone, benché, a chi 
ben consideri, possa e debba sembrare troppo assoluta, cosi per le conseguenze alle 
quali direttamente conduce; conseguenze smentite da antiche tradizioni e da fatti; 
come per la causa naturale, non accertata da particolari stndii, che tale mancanza 
avrebbe resa necessaria ^. Certo però, né il difetto di una vera e propria arte cristiana 
primitiva neirUmbrìa, per la necessità in che sarebbonsi trovati i primi seguaci di 
Cristo, di esporre all'aperto, nelle aree cimiteriali i loro sepolcri, occultandone il carat- 
tere; né le condizioni geologiche della regione, le quali sempre ebbero stretto rap- 
porto con i varii metodi di seppellimento, sfuggirono alla considerazione del sommo 
de Bossi. 

Ma, quasi a mitigare la rigidezza della prima sentenza, il de Rossi, in quel suo 
studio sommario sulle antichità cristiane dell'Umbria, a proposito di poche e rozze urne 
sepolcrali, anepigrafi, ebbe pure a soggiungere: « né io ho tutto e per ogni linea per- 
corso il tratto che si distende dai monti ai due fiumi suhapennini > ^, cioè al Tevere 
e al Nera. 

Infatti, anche nell'Umbria, e proprio nel cuore dell'Umbria, abbiamo esempio di 
sepolture sotterranee cristiane, a guisa delle romane catacombe; ed io mi sento assai 
lieto e onorato di portarne qui il primo annuncio. 

Presso Villa S. Faustino, in quel di Massa Martana, insieme al Conte Dominici 
e al Cav. Lanzi, Regi Ispettori degli scavi per i Mandamenti di Todi e di Terni ^ 
riconobbi, tempo indietro, il primo Cimitero cristiano sotterraneo dell'Umbria. Trovasi 
desso, lungo l'antica Via Flaminia ^, la quale, come é noto, nelPUmbria, da Nequinum 
(Narni), per Carsulae (Carsoli), andava direttamente a Mevania (Bevagna) ; ed é situato 
sulla costa del poggio Monticastri, che si eleva a ugual distanza, circa, tra il ponte 

* G. B. de Rossi, Bulìettino^ 1871, A. 2®, n. Ili, Spicilegio iconografico ndV Umbria^ p. 121; 
BullettinOj e. s.; Degli antichi monumenti cristiani delV Umbria in generale^ p. 83, 84. 

' Quando scriveva il de Rossi, si desiderava ancora una qualsiasi carta geologica deirUmbria. 
Ora, c*é soltanto quella sommaria, pubblicata dal Comitato geologico, 

^ G. B. de Rossi, BuUettino, 1871, A. 2®, n. Ili, Degli antichi monumenti cristiani^ ecc., p. 88. 

^ Debbo alla gentilezza dei nominati collegbi, il primo annuncio delPesistenza del Cimitero 
sotterraneo di Villa S. Faustino, a me, fino allora, completamente sconosciuto. E debbo anche alla 
loro squisita cortesia l'onorevole incarico di questa modesta relazione. 

* Per il corso della Flaminia nelPUmbria, e sue vicende, vedi: E. Bormann, De viae Fla- 
miniae cursu medio, nella prolusione al programma estivo, 1888, delle lezioni date nella Università 
di Marburgo. È vivamente desiderabile che uno studio serio si dedichi a tutta Cantica viabilità 
deiritalia media. Un tentativo venne da me fatto per quanto riguarda Pagro spoletino ; ma eseo 
non potè ancora vedere la luce. 



110 GIUSEPPE SORDINI 

romano della Fondata^ e il colle sul quale sorge Villa S. Faustino, in un punto segnatu. 
nelle carte militari, eoi nome eloquente: le Grotti ^ 

Ben poco si può dire, per ora, intorno a questo Cimitero cristiano, sotterraneo del- 
l' Umbria. Purtroppo, esso è reso impraticabile da un interrimento quasi completo; e nel 
piccolo tratto presso V ingresso, tratto che servi, per secoli, di rifugio ai pastori, i sn<>i 
loculi vennero interamente spogliati : cosi che, oggi, appariscono vuoti e nudi. Pero, a 
pochissima profondità, anche presso l'ingresso, scavando appena il terrapieno, fu snbìtn 
possibile di accertare l'esistenza dì loculi intatti, nei quali sono distesi ancora sche- 
letri umani, chiusi e protetti da tegole che ostruiscono le aperture. 

Quanto alla forma, il Cimitero si presenta a guisa di corridoio rettilineo discen- 
dente, nel quale sboccano, simmetricamente, gallerie laterali, piegate ad arco di cerchio. 
Così il corridoio, come le gallerie sono a volta, interamente scavate nel terreno pli<>- 
cenico terziario, con predominio sabbioso, di colore giallastro, assai facile al taglio, 
benché resìstente e compatto. Tali gallerie misurano non più di m. 1,30 di larghezza: 
nulla può dirsi dell'altezza, essendo, come ho già notato, interrate quasi per interri. 
Le pareti vennero tutte occupate da loculi di varie dimensioni, tra i quali si veggono 
dei veri e propri sarcofagi, ora scoperchiati e vuoti, scavati anch'essi nel masso. 

Per accertarmi che, veramente, si trattasse di un Cimitero cristiano, benché mm 
fosse possibile il dubbio, volli percorrere carpone tutta la galleria destra, e un buon 
tratto del corridoio centrale, ed ebbi a notare, più volte, graifita sulle pareti, e parti- 
colarmente sugli angoli formati dall'incontro delle gallerie con il corridoio centrale, 
la palma e, qualche volta, anche la croce. 

Né, per quest'ultimo segno, si giudichi, affrettatamente, il Cimitero assai tardo; 
poiché nulla a me pare possa dirsi, fino ad ora, intorno all'età sua, non essendo inve- 
rosimile che la pietà di tardi visitatori abbia incisa la croce in quel luogo di eterno 
riposo in Cristo *. 

Piuttosto, e con ragione mi sembra, si potrebbe chiedere anche subito, con quale 
centro abitato sia da porre in relazione tale Cimitero, oggi in luogo tanto solitario e 
quasi deserto,' poiché non è il caso di pensare a Villa S. Faustino, piccolo e povero 
villaggio, che apparisce di origine non molto antica. 

Per rispondere con qualche fondamento a tale giusta dimanda, è necessario affron- 
tare e sciogliere, prima, alcuni intricati e oscuri problemi dì topografia, sopra i quali 
nessun lume sì potrebbe avere da quanto, fino ad ora, in simili questioni, venne restì 
di pubblico dominio. Debbo, quindi, indugiarmi alcun poco sopra di essi, prima di 
manifestare la mia opinione, la quale, diversamente, forse non si intenderebbe o si 
potrebbe, il che è peggio, fraintendere. 

Trattandosi di un Cimitero sotterraneo cristiano, foggiato a guisa delle romane 
catacombe, é naturale il risalire, col pensiero, alle orìgini del Cristianesimo nell'Umbria: 
le quali, come é noto, sono incerte, oscurissime e contenute, quasi onninamente, negli 
Atti di S. Brizio, primo Vescovo di Spoleto e dell'Umbria ^ 



^ Cosi quella località é chiamata dagli abitanti; e verrebbe voglia di pensare che altre gal- 
lerie, i cui accessi sono ora ostruiti, quivi un tempo si vedessero. 11 terreno, per il quale si ha 
accesso al Cimitero, appartiene alla signora Misericordia Vedova Orsini, cui intendo qui porgere 
le più sentite grazie per le cortesie usate ai miei col leghi e a me, durante la nostra vìsita. 

^ Tutti sanno come innumerevoli siano i graffiti di ogni genere e di ogni tempo nelle Cata- 
combe romane. 

^ Non mi é ignoto che alcuni, rigettando completamente gli Atti di S. Brizio, prendono le 
mosse dagli Atti, meno incerti, di altri Santi, per trattare dell' introduzione del Cristianesimo 
nell'Umbria. Ma, costoro non si accorgono, forse, che invece di sciogliere un problema, sia par 
difficile, lo saltano addirittura e cadono n* ir inverosimile. £d é inverosimile, assurdo auzi, date 
le antiche intime relazioni dell'Umbria con Roma, e la contiguità dei due paesi, che il Cristia- 



DI UN CIMITERO CRISTIANO SOTTERRANEO NELL'UMBRIA 111 



Tatti ritengono però, né è possìbile credere diversamente, gli Atti di S« Brisìo 
come leggendarii, inquinati da errori, e turbati da confnsioni rilevanti. Ma, se ciò è 
vero, è pur vero che questi Atti rappresentano la più antica tradizione, che noi ab- 
biamo, intorno alle orìgini del Cristianesimo nell'Umbria; e nessuno, che abbia mente 
retta, vorrà negare ogni fede alla parte sostanziale di quella leggenda, e particolare 
mente alla personalità di S. Brizio e dei suoi compagni. E, soprattutto, non vorrà 
disconoscere la preziosità di certe indicazioni topografiche, in essi contenute, le quali, 
se esatte, come vedremo, danno a tali Atti un'autorità maggiore di quella, fin qui, ad 
essi consentita. 

Non è il caso, dopo quanto sono venato dichiarando, di entrare, qui, in minute 
questioni di cronologia agiografica, a proposito degli Atti di S. Brìzio, e dell'introdu- 
zione del Cristianesimo nell'Umbria. Dobbiamo, invece, considerare gli Atti stessi nel 
loro complesso, e vedere se ne concordi la sostanza, o, per lo meno, se essa non ripugni 
dalla inaspettata rivelazione del Cimitero sotterraneo di Villa S. Faustino. 

Ora, è storicamente certo che la fede cristiana venne anche all'Umbria da Boma; 
e Spoleto, città principalissima dell'Umbria, durante l'Impero e prima e poi, come è 
evidente, e come ne attesta la tradizione stessa, dovette ricevere assai presto il seme 
della nuova dottrina. La quale, è ben noto, si sparse prontamente nel mondo, seguendo 
le grandi vie aperte dalla potenza romana all'asservimento, ma anche alla comunione 
dei popoli. E nessuno ignora che, al tempo dell'Impero romano, una di queste grandi 
vie, la Flaminia, passando per l'Umbria, a Narni si biforcava in dne rami, nno dei 
quali, per Temi, si dirigeva a Spoleto, e traversata la valle spoletana in linea retta, 
sboccava a Foro Flaminio; dove andava a congiungersi anche l'altro ramo, partente 
pur esso da Narni, dopo avere attraversate, come ho già detto, Carsukie e Mevania. 
Bisognerà, quindi, proporsi il problema, se la parola evangelica fu propagata a Spoleto 
per la via secondaria di Terni, o per quella più antica, per la grande Via Flaminia, 
Narni-Carsoli-Bevagna. 

Lungo sarebbe il ragionamento intorno a questo punto: ma, per brevità, compen- 
dierò il mio dire in dne sole osservazioni; positiva l'nna, negativa l'altra. Accennerò 
prima alla mancanza assoluta di ogni memoria o leggenda nel non breve tratto di 
vìa, dieiotto o venti miglia romane, quante ne notano gli itinerari antichi, che corre 
da Terni a Spoleto; mentre dagli antichi itinerari pur sappiamo che, lungo questa 
strada erano stazioni e sacrari * gentileschi. Un indizio positivo poi, a favore della 
Narni-Carsoli-Bevagna, ce lo forniscono gli stessi Atti con il leggendario episodio di 
S. Procnlo, preteso cugino di S. Brizio, rimasto a Narni e di S. Volusiano dimorante 
a Carsoli; il quale episodio, pur sotto il velo della leggenda, ci attesta di un intimo 
originario vincolo che legava tra loro le primitive chiese di Narni e di Carsoli. La 
indicazione topografica, poi, di Carsoli, città romana sorta lungo questo tratto delia 
Flaminia primitiva, è molto preziosa, anche perchè, ritenendosi da tutti che Carsoli 
fosse disfatta nelle prime incursioni barbariche, e, forèe, anche in epoca più antica, 
non essendo notata nell'Itinerario di Antonino, non si intenderebbe come mai nella tarda 



nesimo abbia tardato, per qualche secolo, a farsi strada in mezzo ad una popolazione mistica per 
natura. Nulla dirò, poi, della tesi che, tienza negare la personalità di S. Brizio, si limita a fame 
un Santo... francese! Qnesta tesi verrà, da me. ampiamente esaminata in un^altra pubblica- 
zione. 

^ Il Gerosolimitano nota, a tre miglia da Temi « trib%u tabernis », a tredii^ miglia, « Fani 
Fugitivi:^; il Peutingeriano ci dà a undici miglia ^ad Tine Mecine»^ e a tredici miglia, ^Fano 
Fugitivo>. Nei due Itinerari, la distanza tra Spoleto e Temi differisce di due miglia, essendo 
di venti nel primo e di diciotto nel secondo; quindi, il € Fano Fugitivo*, per il Geroàolim. è a 
sette miglia da Spoleto, e per il Peutinger, a cinque. Nessuno studio, che io sappia, si é ancora 
tentato per la identificazione di tali località. 



112 GIUSEPPE SORDINI 



redazione, a noi pervenuta, degli Atti di S. Brizio, si facesse ricordo di una città distrutta 
da secoli. 

Né si creda, come potrebbe sembrare, che, seguendo tale ramo della Flaminia, 
i primi Cristiani si allontanassero da Spoleto, lasciandosi qnesta città sulla diritta, al 
di là dei monti; poiché, invece, anche per la via Narni-Carsoli-Bevagna^ lo sbocc» 
a Spoleto era facile e breve. Esiste tuttavia, cosa comunemente ignorata fino ad ora, 
una strada detta pur sempre Via romana, seminata di monumenti pagani e cristiani, 
antichi e insigni *, la quale, per le gole di Macerino, congiunse certamente, dairorigine, 
la primitiva Flaminia con Spoleto; strada che dovette essere mantenuta e frequentata 
anche quando, durante l'Impero, l'altro ramo prese maggiore sviluppo, anzi ebbe una 
assoluta preponderanza. E tanto é ciò vero, che nel Medioevo, e in tutto quasi il 
primo secolo dell'Evo moderno, fino a quando, cioè, Qregorio XIII, con grandi lavori -. 
migliorò il tratto Temi-Spoleto-Foligno, ecc. per Loreto, chi, da Boma, a Spoleto yoleva 
recarsi, batteva indificrentemente l'nna o l'altra delle due vie ^. E questa Via romana. 
benché oggi, in parte, ridotta ad un semplice sentiero, nella loro annua peregrinazione, 
percorrono ancora gli armenti che si recano, dalla Maremma, alle verdi montagne 
dell'Umbria e viceversa. 

Stabilito cosi questo importante quanto ignorato fatto topografico, l'esistenza cioè 
di una diretta, ordinaria comunicazione della Flaminia più antica con Spoleto, nessuna 
meraviglia potrà destare il Cimitero di Villa S. Faustino, anche se esso, all'esame che 
se ne dovrà fare, si rivelasse assai antico; né darebbe materia a contradizione alcuna 
con quanto affermano i rammentati Atti di S. Brizio; anzi, questi ne riceverebbero 
inaspettata conferma. E nemmeno sarà difficile, dopo di ciò, indicare, con ogni probabi- 
lità, l'abitato al quale debba riferirsi il Cimitero sotterraneo di Villa S. Faustino, non 
potendosi pensare a Carsoli lontana da esso circa sei miglia romane, e nemmeno a 
Spoleto, molto più lontana e posta in altra vallata. 

Negli Atti di S. Brizio conservatici dai Legionari * del Duomo di Spoleto, e nella 
prima parte di quelli pubblicati dai Bollandisti, c'è un'espressione, attorno alla quale, 

' Accennerà solamente al celebre sarcofago, della 8ec(mda metà del IV secolo, contenente la 
lunga iscrizione metrica : Pontia sidereis, ecc. Nel C. J. L,, questa iscrizione é inserita tra quelle 
di Carmlae^ voi. XI, n. 4631; ma é un errore, appartenendo essa, invece, alKagro spoletino, come 
giustamente asserì il eh. Marchese G. Broli nella Misceìlanea storica narnese, voi. I, pag. 375 e 9egg. 
Il che risulta evidente a chi ben conosca la topografia di quella parte deirantico territorio di 
Spoleto, mode inamente aggregata ad altri Comuni. Vedi anche, Notizie^ 1900, pag. 140-41, dove 
descrissi alcuni altri dei numerosi resti di antichità seminati ancora lungo la ignorata via, Spoleto- 
Macenno-Carsoli . 

'A questi lavori accenna anche il Montaigne nei Viaggi; e, lungo la strada, ne sono ancora 
documenti vivi, iscrizioni e stemmi con le date 1578-79, ecc. Vedi Sansi A., Storia dei Comune di 
Spoleto, Foligno, Sgariglia, 1884^ Parte 11% pag. 249 e 257. 

^Basterà l'esempio di un solo faldosissimo personaggio. Lucrezia Borgia, quando nell'Agosto 1499, 
la prima volta andò a Spoleto, mandatavi Gk>vematrice dal Papa Alessandro VI, fu ricevuta dai 
Commissari di quel Comune e servita di un lauto banchetto, nel castello di Porcaria, oggi Por- 
teria, d^onde per la strada di Macerino, giunse a Spoleto, entrandovi dalla Porta S. Matteo. Nel 
Gennaio 1502, invece, allorché si recava sposa a Ferrara, passò per la valle di Strettura, posta 
tra Temi e Spoleto, dove avvenne una sanguinosa rissa tra i suoi staffieri. Vedi Gregorovìos, 
Lucrezia Borgia; Sansi A., Storia del Comune di Spoleto, parte II, pag. 182-33 e 144; ed anche 
Campello P., Il castello di Campéllo, voi. I, pag. 195, nota 2, nella quale, posti a raffronto i doe 
viaggi, TA. intuiva resistenza dell'antica strada, asserendo però, con lieve inesattezza, che se ne 
è, oggi, in parte, perduta la traccia. 

^ Sono tre grossi volumi membranacei, citati da molti, ma da nessuno studiati con la neces- 
saria diligenza. Provengono, gli ultimi due dalla chiesa di S. Brizio, e il primo dalla chiesa di 
S. Felice di Narco. Il dotto Vescovo Paolo Saavitale, cui Spoleto deve varii utili provvedimenti 
per la conservazione delle antiche memorie ecclesiastiche e civili, sullo scorcio del XVI seeolo, 



DI UN CIMITERO CRISTIANO SOTTERRANEO NELL'UMBRIA 113 



male interpretata e trasformata, si sbizzarri la mente di antichi e moderni scrittori^ 
dando sfogo alle più strane fantasìe di eittà, di Vescovi e di Vescovati K Narrano 
semplicemente, invece, gli Atti, che, S. Brìzio ', dopo evangelizzata l'Umbria, fu con- 
dotto « in superiora via in vertice Collis », da un Angelo, il quale lo avverti che, quivi, 
avrebbe abitato fino al giorno del Giudizio universale. S. Brizio allora, continuano gli 
Atti nel consueto, barbarico latino, cominciò ad annunciare la divina parola < omnibus 
regionibus submontana martulana > ^ e, nel luogo indicatogli, fabbricò un oratorio, vi 
mori, e vi fu sepolto \ Ora, chi è mai che, nella spropositata frase degli Atti, non 
vorrà ammettere che siano puramente e semplicemente ricordate le regioni sotto i Monti 
Mariani? La quale interpetrazione diventa tanto più ovvia, quando si sappia che il 
sepolcro di S. Brizio si è sempre venerato, a memoria d'uomini, sopra un poggetto, a 
sette chilometri da Spoleto, dove anche oggi si conserva la rozza cassa anepigrafe di 
pietra che ne racchiude o racchiuse le ossa; che, in antico, sopra di questo sepolcro, 
si edificò una nobile chiesa, a tre navi, con sotterraneo e presbiterio rilevato, ancora 
esistente ^; che un castello con salde mura e torri venne costruito, attorno alla chiesa, 
a scopo di difesa; che a tale castello, infine, fu dato, e lo serba tuttavia, il nome di 
S. Brizio. E ancora più importante è questo, che il sepolcro, la chiesa e il castello di 
S. Brizio sorgono a poca distanza da una catena di monti, nota col nome di Monti 
Mariani. E dirò, da ultimo, che presso S. Brizio, e nella chiesa stessa, veggonsi nume- 
rosi resti di antichissime sculture cristiane, da me per primo osservati ^, e che presto 
spero di illustrare compiutamente. 

Antichi e moderni scrittori, invece, senza tener conto alcuno di tutti questi fatti, 
parecchi dei quali perfino ignorarono, colpiti forse dalla dizione €in civitate Martu- 

li fece depositare ueirArchivio capitolare dei Duomo di quella città, affinché fossero ben conser- 
vati. Invece, tempo dopo, vennero rubati e non si poterono ricuperare che verso la fine del 
XVII secolo. La curiosa storia di questi volumi, preziosissimi e per la sostanza e per la orìgine 
loro, venne da me ricostituita e narrata, su documenti inediti, in una comunicazione alla Regia 
Deputazione umbra di storia patria, e, tra non* molto, vedrà la luce in quel Bollettini. 

' V. lacobilli, Vite dei Santi e Beati delV Umbria; G. M. Stella, Vite dei Santi dèlia città 
Mariana e Beati della terra di Massa nelV UmMa, Roma, Barbiellini, 1771. Innumerevoli poi, 
sono gli scrittori che, in opere di indole generale, hanno raffazzonate, a modo loro, le vite dei 
santi primitivi deirUmbria. 

^ Questi Atti di S. Brizio, nei Lezionart spoletini, sono ripetuti due volte: una nel voi. I, 
fogl. 100-102; e Paltra nel voi. III, fogl. 181-18B. £ ciò è ben naturale, poiché, come ho detto 
di sopra, il primo volume ha una provenienza e gli ultimi due un^altra. Però, le due redazioni sono 
identiche, e presentano solo delle varianti ortografiche. 

' Dichiaro, una volta per sempre, di attenermi al testo dei Leziondri spoletini, conservan- 
done la forma, anche quando essa é supinamente errata, come in questa e nella precedente citazione. 

^ Che S. Brizio vi morisse e vi fosse sepolto, non ó detto esplicitamente dagli Atti del quali 
mi occupo. Ma, tali particolari sono impliciti nella predizione dell'Angelo; e, per quanto riguarda 
la sepoltura, c'è il fatto stesso che lo dice. Nella seconda parte, invece, pubblicata dai Bollan- 
disti, e che a me pare un tardissimo nuovo raffazzonamento, i particolari della morte e della sepol- 
tura sono minutamente raccontati. 

^ La chiesa di S. Brizio è, oggi, semplicemente parrocchiale ; ma, dioesi che fosse, in antico, 
Abbaziale benedettina. Da secoli, però, é di giuspatronato del Capitolo del Duomo di Spoleto, 
il qual Capitolo gode il diritto di nomina del Parroco. In un volume di Appunti per i Decreti 
della sacra Visita, conservato nella Cancelleria Arcivescovile di Spoleto, fatto redigere nel 1572, 
dal Visitatore apostolico Pietro de Lunel, Vescovo di Gaeta, a e. 90, é scritto: « Ostendatur unio 
facta de hac ecclesia (S. Brizio) Capitulo Cathedralis et si fueHt legitima provideatur de ricario 
perpetuo.,, et si invalida rescindatur ». È questo il più antico documento, che io conosca, riguar- 
dante la chiesa di S. Brizio; certo, molta luce si potrebbe avere dalP Archivio capitolare del 
Duomo di Spoleto, alle porte del quale Archivio, però, io da anni son venuto picchiando invano. 

^ Vedi Taccenno da me datone in Notizie, 1900, pag. 139. 



114 GIUSEPPE SORDIKI 



lana>, sconosciuta ai Lezionan spoletinì, inserita in nn più tardo raffazzonamento 
degli Atti di S. Brizio \ nonché dalla semplice indicazione Martulae ed anche ciHiaU 
Mariulana di alcnni Martirologi, e per la tradizione di nn Vico (id Martis, al qnale 
succedette la odierna Massa Mariana, crearono addirittura il Vescovato di Mariana 
e ne fecero primo Vescovo S. Brizio, dopo che questi aveva occupato la Cattedra sp^i- 
letina. Contradizione evidente e manifesta, la quale pure non valse a trattenere le 
menti dalla falsa via; che anzi, dato il primo passo, altri Vescovi vennero assegnati 
al Vescovato immaginario, della non meno immaginaria città Martana ^. 

Fero, se tutto ciò è vero, è anche vero che la indicazione topografica civitaie Mar- 
tana, in modo non equivoco, anzi chiarissimo, trovasi pure in altri Atti, come in qnelii 
di S. Illuminata ^ Ne qui occorrono confusioni od errori, più o meno evidenti, come 
negli Atti di S. Brizio, riguardo all'indicazione stessa. 

Una ricerca, non senza frutto, tentar si potrebbe, intesa a determinare il valore 
cronologico dei nomi Martula, Mariulana e dviiaie Mariana, usati dagli antichi agio- 
grafi; ricerca che condurrebbe anch'essa ad una chiara dimostrazione degli equivoci 
sorti, secondo me, non per altro che per la somiglianza fonetica di quei nomi, forse, 
in parte, corrotti, appartenenti a località diverse, e dall'ignoranza dei primi scrittori 
cosi stranamente confusi. Ma, senza entrare qui in una cosi lunga, minuta disquisi- 
zione, fuori del nostro compito, questo sembra di potere ammettere: che, cioè, due 
località distinte e diverse, denominate con vocaboli foneticamente e forse anche mor- 
fologicamente simili, benché non identici, abbiano veramente esistito. Una di queste 
località, quella riguardante la sepoltura di S. Brizio, noi abbiamo dovuto riconoscerla, 
necessariamente, presso i Monti Martani, non lungi dalla Flaminia Narni-Terni-Folignt); 
l'altra dovremo, quindi, trovarla pur essa nell'Umbria, anzi in quel tratto dell'Umbria 
particolarmente ricordato dalle antiche leggende. Deve, inoltre, avere i caratteri neces* 
sari per esser chiamata, sia pure con amplificazione, città; e dovette portare un nome 
assai somigliante a quello della località che ora ci é nota. 

Ho di sopra accennato alla confusa tradizione della esistenza di un Vico ad Mariis, 
cui succedette la odierna Massa Martana; ed é appunto con questo Vico ad Martis 
che bisogna, secondo me, identificare, non la località nella quale, visse gli ultimi suoi 
anni, mori e fu sepolto S. Brizio, ma la ciiià Mariana degli Atti di S. Illuminata, e 
le errate indicazioni dei Martirologi e dei tardi raffazzonamenti degli Atti stessi di 
S. Brizio. 

Il Vico ad MariiSj come é noto, sorse lungo il ramo principale della Flaminia 
Narni-Carsoli-Bevagna, a diciotto miglia romane da Narni e a sedici da Bevagna, ìd 
una località che, da una chiesa assai antica, sorta sulle rovine di una grande aula 
di fabbrica romana, é, da tempo, conosciuta sotto il nome di S. Maria in Faniano, 
Identificazione topografica certissima questa, non solo per le chiare indicazioni miliari 
dell'Itinerario di Antonino e dei famosi vasetti di Vicarello, e per i notevoli ruderi 

^ Negli Acia Sanctorum^ Tom. I di Luglio, pag. 14, 15, i Bollandisti pubblicarono: <Aìk 

Brictii gesta et tormenta>. Ed è qui che trovasi la frase riferentesi a S. Brizio: « seducior 

absconditus in civitate Martuìana». Ma, non occorre molto per vedere quanto sia tardala reda- 
zione di questi Atti. Invece, la prima parte di essi, che leggesi nello stesso tomo, a pag. 9, 10, 11, 
concorda pienamente con i Legionari spoletini. 

^ Non sarà inutile osservare che gli Atti di S. Brizio, tanto dei citati T.ezionari, quanto dei 
Bollandisti, allorché accennano a Foligno e a Spoleto, non omettono mai la qualifica urhs o ciHta<; 
mentre chiamano semplicemente regioni 4: submontana martuìana » quelle nelle quali S. Brizio 
prese ad evangelizzare, e che per molti rappresentano, né più né meno, la pretesa città Martana. 

3 Nei Lezioìiari spoletini, gli Atti di S Illuminata si leggono nei fogli 194-196 del voi. I. 
A tre chilometri, circa, da S. Maria In Pantano, sorge ancora un'antica chiesa dedicata a questa 
santa, il culto della quale fu molto in voga, in quei luoghi. Ebbe annesso, nn tempo, un convento 
di Camaldolesi. 



1)1 UK CIMITÈRO CRISTIANO SOITERRANEO NELl/UMBRIA Ìì6 



romani, quivi tattavia esistenti, ma principalmente perchè, presso S. Maria in Pan» 
tano si rinvennero parecchi titoli marmorei con la esplicita menzione dei Vicani vici 
Mariis Tuderiium ^; la quale menzione non paò lasciare adito a dubbio veruno. E il 
Yico ad Martis dovette anche durare a lungo, certamente più a lungo di Carsulae, 
poiché di questa, come ho già notato, non troviamo menzione nei citati Itinerari, benché 
posta sulla stessa via, e tanto importante ce la manifestino le grandiose rovine ancora 
esistenti. È da sapere, inoltre, che il luogo del Vico ad Martis, oggi S, Maria in 
Pantano, giace anch'esso a piedi dei Monti Martani, nel versante opposto a quello in 
cui, come abbiamo veduto, sorge la^ chiesa di S. Brizio ^ 

Riconosciuta la città Martana delle antiche, sacre leggende, nel Vico ad Martis, 
è naturale concluderne che, in esso, dovette, assai per tempo, fiorire una società cristiana, 
come ne danno indizio le leggende stesse; come diventava necessario, data la direzione 
seguita dai novelli Apostoli ; come, infine, è reso probabile dal nome del Vico, che, testi- 
moniando a noi di un antichissimo culto al Dio della guerra, quivi presso ^, partico* 
larmente doveva attrarre l'operosità ardita, instancabile dei primi evangelizzatori. E 
tardo, ma pur non dispregevole argomento di indizio intorno al precoce fiorire del 
Cristianesimo nel Vico ad Martis, è l'esistenza, per non dire di altro, in quei din- 
torni, di tre antichissime chiese abbaziali: quelle, cioè, di Villa S. Faustino, di S. Maria 

» Vedi 0. I. X., voi. XI. 

* E non sarà inutile notare che la valle di Massa Martana é collegata con la valle di Spo- 
leto da parecchie strade mulattiere, le quali valicano i Monti Martani, e sono ancora molto fre- 
quentate. Ve n*ha una, antica, detta Della Madannuccia, e un'altra meno antica detta Strada 
SpoUiina, le quali passano per il Terzo di S. Severo. Sono anche chiamate Strade Spóletine quelle 
che da Colpetrazzo e da Mezzanelli, nel Massetano, per Firenzuola, già Gallicidulaf conducono a 
Spoleto. A nessuno sfuggirà Timportanza di queste vie mulattiere che, nel Medioevo, in mancanza 
di meglio, erano vere e proprie arterie di comunicazione. 

3 Dico 4c quivi presso » perché non potrei convenire con gli scrittori, i quali hanno trattato 
questo argomento, nel pensiero da essi concordemente manifestato che, cioè, il tempio in che si 
onorava il Marte del Tuderti sorgesse nel Vico ad Martis, Considerando bene la forma ad Martis, 
e più ancora Pappellativo Martani dato a unHntera catena di alti monti, io inclinerei a ritenere 
che il Vico ad Martis fosse quasi lo scalo, ad un celebre santuario che, prisco e religioso, come 
quello del Clitunno, dovette sorgere, non nel piano, ma sopra quei monti che da Marte vengono 
tuttora chiamati. E, osservando ancora che i Monti Martani dominano, in modo assoluto, da un 
lato la Valle spoletana, cioè tutto il paese che da Spoleto si stende fino ad Assisi, e dall'altro 
le Valli di Massa Martana e di Todi; e, ponendo mente alla denominazione Mariis Tuderiium 
che il Tempio aveva, come ne attestano varie iscrizioni romane, mi par quasi di sentire un'eco 
della preponderanza, in qualche tempo verificatasi, degli Etruschi su gli Umbri: i quali ultimi, 
certo, nelle montagne di Spoleto, ebbero un sicuro e durevole rifugio. E agli Etruschi, domi- 
natori della Marzia Todi^ doveva importare molto una vedetta, sia pur religiosa, sull'alto dei 
Monti Martani, la quale tenesse d'occhio i movimenti di quel popolo che Dionisio chiamò antico 
e grande, e che, come pare, fu dedito più alle arti della guerra che a quelle della pace. Un raggio 
della grande civiltà etrusca, per la via^di Todi, senza dubbio, penetrò nel cuore dell'Umbria, 
diffondendosi nelle Valli di Massa Martana, di Carsoli, fino a Cesi, e infiltrandosi anche nelle 
^ole del monte di Forzano, dove moltissimi resti di opere d'arte, da me veduti, ci fanno fede di 
questo innesto dell'Etruria nel territorio umbro (vedi anche Gamurrìni in J^otieie, 1884, pag. 149 
e segg.) Tali resti, invece, mancano completamente nella Valle e sopra i monti di Spoleto. E che 
i Monti Martani e le loro diramazioni siano stati, un tempo, una linea di confine, direi quasi che 
lo confermano gli interminabili litigi, durati fino ai nostri giorni, e non ancora, definitivamente 
sopiti, tra Spoleto e le moderne Comunità costituitesi lungo quella linea. 

A tutta questa induzione storica, sono io il primo a riconoscerlo, manca la base di fatto 
della esistenza di un Tempio del Marte dei Todini sopra i Monti Martani: manca però, ancora, 
qualsiasi ricerca a tale scopo diretta. Ma, sarebbe, di certo, un gran bene che si tentasse, poiché 
molta luce potrebbe risultarne per le relazioni, senza dubbio esistite, tra Umbri ed Etruschi, 
intorno alle quali nulla ci è noto. 



116 0IU8Et>PE SOilDlKl 



in Pantano e di S. Pietro di Monte Martano; la prima costroita tutta di ^crossi tra- 
vertini, evidenti spoglie di monumenti pagani, la seconda sorta snlle rovine di od 
edificio della prima epoca imperiale, nel Inogo stesso occupato dal Vico, e la terza, 
ora cadente, soppressa già da Bonifacio Vili, ed aggregata alla Mensa capitolare del 
Duomo di Spoleto ^ 

Ora, il Cimitero sotterraneo di Villa S. Faustino, posto sulla grande Via Flaminia, 
a due miglia, circa, prima di giungere al Vico od Martis, a me non pare dubbio che 
debba riferirai a questo abitato, che, nelle leggende delFalto Medioevo potè assumerti 
non in tutto ingiustamente, il nome di città, avendone forse le parvenze, almeno nelle 



rovine *, 



Senza dubbio, la fortunata invenzione di un Cimitero cristiano, sotterraneo, nel- 
l'Umbria, è un gran passo verso la soluzione di molti problemi attorno ai quali, firn» 
ad ora, si sono affaticate, invano, le menti di tanti dotti; ma tale scoperta si ridur- 
rebbe a ben poco, quando non fosse provveduto con sollecitudine a sgombrare, studiare 
e illustrare, con scrupolosa diligenza, quest'unico sacro ipogeo umbro, mettendone in 
rapporto con tutto quello che ci è noto deirUmbria cristiana ed anche con le più pn>- 
babili induzioni storiche e archeologiche, i risultati che si conseguiranno. 

Ma, il Cimitero di Villa S. Faustino è esso veramente unico, nell'Umbria? 

L'esistenza di un Cimitero sotterraneo, cristiano, a guisa delle romane catacombe. 
presso Villa S. Faustino, è, di certo, dovuta più che ad altro, alla natura del terreno, 
simile, nell'aspetto e nelle qualità, benché tanto differente nella sostanza, a quelli in 
cui furono scavate le catacombe di Boma. E a me, anche per tale considerazione, di 
una condizione, cioè, naturale, che può trovare e trova riscontro in altre parti della 
regione umbra ^, non pare che si debba ritenere, il Cimitero sotterraneo di Villa S. Fan- 
stino, essere l'unico esempio nell'Umbria. 

Indizi, molto probabili, di altri cimiteri sotterranei nell'Umbria, io li trovo negli 
stessi Atti di S. Brizio; unici indizi, che io mi sappia, di tutto il leggendario dei Santi 
umbri; e per ciò solo, quindi, in particolar modo, dopo l'esempio di Villa S. Faustino, 
da prendersi in attenta considerazione. 

Narrano essi Atti che, due compagni di S. Brizio, Abbondio e Carpoforo, furono 
decapitati presso Foligno, suburbana civitaie, miliario uno, in loco qui dicitur ihana- 
rium, in via sub monte rotundo in subsidio montis vie; e che Eustachia matrona 
xpianissima, raccolse i corpi di quei Martiri, li asperse di aromi e li depose, come 
ivi è detto, in speluncam suam ^ 

L'espressione speluncam suam non mi pare che debba lasciar dubbio intorno alla 
indicazione di un cimitero sotterraneo; ma io non posso dire altro intorno a ciò, non 
avendo avuto modo, ancora, di fare studio alcuno della località. 



^ Che PAbbazia dì S. Pietro di Monte Martano fosse aggregata alla Mensa capitolare del 
Duomo di Spoleto, é cosa notoria; e a me, personalmente, consta che le aotiche carte di quella 
Abbazia dovrebbero ancora trovarsi nell'impenetrabile Archivio del Duomo di Spoleto. È, pur- 
troppo, da far voti che anche queirArchìvio, il più antico di Spoleto, venga, con le debite g^- 
ranzie ben conservato e aperto agli studiosi. 

^ Dopo tanti secoli e infinite devastazioni, si veggono ancora, a S. Maria in Pantano, notevoli 
costruzioni, oltre la chiesa, di opus relicóUitumy e frammenti di sculture marmoree e di iscrizioni. 

^ Quando qui si parla di Umbria, bisogna intendere il paese che si stende fra il Tevere e il 
Nera, al qual paese spetta veramente il nome Umbria. Al di là di questi due fiumi, come tutti 
sanno, da un Iato c'è la bassa Etruria e dall'altro la Sabina, le quali, soltanto per vicende poli- 
tiche, sono oggi aggruppate con l'Umbria e comprese sotto questo nome. 

^ Negli Atti contenuti nel volume III dei Ltzionari spoletini, è scritto, invece, correttamente 
in spelonca sua. Noto la variante, solo per dare un esempio delle differenze insignificanti tra i 
due testi. 



DI Vìa CIMITERO CRISTIANO SOTTERRANEO NELL'UMBRIA 117 



Anche più espliciti però, sono gli stessi Atti, a proposito di an cimitero sotterraneo 
presso Spoleto. 

Dopo avere accennato ad nn terribile terremoto del quale, in Spoleto solamente, 
farono vittime centoventi pagani, e che scosse dalle fondamenta tntti gli edifici, ai 
Santi Garpoforo e Abbondio, apparve nn Angelo, che, liberandoli dal carcere, ingiunse 
loro di evangelizzare Spoleto. E gli Atti continuano: Eadem hora regressi sunt de car- 
cere, suburbana civUate, in cripta. E, più sotto, soggiungono gli stessi Atti che, al Pro- 
console Marziano, furono denunciati alcuni Cristiani, i quali si occultavano in cripta 
in prefata civitaie spoleiana; vennero di notte i soldati, e, trovatili, ne catturarono 
tredidy trai quali erano Abbondio e Garpoforo. Trattenuti in carcere questi due, comandò 
Marziano che agli altri si troncasse il capo fuori di Spoleto, e che i loro corpi si lascias- 
sero insepolti: i quali corpi Sincleia christianissima foemina, nella notte susseguente, 
raccolse, asperse di aromi et posuit in cimiterio pontiani, non longe ah urbe spoletana 
in lateribus montis in eadem spelunca. 

Il sito del Cimitero di Ponziano è notissimo, assai vicino alla odierna cinta delle 
mura di Spoleto, e fu sempre tenuto in grande venerazione. Ebbe il nome di Ponziano 
dal sepolcro di uno dei più antichi e più cospicui Martiri spoletini, i cui Atti sono 
ritenuti sinceri. E dagli stessi Atti del Martire ^ sappiamo che il fondo, prima della 
sepoltura di Ponziano, era denominato Lucianus ; e Luciano e Cèdano vien chiamato, 
anche oggi, tutto quel poggio. Già prima del mille sorgevano, sul Cimitero di Pon- 
ziano, una chiesa ^, ed un Monastero di sacre Vergini, alle quali sono affidate anche 
oggi le reliquie del Martire, riguardato e onorato sempre come patrono principale 
della città. 

Che un cimitero cristiano antichissimo quivi fosse, lo dimostrano tre rozze urne 
anepigrafi esistenti, anche attualmente, nelle tribune della cripta, e una quarta pure 
anepigrafe, ma con ^ornamento, in centro della fronte, di una tabella ansata e di due 
porte laterali, confinata nell'orto monastico. 

Ma, sarà stato quivi, come vorrebbero gli Atti, nn cimitero sotterraneo, una o più 
spelunche in cui avrebbero, un tempo, vissuto nascosti i santi Abbondio e Garpoforo, 
insieme ai loro compagni, e questi poi vi sarebbero stati sepolti, o non piuttosto un'area 
cimiteriale? ^ È questo il quesito che, in attesa di un felice colpo di zappa, tenteremo 
intanto di sciogliere con lo studio coscienzioso, sereno delle antiche memorie. 

^ Gli Atti di S, Poneiano, nei Lezìonari spoletini occupano i fogli 105-106 del volume IL 

' Quando fosse edificata una chiesa in questo luogo, non si sa. In nn proeinlo alla Vita di 
S. Giovanni Arcivescovo di Spoleto, contenuta nel voi. I, fogl. 109-118, del citati Legionari, 
scritto sul finire del secolo X, é già nominato con grande onore, il Cenobio di S. Ponziano ed 
il suo Cfnitero. La chiesa odierna, nella facciata e nelle absidi, presenta tutti i caratteri di con- 
simili edifici, sorti neirUmbria, tra l'undecimo e il dodicesimo secolo. LMnterno venne tutto ammo- 
dernato, Del 1788; ma, sotto l'intonaco, si indovinano le membrature originarie, che forse riman- 
gono ancora intatte, e due capitelli, tuttora scoperti e al loro posto, in un angolo quasi buio, 
destano vivissimo desiderio del resto. La cripta é a cinque navi, a volta, sostenuta da colonne 
antiche, e adorna di molte pitture, assai ben conservate. Le due navi estreme, però, sono evi- 
dentemente un'aggiunta posteriore, benché assai antica. A questa cripta si scendeva, nn tempo, 
dalla chiesa, per mezzo di due scale che mettevano, appunto, nelle due navi estreme. Ma, prima 
di tale aggiunta, la scala era unica, nel centro della cripta a tre navi, e ne rimane ancora il 
vano d'accesso. 

Un'analisi minuta di questo edificio, sarebbe un grande servizio reso alla storia delPAi'te 
umbra, in alcuni punti oscurissima. 

La cripta di S. Ponziano verrà riaperta al pubblico. 

^ Non é da far troppo caso delle urne anepigrafi ricordate di sopra, essendo noto che, anche 
a Roma, la città delle catacombe per eccellenza, agli ingressi di queste, si sono rinvenute simili 
arche. Neàìx Marucchf, Cruide des Catacmnhes Jtomaines, Paris-Rome, Desclée Lefebvre, 1900, 
pag. 72. 



118 GIUSEPPE SORDINI 



Oli Atti dì S. Brìzio sono espliciti: essi parlano dì nna cripta, nella quale Fissero 
nascosti, per nn certo tempo, molti Cristiani, e di una speluncà nella quale, parimente, 
undici dì essi sarebbero stati sepolti. E, chiunque vede che, in tal modo, si indica un 
vero e proprio cimitero sotterraneo dei primitivi tempi della Chiesa, identico ai tant«> 
celebri di Boma e di altre parti d'Italia. Ora, io non saprei, veramente, perchè si 
dovrebbe, a priori, togliere fede alla singolare narrazione degli Atti di S. Brizìo, su 
questo particolare, che nulla aggiunge al carattere della leggenda, mentre abbiamo 
veduto che essa è esatta in altri particolari topografici ; e mentre, il che parmi assai 
notevole, è esplicitamente in opposizione con Tordinario metodo di seppellimento degli 
altri santi umbri, deposti nelle aree, metodo, con tutta chiarezza, dai singoli Atti 
risultante. 

Citerò, per brevità, un solo esempio, quello del Santo Vescovo Sabino, sepolto in 
un'arca tuttora notissima, da una matrona per nome Serena, negli Atti del qaale \ 
Atti che, a ragione, da tutti sono ritenuti sinceri, è detto semplicemente: et sepelUvii 
eum miliario a civitate spoletana plus minus secundo. Ora, un falsificatore umbro degli 
Atti di S. Brizìo, e non poteva non essere umbro, poiché solo suo scopo sarebbe stato 
di rendere più vetuste le origini del Cristianesimo in quella regione, avrebbe, in tempi 
semibarbari, prese a modello \9i passio e la deposHio di qualche altro santo deirUmbrìa, 
senza dar rilievo a particolari inutili e che erano anzi, in stridente opposizione con 
quanto, anche allora, si sapeva e si vedeva: poiché, fino ai nostri giorni, delle aree 
cimiteriali spoletine, é rimasta chiara, popolare notizia. Se, dunque, essi Atti accen- 
nano a cimiteri sotterranei, in conformità del più antico e diffuso costume della Chiesa, 
noi non dovremo per questo giudicarli falsi, ma ritenerli, invece, quale eco sincera 
di una vetusta tradizione, tanto più oggi che il fatto ci dimostra avere avnti anche 
l'Umbria i suoi cimiteri cristiani sotterranei. E non sfugga una osservazione, emer- 
gente dagli stessi Atti di S. Brizìo, ed é questa: che pur ricordando essi, in vani luoghi 
e in varie circostanze, cripte e spelonche, quando ci parlano del luogo nel quale S. Brìzio 
ebbe la sua ultima dimora, nulla ci dicono di spelonche o dì cripte, e, come abbiamo 
veduto, nulla ne apparisce dai fatti o dalla tradizione. 

È da sapere poi, che tutto il poggio Luciano o, come oggi volgarmente dicesi, 
Ciciano, sul fianco del quale sorge la chiesa dì S. Fonziano, fino da tempi molto antichi, 
ebbe quasi carattere sacro. Basti ricordare che a meno di duecento metri da S. Pon- 

' Sono contenuti nei fogli 19, 20, 21, voi. II dei Legionari citati. 

L'area cimiteriale, in che fu sepolto il Santo Vescovo e Martire Sabino, giace a poca distanzi 
da Spoleto, lungo il ramo settentrionale della Flaminia antica, che andava a Foligno. Anche oggi 
queirarea é indicata da una grande, bella, vetustissima chiesa, a tre nari, con absidi, presbiterio 
elevato e sotterraneo, anch^esso absidato e ornato di colonne. In origine era costruita tutta di fram- 
menti monumentali romani, avanzi dei sepolcri già esistenti lungo la Flaminia: ora, presenta note- 
voli e caratteristiche traccie delle trasformazioni alle quali andò soggetta per le sociali vicende, 
nonché per P incuria e per la rapacità delle mani stesse che dovevano conservarla. 

Benché quasi sconosciuto, è pure uno dei santuari più importanti delPUml^ria. S. Gregorio 
Magno ad esso certamente si riferiva, quando scriveva a Crisanto, Vescovo di Spoleto., ordinan- 
dogli di mandare una reliquia di S. Sabino a Valeriano di Fermo. Paolo Diacono narra che Àriulfo, 
Duca di Spoleto, tornando vittorioso da Camerino, nel 601, entrò nella chiesa di S. Sabino, dove 
riconobbe, in un^lmmagine di questo Santo, il personaggio misterioso che, durante la battaglia, 
più volte gli aveva fatto riparo dello scudo. Nel 688, fin dalla Spagna, peregrinava a S. Sabino 
di Spoleto, un personaggio infermo. E sulla tomba del Martire Sabino, finalmente, neir ottavo 
secolo, pregò lungamente e ne trasse auspici di migliori destini quel Pietro, di sangue regio, ebe 
esiliato prima a Spoleto, divenne poi, sotto Liutprando, Vescovo di Pavia (vedi A. Sanai, I Duchi 
di Spoleto, Foligno, Sgariglia, 1870, pag. 27-29). 

Anche ai giorni nostri, scavando attorno alla chiesa, corno di recente sì tentò di fare abu- 
sivamente, appariscono subito, a poca profondità, grandi e rozzi sarcofagi di pietra. 



DI UN CIMITERO CRISTIANO SOTTERRANEO NELL'UMBRIA 



119 



ziano, snllo stesso versante del poggio, ammirasi ancora la celeberrima Basilica del 
Salvatore, detta anche di S. Concordie e più modernamente del Crocifisso e del Cimi- 
tero ^; meravigliosa costruzione del IV secolo, la quale sorse, in quel tempo, sopra 
la tomba di un altro martire. Concordie, quivi precedentemente sepolto. 

E sull'alto dello stesso poggio, sì erge, tuttavia, una vetusta chiesa dedicata a 
S. Michele Arcangelo, la quale, nella sua fronte, serba memoria scolpita in una tavola 
di marmo, della dedicazione, avvenuta nei primi anni del quinto secolo, e dell'esi- 
stenza, quivi, di un fonte battesimale trasferito poi nel Duomo di Spoleto. Quella 
iscrizione ', certamente è assai tarda, ma il culto antichissimo al quale si riferisce, e 



^ Quasi non bastassero i titoli sotto i quali è conosciuta questa famosa basilica, alcun! onr 
la chiamano S. Agostino^ perché... era ed é servita dagli Eremitani di S. Agostino I 

Di questa basilica hanno scritto, per dire soltanto dei maggiori, il de Rossi, THiibsch, il 
Mothes, il Rohanlt de Fleury, e ultimamente il Grisar. Manca, però, ancora, una illustrazione 
completa e definitiva. 

Raffaele Cattaneo, in una nota del suo libro: V Architettura in Italia dal secolo VI al mille 
circa, Venezia, Ongania, 1889, pag. 135, attribuisce il merito della scoperta di tale edificio, vera- 
mente straordinario, airHubsch, uscendo, poi, a tal proposito, in parole amarissime contro gli 
Italiani. Tutto ciò non ha fondamento alcuno. Potrei citare, se volessi, una lunga serie di scrit- 
tori, non solo Italiani, ma Spoletini, i quali parlarono sempre, con la massima considerazione, 
di questo edificio, in opere di indole generale, mostrando di conoscerne il grande valore. E il 
Padre Bonaventura Viani, nel 1857, tre anni avanti alla pubblicazione delPHubsch, scrisse una 
dotta Memoria sulla Basilica di S. Salvatore dì Spoleto, e la comunicò nello stesso anno air Acca- 
demia Spoletina, la quale la dette alla luce neìV Annuario del 1860, dove occupa ben venti pagine 
di stampa! 

^ È incisa in una lastra di marmo bianco, inserita nella facciata della chiesa, a sinistra della 
porta maggiore. Il marmo misura m. 0,35 X ^i*^^* Sotto, in un altro pezzo di marmo bianco, é 
scolpita, di rilievo, una croce equilatera. L'iscrizione dice, esattamente, cosi: 



D O M 

SMICHAELI. ARCHA 
NGELO . POSTCONS 
VLATVM-FELICIS.ET 
TAVRI . ANNO • VERO • SA 
L HVMCCCCXXVIII • HO 
C . TEMPLVM . DICATVM • SA 

CROQ_- BAPTISMATIS -FONT 
E • AD • CATHED • ECCLESIAM • 
POSTEA • TRANSLATO • MAXiMiSQ. 
INDVLGENTIS • PER • TOTVM • MENSEM 
MAH • INSIGNITVM • SACRATV 
MQ_- FVIT 



I caratteri sembrano della fine del XVI o del principio del XVII secolo. Fu pubblicata da 
Bernardino di Campello (Historie di Spoletta Spoleto, Ricci, 1672, pag. 238); e dal Sansi (Degli 
edifici e dei frammenti starici delle antiche età di Spoleto, Foligno, Sgariglia, 1869, pag. 305). 
La più antica menzione che io ne conosca, é in un libretto manoscritto, presso di me, dell'anno 1643^ 
intitolato : Elogia de Sanctis Ecelesiae Spoletinae a Seraphino Petri de Seraphinis Sacerdote spo- 
letino edita, a pag. 7, nelle note alla vita di S. Concordio. 

Questa antica chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo, citata già dal de Rossi (BulleU,, 1871, 
pag. 146-47), e ultimamente dal Grisar {Civiltà Cattolica, 16 Giugno 1900, voi. X, pag. 721), appar- 



120 GIUSBPFE SORDINI 



l'assenza qaasi assoluta, in Spoleto, di false iscrizioni, ne rendono molto credibile la 
sostanza. 

E accennerò ancora, la chiesa e il monastero delle Palazze S a metà costa, anch'essi : 
la chiesa e il monastero di S. Elisabetta ^ e quella di S. Margherita ^, le cui fabbriche 
si veggono tuttavia in un poggetto che dirama dal primo. 

Né il terreno, che è in declivio, e tutto composto di conglomerato calcare breocioso 
(pliocenico terziario), opporrebbe difficoltà; che anzi, avrebbe reso agevole lo scavo. 
Tanto è ciò vero, che un'antica grotta, sconciamente nota a Spoleto, vedesi ancora a 
monte della chiesa di S. Ponziano. 

E non mancano, infine, tradizioni popolari, tuttora vive, di cunicoli sotterranei, i 
quali, avendo l'ingresso loro nella chiesa e nel monastero di S. Ponziano, si sarebbero 
prolungati fin dentro la città odierna di Spoleto, per non breve tragitto. Una di queste 
tradizioni venne anche raccolta e ricordata dal più recente degli Storici spoletini, dal 
Barone A. Sansi, in un suo libro pubblicato nel 1869 ^ ; ed è cosi particolareggiata che, 
se fosse esatta, ci darebbe nelle mani, senz'altro, la chiave del mistero che cerchiamo 
di penetrare. Nel 1869, a proposito del sotterraneo, esistente nella chiesa di S. Ponziano, 
il Sansi scriveva : « V'è in un lato di questa cripta un'apertura nel pavimento per la 
quale si scende una scala che s'arresta dHnnanjsi a nuicerie ammonticchiate. Dicano che 
fosse questo una volta l'ingresso di un cunicìdo che si prolungava fin dentro la ciUà >. 

Io ebbi occasione di esaminare quella cripta, cui si accede oggi dal monastero, 
mentre un tempo vi si scendeva per duplice scala ^ dalla chiesa ; cercai dell'ingresso 
al cunicolo, e mi venne indicato, nel pavimento, un chiusino quadrangolare vicino alla 
parete della tribuna estrema, di destra. Mi calai subito nel vano sottostante, ma non 
trovai traccia di scala, né di macerie; e quel vano sembrommi piuttosto nn nascon- 
diglio, reso utile o necessario dalle turbolenze medioevali, di cni la cripta stessa pre- 
senta notevoli traccio. 

Questo io francamente debbo dichiarare, in omaggio al vero e per la serietà dei 
nostri studi; ma, l'insuccesso di una prima fuggevole visita, avente tutt'altro scopo, 
non deve diminuire per nulla, a mio gindizio, il valore degli argomenti e dei fatti 
allegati di sopra. 

tiene al Priorato del Duomo di Spoleto, e, tra breve, sarà una semplice memoria, se non si provvede 
sollecitamente al restauro del tetto caduto in gran parte, tanto nella nave centrale, quanto nelle 
laterali. 

1 Sussiste tuttavia la vecchia fabbrica della chiesa e di parte del monastero. Nella chie», 
ridotta a fenile, si veggono ancora alcuni affreschi del XV secolo. Ap]>artiene al Cav. Fran- 
cesco Gianni. 

' Sopra un poggetto conico, tutto coperto dì oHvi, tra i torrenti Sanguineto e Tescino, che 
quasi lo recingono, sorge ancora il vecchio fabbricato, quasi intatto, della chiesa e del monastero 
di S. Elisabetta. Nella chiesa sono vari! affreschi del XIV e XV secolo. Appartiene, oggi, alla 
Congregazione di Carità di Spoleto e serve di abitazione colonica. 

3 A piedi del poggio di S. Elisabetta, esisteva la chiesuola di S. Margherita. Appartenne 
alle monache della Stella, e passò poi in proprietà dei signori Zacchei-Travaglini, forse alPepoca 
della soppressione napoleonica. In questi ultimi anni, la chiesuola, che si conservava abbastanza 
bene, venne divisa in due piani; e, nella parte posteriore, le aggiunse un piccolo fabbricato il 
proprietario Filadelfo Migliorucci, il quale, morendo, lasciò tutti i suoi beni alla Società Operaia 
di Foligno. Ora, per recente acquisto, é passata ai signori Pompili di Spoleto. 

Questa chiesuola, di certo, era molto antica ; e, a valle di essa, alla distanza forse di due metri 
dal suo fianco sinistro, si nota un lungo muro parallelo, di carattere assai vetusto. Giovi ricor- 
dare, infine, che a monte di questa chiesuola, un ponte di pietra attraversava il Teseino, del qiial 
ponte sono rimaste le sole pile fondate sulle due rive. 

* Degli edifici e dei frammenti storici delle antiche età di Spoleto, per Achillle Sanai. Notizie 
corredate da dodici tavole in rame, Foligno, Sgariglia, 1869; pag. 251. 

^ Vedi, nota 2, pag. 117. 



DI UN CIMITERO CRISTIANO SOTTERRANEO NELL'UMBRIA 121 



Oramai è indiscutibile che anche TUmbria ebbe le sne catacombe; ed io spero che, 
se questa modesta comunicazione, non per sé stessa, ma per i problemi che pone, per 
le speranze che suscita, avrà forza di ottenere che si esegnisca una esplorazione siste- 
matica del cimitero di Villa S. Faustino, sarà allora il caso di giudicare della età di 
questo, del suo carattere, della estensione sua, dei rapporti che potè avere con i luoghi 
circonvicini; e di vedere, infine, se gli indizi, topografici e storici, della tradizione 
orale e scritta, intomo alle origini del Cristianesimo nell'Umbria, abbiano veramente 
il valore che la ragione deve loro attribuire. 

Giuseppe Sordini. 



DTN MANOSCRITTO INEDITO DEL P. GIUSEPPE MARCHI D.C.D.G. 
INTORNO ALL'ARCHITETTURA DI ROMA CRISTIANA 

FUOR DE' SACRI CIMITERL 



È cosa già a tatti nota che il F. Giuseppe Marchi, di chiara e venerata memoria, 
ci lasciò pubblicato per le stampe il suo classico volume dal titolo: Architettura della 
Roma sotterranea cristiana, A questo dovea tener dietro un secondo AeW Architettura 
di Rofna cristiana fuor de' sacri cimiteri. Poi altri intorno alle pitture e sculture pari- 
menti cristiane, e formare quel tutto che egli intendeva riunire in un sol corQO, in una 
sola opera denominata: Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del 
Cristianesimo. Le vicende dei tempi, rinfermità degli ultimi cinque anni di sua vita, 
finalmente la morte troncarono i suoi disegni. Nondimeno (per quanto io seppi assai 
tardi) il secondo volume era stato da lui condotto a tal termine, che altri per lui, 
come opera postuma, l'avrebbe potuto pubblicare: il che, quale che se ne fosse la 
cagione, mai non si fece. Anzi del manoscritto stesso erasi perduta ogni traccia; tanto 
che io fin dal marzo del 1891 faceva inserire nella Civiltà Cattolica una breve nota 
a tal proposito, pregando che chiunque ne avesse notizia la comunicasse all'ufficio di 
quel periodico: ma indarno. Finalmente però e solo per caso venni a sapere che il 
manoscritto non era del tutto perito, e favoritomi gentilmente da chi l'avea dalle mani 
di persona privata ricuperato, mi diedi a percorrerlo con quella avidità, che può ciascuno 
immaginare, sebbene il carattere allungato e stretto e l'inchiostro abbastanza svanito 
non permettessero un'agevole e franca lettura. Dissi il manoscritto non del tutto perito: 
giacché pur troppo è manchevole d'una gran parte, siccome pur ora vedremo. 

Dieci fitte colonne in-foglio contengono la prefazione, in cui si dà ragione del volume 
e se ne circoscrive la materia. Questa si limita alle basiliche ed ai battisteri di Roma, 
e tali edifizi sono gli nnici intomo a cui aggirar si debbono le sue ricerche e i suoi 
ragionamenti, come gli unici che pubblicamente al culto divino erano consacrati. Quanto 
al tempo, l'autore non risale all'età precostantiniana, in cui sebbene siamo certi che 
fossero, com'egli si esprime, «si fuori si dentro Roma molti edifizi, ne' quali tenevano 
i cristiani le sacre loro adunanze»; nondimeno sì astiene dal trattarne, perchè non 
conosce alcuna di tali chiese che sia giunta sino a noi. Tratterà dunque delle basiliche 
e dei battisteri del tempo della pace: «bastando (egli dice) al mio disegno una giusta 
notizia ed illustrazione delle sole varietà d'alcuni di qne' molti edifizi, che da' cristiani 
furono in Roma innalzati nel quarto secolo della Chiesa per la professione e l'esercizio 
del sacro loro culto» (foglio 2, verso). 

Tra i molti edifizi egli prende ad illustrare la basilica suburbana di s. Agnese 
sulla via Nomentana (foglio 11 sgg.)» la basilica suburbana di s. Lorenzo presso la 
via Tiburtina (fogli 25-44 v.sgg.), poi quelle di s. Maria Maggiore intitolata a Maria 
Madre di Dio ed eretta da Sisto III sull'£squilino, di s. Clemente, l'Ostiense e la 
Vaticana. Delle quali cosi discorre (foglio 10) : « Non sono più che sei le basiliche che 
io qui reco, disegnate il meno arbitrariamente che mi sia stato possibile, come esem- 
plari o tipi sinceri delle cristiane basiliche erette in Roma nel quarto secolo. Le due 



124 GIUSEPPE BONAVENIA S. T. 



dì santa Maria Maggiore e di g. Clemente non sono di qnel secolo; ma il loro con- 
fronto non ci sarà di poca utilità si a meglio conoscere alcune particolarità che il 
tempo ba fatto scomparire dalle basiliche precedenti, si a meglio convincere gli stu- 
diosi cbe non tutto ciò che tuttora conservasi in alcune basiliche primitive è nato con 
esse. » 

Tra le altre cose che egli esclude dalle basiliche romane del qnarto secolo sonr» 
gli amboni; giacché favellando più oltre della basilica di s. Agnese avverte che nella 
tavola XLIX da lui fatta delineare « vi manca ogni avviso degli amboni, che il Boeio 
(san sue parole) mi attesta, essere stati all'età sua tolti alla basilica per maggiormente 
allargarla. Da questa omissione non poteva io a meno di esimermi se voleva dare 
a' miei lettori la s. Agnese del quarto secolo, nel quale non trovo amboni nelle nostre 
romane basiliche. > Cosi egli. 

Or senza entrare nel merito di tal questione o in altri particolari ; la parte finita 
e ben conservata del ms. contiene, oltre il proemio già detto, l'illustrazione delle 
due basiliche di s. Agnese e di s. Lorenzo extra muros. I rimanenti fogli oi danno un 
buon capitolo intomo alla basilica, che quivi l'autore appella «Liberiana e Sistina 
dell'Esquilino ». Sette fogli in tutto. Nulla rimane intorno alla basilica di s. Clemente. 
Invece quindici altri fogli illustrano quella di s. Paolo; e di nuovo nulla della basi- 
lica Vaticana; nulla dei battisteri. Di questi forse non potè scrivere affatto. Tra le 
cose perdute del Marchi debbo anche noverare le tavole metalliche in cui erano incise 
le icnografie e ortografie delle predette basiliche; le quali tavole, facendo seguito alle 
48 della Architettura della Boma sotterranea cristiana, andavano dal numero 49 al 78. 
Io ne ho una copia stampata in volarne rilegato, cui per altro mancano le tavole 57-^: 
64-68; 71, 

Ora tornando al manoscritto superstite, in esso l'autore non apparisce antiquato 
dopo gli studi che si sono pubblicati intomo alle basiliche da cinquant' anni in qua; 
anzi vi ha del nuovo sia nelle cose sia nel modo di esporle ; e la sodezza e bontà del 
metodo è degna di tal maestro. Tatto poi è informato al concetto fondamentale che 
il suo scritto « possa essere di qualche aiuto a costituire quella che è scienza vera- 
cemente positiva» (f. 11). Giacché come* dice altrove: <Le cognizioni pratiche sono 
quelle che si acquistano colle lunghe esperienze e coi ripetuti confronti: e queste sono 
veramente quelle che formano il criterio sicuro e aintano e perfezionano la scienza 
dell'antiquario. Le occhiate passeggere o le osservazicmi che fànnosi eorrendo, e come 
suol dirsi dallo sportellino della carrozza del viaggiatore, sono ottime per i ranitosi 
che si contentano del poter dire: sono stato nella città eterna ed ho veduto Roma 
sotto e sopra terra» (Estratto dalla raccolta religiosa la Scienza e Fede, fase 112, 
Napoli, 1850). Nulla dirò dell'affetto fondato in salde ragioni ch'egli mostra per la 
forma basilicale delle nostre chiese, e come vorrebbe trasfonderlo efficacemente non 
solo negli studiosi ma negli uomini di chiesa, cui si offra l'occasione di por mano alla 
costruzione di sacri edifizi. E la basilica sembragli (qual'è veramente) cosi adatta e 
conveniente al culto cristiano, ch'egli non teme di affermare : « La Chiesa romana avrebbe 
di per sé inventata questa forma di edifizio, ove non l'avesse trovato già in uso. > Allu- 
dendo con queste ultime parole alle basiliche civili, che originariamente e circa due secoli 
prima del cristianesimo trovavansi già in Boma, incominciando da quella che dal nome 
di Marco Porcio Catone fu detta basilica Porcia (Prefaz., foglio 8). 

A dare poi un brevissimo saggio della sua squisita diligenza valga il tratto seguente. 
Scrive egli dunque cosi: «Non vorrei che qualcuno dei miei lettori prendesse come sino- 
nimo le voci santuario, presbitero, coro e se vogliasi anche bema, come comunemente 
vien chiamata questa nobilissima tra tutte le parti della basilica. Sono nomi di partì 
diverse, che per uso troppo comune nel parlare umano si adoperano a signifieare il 
tutto. La voce bema, che non è nostra, significa propriamente i gradini per coi si sale 
alla tribuna. Il santtuirio è propriamente il solo altare in cui si celebra il santissimo 



D^UN MANOSCRITTO INEDITO DBL P. GIUSEPPE MARCHI D. C. D. (I. 125 



dei sacrìficìi ed abbraccia la confessione ^ che è l'urna od il BOtterraneo sepolcro, ove 
si conserva il corpo e le reliqnie del martire, che colla vita ha confermato la confes- 
sione della cristiana fede. Abbraccia insieme il ciborio che sostenuto da quattro colonne 
sorge sopra l'altare, il quale durante il sacrifizio chindevasì alla vista dei fedeli con 
tendine spiegate tra colonna e colonna per ingerire maggior riverenza verso l'augusto 
mistero. Più larga è la significazione della voce presbitero, perchè se essa indica il 
luogo dove i preti stanziavano e praticavano, si estende e alla cattedra e ai sedili e 
all'altare e alla sottoposta confessione e al bema eziandio, giacché in tutti questi luoghi 
il sacerdote celebrante e i sacerdoti assistenti praticavano. I chierici non s'immischia- 
vano ai preti, ma avevano per luogo loro proprio lo spazio che rimaneva libero ai 
fianchi dell'altare e santuario. Il luogo appellavasi diaconico dal grado supremo 
de' chierici che era il diaconato. Davasi a questi luoghi diversi anche il nome di coro 
per ragione de' salmi e degl'inni che dai sacerdoti e dai chierici qui principalmente 
si cantavano. I fedeli non vi prendevan parte se non dietro le intonazioni di quei del 
coro» (Marchi, ms. Basìliche minori, foglio 22, verso). 

Cosi egli. Ma lasciando per brevità tutto il resto, non debbo omettere ciò che mi 
ha indotto principalmente a fare tal comunicazione, ed è la partizione che fa il Marchi 
delle basiliche in maggiori, mezzane e minori. La qual triplice classe contiene la ragione 
dell'aver egli impreso ad illustrare le sei basiliche già ricordate, assegnandone due 
a ciascuna classe: cosi ad esempio delle minori si propongono quelle di s. Agnese e 
di 8. Lorenzo, delie mezzane quelle di s. Maria Maggiore e di s. Clemente, da ultimo 
l'Ostiense e la Vaticana delle maggiori. Ciò posto, udiamo le sue parole: 

«Parecchi, dice egli, sono gli scrittori che delle cristiane basiliche in genere 
e in ispecie di queste di Boma hanno discorso; tra' quali Antonio Nibby compen- 
diosamente illustrando con particolare dissertazione la basilica di s. Clemente, e 
Lnigi Canina che con tavole splendidissime le romane tutte singolarmente ha pub- 
blicate, lodandone i pregi comparativamente a' templi e alle chiese moderne e con vivo 
stadio esortando chi può a ritornare a quelle antiche forme. Bicorda il cortese cava* 
lier Canina avere anche con me tenuto non inutile ragionamento sul proposito di questi 
sacri edifizi, quando incominciava io a ordinare i materiali di questo lavoro. Se il 
colloquio fosse stato più tardo, gli avrei schiettamente palesato che confrontando tra 
loro queste romane basiliche rilevasi esser elleno tra loro distinte in maggiori, mezzane 
e minori non soltanto per ragione del più o del meno di area che abbracciano, ma 
singolarmente per una sostanziale varietà di carattere proprio di ciascuna. Sia pur 
dunque unico il fondamentale sistema di tutte le nostre basiliche. Imperocché tutte 
veracemente consistono d'una medesima pianta quadrata, due de' cui lati eccedon di 
molto la lunghezza degli altri due: tutte hanno un dei lati minori aperto in tre, in 
cinque ed anche in sette porte, perchè coloro che v'intervengono non soffrano indugi e 
non incontrino impedimenti all'entrare ed all'uscire: tutte hanno l'altro lato minore 
incurvato nella parte centrale in un perfetto semicerchio: in tutte l'area rettilinea è 
ordinata in una nave principale ed in altre navi secondarie: in tutte la sommità semi- 
circolare si solleva d'alcuni gradi sopra il piano generale della basilica. 

» Ma a fronte di tanta eguaglianza non potrà mai confondersi la basilica minore 
colla mezzana o colla maggiore. La minore manca sempremai di quella nave traversa, 
che tra la nave principale e le minori da una parte, ed il semicerchio dall'altra, esten- 
desi a tutta la larghezza della basilica. Di più intorno ai tre lati rettilinei della basilica 
minore s'innalza un peristilio, che da un capo all'altro si continua senza interrompi- 
mento: onde la sola basilica minore ha le ale di colonne a numero dispari, laddove 
le mezzane e le maggiori le hanno sempre di numero pari: perciò quivi solo la nave, 
che apresi tra questo peristilio ed il muro che chiude esternamente la basilica, con- 
tinuasi senza interrom pimento in tre braccia si strettamente tra loro congiunte, che 
non le tolgono affatto la sua unità. Per ultimo questo peristilio che sorge dal pavi- 



126 GIUSEPPE BONAVENIA S. I. 



mento si reca come in capo in un ordine superiore un secondo peristilio, intorno al 
quale apresi una seconda triplice nave della medesima capacità delPinferìore. Onde 
chi amasse dare a queste navi secondarie il nome di portici, potrebbe dire che la nave 
principale della basilica minore è circondata da due iriporiici, l'uno inferiore, Taltn» 
superiore. 

» La basilica mezzana non ha il iriportico inferiore e superiore intorno alla nave 
principale, come Io ha la minore. Ha invece la nave principale prolungata fino airestre- 
mità ov^e sono le porte e fiancheggiata da altre due navi minori della medesima lun- 
ghezza. In capo alle quali tre navi apresi la quarta nave che sogliam dire traversa, 
perchè attraversa di fatto tutta la larghezza della basilica innanzi alla sua sommità 
semicircolare \ 

» Finalmente la basilica maggiore distinguesi dalla mezzana in quanto che alle 
quattro navi di questa due altre ne aggiunge laterali anch'esse alla nave principale: 
talché se la mezzana si regge su due sole ale di colonne, la maggiore debbe sempre 
averne quattro» perchè le cinque sue navi longitudinali sieno tra loro in apertissima 



comunicazione. > ^ 



Fin qui egli: e ciascuno scorge quanto una tale partizione e classificazione di 
basiliche debba riuscire di non poca utilità allo studio anche artistico delle medesime. 

Insomma (e con ciò termino) questo inedito lavoro del Marchi è degno di colui, 
al quale il nostro secolo va debitore del primo risveglio e, diciam pure, della rinascenza 
vera e vitale degli studi intorno alle antichità cristiane. Giacché egli, il Marchi, tor- 
nato seriamente al metodo del Bosio da altri per due secoli troppo male abbandonato. 
e succeduto al Settele nell'ufficio di conservatore de' sacri cimiteri nel 1841, « imprese 
(per usare le parole del chmo e compianto nostro amico Mariano Aimellini) la grande 
opera fondata sul metodo razionale e scientifico, cioè topografico, storico nello studio 
dei monumenti della Roma sotterranea... Egli prevenuto dalla morte non pubblicò che 
il primo volume della sua opera..., a lui compete la gloria di aver dimostrata e riven- 
dicata l'origine cristiana delle catacombe; egli studiò la Soma sotterranea colla scorta 
dei documenti e degli antichi itinerari. Era infine riservata al Marchi l'altra non minor 
gloria di dare alla Roma sotterranea Giovanni Battista de fiossi.»^ Fin qui l'ÀrmelliDi. 

La quale onorevole ricordanza del Marchi non é certamente fuori di proposito, ora 
che illustri membri del Comitato promotore di questo solenne Congresso proposero, e 
concordi e plaudenti tutti gli altri, stabilirono che una stessa lapide onoraria por- 
tasse insieme scolpiti questi tre nomi: Bosio, Marchi, de Bossi. 

Del paterno affetto del Marchi verao il de Bossi, e della filiale corrispondenza del 
de Bossi verso il Marchi, non é qui il luogo di ragionare: della venerazione poi di 
entrambi pel grande Bosio parlano eloquentemente i loro scritti. A me, chiamato contro 
ogni mio merito, a far parte di si illustre Comitato, siccome riuscì improvvisa e tanto 
più cara la proposta di eternare in marmo anche la memoria del Marchi; cosi corre 
uno strettissimo obbligo di renderne qui fin d'ora solenni grazie all'Emo Patrono, al 
chmo Presidente e a tutti gli altri onorandi Colleghi del Comitato, non solo a nome 
mio, ma di tutta la Compagnia di Gesù. 

Giuseppe Bonavenia S. I. 

^ « Calcidica vien detta da alcani moderni la nave traversa, supponendo che con questo nome 
fossd dagli antichi contraddistinta dalla nave longitudinale. Abbiano costoro o non abbiano còlto 
nel segno, continuerò io in questo mio lavoro a indicarla col titolo più volgare, poco giovandomi 
il greco vocabolo a crescere scienza e chiarezza a questi studi.» 

* Marchi, ms. Basiliche. Prefaz. f. 9 sgg. 

3 Armellini, Cimiteri cristiani, p. 147. 



LE DITTOGHAEUM DE PRDDENCE 
ET LE8 MONUMENTS DE L'ANTIQUITE CHRÉTIENNE 



Le triomphe de l'Eglise an commeneement du IV siècle et la posìtion nouvelle 
des chrétiens, inaugurée par Constantìn le Qrand, devait piacer l'art chrétìen en présence 
de tàches noavelles à résoudre. PendaDt les trois premiers Biècles, Tart iìguratif phrétien 
était presqne exclusivement sépolcral : les peintures. les bas-reliefs qui nous sont con- 
servés de cette epoque étaient presque tonjonrs destiués à servir coDime décoratìon des 
lieux de sépulture. 

L'exereice de l'art figuratif dans ce but contìnuait naturellement; il se développa 
méme davantage pour la sculpture, laquelle devait atteindre sou plus grand dévelop- 
penieut dans les bas-reliefs des sarcophages. Mais les artistes chrétiens avaìent encore 
à décorer maìntenant l'iutérieur des niagnifiqnes édifìces lìturgiqnes: basiliques ou 
églises à coupole et baptistères, qui s'élevaient bientot en nonibre si considérable dans 
les villes devenues chrétiennes. Gomme nous le trouvons déjà pendant les trois pre- 
miers siècles, TEcriture sainte fournissait encore maìntenant les sujets les plus nom- 
breux pour la décoration des églises par la peinture al fresco ou en mosa'lque. Cependant, 
le caractère de ces peintures se modifia profondément. Lart décoratif des trois pre- 
miers siècies, appelé principalement à orner des lieux de sépulture, devait choisir des 
sujets qui convenaient, d'après la tradition de l'art classique et, en premier lieu, d'après 
les eroyances nouvelles, a cette destination. Pour la décoration des églises et, bientot, 
pour les illustrations des manuserits précieux de l'Ecriture sainte, ce but particulier 
n'existait plus. Àussi assistons-nous a un développement de l'art figuratif qui se mani- 
feste principalement de la fa^on suivante: 

l"" le cadre s'élargit, le nombre des sujets représentés devient beaucoup plus 
considérable ; 

2^ le caractère des sujets devient purement bistorique; les faits bibliqnes sont 
représentés pour cux-mémes, dans le but de piacer ces faits devant les yenx des 
fidèles par l'image; 

S"" le symbolisme s'inspire des idées dn triomphe de l'Eglise, et de rencharistie 
célébrée dans les sanctuaires; les images symboliques sont tirées principalement de 
l'Apocalypse, et de récits de l'Àucien Testament, dans lesquels on avait vn depnis 
longtemps des types du sacrifice eucharistique; 

4"" le développement du eulte des saints fit piacer à coté de la Sainte -Yierge et 
des apdtres les martyrs, dont les restes mortels reposaient^ans les églises ou dont pour 
une autre raison le sanctuaire portait le nom. 

Faisant abstraction de ces représentations d'apotres et de saints, nous voyons se 
former dès le IV* siècle un grand cycle d'images bibliques, dont l'étude forme la partie 
principale de l'iconographie chrétienne de la seconde moitié de l'antiquité, du IV*" au 
VIP siècle. Je n'ai pas besoin d'entrer dans les détails; M, le prof. Kraus, dans le 
premier volume de son excellente histoire de l'art chrétien, a donne, au livre VI, un 
apergu très bien fait sur ce développement. 



128 J.-P. KIRSCH 



L'art fignratif, devenn hisiorique, prìt en ménie temps un caractère didaciique. 
Les scènes représentées devaient faìre connattre aa peuple ehrétien d'une fa^on plus 
vive les détails de l'histoire de la révélation surnaturelle de l'Ancien eomme du Noaveao 
Testamenti laquelle formait, eomme nons le voyons par le De catechizandis rudibus 
de S. Augustin, une partie essentielle de rinstruction donnée aux catéchnmènes. Pour 
mienx atteindre ce but, on pla^a quelquefois un texte explicatif sous les seènes repré- 
sentées. Ceci nous condnit au sujet particulier que j'ai l'intention de développer brìè- 
vement à cette occasìon. 

' Farmi les ouvrages du grand poète ehrétien Aurelius Prudentius, qui vivaìt a la 
fin du IV' et au commencement du V'' siècle, nons trouvons un recueil de 49 petites 
compositions, de 4 vers chacune, ayant eomme sujet des faits on des récits bibliqnes : 
24 de TAncien, 25 du Nouveau Testamene On a sonlevé plusieurs controverses au 
sujet de ce recueil, qui porte le titre general de Dittochaeum: on adouté de l'anthen- 
tieité; on a énoncé plusieurs opinions sur Torigine et le but particulier de ees petites 
poésies. L'étude de ces différentes qnestions doit etre basée d'un coté sur la crìtiqne 
littéraire; celle-ci a été faite en dernier lieo par M. le prof. Merkle, dans son mémoire: 
Prudentius^ Dittochaeum, dans la Festschrift zum 1100 jdhrigen Jubilàutn des deuischen 
Campo Santo in Rom, 1897, p. 33-45. L'autenr arrive à la conclusìon que le Dittochaeum 
est authentique et que très probablement les compositions poétiques étaiént destinées 
à étre placées sous des images peintes dans Tintérienr d'une basilique. Ponr arriver 
à une solution definitive, il faut encore examiner en détail une autre sèrie d'argnments 
tirés de l'étude iconographique et de la comparaison des sujets décrits dans le Dit- 
tochaeum avec les monuments de l'art fignratif du lY* et du V siècle ^ 

1. Une première qnestion qui se pose est celle-ci: Les compositions poétiques 
étaient-elles réellement destinées, dans la pensée de l'autenr, à servir de texte expli- 
catif à des images bibliqnes? A cette qnestion il faut répondre affi rmati vement. Le texte 
lui-méme le pronve. Déjà la forme égale de toutes les compositions, qni ont chacune 
4 vers bexamètres, et la fagon semblable dont les sujets sont traités, fait penser à une 
destination de ce genre. Puis, l'emploi presque Constant du présent mentre qne ce ne 
sont pas seulement des récits historiques qne Prndence vent faire, mais qu'il indiqae 
pour ainsi dire une chose qui se tronve placée sous les yeux du spectatenr. De plus, 
nons rencontrons à plusieurs reprises des expressions qui ne peuvent s'expliqner que 
par la place occupée par les vers sous des scènes bibliqnes. Ainsi n"* 4, Ad ilicem 
Mambre, la visite des anges auprès d'Abraham: Hospitium lioc Domini est; n* 9, dans 
les vers sur le passage de la raer rouge: Ecce Dei famulis scissimfreta rubra dehìs- 
cunt; n^ 24, Domus Ezechiae: Hic bonus Ezechia^ meruit ter quinque per annos^ etc: 
n^ 27, l'adoration des rois Mages : Hic pretiosa magi sub virginis ubere Christo \ Dona 
ferunt puero,.,; n^ 41: Vinctus in his Dominus stetit aedibus, etc. Pnis il faut encore 
faire remarquer que très sonvent le poète fait nne application allégoriqne de la scène qu'il 
décrit; ilen tire en quelques mots des conséqnences pratiqnes. Ceci encore s'explique le 
mieux, si nous admettons que les compositions devaient accompagner des images exposées 
aux yeux des fidèles. Le but du poète, de composer des textes explicatifs ponr des 
peintures, n'a d'aillenrs été révoqué en dente que récemment par un seni antenr, 
M. Hach, dans un artìcle de la Zeitschrift fiir kirchl. Wissenschaft, 1885; mais M. Merkie 
a réfnté les arguments avancés par lui dans son mémoire cité plus haut. On pent con- 
sidérer cette destinatiqn eomme un poìnt définitivement établi. 

2. Une seconde question importante- ponr l'anthenticité du Dittochaeum concerne 
les sujets: Pouvons-nous admettre que, dès les premìères années du Y* siècle, un cyele 
semblable à celui que nous rencontrons dans les compositions du Dittochaeum ait pò 

» Cf. encore Brockhaus, Aurelius Prudentius Cìemena, 1872. — ROsler, Der kath. Dichter 
Aur. Prud. Clem., 1886. — Steinmann, Die Tituìi u. die kirchl, M'^andmalerei, 1892. 



LE DITTOCUAEVMM^ PRUDENCE ET LHS MONUMENTS DE l'aNTI^UITÉ CHKÉTIBNNE 129 

avoir été exécaté, soit que les vers aient été faits ponr des images déjà existantes oa 
en vuede compositioDS artistiques à exécuter? La plnpart des historiens de Tart chrétien 
antique ont trouvé des difficultés à admettre pour l'epoque indìquée la sèrie d'images 
décrites dans le Ditiochaeum; inutile de citer des noms. Mais je crois qu'on aeu tort 
de soulever cette diilìculté. Toutes les déconvertes et les études plus approfondies qui 
ont été faites dans les dernières années pronvent, que le cycle de peintnres bibliques 
vers la fin du IV siècle étaìt très grand; et nous n'avons absolument aucune raison 
d'admettre qu'un seul des snjets indiqués par Prudence n'ait pas pn avoir été repré- 
senté yers Tannée 400. 

Beprenons Texamen comparatif fait par Brockhans. Nous constatons que des 
24 scènes de l'Ancien Testamenti 14 se retrouvent sur des monuments antérienrs 
au VIP sièele; la plupart de celles^ci déjà au TV et au V%' et pour les scènes que 
nous ne rencontrons pas encore sur les monuments de cette epoque, il n'y a aucune 
difficulté a admettre qu'elles aient pu exister. Je ne puis pas entrer ieì dans les détails 
de la discussion iconographiqne que j'ai faite pour rooi-roéme et qui m'a conduit à 
eette conelusion. Paur deux autres scènes nous avons des compositions complètement 
analognes: Pour le Monumentum Sarae dans la publication si importante des fragments 
de la Bible latine de Quedlinburg faite par le prof. Schultze, 1898, tav. I, 1 : Monu' 
mentum Rachel. — Joseph reconnu par ses frères a une scène analogue dans l'nne des 
illustrations de la Genèse de Vienne, où nous avons plusìenrs images de l'bistoire de 
Joseph (Garr., IV, pi. 121, n"* 1). Pour 8 compositions nous n'avons pas d'analogie 
directe. Ce sont: le serpent d'airain dans le désert; la forét d'Elim dans le désert; 
Saroson qui tue le lion; Sauison détruisant la récolte a l'aide des renards; le tempie 
de Jérusalem ; Jes fils des prophètes abattant la forét; la captivité des Israélites, et la 
maison du prophète Ezéchias. Cependant, si nous examinons les scènes de l'Ancien 
Testament représentées sur les mosafques de Sainte-Marie-Majenre, lesquelles peuvent 
très bien appartenir au IV*" siècle, à l'epoque du pape Libere; si nous regardons les 
illustrations des fragments de la bible de Quedlinburg, les miniatures du VP siècle 
(Vulgate de Vienne, Josué du Vatican, etc), les sculptures de la porte de Sainte-Sabine 
du milieu du V' siècle, et quelqnes sculptures en ivoire du V et du VP siècle, nous 
devons en conclure, que les 8 scènes citées du DMochoeum ne présentent cx^rtainement 
pas plus de difficultés que beaucoup d'autres compositions artistiques que nous rencon- 
trons sur les monuments encore conservés. Les scènes, en effet, qui ont été réellement 
exécutées en mosatque, dans les miniatures et sur les ivoires, ne sont ni plus impor- 
tantes ni plus faoiles à inventer et à exécuter que celles décrites dans le Ditiochaeum. 
Si nous trouvons donc que deux tiers des 24 scènes de l'Ancien Testament se rencontrent 
sur les monuments conservés, et si nons nous rappelons que ces monuments ne représentent 
qu'nne petite fraction de tous ceux qui ont réellement existé au IV^ et au V^ siècle, 
nous ne trouverons aucune raison pour admettre que le troisième tiers n'ait pas pu 
exister; nous devons, au contraire, en conclure que ce derni er tiers a pu étre exéouté 
tout aussi bien que les autres. 

Pour le Nouveau Testament, la proportion est plus favorable encore. Des 25 com- 
positions décrites dans cette seconde partie du Dittochteum, 5 senlement n'ont pas 
d'analogies dans les monuments antérieurs à l'epoque carolingienne, donc un cìnquième, 
tandis que quatre cinquièmes des scènes se retrouvent. Les 5 que je n'ai pas pu cons- 
tater sont: La |>mna templi; la passion de saiat Jean-Baptiste ; le Ghrist marchant 
sur les flots; la colonne ou plutot le portique où Jésns-Christ fut frappé de verges; 
la vision de saint Pierre par laquelle il apprit la vocation des Gentils. Or, ici encore 
nous ne trouvons pas de difficulté insurmontable pour admettre que ces scènes ont pu 
exister vers 400. On a soulevé, il est vrai, des difficultés nombreuses, non senlement 
pour la passioa de saint Jean-Baptiste et la flagellation, qui se trouvent parmi ces 

9 



130 J.-P. KIRSCH 



5 compositions, mais encore ponr qnelques antres, comme le cracifiement de Notre- 
Seignenr, la passion de saint Etienne: on a pretenda qoe dea images semblables ne 
ponvaient pas avoir existé vera 400. Geci ne pent plns étre sontenu. Noas avons des 
sarcophages du IV^ siècle où sont représentés le portement de la croix, le conronne- 
ment d'épines, Texécation de saiut Pani; nona avons les bas-reliefs do cìboìre dea 
Saints-Nérée-et-Aquilé an cimetière de Domitille, les fresqnes de la confessian de la 
maison des martyrs Jean et Paul, le cracifiement de la porte de Sainte-Sabine ; ces 
scènes existent, et rien n'empéche d'admettre qoe celles décrites dans les vers do 
Dittochaeiim aient pu exister toat aussi bien qoe les aatres. 

Noos n'avons donc nullement bcsoin de descendre josqoe vera répoqne carolin- 
gienne ponr reneontrer des cycles iconograpbiqaes semblables à celai dècrìt dans le 
Dittochaeum. Bien ao contraire: Environ denx cinqaièmes des 49 compositions se ren- 
contrent sur les monunients antérieors ao VIP siècle, la plopart an TV* et aa V': 
quelques-unes se retroovent au VIP siècle, et les aotres ont pò très bien exister, 
va le caractère general de Tart a cette époqne. 

Une conclosion plus generale se degagé de ce qoe noas venons de dire: Il devient 
de plus en plus vraisemblable qu'on cycle très développé de peintores biblìqaes se 
forma à Bome dès le IV*" siècle, et que non seolement les monoments, mais ancore les 
sources littéraires: les Tiiuli de Saint Ambroise, le Diiioehaeum de Prodence, les eom- 
positions de saint Paolin de Noie, peovent nous aider a reconstitner, en partie da moins. 
cette base si importante ponr le développement de Piconographie chrétienne. 

3. Une troisièroe qoestion reclame eneore qoelqoes mots de réponse: Les scènes 
décrites dans le Diiioehaeum ont-elles été réellement représentées? On a émis l'opinioo 
qne les compositions en vere ont été faites avant les peintnres et qoe l'artiste devait 
choisir un certain nombre ponr les exécnter. Geci a pò avoir été le cas, mais rien 
n'oblige d'admettre qu'il a dù en étre ainsi. En effet, il est plos vraisemblable en 
soi-méme qoe celai, qui avait Tintention de faire exécuter les peintores, cboisit d'abord 
parmi les compositions iconograpbiqaes connnes et dans TEcritore sainte elie-méme 
ics scènes qn'il voolait voir représentées; ensnite il demanda à Prudence de faire le 
texte explicatif que l'artiste, après avoir termine one ìmage, devait piacer sona cette 
scène. Les expressions qae nons avons relevées plns liaut semblent indiquer, qne le 
poète avait devant les yeux sinon les peintores elles-mémes, da moins des indicatioos 
précises sur la composition. 

Le nombre des images n'est pas trop grand non plns pour qo'on paisse y tronver 
un obstacle. Les scènes décrites sont ao nombre de 49; réservons-en une, la demière: 
les 24 vieillards de TApocalypse, pour Tare de triomphe; il en reste 48, donc 24 par 
coté d'une basilique. Si les images n'étaient pas trop grandes, et si elles se troovaient. 
comme par exemple à Sainte-Marìe-Majeure, entre l'architrave et les fenétres de la 
nef principale, je ne tronve pas de difficolté à les voir représentées tootes sor une 
ligne. Puis, à S. Apollinare nuovo à Ravenne, noos possédons nn exemple d'nne triple 
rangée de figures et de scènes sur la paroi supérieure de la nef principale; on poor- 
rait admettre qne les compositions, ponr lesqoelles le Diiioehaeum fot fait comme 
texte explicatif, ont été disposées denx à denx Tune an-dessos de l'aotre. Qooi 
qu'il en soit, je ne trouve pas de difficulté a admettre qoe les scènes décrites dans 
le Diiioehaeum ont été réellement exécotées, le plus probablement dans une basilique. 
On ne saurait pourtant aller plns loin et préeiser davantage, parce qoe les données 
nécessaires font défaut. 

Pour conciare, nous disons: 
r Bien n'empécbe d'attriboer les sojets iconograpbiqaes décrits dans le Dtito- 
chaeum au commencement do V^ siècle, donc à l'epoque de Prodence; Phistoire de 
l'art cbrétien n'a aucune objection sérieuse à élever contre l'authenticité dn Diiioehaeum. 



LE DITTOCHAEUM DE PRUDENCE ET LES MONUMENTS DE l'aNTIQUITÉ CHRÉTIENNE 131 

2^ Les compositions fnrent faites pour étre placées comme texte explicatìf sons 
dea peintures; celles-ci formaient très probablement la décoration de Tintérieur d'ane 
basilique. 

3^ Bìen n'empéche d'admettre qne tontes les peintures ont été réellement exé- 
cutées. Par eonséqnent le Ditiochaeum doit étre consìdéré comme soarce littéraire impor- 
tante pour rétude de rieonographie cbrétieuue aux environs de l'année 400. 

J.-P. Kirsch 

Prof, à rUniv. de FribonrR (Suisse). 



RELAZIONE 
SOPRA GLI SCAVI E LE SCOPERTE NELLE CATACOMBE ROMANE 

DAL 1894 AL 1900 



Qià dorante la malattia che poi doveva rapire alla scienza l'illnstre Giov. B. de Bossi, 
la cura degli scavi delle catacombe romane era stata affidata ai collegbi della Com- 
missione di sacra archeologia, i qaali eseguirono escavazioni e importanti riattamenti 
nel cimitero di s. Ermete, allo scopo di riaprire l'adito alla cripta storica dei ss. Proto 
e Giacinto. Ma di queste scoperte lo stesso de Bossi trattò nel Bullettino e gioverà 
più tosto riferire quanto fu eseguito dopo la sua morte fino ad oggi. 

Nell'anno 1894-95 la Commissione di archeologia sacra delegò il collega P. Giuseppe 
Honavenia per il proseguimento dei lavori nel cimitero suddetto e, sterrata la galleria a 
destra dell'abside della basilica (m. 108), furono compiuti gli scavi delle altre vie pa- 
rallele, praticando dalla basilica un accesso agli arcosolii dipinti, scoperti a tempo 
del Bosio. 

Nel marzo del 1895 si pose mano agli scavi nel cimitero di s. Ciriaca al Campo 
Verano, sotto la collina posta dietro la basilica di s. Lorenzo. 

Quel cimitero per le costruzioni sovrastanti era divenuto quasi inaccessibile, e la 
Commissione, ottenuto valido appoggio dal Comune, in gran parte per merito del 
prof. Orazio Maruccbi, con opportuni lavori che furono proseguiti fino al maggio, riunì 
nuovamente quella regione del cimitero di Ciriaca che ha oggi l'ingresso presso la 
tomba Odescalchi con la rete di antiche vie che si estende fin dietro la basìlica e a 
contatto quasi coi sepolcri di s. Lorenzo e di s. Ciriaca. Furono trovate molte epigrafi 
e si riapri l'adito a un ipogeo privato pagano del secolo II, con iscrizioni e pitture 
nelle pareti. 

La Commissione copri altresì i lucernari della basilica sotterranea del cimitero 
di s. Ippolito ricca di suppelletile epigrafica, ove esistono ancora alcune parti liturgiche 
ed il grandioso vestibolo che dalle altre la distingue. Altrettanto fece sopra il vestibolo 
dei Flavi e negli altri lucernari del cimitero di Domitilla. 

A cura del prof. comm. Orazio Maruccbi e dei compianti colleghi Comm. Enrico 
Stevenson e Mariano Armellini si sistemarono le iscrizioni nella basilica di s. Petro* 
nilla e nei cimiteri di Ponziano, di s. Ippolito e di s. Ciriaca. Si fece anche una ispezione 
generale di tutte le catacombe e in ciascuna si esegui qualche riparazione più urgente. 

Nel cimitero di Callisto si provvide alla conservazione dei sepolcri sopra terra 
situati fra la basilica dei ss. Sisto e Cecilia e l'attuale ingresso, poiché le intemperie 
minacciavano la loro intiera rovina ; dopo aver eseguite da più punti delle fotografie 
e rilevata una pianta esattissima dal barone Bodolfo Eanzler, furono ricoperti. 

Nel seguente anno 1895-1896 si ripresero i lavori nel cimitero di S. Ermete e 
provvedendo alla escavazione di nuove vie e sostruendo le vecchie, fu scoperta una 
grandiosa scala che dava comunicazione ad altra regione del cimitero. Fu aperta anche 
una strada per riunire la scala e la regione dei ss. Proto e Giacinto con la basilica 
sotterranea di s. Ermete e con le altre parti del cimitero, e su la scala qui nominata 
si ricostruì l'antico lucernario. 



134 MONS. PIETRO CROSTAROSA 



Contemporaueamente si eseguivano lavori mnrari nel cimitero di Domitilla, assi- 
cnrando con sostruzioni gallerie e cubiculi. — Di gran lunga più importanti farono gli 
scavi iniziati a quel tempo nell'ipogeo dei ss. Pietro e Marcellino. Questi scavi si 
ricollegano ad una scoperta compiuta dal compianto comm. Stevenson, il quale, perlu- 
strando accuratamente la necropoli sotterranea ed i luoghi corrispondenti sopra terra. 
trovò nel 1887. un rustico casolare costruito sopra i ruderi di una basilichetta cimi- 
teriale con abside assai bene conservata. 

Certo che ivi dovessero esistere insigni santuari tuttora inesplorati, lo Stevensc»n 
prosegui le ricerche e assicuratosi sempre più della importanza del luogo, penetrando 
in mezzo a spaventose rovine scopri gli ultimi gradini di una grandissima scala che 
scendeva in una stanza piena di macerie, sovrastante a numerosi sepolcri. La eostrn- 
zione singolare di questa scala, un passo della vita di Adriano I del libro Pontificale, 
altre testimonianze ed osservazioni indussero il valoroso archeologo nella persnasione 
che la basilica da lui scoperta era quella di Tiburzi^s Pietro e Marcellino e che la 
scala assai facilmente era stata costruita da Adriano I per condurre direttamente alla 
seripta storica degli ultimi due santi, la quale doveva essere quella stessa al cui 
limitare egli era penetrato. Successive scoperte confermarono le induzioni dello Stevenson. 

Il 27 gennaio del 1896, si poterono riprendere gli scavi. — Una relazione assai 
minuta di questi lavori fu pubblicata dal comm. Stevenson nel Nuovo BulletUno dì 
Archeologia cristiana; e qui basterà notare che scavata e ricostruita per m. 25 udii 
galleria interamente franata del primo piano, si potè penetrare, per un altro passaggio, 
in una stanza contigua alla cripta, dove erano graffiti di molti visitatori e pellegrini, 
e un frammento di epigrafe in caratteri daniasiani, scritta con righe disposte in circolo, 
che, insieme con un altro frammento rinvenuto nella seguente stagione di scavi, doveva 
far parte di una decorazione a foggia d'arco, attorno al quale girava l'epigrafe dama- 
siana che ornava le tombe dei martiri Pietro e Marcellino. 

Inoltre fu scoperta anche un'altra cripta venerabile ed insigne, con arcosolio nel 
fondo decorato di mosaici, e sopra terra si rinvenne una notevole porzione del cimi- 
tero sopra terra che si è potata conservare quasi tutta, coprendola, con grave dispendio, 
di una volta. Nel tempo stesso venivano nella massima parte esplorati i dintorni della 
cripta storica. — Bicominciati i lavori nel novembre 1896, si principio col sottofondare 
l'edificio sopra terra, quindi si intraprese lo sterro della storica cripta, della quale 
qualche settimana innanzi erasi rinvenuto un altro vestibolo, presso un ambulacro, le 
cui pareti, fra i numerosissimi graffiti ne hanno uno inneggiante ai ss. Pietro e Mar- 
cellino, i santi a cui con tutta certezza doveva ormai riferirsi il prossimo santnario. 
Sterrata la cripta si è veduto che essa costituiva un'ampia basilica sotterranea, coH'abside 
collocata nel senso contrario a quella della basilica superiore. La disposizione della 
costruzione costituisce un esempio assolutamente nuovo della consuetudine di rispettare 
le ossa dei martiri, creando intomo alle loro tombe lo spazio per i fedeli. B si vide 
anche che i due santi Pietro e Marcellino, a cui senza nessun dubbio appartengono 
i due sepolcri rinvenuti, furono deposti in semplici loculi di un ambulacro, come accadde 
dei martiri Felicissimo e Agapito nel cimitero di Pretestato. Quanto all'attuale forma 
del luogo sembra che non sia altro che la riduzione di una escavazione anteriore, 
quando dinanzi agli avelli dei santi eponimi fu creato un ampio vestibolo. Di questo 
stato più antico esistono fortunatamente le tracce sotto il suolo rialzato, si che se nV 
potuta in gran parte ricostruire la pianta. In fondo alia cripta si apre una grandiosa 
scala, che è quella stessa che lo Stevenson attribuì ad Adriano I; le pareti del sot- 
terraneo sono coperte di numerosissimi graffiti greci e latini, in uno dei quali è invo- 
cata non solo l'intercessione dei santi martiri eponimi, ma altresì quella di s. Elena, 
il cui mausoleo torreggiava a breve distanza e costituiva assieme alle tombe dei martiri 
un solo gruppo di santuari negli antichi itinerari delle catacombe romane. 



RELAZIONE SOPRA GLI 8CAVI E LE SCOPERTE NELLE CATACOMBE ROMANE 135 



In gnesto modo la difficoltà e il dispendio del lavoro furono compensati dalla 
eccellenza dei risultati, che, dopo il ritrovamento delle tombe dei papi e di s. Cecilia, 
costituiscono uno dei più grandi successi della Commissione di archeologia sacra, e 
fnron dovuti alla dottrina e all'attività di quelPEnrico Stevenson che tanto presto doveva 
essere rapito all'affetto degli amici e alla scienza. 

Di non mediocre importanza sono stati i lavori eseguiti dal febbraio al luglio 
del 1897 nel cimitero di Domitilla, consistenti in rivestimenti di volte e di pareti, in 
Bostruzioni e in riparazioni di ogni sorta nell'antichissima regione di quelle necropoli 
che si estende al secondo piano, a piedi del grandioso scalone. 

Di più essendo stata la Commissione chiamata con lettera del S. P. Leone XIII 
a continuare l'opera della Boma sotterranea e avendo deciso di consacrare il volume IV 
al cimitero di Domitilla, si pose mano ai necessari lavori di escavazione, diretti spe- 
cialmente a ritrovare i due centri storici invano cercati dal de Rossi : quelli dei ss. Marco 
e Marcelliano e del pontifice Damaso. 

Iniziato lo sterro per rinvenire la scala della grandiosa regione del secolo IV, 
dopo accurati studi sul posto dei colleghi Marucchi e Stevenson, convenne soprasse- 
dere a causa di una gigantesca frana, la quale involgeva la scala su detta fino al 
sopra terra. 

Portata l'esplorazione al primo piano, il 13 febbraio del 1897, sotto i grandiosi 
archivolti e la tromba di un vasto lucernario, si rinvenne una duplice cripta adorna 
di insigni pittare, ma sventuratamente una parte dell'intonaco era caduta, e con essa 
la decorazione. I resti rappresentano dei martiri in atto di offrire la corona al Reden- 
tore, soggetto più volte ripetuto nei musaici delle basiliche, ma mai ritrovato fino allora 
nelle pitture cemeteriali. Molti dati fanno giudicare la regione dove furono ritrovate 
le pitture appartenere al secolo IV; ed il prof. Marucchi vi riconobbe una memoria 
dei celebri martiri Marco e Marcelliano. 

Si provvide a sbarazzare le pitture da incrostazioni che le rendevano poco visibili, 
e trattene buone fotografie, si curò la sostruzione dei piloni sorreggenti le trombe del 
lucernario. Le ruinose vie che fanno capo alle dette cappelle pure sono state sostruite, 
prolungando la stagione dei lavori oltre il consueto. Inoltre nei mesi di aprile e maggio 
si iniziò Io sterro regolare di quella parte del secondo piano del cimitero, la quale si 
svolge ai piedi dello scalone menzionato, e si ritrovarono numerose iscrizioni di antica 
paleografia. Alcuni tasti furono fatti dallo Stevenson nella basilica dei ss. Nereo e 
Achilleo per completare lo studio di quell'insigne edificio. 

Non si dimenticò il cimitero di s. Ciriaca in cui furono sterrate molte gallerie e 
riunite alla rimanente rete cimiteriale, con la scoperta di molte importanti iscrizioni. 
Lo sterro e il consolidamento di una via che corre lungo la parete postica dell'attuale 
basilica di s. Losenzo, è stato di somma importanza per la conservazione dei marmi 
e dei preziosi ornati in mosaico del mausoleo del pontifice Pio IX. 

Nell'anno 1897-98 innanzi tutto si attese alla sistemazione del cimitero di Pretestato, 
coll'ordinamento scientifico di marmi e iscrizioni, a cura del barone Eanzier, egregia- 
mente coadiuvato dall'ispettore signor Augusto Bevignani ; quindi nella via Aurelia, entro 
la villa Pellegrini, fu sistemato l'ingresso del cosi detto cimitero dei due Felici e demoliti 
i cadenti muri della profonda scala e sterrato l'ambiente dalle macerie, furono rin- 
novati i muri, le volte e la scala stessa. Altrettanto fu eseguito nel cimitero di s. Felicita, 
dove sì sistemò anche l'area soprastante, acquistata dallo zelo dell'Emo Signor Car- 
dinale Lucido Maria Parocchi, e, a cura del prof. Marucchi, fu ritrovata la preziosa 
iscrizione opistografa, che unica ha l'indicazione di persona sepolta ad s. Felicitatemi 

Il 7 giugno 1898 si scopri sul Gianicolo, vicino a s. Onofrio, e precisamente sotto 
il conservatorio delle Dorotee, un cimitero cristiano mai sospettato da alcuno, da cui 
fu estratto un latercolo marmoreo di loculo con la scritta di ALEXANDER IN PACE. 
Le escavazioni procedettero con alacrità nel cimitero di Domitilla, e trovammo belle 



136 M0N8. PIETRO CBOSTABOSA 

iscrizioni, ancora a posto sn i loenli chinsi. Di più questi lavori di sterro dettero anche 
agio di consolidare il cimitero esistente alla sinistra della via maestra, che parte 
dall'antico scalone, dove si colmarono grandi voragini prodotte dalla eccessiva vici- 
nanza di gigantesche gallerie arenarie sottostantì. I lavori sa detti condussero alla 
scoperta di un terzo piano più basso escavato in tarda età, giacché i frequenti mono- 
grammi impressi su la calce dei loculi ancor chiusi lo assegnano al secolo IV avanzato. 
Anche qui si incontrò una grandiosa scala che eonduceva fino al sopra terra e che 
fu sterrata, sostrnita e ricoperta di volta, lasciando sopra nn lucernario perchè ne fosse 
visibile la graziosa architettura. È ornata nelle pareti, a diversi ordini, di tante nicchie 
rettangolari contenenti sepolcri di bambini. Non si conosce esattamente l'obbiettivo di 
questa scala, che sembra guidasse al cubiculo di Eulalio. Si lavorò anche in quel 
descenso che trovasi in vicinanza della cripta dipinta con le figure dei sei santi. 

Ma sopra tutto fu sistemata la basilica dei santi Nereo, Achilleo e Petronilla, e 
radunati i frammenti marmorei già esistenti e quelli nuovamente venuti alla Ince, si 
ricomposero parecchi sarcofagi che ora adornano la basilica, decorando coi rimanenti 
frantumi le pareti. Fu possibile di ricostruire importanti iscrizioni con i diversi pezzi, 
e fra le altre è notevole un latercolo laterizio graffito con lettere maiusoole, il qnale 
prova che nel 390 una galleria ora tagliata dal muro di fondazione era ancora sgombra 
e, confrontato con un'altra iscrizione dei fedeli Beato e Vincenza, morti nel 395, per 
mette di fissare la costruzione della basilica fra il 390 e il 395. 

E nel cimitero stesso furono riportati per cura del collega Marucchi i framment 
damasiani da lui attribuiti ai ss. Marco e Marcelliano e quello della iscrizione di 
Irene sorella del papa Damaso da lui nuovamente rinvenuta fra i marmi accumulati 
nel Foro romano presso la Chiesa dei ss. Cosma e Damiano. 

Inoltre furono rinvenute molte epigrafi pagane, provenienti forse da ville romane 
poste nei dintorni del cimitero di Domitilla e a questa grande necropoli, in vicinanza 
della basilica fu fatto praticare un nuovo accesso che ne rendesse assai più facile e 
comoda la visita agli studiosi. 

Durante gli anni 1899 e 1900 fu costruita la scala del remoto cimitero deirAn- 
nnnziatella, e si portarono tutte le forze della Commissione alla completa sistemazione 
dei marmi esistenti nella basilica di s. Petronilla, e ultimati i lavori nelle fabbriche 
annesse nel maggio, festa dei santi eponimi, si inaugurò nella basilica l'iscrizione 
commemorativa dei fratelli De Merode, mecenati e patroni della basilica stessa. In pre- 
parazione poi del Congresso internazionale di archeologìa cristiana, fin dal novembre 
decorso si fecero ulteriori lavori di compimento, per ricevere i congressisti e per rendere 
visibili le nuove scoperte, specialmente delle pitture che ritornano alla luce in qu^ti 
giorni. 

Non si debbono pertanto dimenticare altri eccellenti risultati ottenuti dalla diligenza 
di Monsignor Giuseppe Wilpert nel cimitero dei ss. Pietro e Marcellino. Perchè in occa- 
sione del Congresso la Commissione ha portato anche i lavori in quella necropoli e 
le speranze del lodato monsignore ebbero felice coronamento. Quattro cubiculi, insigni 
e nuovi nella Boma sotterranea per la specialit^i delle pitture decorative, hanno veduto 
la luce. Cosi ancora i grandiosi lavori che si eseguiscono in s. Nicomede, su la via Nomen- 
tana, per ritrovare memorie storiche di quel cimitero, se la stagione piovosa ne con- 
sentirà il compimento, riusciranno per i dotti delle cristiane antichità una gradita sor- 
presa. 

Mons. Pietro Cbostarosi. 



I SIGILLI DOLIARI NELLE BASILICHE CRISTIANE 



Nuove osservazioni. 

Una serie assai complessa di ragioni che per disteso esposi in nn mio artìcolo 
pubblicato nel Nuovo BulleUino di Archeologia Cristiana \ mi persuadeva nel 1896 
a imprendere una ricerea sistematica dei sigilli doliari sulle tegole dei tetti delle 
basiliche di Roma. Bitorno snlFargomento nel desiderio che tali ricerche vengano 
estese al difnori di Boma, ovunque sono basìliche antiche o medievali. 

Innanzi tutto mi interessava che coloro i quali hanno Tamministraaione di quelli 
e di altri antichi edifici, conosciuto il pregio di uno dei rami pia importanti della 
epigrafia, impedissero in ogni modo la distruzione e la dispersione dei vecchi mate- 
riali, spesso cosi preziosi per la storia. Di più, con le mie ricerche io voleva prestare 
una modesta eooperazione all'aumento delle grandi raccolte epigrafiche, che il eh. Dressel 
riunisce in un unico, colossale inventario nel volume XV del Corpus inscriptionum 
latinarum, stimando conveniente che anche l'areheologia cristiana stendesse una mano 
a quella classica; e, oltre a ciò, io era sicuro di poter ritrarre dallo studio metodico 
dei bolli dollari qualche dato che valesse a chiarire la storia delle singole basiliche, 
nei più antichi periodi della loro esistenza. 

Né le mie speranze andarono deluse; che anzi, oltre il ritrovamento di inedite ed 
importantissime inscrizioni, oltre aver interessato i cultori di tali studi a un tal genere 
di particolari ricerche feconde di risultati, dei quali è sempre assai difficile prevedere 
la portata, oltre aver potuto illustrare un passo assai importante della vita di Damaso 
e della storia della basilica di s. Maria Maggiore con la scoperta di un solo sigillo 
doliare, l'analisi ulteriore ha manifestato sulle figuline che furono in Boma in cosi 
^ran numero alcuni fatti generali che servono a stabilire meglio i canoni della epi- 
grafia doliare, anche dopo quel tanto che ne hanno scrìtto il Marini, il Borghesi, il 
Descemet, il de Bossi, il Dressel e moltissimi altri. 

Mi guarderò bene dal ripetere quanto tutti costoro hanno detto e comincierò col 
notare che la produzione figulina, secondo quanto anche Plinio asserisce, è assai 
antica nella stona dei popoli. 

Cosi è ragionevole ritenere che essa non sia stata estranea alle più vetuste costru* 
zìoni di Boma. È vero che di quell'epoca si conoscono solo grandiosi avanzi della cosi 
detta opera quadrata, usata nei pubblici edifici e nelle grandi fabbriche, ma come non 
sospettare che le reliquie di quella primitiva arte figulina non sono pervenute a noi 
per l'assidua e demolitrice opera del tempo, per i numerosi incendi di Boma, per le 
devastazioni successive e per la costante e progressiva elevazione del suolo della città, 
dovuta anche ad un innalzamento del livello del Tevere? 

Non sembri vana speranza la mia, se afFermo che uno scavo regolare nel Trastevere 
e nel Campo di Marte ci darebbe, su questo argomento, le più interessanti scoperte. 

Si sente ripetere assai spesso che Augusto, avendo trovato Boma costruita di tufo 
e di laterizi, la lasciò splendente e ricca di marmi, e pure delle opere precedenti assai 

* Ann. II, 1896, p. 52-89. 



138 MONS. PIETRO GR08TAB0SA 



poco ci rimane. Per ciò vorremo dire che ai tempi repubblicani mancassero in Roma 
grandi e nobilissimi palazzi? 

Gli scavi che presentemente si conducono nella chiesa di s. Cecilia in Trastevere, 
come hanno confermato la mia opinione snlla origine delle basiliche cristiane — che io 
ritrovai nella casa romana di famiglia consolare — cosi, alcune costruzioni quivi venute 
alla luce, mi sembra possano indicarci la struttura dell'opera laterizia dei tempi repub- 
blicani. Sicché ora son di parere che i muri di questa epoca nella loro costruzione sienr» 
identici a quelli dell'età imperiale, presentando lo stesso paramento di mattoni triango- 
lari di cm. 20 e l'interna imbottitura a sacco; e che se ne differenziano per la qualità 
forma dei laterizi impiegati, perchè mentre i mattoni de' tempi imperiali sono puliti 
e lisciati da tatti e due i piani, questi sono cosi rifiniti da una parte sola ed hanno 
Taltra superficie irregolare e serbante ancora le traccio della scabrosità del terreno, 
su cui andò poggiata quando era ancora molle l'argilla. 

Di più i prodotti delle figuline di quei lontani tempi non presentano le laiigbe 
inscrizioni dei laterizi dell'impero, ma i loro bolli sono anelli più o meno grandi o 
rettangoli ornati di qualche foglia, sono semplici contrassegni di fabbrica. Il nome del 
proprietario o del conduttore dell'officina e quello del figulo appariscono assai rara- 
mente, e in molte centinaia di mattoni che ho avuto agio di osservare, mi è avvenuta 
di riscontrare un solo Marcttó, Di più, sebbene anche nell'epoca repubblicana la mas- 
sima parte delle figuline appartenessero al fisco, soltanto all'epoca imperiale questa 
proprietà viene indicata nella leggenda dei diversi mattoni. 

Il Dressel, nella prefazione al XV volume del Corpus imcriptionum laUnarum. 
stabilisce i canoni fondamentali dell'epigrafia dollaro e nota come le iscrìsioDi più 
antiche si distinguano in un modo assoluto per la loro laconicità. Aggiungeremo che 
al principio del secondo secolo dell'era volgare invalse l'uso di nominare nei sigilli 
dei mattoni e delle tegole i consoli in carica, e ohe quest'uso, seguito masaimamente 
fra* gli anni 120 e 145 circa, a mano a mano si venne facendo più raro, fino a che 
dopo il quarto secolo non sembra ricomparire più affatto. 



« 



Fra i sigilli più rari, rinvenuti sui tetti delle basiliche, mi piace di rammentare 
qui quello di Cassio che ben 66 volte ricomparisce su le tegole di s. Maria Maggiore. 
Per intendere tutto il valore delle conclusioni che dalla frequenza di quel bollo io 
trassi, converrà aver presente che le tegole antiche esistenti sul tetto di quella basilica 
sono 6,374 e che in origine dovettero essere circa 14,000. Ma siccome delle 6,374 super- 
stiti solo 275 hanno il sigillo, ne viene di conseguenza che se ne ha una bollata per 
ogni 23, che non lo sono. Le ragioni di questo fatto furono da me esposte a suo tempo, 
comunque applicando ora quelle cifre e quelle proporzioni al caso di Cassio, risulta 
che oltre tremila tegole dovettero uscire da quell'officina, cioè che poco meno dells 
quarta parte del tetto anticamente fu ricoperta con embrici della fabbrica di Cassio. 
Nell'articolo che pubblicai nel Nuovo BulleUino di Archeologia cristiana dichiarai quale 
fosse il grado di attendibilità di questi calcoli, ora mi preme di far rilevare come il 
sigillo di Cassio riapparisca sul tetto della chiesa di s. Croce in Gerusalemme, che 
sarà l'oggetto di un'altra imminente mia pubblicazione ^ 

Tornando a s. Maria Maggiore e messa da parte l'idea di una origine siriaca della 
tegola di Cassio, come dimostrai ^ accettai dal de Bossi l'interpretazione delle tre sigle 
X M r che il grande maestro aveva data. Perchè, se esse furono assai usate nell'antica 
epigrafia della Siria, qual meraviglia che nel secolo IV si ripetesse o si escogitasse 

» Nuaoo BulUtU di Arch. Crùt, 1901, p. 119-144, 291-94. 
* Nuoro Bulìett, di Arch. Crisi., 1896, p. 80 e segg. 



I SIGILLI DOLIARI NELLE BASILICHE CRISTIANE 139 



in Soma una forinola che era colà usata? Tanto più che neirnso per il tetto di 
s. Maria Maggiore di tegole munite dell'acclamazione a Cristo e ai suoi arcangeli a 
me sembra di intravedere qualche cosa di più del semplice arbitrio di an fignlo, forse 
di origine orientale. Trasportate a fioroa da lontani paesi in cui al principio del 
secolo II fnrono nsate per combattere l'eresia degli gnostici, le misteriose sigle diven- 
nero nna semplice formola deprecatoria e propiziatoria; e con esse si volle forse implo- 
rare l'intervento di Cristo e degli arcangeli a custodia di nna cosa sommamente cara. 
Ma, poiché sul tetto di s. Maria Maggiore non compariscono i prodotti della oflScina 
Claudiana che pure nel secolo IV — epoca del sigillo di Cassio — forni Boma e i 
dintorni delle sue tegole, e conviene perciò pensare che gli embrici della fornace di 
Cassio fnrono commessi a una sola figulina per una grande riparazione da eseguirsi 
sa la navata grande e su le navatelle, sorge spontanea la domanda : chi fu l'ordinatore 
delle tegole, e in quale occasione furono condotti i risarcimenti, di cui è rimasto cosi 
evidente indizio? 

Il Liber poniificalÌ8\ nella vita del papa Liberio riferisce che hic fedi basilicam 
nomini suo iuxia macellum Liviae. II macello si estendeva precisamente dinanzi alla 
basilica di s. Maria Maggiore; e io mi riferisco a quanto scrissi nel Nuovo Buìlettino per 
provare che Liberio non fece che convertire in edificio sacro nna basilica privata preesi- 
stente. Aggiungendo a questa basilica un'abside, egli molto verosimilmente nulla toccò 
dell'antico e primitivo tetto; e dalla dedica di Liberio fino alla morte di Bonifacio IV (615) 
non si ha nessun riscontro storico che possa aver dato luogo a un considerevole risar- 
cimento del tetto medesimo. Solo l'elezione di Damalo potè porgere occasione a restauri 
grandiosi di quella parte dell'edificio. Poiché noi da Ammiano Marcellino, da s. Girolamo, 
da Bufino e dal decreto di Valentiniano {uhi reddtiur basilica Sicinini) sappiamo come 
Ih fazione di Ursino o IJrsicino, opponendosi alla elezione di Damaso, occupò la basi- 
lica Liberiana. I partigiani di Damaso, reso vano ogni altro tentativo, salirono sul tetto 
e su gli avversari rinchiusi cominciarono a scagliare numerose tegole, fino a che non 
bì arresero. Se, come ho detto, nessnn altro fatto ci è narrato dalla storia che possa 
giustificare il grande restauro del tetto, convien dire che questa e non altra sia l'orìgine 
del sigillo di Cassio, tanto spesso ripetuto sulle tegole del tetto di s. Maria Maggiore. 
E questo grande risarcimento è il primo dei tanti lavori che furono ordinati nelle 
basiliche di Boma da Damaso, il quale commosso dal triste fatto avvenuto per la 
sua elezione e giustamente preoccupato dinanzi alla propria coscienza e dinanzi a 
Dio, si diede con ogni sollecitudine a procacciarsi intercessori col promuovere il culto 
dei martiri, e anche nel restauro del tetto pose una preghiera, una invocazione, per 
implorare che mai più tali scene si ripetessero. 



♦ * ♦ 



Ma oltre locali testimonianze storiche, ho detto in principio che l'analisi dei sigilli 
dollari mi ha permesso di stabilire fatti generali riguardo all'esercizio delle figuline. 
Non voglio ripetere ciò che ho detto né intendo di anticipare ciò che sarà oggetto di 
prossimi lavori. Mi basta per il momento accennare che, rivolta l'attenzione su i sigilli 
provenienti dalle figuline dei Cesari o dalle fornaci provenienti dai predii imperiali, 
dalle indicazioni di località esistenti nei bolli stessi e dal confronto delle testimo- 
nianze storiche con l'analisi geologica dei luoghi, mi fu dato di dedurre che i figuli 
dovettero servirsi per la fabbricazione dei loro prodotti essenzialmente di quel banco 
d'argilla di formazione terziaria che è nel colle Vaticano, in prossimità del monte Mario 
e del Gianicolo, e che si inalza per ottanta metri sul livello del mare, e scende e 

1 Ed. Duchesne, I, p. 208. 



140 MONS. PIETRO GROSTAROSA 



termina snll'attuale snolo della Farnesina da nna parte e sotto il Gianicolo dall'altra, 
per nna estensione dì oltre cinque chilometri. 

Infatti, a tacere di un passo di Marziale \ di ambigna interpretazione, noi tro- 
viamo che lo stesso poeta in un altro luogo rammenta i vasi vaticani con questo 
distico : 

Quid te, Tucca^ iuvat vetulo miscere FoUerno 
In Vaticanis condita musta cadis? 

Che anche Giovenale parla dei piatti vaticani: 

Simpuvium ridere NumaCf nigrumque caiinum 
Et vaticano fragiles de monte paiéHas, 

e che un passo di Plinio ricorda un gran piatto, chiamato scudo, fatto costroìre da 
Vitellio in apposita fornace dei campi vaticani. Di più, tutti sanno che anche nel 
Corpus sono notati sigilli, i quali accennano per ragioni speciali a quella località e 
hanno l'indicazione delle vie Anrelia e Trionfale e delle figuline subortane, cosi chia- 
mate dai sovrastanti orti di Domizia. 

Poiché non mi è dato di trattenermi più a lungo sull'argomento, conchinderò con 
un'ultima osservazione. 

£ cosa notoria che nei diversi tempi, insieme con gli altri elementi paleogra- 
fici, varia la forma dei diversi sigilli. Vorbicnhitn, da principio grandissimo, a mano 
a mano tende a impiccolirsi, fino a che nei sigilli posteriori a Diocleziano scomparisce 
del tutto. Per tal modo i bolli, prima di forma lunata, a poco a poco diventano com- 
pletamente circolari. Ma fra i sigilli del tetto della chiesa di s. Martino ai Monti io 
rinvenni un esemplare interamente sconosciuto che per la forma delle lettere, per la 
formula epigrafica e per l'uso della croce, deve in ogni modo riferirsi al quinto o al 
sesto secolo, e pure ha la forma sottile della falce, così usata nel secolo I. Un esempio 
isolato non può fornire certo argomento a considerazioni generali, ma ravvicinato il 
nostro campione ad altre varietà della medesima epoca esistenti nel Corpus^ foggiate 
a spicchio di luna o all'antichissima maniera bustrofeda, ne abbiamo potuto inferire 
che verso il secolo V o il VI si venne manifestando una certa tendenza a imitare 
forme più vecchie, come il ritorno di una moda di altri tempi. Quale sia stata la 
portata di questo movimento non è lecito per ora dire; certo esso fu, per quanto appa- 
risca in forma modesta, uno di quelli isolati tentativi di rinascenza che poi, dnraute 
tutto il medio evo, proseguirono la tradizione dell'antichità. 



Continuando le ricerche ed estendendole ai tetti di tutte le basiliche di Roma non 
dubito che altri buoni risultati se ne avrammo, ma perchè la povera e modesta opera 
mia divenga davvero feconda di bene, io mi auguro che gli uffici regionali di anti- 
chità, anche fuori di Roma, facciano condurre le ricerche iniziate da me con qualche 
fortuna. 

Che questo ihio desiderio sia per tradursi in atto, ne fa fede una lettera deirono- 
revole ministro della pubblica istruzione; ad ogni modo io chiedo che questo mio voto 
sia formalmente unito agli altri che saranno formulati dal Congresso. 

Mons. Pietro Crostarosa. 



' Mart., Epigr., XII, 48. 



EVOLUZIONE DEL CRISTIANESIMO 
NELLA CAMPAGNA ROMANA 



In ogni opera, che tratta di antichità e di storia del cristianesimo, pnò trovarsi 
qnalche notizia e qualche osservazione intorno al snccedersi del cristianesimo al poli- 
teismo nella città e nelle campagne. Non è pertanto dalla snccessione in genere di 
qaesto culto al paganesimo, che io intendo trattare; ma soltanto esporre uno schema 
e qnalche saggio di un lavoro speciale sui criterii e sulle ragioni, onde i cristiani 
s'informarono, nel sostitnire i monumenti del proprio culto a quelli deirautieo, soltanto 
nella campagna di Roma. 

La campagna offiiva una singolare difficoltà alla diffusione del cristianesimo, per 
la ignoranza e tenacità degli abitanti, e per la connessione strettissima del politeismo 
con la difesa della proprietà, cito p. e. il dio Termine, e con la protezione e fortuna 
dei raccolti. 

Era meno difficile il riempire un vuoto nella mente del volgo urbano, surrogando 
nn eroe mitico con un soldato martire, di quello che un'ara compitalicia destinata alla 
invocazione delle divinità protettrici della vendemmia e delPagricoltura. Quali pertanto, 
fossero i criterii dei cristiani su tal proposito, soltanto nei limiti della regione romana, 
non si è sistematicamente indagato, ed io propongo uno schema di questo lavoro col 
metodo che mi sembra opportuno. 

In primo luogo vorrei che si muovesse da una breve epilogazione delle divinità 
rustiche incominciando da quelle di indole cosmogoni (*a e meteorica. Queste in genere 
erano venerate sulle alture, come V Apollo a^s;:/.a>co; e la sua sorella Diana, tanto 
come luna, quanto come protettrice della caccia. Quindi si procedesse alle divinità 
campestri da Dionisio al dio Termine, e finalmente si notassero le semi-divinità dei 
Fauni, delle acque o ninfe, dei Semoni e dei geni della campagna. 

Dopo ciò, si dovrebbe ricercare, con ordine, che possibilmente corrispondesse con 
quello tenuto per le divinità pagane, quali ganti del culto cristiano rappresentavano, 
nel sentimento religioso popolare, la protezione e l'assistenza dei credenti nell'idea 
analoga o talvolta identica. Finalmente si dovrebbero annoverare gli esempi di tale 
trasformazione nei culti locali dei monti, della campagna, dei borghi, dei Comuni 
limitrofi, con la scorta delle memorie monumentali; agiografiche, onomastiche e diplo* 
matiche fino al medio evo; notando alcune eccezioni dovute a ragioni d'indole locale. 

Non ho motivo di dimostrare a colleghi forniti di profonda dottrina la importanza 
e la felicità di questo tema. In esso noi rinveniamo la dimostrazione del zelo inge- 
gnoso dei cristiani, della natura degli abitanti della nostra regione e della origine e 
storia di molti luoghi e di molti santuari. 

Ora non mi resta che arrecare qualche saggio di queste comparazioni, che servirà 
ad attrarre la volontà di qualche giovane erudito verso questo ragguardevole argo- 
mento. 



142 G. tOMASSETTI 



* * 



Incomincio col far rilevare alcnne di quelle eccezioni d'indole locale, che ho sopra 
accennato, e delle quali dovrebbe tenersi conto, perchè superiori a quelle d'indole mera- 
mente religiosa. Debbono pertanto eseludersi dallo studio le chiese suburbane cimiteriali, 
perchè dovute al sepolcro od al luogo del martirio di un cristiano. Niuno certamente 
potrebbe spiegare la relazione della celebre Domitilla con le memorie pagane della 
via Àrdeatina, né quella di Valentino con le superstizioni della via Flaminia, né quella 
del pontefice Alessandro I sulla via Nomentana ed altre. Cosi non debbono cadere sotto 
questa analisi le chiese erette dai n.onaci nei fondi devoluti ad essi per donazione, 
perchè d'ordinario furono dedicate in onore o del fondatore, come per esempio s. Basili<» 
sulla via Nomentana, o furono intitolate dalla stessa chiesa urbana del monastero, come 
s^ Croce in Gerusalemme nel territorio tuscolano e quella di s. Paolo nel territorin 
Collinense, s." Maria Nuova sull'Appia e tante altre. Ridotta cosi la trattazione nei 
limiti logici del programma, registrerò alcune di quelle chiese che formano nn rero 
esempio storico relativo. 

Bicordo il culto di s,"" Marina in Ardea e in sj" Marinella sull'Aurelia come 
s." Marina di Salerno. La ingegnosa sostituzione di questa verginella, che visse vestita 
con abiti virili, alla Giunone Argiva, ideata forse dai monaci benedettini e aiutata 
dal nome marittimo di essa, è degna di studio, come lo sono i suoi atti, che si con- 
servano in un codice (B, B, Vili) del monastero di Grottaferrata. 

Inoltre noterò la sostituzione di s. Silvestro, più per la qualità del suo nome, che 
per le sue memorie biografiche, ad Apollo ovvero a Diana protettori delle selve sulle 
cime dei monti selvosi, come sull'alto del monte Soratte, sull'alto del monte Artemisio, 
sul monte Yulturella, sull'alto del monte Compatri ed altrove; come s. Silvestro in 
Sabina e in Abruzzo. 

Noterò la dedicazione delle cime, fulgurate, a s. Michele Arcangelo, e posso provare 
che questo culto fu bizantino, accettato con entusiasmo dai Longobardi, i duchi dei 
quali giuravano per s. Michele nella formola della loro investitura; che il s. Michele 
di Sutri fu monumento longobardo della apparizione del monte Gargano; che la prima 
chiesa in Boma fu sul palazzetto Vaticano di Nerone, al quale e non al castel s. Angelo 
spettano le memorie più antiche: e che 30 Comuni d'Italia portano il nome di s. Michele, 
e che le cuspidi delle torri e dei campanili erano dedicate a questo santo. 

Noterò la surrogazione di s. Giorgio come santo purificatore da mostri, al culto 
pagano dei serpenti; nella campagna latina sovrapposto alle Serpentare di Ginn<»ne 
Lanuvina detta pure curtis Draconis^ e nella tenuta di Maccarese stabilito nella tnlla 
s. Georgii importazione dei Normanni. 

Ometto per brevità le analogie monastiche che si offrivano come omogenee alla 
mente del popolo. Talvolta il culto di s. Leone sostituiva il semi-feticismo cosmogonico 
di Mitra leontocefalo-, il culto di s. Ippolito si collocava assai bene nell'isola sacra al 
posto deìVaedes Castorum, etc. 1 termini poi dei territorii pubblici o comunali venivano 
trasformati in edicole consacrate per lo più alla Vergine col divino Infante, come la 
imagine più sacra dell'intiero ciclo agiografico cristiano. Io tengo che le edicole com- 
pitali, che avevano un significato di termine sacro, sieno state tutte trasformate in 
cappelle dedicate alla Vergine, come guarentigia di inviolabilità, poiché la dedicazione 
a santi di culto locale sarebbe stata esposta a minore riguardo. Queste sono le nume- 
rose cane, così vengono tuttora chiamate dal volgo rustico, con parola greca che ricorda 
l'appellazione primitiva. 



EVOLUZIONE DEL CBISTIANESIMO NELLA CAMPAONA ROMANA 148 



E tra queste voglio chiamare ratienzione degli studiosi sopra una, che non vedo 
sìa stata mai descritta; ed è la cona di Nettuno. Si trova sulla strada di S. Maria, 
ad un chilometro incirca dal paese. Conserva soltanto le pitture nella grossezza dell'arco, 
perchè il fondo è scomparso intieramente. Nel lato destro del pilastro è rappresentata 
la Tergine col santo bambino, a sinistra un santo imberbe. Ài disopra si veggono 
quattro piccoli medaglioni con i simboli degli Evangelisti, e con motti relativi, uno 
dei quali d'incerta lezione (fui ante vos ?) Le pitture sembrano del secolo XIII, ma 
sono state guaste non meno dal tempo che da pessima ritoccatura. 



G. Tom ASSETTI. 



LE FONTI DI ARCHEOLOGIA CRISTIANA 
IN CAMPANIA FELICE 



Ninno ignora quanti sieno i monumenti che la nostra fertile regione della Cam- 
pania Felice presenta nel vasto campo della scienza archeologica cristiana; e quanta 
ne sia l'importanza. Questi monumenti, se si considerano in rapporto alle memorie 
locali, sono certamente degni dello studio dei dotti ; se poi si considerano in relazione 
a tutta la scienza archeologica, non solamente se ne dovrà confessare la importanza, 
ma la necessità di conoscerli, conservarli, illustrarli, pel grande contributo che le 
portano. 

Capua, Napoli, Nola e Pojssìwliy per omettere tante altre non meno cospicue città 
e chiese Campane, conservano ad onta di mille vandaliche invasioni, tanta ricchezza 
di cristiane antichità, che, dopo Boma, potrà ritrovarsi altra città che con esse gareggi, 
ma non certamente altra che le superi. 

Napoli con le sue catacombe e Nola con le sue basiliche somministrano copiose 
fonti per lo studio della cristiana archeologia; Capua e Pozzuoli, sebbene abbiano 
subite maggiori fasi di devastazione, pure Tuna come metropoli civile, l'altra come 
emporio di navigazione e commercio, aprirono largamente il varco allo svolgimento 
del cristianesimo nei primi secoli. Certamente Capua e Pozzuoli nascondono ancora 
grandi tesori della nostra scienza. 11 sommo e comune maestro Giovanni Battista de Bossi 
accennava in Capua tre precipui fonti per la sacra archeologia; cioè il cemetero di 
s. Agostino (diverso dal Dottore d'Ippona), il quale profugo dalPAfifrica venne in Capua; 
ed il cemetero di s. Prisco protovescovo capuano, donde vennero fuori numerose iscri- 
zioni del quarto, quinto e sesto secolo, ed anche anteriori; ed un terzo centro di tombe 
cristiane dei primi secoli a S. Vincenzo al Volturno. Quando a questa triplice via si 
aprirà il varco, la vecchia Capua cristiana ritroverà un compenso al suo dolore pel 
sacrilego massacro fatto dei famosi musaici di s. Prisco. 

E l'antica Dicearchia, la famosa Puteoli, che Stazio chiamava littora hospita mundi, 
che pel suo porto e pel suo anfiteatro emulava la gran Boma, e con Uoraa divide, 
sola in tanta gloria, tra tutte le città di Occidente, la incontrastabile origine della sua 
fede cristiana per mezzo d'ambedue i Principi degli Apostoli s. Pietro e s. Paolo, quando 
ci avrà finalmente rivelato il luogo, ove tuttora si nasconde il suo cemetero cristiano, 
ove si giacquero i martiri Procolo, Prosdoco e Nicea, allora Pozzuoli potrà nuovamente 
appellarsi con maggior dritto la Parva Boma. 

E la mia Napoli con le sue catacombe quanta luce non apporta alle arti cristiane, 
specialmente per l'architettura sacra cemeteriale dei primi secoli! Per lo studio dei 
sacri monumenti basta certamente la sola Boma; ma se dopo Boma, ogni illustre città 
vorrà gloriarsi di avere una insigne catacomba, Napoli potrà contendersene il primato. 
La catacomba di s. Gennaro, se deplora lo sperpero della sua epigrafia, e la mina 
di tante pitture e musaici, presenta però nella rete cemeteriale, che si dirama nelle 
viscere degli antichi colli Aminei, oggi Capodimonte, tale un lavoro architettonico dei 
primi secoli cristiani, che pochi riscontri potranno ritrovarsene altrove. 

10 



146 MONS. GENNARO ASPRENO GALANTE 



La storia poi della pittura cemeteriale ritrova nelle catacombe napolitane nn periodo 
certamente tra i più vasti, a cominciare o dalla fine del secondo secolo, o certamente 
dai principii del terzo fino a tutto il decimo e anche oltre. E per quanto sia grave la per- 
dita dei nostri musaici cemeteriali, per tanto rendono incontrastabile testimonianza della 
classica scuola del musaico cristiano in Napoli quelli del battistero di s. Giovanni 
in Fonte nella basilica di s.' Bestituta, i quali mostrano il merito di quella nostra 
scuola napolitana del disegno, da non cedere ai classici lavori di Roma e di Pompei. 
E se l'abside Severiana è oggi nuda dei musaici del nostro •Vescovo s. Severo, pnre 
pei ruderi del suo matroneo, meritò che il de Bossi, venuto di proposito in Napoli a 
visitarla, ne dichiarasse la rara ed altissima importanza. Cosi avessimo ancora le arenate 
tombe che il Vescovo s. Giovanni lo Scriba fece ai suoi antecessori, avremmo la più 
bella testimonianza del nostro Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, del quale però, 
in compenso, siamo lieti aver ritrovato nelle nostre catacombe nn insigne documento 
nelle poche superstiti tracce del Catalogo figurato dei primi Vescovi napolitani. 

Le fonti poi che somministra Nola alla cristiana archeologia non emanano sola- 
mente dai monumenti, ma dalla voce medesima di S. Paolino. La Chiesa di Nola, dice 
il de Rossi nel suo BuUettino del 1876, ha la rara prerogativa di possedere nei monu- 
menti del cemetero di s. Felice una copiosa serie di avelli ed epitaffi dei suoi Vescovi, 
È cosi celebre il cemetero Nolano, che il paese che vi surse intorno ne porta ancora 
il nome e da esso si appella Cimitile. Nola con le sue basiliche di s. Felice ci presenta 
uno dei più belli monumenti e preziosi esempi della basilicografia cristiana. La cripta 
del martire, che fu la basilica minor poscia annessa alla basilica maior, l'abside trìcora, 
le are votive, i sarcofagi, le tombe arcuate, il battistero, le transenne, i plutei, quanto 
insomma si riferisce al tempio cristiano ivi ancora si ritrova. Quello però che dichiara 
la chiesa Nolana regina tra le Chiese sorelle in Campania Felice, si è la voce che tntt4)ra 
risuona di Ponzio Meropio Paolino, e dal suo Epistolario e dai suoi Carmi. 

Le opere di s. Paolino di Nola, o chiarissimi Signori, sono una fonte ricchissima 
di sacra archeologia, ed un vero prontuario di antichità Christiane. Quelle epistole che 
ei scrìveva ai più insigni uomini del suo secolo, come a s. Agostino, a s. Girolamo, 
al suo Sulpizio Severo, a s. Delfino di Bordeaux, a s. Vittricio di Bonen, a s. Alipio, 
a s. Apro; quella relazione con l'Episcopato di Francia e di Affrica, e co' senatori e 
patrizi, patrizio e senatore ei stesso; quella vasta cognizione degli antichi classici, e 
quel genio poetico, che lo rese superiore al medesimo suo maestro Ausonio, e tra i 
poeti cristiani gli fa contendere il primato a Prudenzio, che non esiterebbe a cedergli 
la palma; le fasi medesime della sua vita rendono i suoi scritti una miniera inesau- 
ribile di sacra erudizione. I suoi carmi, e specialmente i Natali, che tutti gli anni 
componeva nella festa del suo Dominaedius, il megalomartire s. Felice in Pincis, sono 
un testo, una vera istituzione di archeologia cristiana. 

A cominciare dal linguaggio e dal simbolismo di quella disciplina dell'arcano, 
che, sebbene nel secolo quinto ormai già declinasse, pure ritrova in Paolino tutta quanta 
la forza dell'espressione doromatica, fino alla descrizione della basilica e delle singole 
sue parti, s. Paolino è maestro e duce. L'i/Su:, il pisciculus, di cui parla a s. Delfino, 
il piscis aquae vivae che ricorda a s. Pammachio, il pastor che descrive al suo Severo, 
le columbae che accenna al medesimo super codeste lignum, il monogramma che delinea 
nel Natale XIX, sono chiari argomenti del suo molteplice linguaggio simbolico; 
basta solo ricordare la mirabile descrizione che ei fa dell'abside della nolana basilica 
di s. Felice, che è un vero compendio del ciclo teologico dei misteri cristiani espressi 
sotto le arcane forme del simbolismo; che comincia: 

pieno coruscat Trinitas mysterio. 

Così nel descrivere i riti e la sacra supellettile, nel determinare i crìterii della 
pittura cristiana, nel comporre epigrafi metriche, nel dare norme di vita monastica, 



LE FONTI DI ABCHEOLOGIA CRISTIANA IN CAMPANIA FELICE 147 



fornisce sempre copiosi docmnenti nelle sue opere, non ancora abbastanza studiate. 
La basilica cristiana poi non pnò essere meglio studiata che nell'epistola a Severo, 
in cui descrÌTe le due basiliche da lui erette in onore del suo s. Felice a Nola e a 
Fondi; e nel Natale Feliciano diretto a s. Niceta apostolo della Dacia, venuto ben 
due volte a Nola, per visitare Paolino e venerare s. Felice. Quella epistola e quel 
carme sono un vero trattato della basilicografia cristiana, a cominciare dalla cella o 
memoria martyris fino alla pittura decorativa degli atrii del tempio. 

Signori, da Alessio Simmaco Mazzocchi, che l'Accademia di Francia salutava 
toiittó Europae litterariae miraculum, fino a Giovanni Scherillo, di cui il de Bossi 
scriveva che sparse in Napoli a larga mano il buon seme di scienza archeologica sacra, 
non venne mai meno una scuola di archeologia cristiana in Campania Felice; e se si 
consente a questa scuola che col saluto che porge a questo illustre Congresso, presenti 
pure un suo voto, io non saprei meglio esprimerlo, o chiarissimi Signori, che con le 
parole deiramico dì s. Paolino, il grande Agostino: Vade in Campaniam, disce Paulinum. 



Mons. Gennaro Aspreno Galante. 



EL SEPULCRO DE SEVERINA 
MOSAICO DESCUmEHTO EN DENIA (ESPANA) 



Eotre mochofl iepnlcros de la antì^edad romana, mezclados con otroa mahome' 
tanoB, se deseiibrìó en la necrópolis dianenee nno indndableniente cristiano. El mosaico 
qoe lo CDbrìa estaba fìjado sobre lae ^andee piedras que cerraban el cadàver por 
todas partea. Sas dimensiones bod 2'',\2.y.0~,85. El sitìo de està necrópolis estA al 
Norte de la moderna cindad, inmediato al mar, y debajo del promontorio sobre el 
qoe estaba la acrópolis y el tempio de Diana, qne, segùn Gatralnm, dio nnmbre l'i la 
antigna Dianinm, fiindacìón de griegos foceoBes. 

Hizoae el descubrìmìeDto de eate sepnlcro n mi preseucia en 1878. GonaérTaae el 
moeaico en a&a casa inmediata al sitio donde fué encontrado, despnés de restanrado 
ea la forma que aparece en el adjnnto dibujn, en el cnal nna linea separa los con- 
tornos de lo primitivo. Las teasellae, con qne se completi^ el dibnjo, soo también anti- 
gaas, eacoutradas ali! mismo. Sns colores solo son el bianco y e) negro. 



El malogrado Jnan B. de Bossi, que viti una fotografia de este mosaico, dii'j su opi- 
nion en los sìgnientes terminos: L'inscrizione in musaico sembra una delìi' più anti- 
che tra le cristiane della Spagna; forse / del secolo quarto. Al anticnario de la Keal 
Academia de la Historia, de Madrid, Don Aureliano Fernandez Guerra le parecia que 
ei canicter de la letra denotaba faese acaso anterior j'i Constantiuo. Al restaurar la 
inscripción solo me cabia dnda en el ren^lón euarto, y piise, DECESSI!, y no RECES- 
SIT. por ser aqnella la formula mas frequente en las inscrìpeiones cristianas de Espaiia. 
(V. Hlibner, Inscriptiones Hisp, Christ.). 



150 ROQUE CHABÀS 



Debió ser persona muy notable la cristiana Severìna, pues en la celebre Sctgun- 
ium (no lejos de Denia) se balla la ìnscripcìón signiente, que aun estropeada corno 
està nos revela la misma persona. (V. Hubner, Inscr. Hispan. Lai.y n^ 3,936). 

{L. AEmiliae) /SE V E R I N A E 
fil. ann. X X , X X 
et /S^EVERAE MATRI 

ann. L X X 

ex ^(?STAMENTO 

h. m. h. N. S. 

En la misma Denia aparece otra vez la memoria de Severìna en nna inscripción, 
pero sin formalas cristianas. Està registrada en el Corpus I. L. (Htlbner, n"" 3582). 
L, AEmilia Severina, hija de Lucio, consacra una memoria d Q. Cornelio Plàcido, omni- 
bus honoribus in republica sua funcio. De estas inficripciones parece deducirse que 
Severina sobrevivió à su marido, annque falleció bastante joven; y qne sn madre fué 
la que le mandò poner la lapida de Sagonto, en la que une su nombre al de sn hija. 

Resulta de todas maneras que nuestra Severina es una cristiana de los primeros 
siglos, y que perteneció a las clases superiores de aquella sociedad. Àcaso su con- 
versión siguió à la mnerte de su esposo. 

Annque es muy significativo en la inscripción, por la ortodoxia que senala, el 
baber anotado el dia del mes en qne falleció Severina, y no el Consulado ni la era, 
corno fué tan frecuente en Espana, y aun el consigliar la formula IN PACE; aan es 
mas extraordinarìo y dà mas importancia, en mi concepto, à este mosaico la colo- 
eación del tablero del compartimento centrai, bacia el cual llamo la atención de los 
arqneólogos. i Està revuelto al azar para representar el desorden causado por la 
muerte? dEs aquella la distribución de los escaques, que tenia normalmente el 
ludus latrunculorum A otro de la antigitedad, basta abora solo vistos representados 
de perfil ? 

Nótese que todo el tablero salió completo, menos el cuadrado de la tercera divi- 
sión centrai, que estaba destrozado, y en la restanración se puso comò negro. 

Este monumento de antigtledad cristiana creemos tiene mucha mayor importancia, 
per ser el ùnico qne en Europa se conoce de aquellas remotisimas edades. 

Sobre este y otros muchos monumentos de los ciuco primeros siglos estamos hace 
algùn tiempo trabajando, para ir senalando con datos fijos la aparición del cristia- 
nismo en la Peninsula Ibèrica. 

BoQUE Ghabas 
Canónigo de Valencia. 



DE QUIBUSDAM RECENTIBUS ANIMA DVERSIONIBUS 

IN OCTAVIVM MINUCII FELICIS 



Felix Bamorino, doctor lìtteris tradendis in athenaeo fiorentino, romano commen- 
tario Vox Urbis qui inscribitur, et in quo redigendo primas agere mihi commissum est, 
nonnullas animadversiones in Minncium Felicem communieavit, quas quidem, si tempus 
snppeditasset, conventui hnie nostro Christianarum antiqnitatnm in opuscnlo ex omni 
parte perfecto clarissimns vir obtulisset. Atqui, si doctornm conventibus, et privatis 
praecipne sessionibus, illud est etiam propositnm, ut in stndiorum specie et forma licet 
adnmbrata disceptationes instituantnr, Consilia ab sociomm sapientia exqnirantur ea- 
demque colligantur ut ad doctrinam universam omnia amice conspirent, Ramorini ani- 
madversiones in antiquissimum Ghristianum scriptorem ut robis qnam brevissime expo- 
nam, ncque inutile ncque ingratum fore confido. 



* * * 



Anteqnara vero de scriptoris aetate dicam, de operis eins adinventione panca snpra 
repetam. Ociavius buie operi titulus; forma dialogus, inter periucnndos libellos adnn- 
merandus, qui a romana antiquitate usque ad nos pervenerint. Nam in co Christianus 
quidam Octavins lannarius, et ethnicus, Caecilius Natalis, coram arbitro et iudice 
Minucio ita disputantes ìnducuntur, ut alter rationes, accnsationes, convicia exponat, 
quae iis temporibus in Ghristi fideles ingerì solebant; alter, argumentis undique colla- 
tìs, demonstret, novam Ghristi doctrinam multo praestantiorem esse, mnltoque magis 
virnm sapientem decere, quam veterem superstitionem. Qua in disputatione cnm res 
et sententiae lectoris attentionem maxime sibi conciliant, tum perqnam gratum ei est 
dicendi genus elegans, ornatum, nonnumquam etiam artificiosius perpolitum, in Tullii 
imitationem plernmque compositum, non tamen sine nativo quodam orationis lepore et 
venustate. 

Hoc opnsculum felici quodam casu per medii quod dicimus aevi saecula servatum 
est: in codicibus enim Arnobianis latebat, ita ut septem Arnobii adversus gentes librìs 
quasi liber octavus (manifesta qnidem erroris origine ex dialogi inscriptione) adhaere- 
seeret, ac tali modo Faustns Sabaens brixianus anno millesimo quingentesimo quadrage- 
simo tertio ex ilio codice male aneto, qui tamen unicus superest, in Parisiensi bibliotheca 
aaservatns (num. 1661) vulgaret, de Minucio ne vestigium qnidem odoratus. 

Quod si quaeratis quis primus Minncii Octavium ab Arnobii libris seiunxerit, repe- 
rietis in omnibus litterarnm latinarura historiis hnius rei laudem tribui Francisco Bai- 
duino franco-gallo, qui Minucii dialogum edidit Heidelbergae anno millesimo quingen- 
tesimo sexagesimo, seque inventorem aifìrmavit Lactantìi et Hieronymi auctoritate fretus. 

Attamen si editiones inspexeritis, quae secutae sunt, non videbitis Balduino de se 
testanti suffragari. Has igitnr coniecit Bamorinns, animadvertitque Fulvium Ursinum, 
cnius est altera Arnobii Minuciique editto romana, anno millesimo quingentesimo octa- 
gesimo tertio excusa, honorem rei tribuere Guilelmo Sirleto cardinali «qui... iamdiu 



152 lOSBPHUS FORNAfiI 



indicavit recitari a Lactantio Firmiano verba quaedam e Minncii Felicis Octavio, quae 
haberentar in octavo Arnobii libro». Neqae satis; nam Qererhartns Elmenhorstios, 
qui MiDucintii edidit anno millesimo sescentesìmo sexto, Hadrianom Inninm — qni 
vixit ab anno millesimo quingentesiroo decimo secando ad einsdem saecnli annnm 
septoagesimum quintum — principem restitutorem indicavit. 

Quid igitur? Procul dubio si honor Balduino debitus ob primam Minucìi ab Amo- 
bio seiuncti editionem nullomodo detrahendns est, non exinde colligitur falso Ursinum 
et Elmenhorstium de Sirleto cardinali et Hadriano lunio testatos esse, quornm ater- 
que, qua doctrina erat, poterat per se coniectura snspicari idem, qood prìmns ere- 
ditur vidisse Baldninus; praesertim quum lectorìbns panlo diligentioribns ea res nihil 
ferme difficilis esset ad coniectanduro. Oontra id igitur quod legitur in litterarnm 
historiis, illnd certum sit nobis non Baldninum primum Minucii Octavium ab Amobii 
libris separandum vidisse, sed per eadem tempora alios etiam doctos viros, vel in Batavia, 
vel in Italia idem coniicere potuisse. 






Sed ad Minncii aetatem procedamus, de qua haud satis constat inter viros doctos: 
quamquam enim orones consenti unt, eum inter primos fuisse christianos scriptores, qui 
latina lingua usi sint et Tertulliani fere aequalem, tamen iamdudnm quaestio est, ntrnm 
Minucii Ociavitis ante Tertulliani Apologeticuni compositus sit, an Apoloffeiicum ante 
Octavium, Quod si Lactantius in quinto Divinarum Instituiionum libro litteratos enu- 
merans, qui ante se verae sapientiae et religionis praeconium susceperant, Minucinm 
laudavit ante Tertullianum et Gyprìanum, at Hieronymus, non indiligens quidem tem- 
pornm investigator, in libro De viris illush'ibus et aliis opernm suorum locis Tertul- 
lianum ante Minucinm aperte collocare non dubitavit. Snnt autem qui de Lactantii 
ennmeratione iudicent, eam non ex temporum rationibus constitntam esse, sed eo ordine 
quo quisqne christianae Mei defensor ceteris praestare visus erat argumentorum 
pondere; quod quidem haud veri similem videtur, tamen sufficit ad testimonium Lactantii 
de aetate Minncii infirmandum. Ita factum est ut primi Octavii editores, velnt Bal- 
dninus, Folvius Ursinius, Wowerius (Basii. MDCIII) Elmenhorstins, Lactantii ordine 
neglecto, Hieronymiqne auctorìtati innixi, una voce Minucinm Tertulliano posteriorem 
aetate adfirmarent. Ante eos item Trithemins Spanheimensis in lib. De scriptorìbus 
ecclesiixsticis asseveraverat — nulli vero argumento innixus — sub temporibus Alexandri 
Severi imperatoris tioruisse heic Bomae Minucinm anno circiter a nato Ohristo duoen- 
tesimo et trigesimo. 

Primi, saeculo XVII, in contrariam sententiam iverunt Blondelius Dallaensque 
franco-galli et Dodwellus anglus; deinde Daniel Van Howen batavus (MDGGLXVI; et 
saeculo nostro ineunte, vir maxime auctoritatis B. Georgius Niebnhr. Adulfns vero Ebert 
primus hanc quaestionem vi ac ratione tractavit, qui, pluribus Minueiani Ociai^ii et 
Tertulliani Apologetici locis collatis, demonstrare sibi visus est ex Minucio Tertullianum 
pendere, ideoque Octavium ante annum centesimum nonagesimnm septimnm, quo 
Apologeticum, editum est, fuisse conscriptnm. Cui sententiae cum plerìque post Ebertum 
assentirentur non defnerunt qui in alia omnia transirent, aut Minucinm Tertulliano 
posteriorem arbitrari perse verantes, aut, aetatìs quaestione posthabita, ita rationeni 
quae intercedit inter eos explanantes, ut ntrumque dicerent ex tertio quodam fonte 
eas res hausisse quae sunt utrique communes. 

Haec altera opinio a Uuilelmo Hartelio vindobonensi primum prolata an. mille- 
simo octingentesimo sexagesimo nono, post a Friderico Wilhelmo rursus tritata, iam 
doctorum virorum consensu explosa est. 

Inter eos qui Minucinm Tertulliano posteriorem statuerunt adnumerandns est vir 
immensae et admirabilis eruditionis, Adulfus Harnack, cui multum debet prisca chri- 



DE QUIBUSDAM RECENTIBUS ANIMABVERSIONIBUS IN OCTAVJUM MINUCII FELICIS 153 



stianarnm litterarum hìstoria. Contra Eberti opinio fautorem doctam nuperrime invenìt, 
Ednardum Norden griphyswaldìensem, euius oposculum de hac re tribns circiter abbine 
annis in lueem editum est. 

Àt si qois diligenter Tertullìani Apologeiicum cum Octavio Minucii comparet, hic 
TTapaXXrAou:, ut aiaut, locos multo plores inveniet quam qui aut ab Eberto, ant a Nor- 
denio prolati sunt; tantum, ut qnin alter ab altero pendeat nemini in dubium cadere 
poBsit. Id uniee in controversia ponitur, uter prior scripserit alterique exemplar seri- 
bendi praebuerit. 

Hanc operam sibi assumpsit Bamorinus, et in duodecim capita divisit; tria vero 
tantum absolvit. Quorum in primo Apologetici proemium cum Ociavii capite vigesimo 
octavo comparatur; in secundo Tertulliani caput septimum, octavum nonumque atque 
Minucii trigesimum et trigesimum primum eonferuntur, saepe iisdem verbis espressa; 
in tertio denique Apologetici caput decimum cum Minucii vigesimo primo componitur. 

Ne longior evadam, satis mihi sit haec vobis, viri clarissimi, meminisse et indi- 
casse; id restata ut ipsi alias comparationes instituatis; quas enixe ex mea parte vos 
flagitat Baraorinus et Florentiae cum vestra sententia exspectat, amplissimas vobis gra- 
tias acturus, quemadmodum et ego refero prò humanitate vestra, qua me dicentem bue 
usqoe estis prosecnti. 

lOSEPHUS FOBNARI. 



NEUE TRAKTATE NOVATIANS. 



Unter dìeser Aufschrìft habe ich im Archiv f. latein. Lexikogr. XI (1900), S. 467 f. 
eine Miszelle verOffentlicht, in der ich anf eine Beihe starker, nmnOglich dnrch Znfall 
zn erklSlrender UebereinstimmaDgen zwischen den Schriften Novatians and einer 
klirzlich edierten Serie lateinischer Predigten aafmerksam machte. Wir verdanken die 
letzteren dem nm die Erforaehnng der altchristlichen Literatnr sehr verdienten Bector 
des Institnt catholiqne za Toulonse, Msgr. Pierre Batiffoh B. hat wiederholt in der 
Bey ne biblique Mitteilnngen ttber die *^ tractatus Orìgenisde libris ss. scriptorarnm ,, ge- 
macht, die er in einer Hs. von Orléans s. X (nnd spàter anch in einem Codex von 8t. Omer 
s. XII) anfzafinden das Glttck batte. In der Bevne bibl. V (1896), S. 434 ff. erstattete 
er den ersten orientierenden Beriebt, VI (1897), S. 5 ff. yer()ffentlìchte er ala Probe die 
Homilie ttber Daniel nnd den Àntichrist (in der alsbald anzuftthrenden Ausgabe Nr. 18, 
S. 191 ff.), VII (1898), S. 115 ff. wies er auf Uebereinstimmangen zwiscben Stellen der 
Traktate und einìgen von Achelis dem Hippolytos zugewiesenen Katenenfragmenten 
bin, VIII (1899), S. 337 ff. suehte er Bentitznng der Traktate in der dem 5. Jhdt. ange- 
horenden " altercatìo Simonis iudaei et Theophili christiani „ nachznweisen. Endlich, im 
•Tannar dieses Jahres, ist die Ausgabe der nenen Texte, bei der B. von einem jttngeren 
Gelehrten untersttttzt wnrde, erschienen, und dnrch die Freundlichkeit des glttcklichen 
Entdeckers sind mir die '* Tractatus Origenis de libris ss. scripturarum detexit et edidit 
Petrus Batiffol sociatis cnris Andreae Wilmart„ (Paris, Picard 1900, XXIV, 226 S., 8*) 
noch im n&mlichen Monat zugegangen. Ich bin ohne irgend we^ches Misstrauen gegen 
den von der Ueberlieferung gebotenen Verfassemamen an die Lekttìre gegangen, aber 
alsbald ist mein Glanbe an Origenes und den von Batiffol ermittelten Uebersetzer bez. 
Bearbeiter Victorinus von Pettau (Martyrer der diokletianischen Verfolgung) anf das 
stàrkste erschuttert worden. Die Traktate sind, wie ich nach wiederholter Lesnng zu 
behanpten wage, keine Uebertragung eines griechischen Urtextes, sondern ein latei- 
nisches Originalwerk. B. urteilt, wie an anderem Orte gezeigt werden soli, ungerecht 
ttber den Stil der Predigten, wenn er meint *' si - in tractatoris nostri genus latine dicendi 
introspexeris, et si ìpsnm pronnntiaveris aliennm ab nrbanitate sive Hieronymi, sire 
Ambrosii, sive Hilarii, nemo infitiabitur,,; er verkennt die rhetorische Dnrchbildnug 
des Homileten, die sich, um nnr ein einziges Beispiel anzuftthren, in der Pointe tr. 18, 
S. 198, 14 f. " novum etenim genus per Christum inventnm est: interire ne pereas, 
mori ut vivas „ (vgl. C. v. Morawski, Eos II, S. 5 f.) gla.nzend manifestiert, und er hat 
neben den Einzelheiten, die auf den ersten Blick auf griechische Provenienz zu deuten 
scheinen, so spezifisch romische Zttge ttbersehen wie p. 16, 10 (von Elias) '' metator - 
secundi adventus Domini „ (vgl. p. 19, 4; 155, 3 und Philol LV [1896J, S. 469), p. 198, 3 ff. 
in haec quasi milites Christi sacramentorum verba iuravimus... et a Christo charismatum 
donativa consecnti sumus „, p. 140, 4 " censorias,., animadversiones „ u. a., zu denen 
sich noch AnklUnge an Lucrejs, Cicero nnd Vergil gesellen. 

Er sieht sich ferner dnrch betràchtliche theologische Differenzen zwischen Origenes 
und den Traktaten zur Annahme genOtigt, dass der Uebersetzer bisweilen stark ein- 
gegrìffen und die Ketzereìen des Alexandriners durch orthodoxe Ausftthrungen ersetzt 
habe, und er muas in tract. 17, S. 180 ff. den Uebersetzer '' in ungeschiekter Weise „ 



156 CARL WETMAN 



(imperite) Tertullians Schrift '^ de resnrrectione carnis „ compilieren lasseD, nm den 
Widerspruch zwischen dieser Predigt und der Lehre des OrigeDes, der die Àuferstehang 
des Fleisches leugnete, begreiflich za maclien. Wie einfach erklSLrt sich dagegen der 
Tatbestand, wenn die Predigten von einem Manne berrtihren, der keines dogmatischen 
Uegengiftes bedurfte and selbst aufs innigste mit den Schriften Tertullians vertrant 
war? Diesen Mann glaube ich aber in der Person des NovaitanuSf des romischen Cle- 
rikers and nachmaligen Oegenpapstes (251-258?), gefanden za haben. Schon die im 
Àrchiy. f. lat. Lexìkogr. S. 468 angefUhrten Coincidenzen sind sehr gravierend, sie 
lassen sich aber noch bedeatend vermebren nnd verteiien sich in einer Weise anf die 
silmtlichen 20 Traktate einerseits and das bisher gesicherte literarische Eigentnm No- 
vatians andrerseits, dass auch die Ànnahme, ein sp^terer Homìlet habe die Traktate 
nnter starker Beniitzang Novatians (and anderer Àutoren wie TertuUian) compoDiert 
oder compìliert, nicht aiisreicht, sonderò anf Identit£lt der Verfasser erkannt werdeo 
musa. Ein Compilator pflegt wohl grosse Stticke ans seinen Qnellen herfiberznnehnieii, 
aber sich lìebevoll in Sprache und Stil einer Quelle versenken und die eigene Dietion 
mit deren Eigentttralichkeiten versetzen, das ist nicht Compilatorenart. Besonders erfreu- 
lich war es mir, neben ausgedehnten und wortlichen Uebereinstimmungen mit der 
Schrift de trinitate (vgl. bes. tract. 20 und de trìn. cap. 29 Uber den hi. Geìstì aneh 
eine solche zwischeu dem 5. Traktate und der im Histor, Jahrb. XIII (1892), S. 737 ff. 
(vgl. Histor.' polii. Bl. CXXIII [1899], S. 641, Anm. 1) fiir Novatian in Anspnicb genom- 
menen Schrift ^' de bona pudicitiae „ eonstatieren zu konnen. Was aber Novatians Ver- 
hSlltnis za TertuUian betrifft, so genttge es hier an die bekannte allerdings tibertreib^de 
Bemerkung des Hieronymus im Sehriftstellerkataloge cap. 70 zn erinnern ^^ scrìpsit 
(Novatianus).... de trinitate grande volumen, quasi sriroair^v operis Tertnlliani (nilmlioh 
der Schrift gegen Praxeas; vgl. unsere Trakt. 3, S. 33, 12) faciens,,; vgl. Hamaei 
Siizungsher. d, preuss. Akad. 1895, S. 562 f. 

Aber welter! Traktat 4 bandelt tiber die Beschneidung, Tr. 8 Uber den Sabbaih^ 
Tr. 9 tiber das Pdscha, Tr. 19 uber den Priester (bei Zach. 3, 1) d. h. vier von den 
neuen Traktaten sind Themen gewidmet, die Novatian nachweislich behandelt hat. Er 
selbst bezieht sich in jier epistula de cibis iudaicis cap. 1 (Archiv. f. lat Lexikogr. XI. 
S. 227, 6) auf scine beiden fruheren Schreiben, in denen er gezeigt habe, dass die 
Juden absolut nicht wussten *' quae sit vera circunteisio ti i\Vioà YttVim sabbaium ,, vlvA 
Hieronymus a. a. 0. nennt Schriften de pascha, de sabbato, de circumcisione und de 
sacerdote. Selbstverst^udlich dtirfen wir die "epistulae,, d. h. die Abhandlungen in 
Briefform, die allerdings wàhrend Novatians Trennung von seìner Gemeinde zngleich 
die viva vox des Predigers ersetzen mussten, nicht mit den entsprechenden Predigten 
identifizieren, sondern werden uns, worauf wir auch durch die zweimalige Behand- 
lung der Josephsgeschichte in tr. 5 und de bono pud. gefuhrt werden, zn der Anaahme 
entschliessen, dass Novatian tiber eine Keihe von Themen (zuerst?) gepredigt und (dann?^ 
geschrieben, einen tractatns und eine epistula verfasst und dabei eben so wenig als 
z. B. Gregor. d. Gr. in den Evangelienhomilien und den Dialogen starke Wiederholungen 
oder Selbstausschreibuugen vermiedeu habe. Dass er als Bischof (vermutlich auch schon 
als Presbyter) eine ausgedehnte homiletische TRtigkeit entfaltet hat, geht aus dem 
Eingang von de bono pud. hervor, wo er von seinen '' Gotidianis evangeliorum tracia- 
tibus „ (vgl. tr. 6, S. 57, 8 f. und tr. 8 S. 86, 10 *• in uno ira^tatu „) spricht, und die nenge- 
fundenen Predigten zeigen, dass er auch andere Teile der hi. Schrift seinen Predigten 
zn Grnnde gelegt hat. Unter dem Nameìi ihres wirkiichen Verfassers haben sich aneh 
diese Predigten nicht erhalten bez. erhalten konnen, dafiir butte der Name Novati^t- 
nus einen zn schlechten Klang bekommen, so deckten sie sich denn (wir wissen nicht 
seit wann) unter der Piagge des grossen Origenes und fanden bei Hilarius von Poitiers 
im Psalmencommentare, in der oben erwahnten Altercatio, bei Isidor von Sevilla, der 
auch die epistula de cibis iudaicis stillschweigend ansgeschrieben, und (^init Nennung 



NEUE TRAKTATE NOVATIANS 1 57 



des Origenes) in dem sogen. glossarinm Ànsilenbi (vgl. G. Gotz, Abhandl. d. sdchs. 
Gesellsch. d. Wissensch. philol.-hist. CI. XIII, S. 211 ff. und Hist. Jahrb. XIII [18921, 
S. 387) mehr oder ininder ausgiebige Verwertung. Ala auch Origenes verfehmt war 
nnd das sogen. Gelasiannm nnr solche Produkte seiner Feder zn lesen verstattete, "qnae 
vir beatissimuB Hieronjrans non repudiat,,, bednrften die Traktate einer weiteren 
Versìcherung, nnd wir verstehen, warum sie in den Hss. von Orléans nnd Si. Omer 
(nnd in dem verlorenen Lorscher Codex) als tractatns Origenis eie. ^^ conprobatus a beato 
(sancto) Hieronymo „ eingefiihrt werden. Aus dem Inhalte der Predigten seien noch fol- 
gende Einzelheiten heransgehoben: tr. 2, S. 15, 9 f. ist von " aestn et ardore persecutio- 
ni8„ die Rede; vgl. tr. 10, S. Ili, 7 ff.; U, S. 160, ISff.; 16, 8 ff. (vgl. S.30,4 ff. 54, 7 f.) Elias 
als Vorlftnfer der zweiten Ankunft des Herrn (so z. B. anch lustinns; vgl. W. Bousset, 
Der Antichilst, Gott. 1895, S. lo7) - tr. 10, S. 108, 7 Barnabas als Verfasser des Hebrfter- 
briefes; vgK Batiffol, Revue bibl. VIII (1899), S. 278 ff. Zahn, Einleitnng in das N. T. IV 
(1899),S. 116ff.-t.r.9,S. 100, 7 ff. Christi Lehrthfttigkeit nmfasst ein Jahr; vgl. F. Diekamp, 
Hippolytos von Theben, Mttnster 1898, 83 f.-tr. S. 12, S. 132, 7 ff. (von der reuigen Buhlerin) 
" nngnentnm formosis pedibus infundebat, nt, dum pedes Domini oscnlatnr, profice- 
ret ad oris aceessnm ,>; vgl. zam Gedanken Pani. Noi. epist. XXIII, 38 nnd dieschò- 
nen Betrachtungen des hi. Bernhard sermo 3 in cant. eant. - S. 135, 2 ff. *' eatechu- 
menus - competens - fidelis „; vgl. Funk, Kirchengesch. Abhandl. I, S. 228 ff. - S. 138, 
12 ff. < de latere Christi sanguis et aqna proflnxit, nt passionis sangninem et baptis- 
matis sacramentnm estenderei : baptisma enim candidos facit, passio rnbieundos,,; 
Àhnliches bei Tertnll. de bapt. 16 (I, S. 214 R); de pud. 22 (S. 272). Prnd. perist. Vili. 
Paul. Noi. pass. S. Genesii 3 (I, S. 427 H.). Alcim. Avit. carm. I 165 ff. Venant. Fort. 
Vit. Mart. II, 833 ff.-tr. 14, S. 154,12 (vgl. de trin. e. 21; 23) "suseepti horainis,,; ich 
notiere die Stellen, weil man die Wendung '^ snscipere hominem „ fruher ftir speziell 
afrikanisch erklOrt hat; vgl. dagegen zuletzt G. Morin, Bevue Bénéd. XV (1898), S. 99 ff. - 

tr. 15, S. 165, 16 ff. " quis etenim neseiat, Dominum nostrum non tantum de vul- 

nere lateris sui sangninem, sed aquas largo eursu manantes profndisse, ostendens spon- 
sam, id est ecclesiam, exemplo protoplastornm de latere suo constare, sicut constitit 
et Eva de costa Adae, habentem scilicet duo baptismata, id est aqnae et sanguinis, 
nnde fideles in ecclesia et martyres iiunt „; vgl. Ang. tract. in Job. evang. 15, 7; carm. 
adv. Marc. II, 192. Alcim. Avit. carm. 1, 168 f.-tr. 17, S. 188, 18 ff. Beweis der Aufer- 
stehung aus der Natur (Sonnenaufgang, Fruhling) ; vgl. Min. Fel. Oct. 34, 11 f. (von 
Novatian ausgeschrieben) ; Paul. Noi. carm. XXXI, 231 ff. Cyrill. Hierosol. catech. 4, 30; 
18, 6 f. - S. 189, 16 ff. Vnlkane als Analogie zum hollischen Feuer; aus Min. Fel. 35, 3 
(darnach ist der Batiffolsche Text zu emendieren); vgl. meine Miscellanea zn lat. Dich- 
tern, Freiburg i. d. Schw. 1898, S. 16 f. - tr. 18, S. 197, 24 " nescit enim quidquam timere 
Christiana libertas,,. Nach Harnacky TheoL Literaturzeitg. 1900, Nr. 5, Sp. 141 ist "dieses 
Bekenntniss vtrahrhaftiger als das so oft nachgesprochene Wort Bismarcks „. Barden- 
hewer macht mich auf die Anfangsworte von Justin de resurrect. (IIP, p. 211 Otto) 
" ó (jL£v Tij; àXy)3ei«; Xóyo; è^ziv èXeuSepó; rz xat a'jTe;o'j<jto; „ aufmerksam.-tr. 20, S. 207 
14 ff. die libliche Beteuerung des stilistischen Unvermògens und der RnstizitSLt, schon 
von Batiffol S. XX f. richtig beurteilt; vgl. dazn E. Norden^ Die antike Eunstprosa 
S. 529 ff. - Harnack hat sich in seiner Anzeige der tractatns (a. a. 0.) hinsichtlich des 
Yerfassers den Hss und dem Herausgeber angeschlossen, snspendiert aber ThcoL Lite" 
raturzeitg. 1900, Nr. 6, Sp. 189 sein Urteil bis zum Erscheinen meiner detaillierten Beweis- 
fiihrung. G. Morin tritt mir in der Ablehnung des Origenes bei, will aber Novatian nur 
als einen der Gev^àhrsmanner des " tractator „ (neben Tertullian, Hilarius u. s. w.) gelten 
lassen und auf das " Titelblatt „ den Ende des 4. Jahrhunderts verstorbenen Bischof 
Gregor von HUberis (Elvira) gesetzt wissen, dem er anch die (verschiedenen Verfas- 
sern zugewiesenen) Schriften " de fide ortìiodoxa „ (Migne, XX) und '* de trinitate „ 
(Migne, LXII) beilegt (Revue d'histoire et de litt. relig. V [1900], H, 2). Ich werde mich 



158 CABL WETMAN 



mit dieser Hypothese des hochverdienten Forschers bei spslterer Grelegenheit anseinan- 
dersetzen, erschtittert wird sie bereits dnrch den nmfassenden Nachweìs der Ueberein- 
stimmnngen mit Novatian in Gedanken, Sprache nnd Stil, den tnein demnilchst im 
Archi V f. lai. Lexikographie XI, 4 erscheinender Ànfsatz erbringen wird. Einen oamhaften 
Bnndesgeno88en habe ich bereits an Joh. Haussleiter (Greifswald) gefnnden, dnrch 
dessen Ànsftthrangen im Theol. Literatnrblatt, 1900, Nr. 14, Sp. 153 £f. die meinen in 
willkommener Weise ergànzt werden (*). 

Cabl Wbyiian. 



(1) Seit der Eìnsendung dieser (fast im nHinlichen Wortlaut im HistorÌBchen Jahrbuch der 
G6rre8ge8ell8chaft XXI |1900] S. 212 ff. abgedruckten) Bemerkungen an Msgr, L. Duchesne sind 
mehr ala zwei Jahre verflossen, wàbrend deren die Tractatus sich nicht iiber VemachiaMÌgmig 
beklagen konnten. Autoritaten haben mir beigestimmt und widersproohen (vgl. die Angaben bei 
Bardenhewer, Patrologie S. 194 f.* und den Bericht von A» de Santis in der Civiltà catto!. S. XVIIl 
voi. V, Quad. 1241 [1902J), ja iiber die neuesten Phasen der Controverse in Dànemark und Hol- 
land bin ich, damir die betreffenden Bucher uud Zeitschriften nicht zugànglich sind, noch gar 
nicht unterrichtet. Ohne in meine Hypothese verliebt zu sein uud die Einwendun^en meiner Gè- 
gner zu unterschatzen, glaube ich bis auf weiteres mit Haussleiter. " Neue kirchliohe 2ieit8chrìft „ 
1902 S. 121 (vgl. 275) sagen zu dtirfen: "Es liegt kein ausschlaggebender Grund vor, die Hypo- 
these vom novatianischen Ursprung der Predigten aufzugeben „ . 



LA PREMIERE COLLECTION ROMAINE DES DECRETALES 



La collection canoniqae ordinaireinent désignée par le nom de roratorìen Quesnel 
est considérée par tont le monde cotnme un dea pina anciena recneila de ce genre. 
Elle paratt bien avoìr été constitnée aona le pape Gélaae (492-496) et ae trouve ainai 
antérieure de qnelqoe» annéea à la collection de Denya le Petit. Bien qn'elle ne con- 
tienne ancnn texte légialatif de provenanee gallicane, dea indicca fort sérienx permet- 
tent d'aaanrer qn'elle a été formée en Ganle. J'aurai, j'eapère, roccaaion d'établir, avec 
pina de préciaion, qne aon lien d'orìgine eat Pégliae d'Arlea. 

Qneanel en avaìt jngé antrenient. Selon Ini cette vieille collection anrait été formée 
k Rome et nona devriona y voir le code officici on tont an moina uanel de TEgliae 
romaine pendant le Y** aìècle. Lea Ballerini n'enrent paa de peine à écarter ce ayatème 
et lenr réfntation fnt et demenre acceptée comme definitive. 

Selon enx l'Egliae romaine n'avait an V siècle qn'nne collection canoniqne trèa 
sìmple, pnisqn'elle ne contenait qne lea concilea de Nicée et de Sardiqne. Qnaiit anx 
décrétalea dea papea, ellea n'anraient paa forme collection avant le tempa de Denya 
le Petit. 

Snr ce dernier point, je ne aanraia étro de lenr avis. Il me aemble avoir diacemé 
des traces aérìenaea d'nne collection de décrétalea formée dèa avant le milieu du 
V* aiècle. 

Tont d'abord j'appellerai ou rappellerai l'attention anr une recommandation adreasée 
par aaint Leon, en 443, anx évéqnea de Campanie, Picennro, Tnscie et antres provinces^ 
Aprèa lenr avoir aìgnalé certaina abna à reprimer, il lea menace, en caa de contra- 
vention nonvelle, de lea dépoaer et de lea excommunier, et il ajonte : Omnia decretalia 
constitutay tam beatae memoriae Innoceniii quam omnium deeessorum nostrorum quae 
de eeclesictsiicis ardinaiionibus et canonum promulgata sunt discipUnis, ita vestram dileC" 
tianem custodire debere mandamus, ut si quis illa contempserit veniam sibi deinceps 
noverit denegari. 

La aévérìté dn ch&timent donne lien de eroire qne la loi était facile à connattre 
et par anite qne lea décrétalea d'Innocent et dea antres papea étaient des textea fort 
répandna. On eat donc porte à aoup^nner qn'il en avait été fait une pnblication apé- 
ciale, un recneil où ellea ae tronvaient rénniea. 

Imaginons ce qne ponvait étre, en 443, c'est-à-dire an débnt dn pontificat de 
Saint Leon, un recneil de décrétalea romaines. 

Il ne fant paa eroire qne cea documenta fnasent très nombrenx. Snr plus de 700 lettres 
pontificales antérieurea à la fin dn V siècle. il n'y en a qne 19 qni aient le carac- 
tère et la forme de décn'talea, c'est-à-dire qni traltent de divers points de législation 
ecclésiastique. Encore ai-je oomprìs dana ce nombre troia conciles dn diocèse snbnr- 
bicaire. An temps où saint Leon écrìvait, il n'y avaìt encore qne ttw/'décrétales pro- 
prement dites: une de Sirice, cìnq d'Innocent, une de Zosime et denx de Oélestin. 
On ne connatt ancune decretale antérieure à celle qne Sirice adressa en 385, à Himerins, 

» J. 402. 



160 L. DUCHESNE 



évéqne de Tarragone. Des papes Ànastase, Boniface, Sixte III, on n'a ancnne decre- 
tale. II j avait donc nenf pièces ntìlisables, dont le plus grand nombre provenaient 
dn pape Innocent. 

Or nous rencontrons, dans une doazaìoe^e collectioos canoniqnes échelonnées chro- 
nologiquement entre le temps de Gélase et celni de saint Grégoire, un gronpe de huit 
décrétales, une de Sirice, qnatre dlnnocent, nne de Zosime, denx de Célestio. L'ordre 
n'est pas toujours le méme. Certaìns collectenrs, qui se piqaent de chronologie, rangent 
leurs décrétales suivant l'ordre des papes, Sirice, Innocent, etc. Je donte qne telle ait 
été la forme primitive dn recueil, et tont à l'heure je dirai ponrqnoi. Plnsìenrs des 
coUections omettent une des lettres d'Innocent, la célèbre lettre à Decentins évéqne 
de Gubbio. On voit bien pourquoi. Gette lettre est consacrée, pour une très grande 
partie, à la critique des usages gallicans sur certains points de liturgìe et de disci- 
pline. Or nos collections proviennent toutes de pays on ces usages étaient en vigaeur. 
L'omission a été faite à dessein. 

D'antre part, étant donne le peu de soin qne les collecteurs apportaìent » disposer 
les docnments de leurs recueils, on peut s'attendre à ce qne le gronpe des décrétales 
soit gà et là interrompn par l'intercalation d'autres docnments. C'est ce qui se constate 
en eflfet, mais assez rarement. 

Enfin, parmi les lettres du pape Innocent auxquelles on doit reconnattre la qoalité 
de décrétales, nne est omise dans le gronpe dont nous parlons, e' est la lettre adressée 
à Felix, évéqne de Nocera (J. 314), sur les conditions requises pour PordinatìoD. Mais 
cette omission s'explique aisément. Le sujet traité dans cette pièce Test avec plus 
d'abondance et de précision dans les autres. Elle n'eùt fait qu'encombrer inatilement. 

En somme, des nenf décrétales antérìeures à saint Leon, huit se retrouvent daas 
les collections canoniques les plus anciennes. L'omission de la neuvième était en qaelqne 
sorte commandée. Si certains libri canonum n'en contiennent que sept, on voit tout de 
suite pourquoi. De là à soup^onner que ces huit décrétales ont été très anciennemeut 
groupées en un recueil officiel ou usuel et qu'elles constitnent précisément le recueil 
auquel saint Leon semble renvoyer les évéques de son ressort suburbicaire, il n'y a, 
je crois, qu'un pas; d'antant plus que, dans le recueil ainsi forme, la part da pape 
Innocent est assez grande pour expliquer qne le nom de ce pontife se soit pina spé- 
cialement présente sous la piume de Leon qnand il a cu à parler des décrétales de 
ses prédécesseurs. 

Mais il y a plus que ces indices. 

La collection Quesnel où nos huit décrétales figurent au grand complet est, de toutes 
les collections canoniques, celle qui a le mieux conserve le groupement intérienr dea ap- 
ports successifs par lesquels elle s'est constituée. Son cadre est forme par la combinaison 
de denx anciens recueils de conciles, le recneil romain, comprenant les canons de Nicée 
et de Sardiqne, et un recueil grec, comprenant les canons de Nicée, Ancyre, Néocéaarée, 
Gangres, Antioche, Laodicée et Constanti nople. Natnrellement les canons de Nicée, qui 
figuraient dans les denx sources du collecteur n'ont été transcrits qu'nne fois. Entre 
les conciles de Gangres et d'Antioche, c'est-à-dire au milieu du recueil grec, nous cons- 
tatons une enorme interpolation comprenant: 

r un dossier relatif au pélagianisme, arrété en 421 ; 

2'' la collection des huit décrétales; 

3^ un recneil de qnatre professions de foi, toutes antérienres à 447; 

4'' un dossier relatif au concile de Ohaloédoine, arrété en 458; 

5^ nne decretale du pape Gélase, de l'année 494 ^ 

Sur ces cinq apports, parfaitement délimìtables, denx ont été robjet d'interpolations 
ultérieures; ce sont les n" 2 et 4. Dans le n*' 4 a été intercalé un nonvean dossier. 

» J. 636. 



LA PREMIERE COLLECTION ROMAINE DES DECRÉTALES 161 



relatif à Taffaire d'Àeace, évéqne de Constanti nople, en tont 13 pièces, qui s'échelonnent 
jnsqu'à Tannée 495. Dans le n"" 2, qni none interesse spécialement, on tronve inséré 
an noaveau dossier, concernant le concile de Cbaleédoine: 8 pièces, datées de 451 à 455. 
Snpprìmons ce dossier, qui n'a évidemment rien à voir avec les décrétales latines: la 
collection des huit décrétales s'établit dans Tordre suivant: 

1. Innocent à Exupère de Tonlonse (405) : Consulenti Ubi. J. 293. 

2. Innocent à Bufus de Thessalonique (414) : Magna me gratulatio. J. 303. 

3. Innocent à Decentins de Gubbio (416) : Si insiituta. J. 311. 

4. Innocent à Victrice de Bonen (404) : Eisi Uhi frater. J. 286. 

5. Sìrice à Himère de Tarragone (385) : Directa ad decessorem. J. 255' ^ 

6. Zosime à Hesychius de Salone (418) : Exigit dilectio. J. 339. ^ 

7. Célestin aux év. de Viennoise (428): Cuperemus quidem. J. 369. 

8. Célestin aiix év. d'Apulie (429) : Nulli sacerdotum. J. 371. 
Comme la collection Quesnel est la plus ancienne; comme son antenr a, mienx 

qne tout antre, conserve le groupement primitif des pièces qui lui parvenaient; comme 
il ne témoigne, en particulier, d'aucune préoccupation chronologique on disciplinaire, 
il y a lien de soup<;onner que Tordre dans lequel il a rangé ses décrétales est l'ordre 
méme dans lequel elles lui sont parvenues : quatre décrétales d'Innocent, une de Sirice, 
une de Zosime, deux de Célestin. 

Cette impression se renforce par l'examen de trois recueils gallicans, tous les trois 
provenant d'Àrles, comme la collection Quesnel ; je veux parler des recueils contenus 
dans les manuscrits de Cologne, Lorsch et Albi. Ces manuscrits ne sont pas fidèles à 
l'ordre de la collection Quesnel; mais ils commencent, comme elle, par la decretale 
d'Innocent à Exupère de Toulouse, et, en téte de cette pièce, ils ont un titre plus 
general: Canones urbicani, lequel, dans le manuscrit de Gologne, est répété en titre 
conrant, en haut des pages, non seulement tant que dure la première decretale, mais 
anssi au-dessus des autres. 

Cette circonstance nous fixe non seulement sur le début du recueil des décrétales, 
mais encore sur sa formation et sur son titre. Nos huit décrétales ont forme groupe ; 
elles commenQaient par ceiles d'Innocent, et, plus précisément, par la lettre à Exupère ; 
enfin lenr recueil portait le titre de Canones urbicani. 

Ceci n'est évidemment pas un titre romain. La qualification à^urbicanus est de 
ceiles que l'on applique, en dehors de Bome, aux docnments qui en viennent, et non, 
à Bome méme, aux documents qui en partent. 

Mais, comme le recueil ne peut guère avoir été forme qu'à Bome, il peut étre 
intéressant de savoir comment, dans la métropole du monde chrétien, il était intitnlé. 
Cela encore, nous pouvons le savoir. Les manuscrits de Cologne et de Freising, celui-là 
d'orìgine arlésienne, celui-ci de provenance italienne, nous ont conserve, au milieu de 
la collection qni nous occupe, un titre, évidemment déplacé, puisqu'il est an milieu, 
an lien d'Stre en téte, mais très signiiicatif : Indpiunt epistolae décrétales diversorum 
episcoporum urbis Bomae per diversas provindas missae. C'est tout à fait, pour le fond 
et ponr la forme, Tétiquette qn'un coUectenr romain pouvait et devait mettre en téte 
de notre gronpe de décrétales. 

Ce titre correspond à l'étendue sons laq nelle notre recueil se présente dans les 
manuscrits. Il comprend des lettres envoyées en divers lieux, per diversas provincias, 
par divers pontifes, diversorum episcoporum urbis Romae, Mais y a-t-il toujours en 

^Aprés cette lettre on en trouve lei une autre du méme Sirice, la lettre J. 260, adressée 
aux évéques de la Haute-Italie, portant condamnation de Jovinien, avec la réponse de saint Am- 
broise et de ses suffragante. Ces denx piéces n'ont rien à voir avec la sèrie des décrétales. 

* Suit une autre lettre, cu plutdt un billet, du méme Zosime, et une lettre de Boniface à 
Hilaire de Narbonne, sans rapport, ni Tune ni Tautre, avec la discipline generale. 

11 



162 L. DUCHESNE 



assez de decretale» ponr jnstifier cette dernière expressìon? En d'antres termes, ne 
ponrrait-on pas sonpQonner nn état de la eollection où elle se limitait aiix qnatre 
décrétales dlnnoeent? Voici les raisons qui justifieraient ce soup^on: 

1^ Un collectenr opérant au temps de Célestìn, de Sixte III oa de Leon, auraìt 
dispose ses décrétales dans Pordre chronologiqne et n'anrait pas place celle de Sirice 
après celles dlnnocent. 

2* La T decretale, celle de Célestin aux évéqaes de Ganle, a plntfit le carac- 
tère d'nne admonestation irritée, adressée à des personnes ^ qne le pape jnge s'étre 
écartées des bonnes règles, qne d'une sèrie de dispositions législatìves. On con^oit son 
adjonction à une eollection déjà formée, adjonction opérée par les soins de qnelqa^nn 
qui tenait à faire figurer le pape Célestin; on volt moina quelle raison ponvait avoir 
le premier collecteur de la comprendre parmi les pièces dont il faisait choix. — Cette 
observation, quelle que puisse étre sa valeur dans la question présente, est de nature 
à fortifier Tidée que la eollection a été formée à Bome et non en Gaule. On ne con- 
cevrait guère qu'un texte si rempli de critiques contre les évéques d'Arles et de Marseille 
et contre les monastères de Provence ait été choisi, par les Proven^aux eux-mémes, ponr 
représenter la législation ecclésiastique de Bome. 

3"* Il semble bien qu'on se soit occupé à Bome, au temps d'Innocent, de classer 
les textes de législation ecclésiastique. Plusieurs collections canoniqnes gallicanes 
joignent aux canons de Nicée-Sardique une note comme celle-ei: Expliciunt cane- 
nes CCCXVIII Patrum Niceniy Iranscripti in urbe Boma de exemplaribus sancii Inno- 
centii episcopi. En fait le texte des vérìtables canons de Nicée n'est jamais, dans les 
recueils gallicans, celui qui était d'usage à Bome. Mais ces recueils dérivent des livrea 
romains pour les canons de Sardique et ceux-cì, à Bome, se trouvaient toujonrs rangés 
à la suite de ceux de Nicée et encadrés dans les mémes rubriques. 

A la fin de l'épiscopat d'Innocent, Patroclo, évéque d'Arles, se trouvait à Rome; 
il assista à l'installation de son successeur Zosime. Il est fort possible que ce soit lui 
qui ait rapporté à Arles une copie du liber canonum romain, lequel ne comprenait 
alors que les conciles de Nicée et de Sardique. 

Quant au recueil des huit décrétales, dont le noyau prìmitif remonte peut-étre au 
temps d'Innocent, il n'a pu passer de Bome en Oaule avant l'année 429, date de la 
plus recente des pièces dont il est forme. 

L. DuCHESNE. 

' La polémique y semble bien vìser Lérins et Tusage où Ton était de recruter les évèqnes 
dans ce célèbre monastére, alors fort mal vu de Prosper et des personnes qu'il pouvait inspirer. 



L'IDENTITÀ DEI SANTI PATRIZIO E PALLADIO 



Varii sono i documenti che illnstrano la conversione al Cristianesimo dell'Irlanda, 
ma, primi per età e per autorità, e i più conosciuti sono le biografie Patriziane del Libro 
d'Armagh; il Chronicum^ ossia Chromca, insieme con il Conira Collatoreni, di Prospero 
di Aquitania, e gli scritti e i detti di S. Patrizio, cioè, il Confessio, VEpiatola ad Coro- 
ticum^ l'Inno chiamato Lorica ed i Dieta Patricii. 

Volendo entrare in un esame critico di questi documenti, in quanto ci possano 
permettere di riconoscere un solo apostolo dell'Irlanda, Patrizio o Palladio, riferirò bre- 
vemente il valore di ciascuno di essi: trattando prima del valore cronologico, poi del 
valore storico. 

Le biografie di Patrizio nel Libro di Armagh sono due. Una è di Muirchu Maccu 
Mactheni; l'altra, detta generalmente Adnotationes, di Tirechan. Ambedue furono scritte 
nel settimo secolo (pp. 542, 543, Analecta Bollandiana, l). Muirchu fu contemporaneo 
.di Aido, vescovo di Sletty, morto nel 698, incirca (p. 542, ibid.). Egli asserisce di aver 
scritto per incarico avuto da Aido. Tirechan pure asserisce di aver scritto sotto detta- 
tura di un'altro, cioè di Ultano, vescovo di Ardbreccan: Tirechan episcopus haec scripsii 
ex ore vel libro Ultani episcopi^ cujus ipse alumnus vel disciptdus fuit (p. 541, ibid). 
Non è impossibile che Tirechan scrivesse prima di Muirchu (p. 548, ibid) ; certo non lo 
fece molto tempo dopo, giacché questo Ultano mori nel 656 (Stokes, The Tripartite 
Life, p. xci). 

Il Chronicum, o Chronica, di Prospero Aquitaneuse, ed il suo libro dialettico Contra 
CoUatorem, non possono esser calcolati posteriori dell'anno 463, allora quando abbiamo 
l'nltima notizia tramandataci da Marcellino (Migne, P. L, tom. LI, p. 39) del loro 
autore, ma ambedue queste opere portano evidenza intrinseca di date alquanto ante- 
riori a quella. Il Chronicum è diviso in due parti, di cui la prima va ab ortu rerum 
ad mortem ValentiSy e la seconda a morte Valentis usgue ad obitum Valentiniani 
iertii et Bomam a Vandalis captam. La notizia che esso reca sulla conversione del- 
l'Irlanda viene nella seconda parte, e si riferirebbe per ciò, al più tardi, all'anno 455, 
data della chiusa del lavoro. Il libro Contra Collatorem non può riportarsi al di là 
dell'anno 440, giacché in questo mori Sisto III (Duchesne, L. P., I, p. 287) a cui si 
allude come Pontefice vivente: Beatissimum quoque apostolicae sedis tunc presbyterum 
Xystum, nunc vero pontificem Xystum (p. 272 apud Migne). Del resto, la parte che 
tratta della conversione dell'Irlanda porta con sé la sua nota cronologica, giacché parla 
del buon risultato della missione apostolica come cosa abbastanza completa e general- 
mente conosciuta all'epoca in cui fu scritta. 

La Confessio e V Epistola di S. Patrizio sono stimate come lavori autentici e non 
corrotti se non negativamente, e nel solo caso della Confessio, cioè per omissione fatta 
in qualche parte da copisti posteriori, come puossi vedere presso Whitley Stokes (op. cit., 
pp. e et ci), Haddan e Stubbs (Councils, voi. II, part. II, pp. 296 et 314), Healy {In- 
sula Sanctorum, pp. 67-75), Moran {Essays, passim), Morris (The Life ofSt Patrick, 
pp. 15, 16, 32, 83, 45 e 46), e, per non citare altri. Tillemont (Mémoires, tom. XYI, notes I 
e II) ed i BoUandisti (in vit. PaU). L'Inno detto in Latino Lorica ed in Irlandese Faed 



164 WILLIAM J. D. CROKE LL. D. 



Fiada, è privo di date materiali storiche. I Dieta, benché ci vengano dal Libro di 
Àrmagh, appartengono cronologicamente, ove sia ammessa la loro autenticità, piuttosto 
all'Apostolo che ai documenti Àrmachiani. 

Il valore critico di queste tre classi di documenti: Frosperiani, Àrmachiani e 
Patriziani è ben diverso, ma sempre rilevante. Solo quelli Prospcriani e Patriziani 
sono sincroni cogli avvenimenti che narrano. Di più, vi è un conflitto tra questi due 
gruppi di documenti. Quelli di Prospero non ammettono l'esistenza di un Patrizio, 
apostolo dell'Irlanda. Ci dicono soltanto di un Palladio, vescovo, mandatovi da 
Papa Celestino, e che riusci a convertire almeno gran parte del popolo. Quelli di 
Patrizio, intesi direttamente e naturalmente, escludono anche la possibilità di un'altro 
apostolato. Assai posteriori di età i documenti Àrmachiani presentano le persone e le 
gesta di ambedue gli apostoli, e li conciliano tra loro, benché con esito niente affatto 
rassicurante. Ma, cosi, i documenti Àrmachiani, mentre contraddicono Patrìzio colPam- 
mettere un'altro apostolo, di nome Palladio, combattono pure con Prospero, asserendo 
che la missione di Palladio aborti. E sarebbe veramente sorprendente se la piccola, 
pochissimo importante, quasi ignota e distante isola Ibernese fosse stata la meta di 
due diverse intraprese apostoliche nel quinto secolo, e pressoché nel medesimo lasso 
di tempo ed, in tutti e due i casi, ad iniziativa del Romano Pontefice, mentre depe- 
riva la chiesa di già gerarchicamente costituita nella più vicina, più nota e più impor- 
tante isola Britannica (come si può giudicare da Gildas Sapiens, de Exc, BriL, 16: 
dal doppio fatto del progresso del Pelagianismo e della missione di Germano narrato 
da Prospero nell'anno 429, Chron,, e da ciò che narra Beda, Hist, EccL, I, e. 8). Può 
dirsi generale il sospetto che pervade questa conciliazione presentata dagli scrittori 
Àrmachiani. 

A dir vero, però, questa conciliazione già sospetta per la violenza che porta 
contro la testimonianza tanto di Patrizio stesso, quanto contro quella di Prospero, 
riposa sopra una base assai debole. I documenti Àrmachiani non si rivendicano 
tutta quella fede che ci obbliga ad accettare una mistificazione universale e perma- 
nente riguardo all'origine della Chiesa Irlandese. Le prime parole di Muirchn Maccn 
Mactheni, scrittore più autorevole di Tirechano per qualche ragione, sono una con- 
fessione, assai esplicita ed abbastanza assoluta, delle difficoltà addirittura enormi, ed 
anzi invincibili, in cui trovavasi nell' intraprendere la narrazione dell'origine della 
Chiesa Ibernese; a quanto si può intravedere, dalle oscurità e dalle contraddizioni a 
cui stava avanti. Onde dobbiamo tenere conto della narrazione Armachiana come di 
una interpretazione la più verosimile che avesse potuto immaginare lo scrittore. 

Queste parole di Muirchu Maccu Mactheni sono : < Qnoniam quidem, mi domine 
Aido, multi conati sunt ordinare narrationem utique istam secundum quod patres eorum 
et qui ministri ab initio fuerunt sermonis tradiderunt illis, sed propter difficillimnm 
narrationnm opus diversasque opiniones et plurimorum plurimas suspiciones nnnqaam 
ad unum certumque historiae tramitem pervenierunt; ideo, ni fallor, juxta hoc nostro- 
rum proverbium, ut deducuntur pueri in ambiteatrum, in hoc pericnlossum et profun- 
dum narrationis sanctae pylagns, tnrgentibus proterve gnrgitum aggeribns, inter aco- 
tissimos carubdes per ignota aequora insitos, a nullis adhuc lintribus, excepto tantum 
unopatris meiCognitosi,expertumatqne occupatum,ingenioli mei puerilem remi cymbam 
deduxi. Sed ne magnum de parvo viduear finguere, panca haec de multis sancii Pa- 
tricii gestis parva peritia, incertis auctoribus, memoria labili, attrito sensn, vili ser- 
mone, sed affectn piissimo caritatis, sanctitatis tuae et auctorìtatis imperio oboediens, 
carptim gravatimque explicare aggrediar > (pp. 545-546). Ora questa é in generale, 
ed in quanto ai dettagli, un'affermazione significantissima. 

I documenti di Prospero Aquitanense ci mostrano il contrasto il più marcato che 
sia possibile, riguardo alla sostanza e riguardo alla forma della narrazione, coi docu- 
menti Àrmachiani. Contemporaneo con gli avvenimenti, l'Aquitanense scrive colla oer- 



L^IDENTITA DEI SANTI PATRIZIO E PALLADIO 165 



tezza la più assolata. Tratta brevemente come dì un fatto, d'altronde noto, la storia 
della conversione dell'Irlanda. La notizia della missione di Palladio è data colla bre- 
vità, colla semplicità e colla certezza con cui sono date le altre notizie del Chranicum, 
sia che queste siano fatti di conoscenza e di interesse nniversale, come il conflitto tra 
Teodosio ed Eugenio, ossia cose di speciale conoscenza ed interesse personale del cro- 
nista, come la morte di Agostino. 

La laconicità della sua narrazione non potrebbe, dunque, essere ispirata da poca 
conoscenza dei fatti. Non abbiamo diritto di presumere ciò, per le ragioni or ora asse- 
gnate ed anche per ragioni intrinseche. 11 successo della missione del l'Apostolo Iber- 
nese doveva essere bene conosciuto: Prospero vi si riferisce come a cosa nota agli 
stessi suoi avversarii. Se vi fosse alcuna tale presunzione contro l'inciso del Chronicum 
sparirebbe al leggere la ripetizione che Prospero fa del racconto nel Contra Colla- 
torem, racconto a cui aggiunge la notizia della felice riuscita della missione Palla- 
diana, adoperandolo nella sua integrità come argomento contro i semipelagiani delle 
Gallie. 

Più notevole ancora è la relazione psicologica che corre tra le due menzioni di 
questa intrapresa apostolica, cioè la relazione mutua dei due testi come manifesta- 
zioni della mente dell'autore. Mentre ogni comparazione fortifica sempre più la credi- 
bilità dell'una e dell'altra menzione considerata separatamente, raddoppia la forza 
delle due prese insieine. 

Ecco il testo del Chronicum, preceduto da quello che parla di Palladio come il 
suggeritore a Celestino della missione di Germano nella Gran Brettagna : € Aetione 
Palladii diaconi Papa Caelestinus Germanum Antissiodorensem episcopum vice sua 
mittit ut deturbatis hsereticis Britannos ad Catholicam fidem dirigat (ad an. 429).... 
Ad Scotos in Christum credentes ordinatur a Papa Gaelestino Palladius, et primus epi- 
scopus mittitur > (ad an. 431). 

Il riscontro nel Contra Collatorem viene cosi: < Unde et venerabilis memorìae pon- 
tifex Caelestinus, cui ad Catholicae Ecclesiae praesidium multa Dominus gratiae suae 
dona largitus est, sciens damnatis non examen judicii, sed solum poenitentiae rime- 
dinm esse praestandum: Caelestium, quasi non discusso negotio audientiam postulan- 
tem, totius Italiae finibus jussit extrudi: adeo et praecessorum suorum statuta et 
decreta synodalia mirabiliter servanda censebat, ut quod semel meruerat abscindi, 
nequaquani admitteret retractari. Nec vero segniore cura ab hoc eodem morbo Bri- 
tannias liberaret, quando quosdam inimicos gratiae solum suae originis occupantes, 
etiam ab ilio secreto exclusit Oceani, et ordinato Scotìs episcopo, dum Bomanam insulam ^ 
studet servare catholicam, fecit etiam barbaram ^ Christianam. Per hnnc virum etiam 
Orientales Ecclesiae gemina peste purgatae sunt, quando Cyrillo Alexandrino urbis 
antistiti, gloriosissimo fide! Catholicae defensor! ad exsecandum Nestorianam impie- 
tatem, apostolico auxiliatus est gladio; quo etiam Pelagiani, dum cognatis confoede- 
rantur errorìbns, iterum prosternerentnr. Per hunc virum intra Gallias istis ipsis qui 
sanctae memorìae Augustini scripta reprehendunt, maleloquentiae est adempta libertas; 
quando consulentium aetione suscepta, et librornm qui errantibus displicebant pietate 
laudata, quid oporteret de eorum auctoritate sentiri, sancto manifestavit eloquio, evi- 
denter pronuntians, quantum sibi praesumptio istius novitas displiceret, qua auderent 
quidam adversus antiquos magistros insolenter insurgere, et indisciplinata calnmnia 
praedicationi veritatis obstrepere » (cap. XXI). 

Dopo di aver parlato dello zelo spiegato da Celestino nell'Occidente, prosegue a 
parlare di quello manifestato nell'Oriente, e torna poi a parlare del Pelagianismo, e 
della lotta tra Agostino e questo. Il pensiero del Pelagianismo da una forma cìclica 

' La Bretagna. 
< L'Irlanda. 



166 WILLIAM J. D. CROKE tU D. 



alla sua narrazione ed alla sua argomentazione. Questo pensiero era diventato come, 
per dir cosi, congenito a Prospero, e con esso va congiunto quello del Semi-pelata- 
nismo contro il quale assunse la parte che Agostino aveva preso contro il Pelagianismo. 

La somiglianza tra i due testi del Chronicum e del Cantra Collatarem è perfetta. 
Vi è la doppia allusione alle isole del Nord : il nesso della doppia allusione è formato 
primieramente dall'identità tra il diacono Palladio che procurò la missione di Germano 
nell'isola di Bretagna, ed il vescovo Palladio che di poi portò la fede nell'isola vicina 
d'Irlanda, ed ulteriormente dall'identità del Pontefice Bomano, Celestino, debellatore 
dei Semi-pelagiani e favoritore di Prospero, glorioso e da segnalarsi nell'argomento 
del libro Contra Collatarem per la salvezza della fede in Bretagna e per l'origine di 
essa in Irlanda. L'ordine della narrazione è identica in ambedue i casi: viene prima 
la notizia della missione di Germano per ordine cronologico, e per ordine biografico in 
riguardo alla vita di Palladio. Quadra perfettamente la prima allusione del Contra 
Collatorem colla prima notizia sotto l'anno 429 del Chronicum, come corrisponde la 
seconda allusione del Contra Collatorem alla seconda notizia posta sotto l'anno 431 
del Chronicum, Soltanto, che lo scopo oratorio del libro Contra Collatorem richiese la 
dichiarazione del felice risultato dell'opera di Celestino, giacché su di questo appoggia 
l'argomento, mentre che nel Chronicum Prospero è contento di notare soltanto che 
Germano fu mandato nella Brettagna. Ma lo scopo dialettico del Contra Collatorem 
richiese e suggerì l'asserzione della buona riuscita della missione. 

Devesi notare, però, che tutti e due i fatti messi avanti da Prospero — la mis- 
sione Britannica e quella Irlandese — trovansi combattuti da scrittori posteriori. Ma 
non per questo sarebbe da spregiarsi l'alta autorità contemporanea dell' A quitanense; 
ed infatti la sua versione sulla missione nella Bretagna è preferita dai storici, qnali 
Lingard {Anglo-Saxon Church, I, p. 7), ed i più recenti Haddan e Stubbs (Councils, I. 
pp. 17-18). Del resto, il contrasto tra lui e gli altri riguardo alla missione nella Bretagna 
non è sostanziale, come — credo — possiamo pure trovare riguardo al contrasto tra 
lui e Patrizio, da una parte, e, dall'altra, tra lui ed i scrittori Armachiani. A questo 
ora passiamo. 

Rassomigliano in tutto gli scritti di Patrizio alla narrazione di Prospero, salvo 
che Patrìzio sembra escludere ogni altro apostolo all' infuori di se stesso: nel qnal 
caso sarebbe da escludersi tanto la narrazione Armachiana quanto quella Prosperiana. 
Vi è la stessa certezza assoluta, soggettiva, in Patrìzio e Prospero; solo vi è diversità 
materiale in quanto che, pur riconoscendo un solo apostolo, Patrìzio indica se stesso 
e non Palladio, — che neppure nomina, come di esso Patrìzio tace Prospero. Più di 
un passo ci sarebbe da citare a questa prova della intonazione esclusivista che pervade 
tutti gli scritti Patriziani. Nella Confessio scrìve: < Et ibi scilicet in sinu noctìs nirum 
nenientem quasi de Hiberione, cui nomen Victorìcus, cum aepistolis innumerabili bus 
nidi; et dedit mihi unam ex bis, et legi principi um epistolae continentem : ' Foo: /f^6e- 
rionacum\ Et dum recitabam principiuni aepistolae putabam enim ipse in mente andire 
uocem ipsoruni qui erant iuxta siluam Focluti, quae est prope mare occidentale. Et 
sic exclamauerunt : 'Bogamus te, sancte puer, [ut] uenias et adhuc ambules inter nos' » 
(apud Whitley Stokes, p. 364). < Quia valde debitor sum Deo qui mihi tantam gratiam 
donauit, ut populi multi per me in Deum renascerentur, et ut clerici ubiqne illis ordi- 
narentur, ad plebem nuper uenientem ad crednlitatem, quem snmpsit Dominus ab 
extremis terrae, sìcut olim promiserat per profetas suos: *Ad te gentes venient et dicent 
'falsa comparauerunt patres nostri Idola, et non est in eis utilitas'. Et iterum:'Posui 
te lumen in gentibus ut sis in salutem usque ad extreranm terrae'. Et ibi nolo expectare 
promissum ipsius, qui utique numquam fallit sicut in aeuanguel io pollicetnr: 'Venient 
ab oriente et occidente, et ab austro et ab aquilone, et recumbent cum Abraam et 
Isaac et lacob ', sicut credimus ab omni mundo uenturi sicut credentes » (p. 368, ibid). 
Quasi più esplicitamente ancora scrive nell'istessa Confessio: « linde autem Hiberìone 



lMdentità dei santi patrizio e palladio 167 



qui Qunqaam notitiam Dei habnernnt, nissi idnla et immunda nsqne semper colne- 
rant, qnomodo nnper facta est plebs Domini, et fili! Dei nnncapantur » (p. 369, ibid.). 
E nelV Episiolay le prime parole: < Patricins peccator indoctns, scilicet Hiberione con- 
stitutas episcopnm me esse fateor» (p. 375, ibid.). Nella Confessio^ poi, narra le sue 
azioni a lungo come se esse costituissero la. storia della conversione nazionale. Lo stesso 
spirito spiccatamente individualista pervade VEpistola, la Lorica ed i Dieta, 

Tocca, dunque, alla crìtica di aggiustare ed unificare le asserzioni dì Patrizio e 
quelle dì Prospero, le due sole autorità contemporanee, sicché vi è contrasto e so- 
migliante contraddizione tra essi. Benché, in paragone dì questi scritti, quelli del 
Libro dì Àrmagh siano dì un'autorità assai inferiore, pure essi sarebbero rìguardevoli 
ove venissero a servire di conferma e di completamento ai primi, come pure ad altri 
degli scritti primitivi della Chiesa Irlandese. Ora ciò può bene avverarsi. 

Muirchu Macca Mactheni scrive: < Inueni Ilir' nomina in libro Scripta Patriot 
abuduldannm episcopum Concubrensum: sanctus Imigonus, qui est clarus; Sucseti4Sy 
ipse est Patricins, quia seruiuit HIP'' domibus magorum, et emit illum ab ìllis nnus 
cai nonien erat Miluch Macuboin magus, et servivit illi VII^" annis. Patricius, Alfomi 
Filius, Ilir*' nomina habuit. Socheiy quando natus est; Gontice, quando servivit; Ma* 
vonius, quando legit; Patricittó^ qaando ordinatus est ». (pp. 548-549, apod Anal. Boll.) 
E poi, « Patricins, qui et Sochet vocabaur ». (Ibid,, p. 549). 

Tìrechan scrive identicamente: < Invenì • III • nomina in libro scripta Patricio 
apnd Ultanum episcopum Conchuburuensium sanctus Magonus, qui est clarus; Sticcettis, 
qui est Patricius; Cothirthiacus, quìa servivit • IIII • domibus magorum » (p. 549, ibid.). 

Per conseguenza, sappiamo da questi due fedeli ed autorevoli scrittori che co- 
piando in ciascun caso separatamente da documenti, anteriori al loro tempo hanno 
riportato che il nome Patricius era uno soltanto, ed, anzi, che era nome posteriore, 
nella vita dell'Apostolo, che aveva per nome battesimale Suchat 

Con questa importantissima dichiarazione, che rimonta a un tempo prossimo alla 
età stessa della morte dì Patrizio, possiamo aggruppare tutta una serie di conferme 
di altri documenti antichi, l'autore di alcuno dei quali, come Unno di Fiacc, paò 
essere sincrono coll'Àpostolo. Se vi è qualche eccezione, come Unno di Secondino, ciò 
non sarebbe mai altro che una prova negativa, ed è suscettibilissima di spiegazioni 
particolareggiate, riguardanti lo scopo dello scrittore od altro, e sarebbe in ogni evento 
di valore inferiore al consenso della maggioranza. 

L'Inno di Fiacc, nella traduzione dì Colgan, dice: 

Sucat nomen ei primo impositum erat 
Quantum ad patrem attinet sciendum fuerat 
FUius Calfurnii fllii Otidii 
Nepos Diaconi Odissii ^ 

Quasi identica a quella degli scrittori Armachiani è la formula con cui questa 
serie di scritti antichi riferisce i nomi dell'Apostolo. Indicherò soltanto la Vita Tri- 

^ Fiacc era vescovo di Sletty, e contemporaneo delPApostolo. Fino a poco tempo fa l'Inno 
passò per sua composizione, ed é ancora temito per tale da alcuni. Vedansi Moran, £'8«ai/8, pp. 13-14; 
Healy, Inmla Sanctorum, p. 86, Whitley Stokes, The Tripartite Life, pp. cxi-cxii e Haddan e 
Stubbs, CouncUsy voi. II, Part. II, pp. 360-361. Ammessa la sua autenticità, l' Inno sarebbe da porsi 
accanto come aguale, a quello di Secondino. Come si é detto, non si potrebbe trarre argomento 
contro il nome Succat dal silenzio di un solo innologo, e tanto meno nel caso di Secondino, data 
la brevità della sua forma metrica, P intendimento che Tha guidato nel comporre l'Inno e tutta 
la maniera di quella composizione. Cf pPi 77-80, Healy, loe. dt. 



168 WILLIAM J. D. CROKE LL. D. 



partita \ l'antica prefazione air Inno di Secondino *; l'altra antica prefazione al mede- 
simo Inno contenuto nel Lebhar Brecc ^; le antiche annotazioni snll'Inno di Fiacc * e 
l'Omelia su Patrizio nel Lebhar Brecc ^. Ed è a notarsi che questi scritti formano una 
serie completa di quelli che trattano ex professo la vita di Patrizio, cioè, con il detta- 
glio che permette una dichiarazione dei suoi vani nomi. 

Ora questo nome attribuito a Patrìzio nella maniera di già spiegata da una tale 
serie di antichi scrittori Irlandesi ha un significato che quadra con il nome Palladio. 
Esso significa < bellicoso » o « forte in guerra » nella lingua Britannica ^, e Patrizio 
parla continuamente della Bretagna come la sua patria: « Et iterum post paucos annos 
in Britannis eram cum parentibus meis, qui me ut filium snscipernnt, et ex fide roga- 
uerunt me, ut nel modo ego, post trìbulationes qnas ego pertuli, nnsquam ab illis diace- 
derem ^. » Ed ancora : « linde antem [possem] etsi nolnero amittere illas, et pergere in 
Brittannìas; et libentissime paratns irem, quasi ad patriam et parentes > ^ 

Di Palladio non sappiamo né la nazionalità, ne l'origine, né la famiglia, né la 
storia biografica, niente, infine, fuorché ciò che di esso narra Prospero, cioè, che fn 
diacono e indi che ebbe prima influenza presso Celestino e poi da lui l'ordinazione. 
Il suo interessamento nell'andamento della Chiesa Britannica ne lo indicherebbe come 
oriundo; la sua missione in Irlanda andrebbe concordemente con questo. Un giovane 
della Bretagna venuto in contatto colle chiese del Continente avrebbe potuto benissimo 
essere chiamato con il nome allora comunissimo di Palladio, che sarebbe la tradu- 
zine per un sinonimo abbastanza vicino del suo impronunciabile e forastiero nome di 
Succat. 

Similmente, presso che negli stessi anni del quarto secolo, ebbe il suo nome la- 
tinizzato Pelagius, il di cui nome britannico sarebbe stato Morgan, questo significando 
mare ed essendo vicino a Pelagius, preso da '^^eXxyo;- Cosi in molti casi sappiamo 
che ebbero origine i nomi piuttosto latinizzati che latini che formano la totalità 
quasi nelle antiche leggende e storie delle chiese della Bretagna, della Scozia e del- 
l'Irianda ^ 

In quanto, poi, al nome Patricius, esso ci è chiaramente indicato nell'istessa serie 
di scrittori Irlandesi come titolo, più che nome. Ammesso pure che sia stato nome di 
famiglia, e non uno avuto, come dicono almeno alcuni di essi, nell'occasione della sua 
consecrazione come vescovo, non sarebbe che uno di diversi tra cui potrebbe essere 
anche il nome Palladius. 

1 Edita da Whitley Stokes, The Tripartite Life, pp. 17-20. 

^ Sucat (dano) ainm Patrain apud parentes ejus. Cothraige nomen eius apud Miluic. Mago- 
nius apud Qermanus. Patricius (nomen eius a) papa Celestino. Ibid., p. 384. 

3 Ibid., p. 391. 

* Ibid., pp. 413, 404-5. 

5 Ibid., pp. 441-443. 

« M. F. Cusaek, A Hist. of the Irish Nation, pp. 243, 5, 16, 12, 880, 390, 404, 412, 440, 442, 
449, e Whitley Stokes, loc. cit. Le forme sono varie: Succetus, Anah Boll, ìoc. cit., p. 548; Svceetf 
Succetus, Sucset, Socket e Suchat, Ibid., p. 35, e le pagine sopra citate di Stokes. 

' Conf,, apud Stokes, loc. cit,, p. 364. 

^ Conf. Ibid., p. 370. La parola quasi qui non presenterà difficoltà; specie, al lettore degli 
scritti Patriziani. 

^ Cosi S. Patrizio avrebbbe cambiato il nome di Sechnall in Secundinus, Healy, loc. ciì., 
p.. 77; cosi Corictic, a cui scrisse Patrizio chiamandolo Coroticus, Annal. Boll., p. 577; Beneo 
fu convertito in Benignns, Healy, loc. cit. , p. 116; Fith in Iserninus, Stokes, loc. cit., p. XCII; 
Siadhal in Sedulius, Healy, loc. cit., p. 30. Cosi troviamo nomi come Fatidius, Haddan e Stubba, 
loc. cit., Il, Part. I, p. 7, p. 16 ; ove pure si fa menzione di Albanus e Julius, p. 5 ; £borius. Re- 
stitutus ad Adelphius. p. 7. In Lingard, Anglo-Saxon Church, I ; p. 2 e 3 trovansi altri esempi 
Britannici e nella Storia del Can. Bellesheim esempi simili della Chiesa Scozzese. 



l'identità dei santi patrizio e palladio 169 



Posto tntto ciò, non sarebbe difficile di elaborare nna concordanza completa tra 
le asserzioni di Prospero Aquitanense e ciò che Patrizio dice di se stesso, sia nella 
Confessio e néìVEpistolay sia nella Lorica e nei Dieta, rannodandovi tutto quello che 
scrivono dell'Apostolo Muirchu Maccu Mactheni e Tirechan, escludendo di necessità 
soltanto la composizione che questi autori hanno tentato di efiettuare tra i due corpi 
di documenti che invero trattavano dell'Apostolo sotto due diversi nomi ed aspetti: 
come Palladio in contatto colle chiese Latine, come Patrizio tra il suo popolo Irlan- 
dese. 

Prospero esclude ogni altro apostolo, salvo Palladio, ed avrebbe peccato enorme- 
mente e imperdonabilmente tacendo di un altro se vi fosse stato, ed avrebbe agito 
irragionevolmente citando un apostolato sterile di risultati con lodi falsi all'estremo e 
tacendo di un apostolato felicissimo, quasi sincrono coll'altro e in ogni caso a sua 
conoscenza, visto che lui stesso fu a Boma nell'anno 431 sotto Celestino, cioè durante o 
dopo la partenza di Palladio, e che rimase in rapporti intrinseci con Celestino, e con 
Sisto e Leone, i due successori di Celestino, i di cui regni vanno dall'anno 432 fino 
all'anno 461. 

Patrizio, viceversa, esclude ogni altro apostolo all'infnori di se stesso, scrivendo 
ad un'età forse alquanto o molto più tardi di Prospero. E' fu certamente contempo* 
ranco con Prospero. 

Ma di contrasto tra i due non vi è niente altro: non vi è nulla né espressamente 
né per illazione scrìtta dall'uno che combatta con la narrazione dell'altro. Vi è, di più, 
un'armonia tra i due, che sembra fatale per la doppia personalità presentata dal Libro 
di Armagh, giacché, essendo contemporanei ed informatissimi dei fatti. Patrizio e Pro* 
spero sono concordi nell'asserire di un solo apostolo, di un solo apostolato, e dei risul- 
tati completi e pronti che ne derivarono cosi da fare che, in pochi anni, la missione 
fosse considerata come avente per frutto nna conversione nazionale. 

Vi sono ben altre necessità intrìnseche e reciproche tra questi due corpi di docu- 
menti che hanno una cosi profonda necessità di essere completate: verosimilmente 
l'nno dall'altro. Fra queste primeggia la fecondità della fede appena piantata in Irlanda. 
Prospero la conobbe; é possibile che non ne conoscesse che Palladio per autore? Pat- 
rizio la conobbe, ma come dunque non conobbe quel Palladio che Prospero asserìva 
di aver fatto tutto? Tra Patrìzio e Palladio vi é — sembra — la mutilazione di due 
apostoli. Ed effettivamente, ciascuno di essi é incompleto isolatamente. Chi fu Patrizio 
prìma della sua missione se non fu Palladio? Che divenne di Palladio appena che 
aveva toccato l'Irlanda, se non era identico a Patrizio? L'apostolato maraviglìoso che 
Patrìzio narra nella sua Confessio non ha nesso logico colla sua vita misterìosa di 
prima. La vita di Palladio, dopo arrivato in Irlanda, non corrisponde nella sua oscnrìtà 
e nel fallimento ascrittola da tutta la storia Irlandese colla posizione e la dignità di 
prìma. tal quale ci é narrata nel modo più ampio dai Bollandisti {Ada Sanct, Jul. II, 
die sexta) e da O'Hanlon, {Lives of the Irish Saints, 8t. Palladtus) la qnale narra- 
zione ci sembra per nna parte identica a quella di Patrizio e per il resto, più ehe 
sospetta, apertamente apocrifica. Biograficamente, Patrìzio é incompleto senza Palladio. 
Palladio é similmente monco senza Patrizio. Messi insieme presentano una personalità 
omogenea manifestata in due perìodi e sotto due aspetti. 

Ma, più che biograficamente, anche davanti alla storia, le personalità di Patrìzio 
e di Palladio rìsentono un bisogno mutuo l'uno dell'altro. Se non é riconosciuto come 
Palladio, Patrizio è sconosciuto alla storia per secoli ; d'altro canto, la narrazione Pal- 
ladiana di Prospero entra assai tardi a far parte della storia Irlandese. 

Sotto questo rispetto, che facilmente si svilupperebbe assai a lungo, la teoria del 
doppio apostolato Irlandese che si ricava dal Libro di Armagh diviene quasi inamissibile. 
Ma, a portare la prova più alta e più vicina alle fonti certe di tutta la storia eccle- 
siastica Irlandese, cioè, ai documenti Prosperiani e Patriziani, e a quegli che imme- 



170 William ì. d. c&okk ll. d. 



diatamente li seguono, ed anche a quegli che più a lontano li vengono appresso, tro- 
viamo non meramente che Patrizio e Prospero tacciono di un doppio apostolato, e che 
affermano l'esistenza di uno soltanto, ma che fanno ugualmente tutti quei documenti 
che sono a questi secondarii e susseguenti. 

Una lista cronologica della parte di questi che parlano di Patrizio ci fornisce il 
chiaro Dr Whitley Stokes ^ e benché ci possa essere da discutere sopra qualcuno dei 
dettagli, specie cronologici, essa è sostanzialmente ccN'retta. Prima dopo le opere di 
Patrizio, mette Unno dì Secondino, le sottoscrizioni al Libro di Durrow, monumenti del 
sesto secolo; poi nel settimo secolo la lettera di Cummean, il Calendario di Luxenil, 
gli scritti Armachiani, la Vita di Colomba scritta da Adamnan, e Unno di Cnmmine; 
e, finalmente, come appartenente all'ottavo secolo, Tlnno di Piace, la preghiera di 
Ninnine, il Tratto Liturgico, le Canoni ascrìtte a Patrizio, i versi di Alenino, il Marti- 
rologio di Beda, l'Inno di Basilea, ed il Catalogo dei Santi Irlandesi. 

Ora, salvo gli scrittori Armachiani, tutti questi antichi conoscono solo Patrìzio: 
cioè, i due documenti che sono assegnati al sesto secolo come contemporanei coll'Apo- 
stolo, e quelli che gli fanno seguito. 

Un'altra lista potrebbe compilarsi della serie di documenti che nominano Palladio 
soltanto. Da essa risulterebbe che i più antichi documenti nominano lui solo ; i meno 
antichi lui e Patrizio. Il Chronico degli Anglo-Sassoni lo nomina; Beda lo nomina 
nella sua storìa. Ma tanto l'uno quanto l'altro di questi scrittori erano a conoscenza 
degli scritti Prosperiani, ed ambedue sembrano di mostrare esitazione: lo scrìttore 
Anglo-Sassone, perchè in qualche edizione vi è varìetà, il nome di Palladio essendo 
sostituito con quello di Patrizio, mentre Beda che nomina Palladio nella sua storia 
nomina Patrìzio nel suo martirologio. E questo fenomeno dell'esitazione o dubbiezza 
dell'accuratissimo Beda è monumentale. Ma l'importanza di questa discordanza nei 
documenti è, in generale, fortissima, perchè, salvo sempre gli scrìttorì Armachiani, 
tutti quei che parlano di Palladio tacciono di Patrizio, mentre d'altro canto tutti quelli 
che parlano di Patrìzio tacciono di Palladio. Data la relazione mntua delle due persone, 
secondo la teoria Armachiana, ciò vale per un'esclusione in ciascuno dei due casi. 

Risulta poi che manca appoggio più antico degli scrittori Armachiani per la dupli- 
cità degli Apostoli. 

Fatta poi la composizione, ovvero conciliazione, tra i due apostoli, uno dei quali 
era conosciuto sempre, l'altro dei quali venne a essere conosciuto soltanto dalla tarda 
lettura di Prospero Aquitanense, la troviamo ripetuta in tutta una serìe di documenti, 
che cominciarono presto a seguire la strada aperta da Tirechan e Muirchu Maecu 
Mactheni. E metterei Tautore della Historia Britonum come il primo a seguire questo 
passo degli scrittori di Armagh. La sua storia venne a conoscenza del Continente di 
Europa, ed a questo fatto è dovuta la storia documentata di Palladio che troviamo 
riprodotta nei già citati Bollandisti e nel Lives of the Irish Saints di O'Hanlon *. Ma 
questa letteratura ex post factum è, intrinsecamente, tutt'altro che soddisfacente. Pal- 
ladio e Patrizio stanno a parte per secoli, e quando la combinazione tra le loro rispettive 
vite è stata effettuata non ottenne un posto nella storia che assai tardi e dopo molte 
esitazioni. 

È supponibile che nel tentare la combinazione dei due apostoli gli scrittori Arma- 
chiani, (o chi la effettuò prima di loro), si siano serviti di leggende locali, di memorie 
disperse e di dettagli rimasti in memoria, ma confusi e distaccati dal corpo eommune 
della storia di Patrizio; forse di un primo viaggio senza risultati che fece nell'Irlanda 
mentre era conosciuto sotto il nome di Palladio, o di fatti isolati che si connettevauo 



1 Loc. cit, pp. Gzxix, czxz, cxxzr, cxxxii. 

2 Vedasi pag. 49. 



L*IDENTITÌ DEI SANTI PATRIZIO È PALLADIO 1?1 

con tale prima missione. Certo vi sono somiglianze assai strane tra tutte le peregri- 
nazioni attribuite a Palladio e qaelle attribuite a Patrizio. 

È indubitato che gli scrittori Armachiani contradicono tanto a Patrizio quanto a 
Prospero, e che essi sono inferiori assai di età e di autorità alTuno e alPaltro; ma 
è probabile che abbiano conservato per noi gli elementi ^ della soluzione equa e natu- 
rale della questione importante della conversione del popolo Irlandese. 

Una soluzione è in varii modi indicata : e sarebbe, che tanto Patrizio quanto Prospero 
parlavano con perfetta conoscenza di causa, ma in diverse circostanze, partendo da 
diversi punti di vista ed ispirandosi a diversità di scopo, ma che trattano deiristesso, 
unico apostolo dell'Irlanda: Patrizio di se stesso. Prospero di lui sotto il nome di Palladio. 

William J. D. Croke LL. D. 



Vedi le parole citate in due occasioni da Muirohn e Tirechan, a pagg. 164-167. 



COMMUNICATION SUR LE PRQJET 
D'UN RECUEIL DES INSCRIPTIONS GRECQUES CHRÉTIENNES 



Le projet dont je veiix vous entretenir, projet d'un recueil des Inscriptions grecques 
chétiennes, n^est pas une nouveauté. Le Bulletin de eorrespondance hellénique (t. 22, 1898, 
p. 410-15) voas en a déjà donne le programme et toutes les revnes qni s'intéressent à 
nos ctndes Tont reproduit ou signalé. 

La necessitò d'nn semblable recueil a été proclamée depnis longtemps (Sp. Lam- 
bros, BZ., 1, 1892, 191 seq.\ car son utilité est incontestable. Il réunirait les inserì* 
ptions chrétiennes grecques qui, jusqu'au VP siècle, sont nombrenses dans l'ancien monde 
romain, de la Gaule à l'Arabie, de la mer Noire au Maroc, et qni, postérienrement 
au VP siècle, sont encore en nombre considérable dans les pays italicns; sans parler 
des contrées proprement grecques où l'on n'a jamais cesse de les tnultiplier. Or aucun 
recueil d'inserì ptions ne les a réunies en totalité. La plupart d'entre eux, faits ponr 
une ville on pour une province, omettent forcément ce qui n'est pas dans leurs limites 
terrìtoriales. De plus, panni les pays exclus de la liste de ces inventaires partiels, il 
faut piacer la péninsule des Balkans et l'Asie Mineure, c'est à dire les régions où les 
inscriptions grecques chrétiennes sont en plus grand nombre. Il existe, il est vrai, dans 
le IV' volume du C. /. (r., un recueil general des inscriptions grecques chrétiennes. Mais 
ce recueil, excellent et très utile quand il fut fait, ne renferme qu'nne faible partie 
des inscriptions connnes aujourd'hui. L'aeadémie de Berlin, en rééditant ce Corpus^ 
n'a Youlu donner que les inscriptions chrétiennes antérieures au VP siècle; encore faut-il 
observer qu'on n'a pas mis, dans le volume de l'Italie, les inscriptions de Rome et 
qu'il faudra encore attendre longtemps avant de trouver dans la collection complétée, 
l'ensemble des inscriptions grecques chrétiennes des 6 premiers siècles de notre ère. 
Quant à celles des époqnes suivantes, elles seront complètement omises. — On peut donc 
dire qn'anjourd' bui les inscriptions grecques chrétiennes sont ou inédites, ou tellement 
dispersées dans des revues ou des recueils divers qu'il est impossible d'en apercevoir 
facilement le nombre et l'importance. 

Oette dispersion en rend l'étude presqne impossible. Je n'insìste pas sur la diffi- 
culté qu'on rencontre à se proeurer les revues nombreuses ou certaìns recueils presque 
introuvables où sont publiées des inscriptions grecques chrétiennes. Je suppose méme 
qu'avec beaucoup de patience et d'argent on ait réuni la plus grande partie des im- 
primés entro lesquels ou les a réparties, on n'en serait pas moins fort empéché d'uti- 
liser cotte masse de documents et cela, fante d'une classification méthodique, fante 
snrtout àHndices commnns favorisant les recherches et les rapprochement scientifiques. 
Un recueil des inscriptions grecques chrétiennes, publié sous une forme maniable et 
suro, et muni de bons indices est un instrument dont l'absence est vivement regrettée 
par tous ceux qui s'intéressent au christianisme primitif comme aux choses d'orient, 
philologues, historiens, archéoloques, aussi bien qu'épigraphistes proprement dits. Le 
recueil que nous voulons faire aura donc sa raison d'étre, à coté et en dehors de 
ceux qui existent déjà: il sera le répertoire épigraphiqne du christianisme grec. 



174 J. LAURENT 



Un tei recneil, avec Pappareil Bcientifiqne et Texécntion matérielle qn'il comporte 
est nne oenyre de longne haleine. II y fandra la collaboration de toas. En attendante 
et précisément ponr la proYoquer, M. HomoIIe, dìrectenr de PEcoIe Frangaìse d'Àthènes, 
et Mgr Dnchesne, directenr de TEcoIe Fran^aìae de Berne, ont songé à nn recneil 
provìsoire plus modeste, à nn inventaìre qni serait destine surtout, en appelant des 
compléments et des critiqnes, à préparer la rédaction definitive. D'ici là, parla rén- 
nion des textes, par les rapprochements de ses indices, il servirait grandement anx 
archéologues ehrétiens dans le sens le plus large dn mot, dans le sens anqnel le pré- 
sent congrès doit son nom. 

M. Cnmont, de l'Université de Qand, a déja commencé le travail ponr l'Asie Mìnenre 
(Mèi, d'arch. et d'hist., 15, 1895). Il s'agit de le ponrsnivre, province par province, 
mais en le complétant. Àn simple ìnventaire qn'il a donne, noas voudrions snbstitner 
le texte méme de chaqne inscription, imprimé en caractéres conrants, et le faire snivre 
des qnelqnes indications nécessaires pour mettre briévement en lomière sa valeur phi- 
lologiqne on hìstoriqne; des indices termineraient le tont. De cette fagon, nous anrions 
mis sous nne forme commode à manier et ponr nn prix modiqne, l'ensemble des ìnscrip- 
tions grecques chrétiennes à la disposition de tons. Mais pour qne notre inventaire, 
rénnissant ponr la première fois des textes dispersés on inconnus, soit anssi complet 
qne possible, nous avons besoin de la bonne volonté generale. Yoilà ponrqnai M. Ho- 
molle a publié dans le Bulletin de Correspondanee Hellénique de 1S98 nn appel qni 
nous a déjà valu de précieux conooars. Cet appel, nona ne ponvions manqaer de venir 
le répéter à un congrès qni réniiit tant de sayants venus de tons les pays civilisés. 

Yous pouvez beanconp et de diverses fa^ons, Messienrs, ponr nne oeuvre qui doit 
étre utile à tons: 1"" Si vous avez forme le recueil des inscriptions grecques chrétienn^ 
d'une ville ou d'une région, pnbliez le au plus tdt; notre recueil y gagnera. Yous 
ponvez aussi nous le donner; il serait publié à sa place et sons votre nom dans notre 
Inventaire. — 2"" Signalez-nous vos publications épigraphiques dans des revues locales, 
si nombreuses, en Italie notamment, et qui sont parfois intronvables dans l'Etat méme 
où elles paraissent, à plus forte raison, dans les pays étrangers. — 3® Quand un texte 
est déconvert dans l'endroit où vous habitez, empressez-vous de nous Tapprendre et 
envoyez-nons, si possible, une copie, un estampage, nne photographìe. — 4" Faites nous 
part des corrections on des interprétations à des textes déjà connus qui vous seront 
suggérées par vos études personnelles. 

Si vous voulez bien nous aider, l'inventaire des inscriptions chrétiennes grecques 
sera bientdt termine et l'apparìtion dn corpus proprement dit n'en sera qne plus prò- 
chaìne. Faut-il vous dire qne, ponr tontes vos Communications, nous respecterons vos 
droits de découvreur ou de travailleur, et que chacun sera nommé pour ce qni lui 
appartiendra? nous ne demandons qu'à servir de secrétaires de la rédaction ponr une 
oeuvre qui appello la collaboration de tous. 

Nous vous prions d'andresser les Communications qni concement les provinces 
d'Asie à M. Cnmont, professenr à l'Université de Gand, et à moi-méme, à l'Université 
de Nancy, celles qui se rapportent aux pays d'Europe ou d'Afriqne. 



J. Laurent. 

Mattre de conférenoes d'histoire anoienne 
à, l'Université de Nancy. 



INSCRIPTIONS CHRETIENNES 
INÉDITES OU PEU CONNUES PBÉSENTÉBS AU CONGRÈS 



M. Seymonr de Biccì presenta au Congrès la note de quelqnes inscriptions copiées 
par Ini. Noas en publions seulement qaelqnes-nnes qui ont une certaine importance 
en laÌBsant de coté les fragments tont à fait ìnsignifiants : 

Alexandrie. (PARIS. Louvre). 

Inscrìptions données en 1886 par M. Glermont-Gannean : 



rTTlNAPÀ 
KAIAOTAl 

ANóY<t) par 

IT co t^i^ 



.AMAlTArCON 

+Àno\uj 



^K^KO cj> 




La provenance Alexandrie est indìqnée par Tétiqnette. 

La première est publiée en minnscales par Glermont-Gannean, Bevf4€ critique, 1883, 
p. 142, note 1: 

HoTìScapou, Ilivapa, xaì AouXiavou fpo(v)Ti(9)Ta>v 
C'est une inscription jnìve. 



Sana dente Alexandrie, 

■ 

Ancienne collection Hoffmann, n. 635. 
Vendn en 1899 à Paris. 

Acheté ponr un marchand d'antiqnités par M. Sivadjian marchand d'antiqnités, 
rne Le Pelletier à Paris. 



176 



SETMOUR DE BICCI 



Ma copie: 



+HNHC 
KEHAIAT 

AO YC Y 



(oHATlu) „ 
WHcbAMEN 






Reims. 

Gerusez, Description historique et stattstiqtie de la ville de Beims, Beìms, 1817, 
2 voi. in-S*" (pagination continue, pp. 716-xii) p. 288 dit: 

En Novembre 1812 en fouilìant dans le chosur de cette église (S*-Nicai8e de Beims) 
on a trouvé à cinq pieds de profondeur une inscription latine doni il ne reste que la 
moitié des lignea, 

Povillon Piérard, Histoire abrégee du célèbre tnonastère de Saint-Nicaise de Rheitns, 
ms. in^"" ff. 292 (n. 1603 des mss. de la brbliothèqne de Beims). 

F. 101 verso. — Au commencement de Nov(embre) l'an 1814 on découvrit eti er- 
ploitant les ruines de Véglise Saint-Nicaise une pierre [de] deux pieds trois pouces de 
longueur (circiter m. 0,73). 



F. 100 



T-niGrvi 

CIT IN 
OPR-AE 
GER.LA l 



OBI IT 
DAS A 



+ hic re[quie^''] 

cit in pa[ce 

pr(esbyter) aed 

gerla . . . 

obiit . . . \kalen''] 

das Au[gustas'\ 



INSGBIPTIONS GHBÉTIENNSS 



177 



Ifayence. 



(Très snspect) 



Bibl Nationale. Ms. Allemand, n. 193, correspondance d'Oberlin, T. II, f. 121 (des- 
sin de BodmanD). 

Saec. VlIIvel IX; repertm 10 Maij 1805 in novo coemeierio extra Moguniiam. 



l 



+ £N ALLAN y£ 

LIGON NVON/tN 
£N DIZjOsTGPsVOF 
ON5EIZITHE 
PRONO A^DIIBBk 



NZON AA/ XXXIII- 
•f FigClTfl^4* 




Amiens. 

Perdue. - Etait dans la coUection des Génovéfaìns jnsqn'à la fin da sièele dernier. 

Dnbuisson Aubenag, Itinerarium franco-picardo-normanicuim) f. 11 (ms. n. 4406 
de la Bibliothèque Mazarine, à Paris). 

On y parie d'un tombeau déconvert à Amiens et dit: 

« Parrai ceste ferme (?) fut trouvée une pierre longue d'un pie et quasy anssi 
large epoisse de 2 bons pouces gravées à lettres quasy uncìales d'un coste ainsi: 

+ LEVDELINVS HIC REQVISCIT IN PACE VIXIT 
ANNVS L • DEFVNCTVS EST VBI FICIT GENVARIVS 
DIES XV . 

12 



178 SETMOUB DB RICCI 



£t sur Tantre coste ainsy: 

+ VALDOLINA HIC RECiVIISCIT IN PACE VIXIT ANNVS 
DEFVNCTA EST VBI FICIT IVLIVS XXIII. 

Catte ìnscrìption est dans le reeueil de Le Blant (T. I, p. 428, n. 325). 
Notre copie apporte à la fin de Tépitaphe de Leudelinns la lecture Genuarius, 
meilleure que la lectnre Genarius donnée par Le Blant. 

Setmour de Ricci 

Déléipié da Musée Guimet et de la Soc. dea Etndes priTés. 



CARTHAGE 



Il y a nn quart de siede, le tonriste qui vìsitaìt Carthage était péniblement 
snrpris de voìr le pea de rnines qni subsistait de Tantique rivale de Eome. 

A part les grandes citernes de la Malga et celles du bord de la mer, l'amphi- 
théàtre et le eirque dont on ponvait deviner l'emplacement, la longne ligne de blo- 
cages qui dans la plaine révélait l'aqneduc de Zaghouan, les petìts bassins qui 
marquaient la position des anciens ports, et à Saint- Louis méme, les voùtes débiayées 
par Beulé; à part ces qnelques points, le voyageur ne voyait, selon la saison, que 
champs cultìvés et verdoyants, on un sol gris, remplì de pierres, parsemé de tessons et 
de morceanx de marbres de tontes couleurs. 

Mais des principaux monutnents de l'antique Carthage, surtout de la Carthage 
chrétìenne, il n'apparaissaìt plus rien, et on en ignoraìt méme la place. 

< C'est surtout la Carthage chrétienne qui a disparu », écrivaìt M. de Sainte-Marie 
en 1876, et il ne pouvait donner qu'une seule inscription chrétienne de Carthage. 

On ne pouvait donc compter que sur les fouilles pour retrouver la trace des mo- 
numents chrétiens. 

C'est ce que comprit sì bien notre vènere et regretté Pére le Cardinal Lavigerie, 
En confiant aux Pères Blancs, il y a vingt cinq ans, la garde dn sanctuaire de Saint- 
Louis, il recommandait à ses missionnaires dans une lettre speciale, de joìndre les 
recherches archéologiques a Texercice de la charité, qui devait étre d'abord leur 
première oeuvre d'apostolat au milieu des Arabes. 

À cette epoque, le tonriste après avoir visite la petite chapelle de Saint-Louis, 
se rendait aux citernes, et n'ayant plus rien à voir, se contentait d'admirer le magni- 
fique panorama et rentrait à La Goulette ou à Tunis. 

Il n'en est plus ainsi aujourd'hui. 

Les fouilles et les recherches qui ont étc entrepises sous la puissante et intelli- 
gente ìnitiative du Cardinal Lavigerie, ont fait exhumer plusieurs monuments importants 
et beaucoup de pièces intéressantes, qui forment aujourd'hui le musée de Saint-Louis, 
auquel nous avous donne son nom, et qui ont permis de fixer bon nombre de points. 

Avant de raconter comment j'ai été mis sur la piste d'une grande basilique chré- 
tienne, supposous, si vous le voulez bien, nn pélerin, un archéologue, un congressiste 
par exemple, venant aujourd'hui à Carthage. Je vais Taccompagner à la visite des 
ruines, passant rapidement près des monuments palens, me contentant de les men- 
tionner et m'arrétant spécialement aux endroits intéressant l'archeologie chrétienne 
et nons terminerons cette promenade scientifique par les rnines de la grande basilique 
chrétienne bien comme aujourd'hui sous le nora de Damous-el-Karita, du terrain où 
j'ai en la bonne fortune de la découvrir. 

Le visiteur qui arrive de Tunis à Carthage par la route carossable, après avoir 
quitte la route de la Marsa, aborde les rnines de l'antique ville en passant près d'un 
monticule appelé par les arabes Koudiat-Tsalli, appellation dont le premier terme 
signifie colline, et dont le second évoque l'idée de prière. Cette colline renferme des 
sépultures chrétiennes, et, à mon avis, doit cacher les ruines d'une basilique, sans 



180 A. L, DELATTRE 



doute celle des Martvrs Scillitains, qui étaìt sitnée hors de la ville snr une voie por- 
tant leur nom et qui, d'après le martyrologe de Saint Adon» devait se diriger vers 
Utique. 

Presqn'immédiatement après, du méme coté snr le bord dn chemin à droite, le 
visitenr voit les ruines de la villa de Scorpìanus, avee ses restes de thermes, sa 
piscine et ses salles pavées de mosaltques dont les plus belles ont été transportées dans 
le musée Lavigerie. 

Nous sommes ici dans la région des cimetières romains, des cimetières snperposés. 
de ceux de Officiales, dont bon nombre de tombes sont encore visibles près da pnita 
appelé Bir-el'Djebbana, ou puits du cimetière, car les arabes continuent à y enterrer. 
Ces sépultures roniaines dont la découverte intéressa si vivement les savants offrent 
une disposition fort curieuse, avec leur tnyau à libations dans lequel les pa'fens in- 
troduissaient de ces missives écrites sur lamelles de plomb, le plus souvent en cara- 
ctères microscopiques, et adressées auK puissances infemales pour jeter le manvais 
sort à leurs ennemìs. Nous avons trouvé là plus d'un millier d'inscriptions. 

Outre les cimetières pa1[ens, le terrain de Bir-el-Djebbana renferme ansai des 
sépultures chrétiennes. C'est là que j'ai trouvé la tombe en mosa'lque d'un Jugurtha 
chrétien. 

IVGVRTA IN PACE 

Près de là, Tarchéologne doit visiter Tamphithéàtre. Gràce aux milliers de mètres 
cubes de terre que nous avons enlevés, il peut pénétrer aujourd'hui dans l'arène qne 
les martyrs, tombés sous la dent des bétes fauves, ont arrosée de leur sang. 

C'est là que du temps de Tertullien, les pa1[ens poursuivant les chrétiens de lenr 
baine, demandaient à grands cris qu'on leur enlevàt leurs cimetières, on ils se rén- 
nissaient pour la célébration des saints mystères: « Areae non sint ». 

C'est dans cette enceinte que retentit cet autre cri de la fonie avide de spectacles 
impies et sanglants: < Cyprien aux lions>, 

Les fouilles énormes que nous avons entreprises dans cet amphithéàtre ont reo- 
contro sous une conche de terre brnnàtre les substructions de l'arène, analo^oes à 
celles qui existent dans le Colisée. 

Au fond de l'arène, une voflte souterraine a été transformée en chapelle en ThoD- 
neur de sainte Perpétue et de sainte Felici té au lieu méme de leur martyre. 

Le visiteur en quittant l'amphithéàtre, traverse la voie ferree et peut se faire 
conduire directement à Byrsa. Il laisse alors sur sa gauche les grandes citernes de la 
Malga, des ruines de Thermes, et le Koudiai-Soussou qui porte la croix dite de 
S* Cyprien, parce qu'elle a été dressée là par le Cardinal Lavigerie pour marqner 
l'emplacement approximatif du lieu où fut inhumé l'illustre évéque de Carthage. 
« Juxta piscinas », disent les actes, et ils ajoutent : dans l'area du procurateor M&- 
crobe, et c'est là que nous avons trouvé l'épitaphe d'un procurateur chrétien nommé 
Fortunatus, 

Sur la colline de Byrsa, aujourd'hui colline de S* Louis, l'archéologue se bàie 
d'aller visiter, dans le flanc sud-ouest, qui regarde la Goulette, la nécropole punique 
avec ses curieuses charabres funéraires, surmontées d'une sorte de toit triangnlaire, 
qui les fait rapprocher du tombeau d'Agamemnon; puis des constructions de einq et 
six àges différents (Murs, absides, rue, citernes, maison romano-byzantìne, cimetière 
musulman). C'est là que nous avons trouvé un montant de chancel portant en carae- 
tères superposés le début de l'invocation: KYPIEELEISON, et une pierre snr laquelle 
on lit le mot: REGIO. 

Suivant la tranchée le long du mur de Théodose, il arriverà, à l'angle sud de la 
colline, au curieux mur à amphores, entièrement construit à l'aide de milliers d-am- 



CARTHAGE 181 



phores, qne lenrs inscriptions (estampìlles de potìer et raarques à l'encre) rendent 
précienses, et dont un certain nombre ont conserve par le nom des oonsals, l'àge dn 
vìn qu'elles avaient contenn. Lea dates fonmies par ces amphores vont de 43 à 15 
avant notre ère. 

Dans le flanc snd-est, ce sont d'imposantes mnraìiles de la citadelle, et un pen 
plus bas, en avant, une chapelle sonterraine, sorte de prison convertie en sanctnaire, 
an fond de laqnelle était nne peìntnre représentant plnsieurs personnages, dont le 
principal était un saint, la téte ornée dn nimbe. Sur l'enduit du corridor qui condnit 
à cette chapelle, des croix et des monogramnies du Christ ont été tracc^'s à la pointe 
par les pèlerins. Les trois marches d'accès sont encore aujourd'hui celles qni ser- 
vaient anx preniiers chrétìens. 

De la chapelle sonterraine il faut se rendre à Saint-Louis et an musée Lavigerie. 
Le jardìn au milien duquel s'élève la petite chapelle batic par Louis-Philippe, est 
devenu un musée. Les voùtes qui ont été déblayées en avant dn monument appar- 
tiennent à une suite de salles et d'absides de Tépoque romaine, et probablement au 
palais du proconsnl. Le mur d'enclos a été utilisé pour fixer et exposer nos sérìes de 
marbres sculptés et d'inserì ptions. La première partie dn mur, celle qui se voit d'abord 
à droite, porte un choix de nombreux fragments d'cpitaphes chrétiennes qui nons ont 
fait déconvrir la basilique de Damous-el-Karita. 

Un pen plus haut, a la hauteur des vofìtes qne je viens de signaler, sur le bord 
de Tallée, deux piédestaux à base dédicatoire portent le nom du fameux Symmaque 
qui fut proconsnl d'Àfrique, et qui étant préfet de Some, envoya Augustin enseìgner 
la rhétorique à Milan. 

Le reste du jardin renferme des milliers de pièces archéologiques, inscriptions, 
statues, sarcophages, colonnes, chapitaux, amphores, etc. 

L'archéologue trouve aujourd'hni la chapelle de Saint-Louis entourée de plusieurs 
centaines d'ossuaires carthaginois, petits colfrets de pierre rentermant les os calcinés 
et brisés des morts. Mais pour continner sa visite dea souvenirs chrétiens de Tanti- 
quité, il se dirige vers un mur gami de bas-reliefs et de textcs provenant des fouilles 
de Damons el-Earìta : le Bon Pasteur, épitaphes d'évéqnes, de prétres, de diacres, de 
sons-diacres, de lecteurs et d'acolythe, pnìs nne longue pierre ornée au centre d'une 
croix dans les bras de laqnelle sont distrìbuées les initiales d'une acclamation chré- 
tienne, qne nons croyons avoir été AVE SANCTA CRVX NOSTRA LVX, avec cette 
portion du psaume 85*"«: 

^ Fac nobiscum, Domine, signum... ut videant qui me oderuni et confundanturi^. 

De là passant devant la grande et belle statue de la Victoire et devant celle de 
Cérès, il arrive au bàtiment principal. A l'entrée de la salle dite de S^-Louis, il peut 
voir, dans deux vitrines spéciales: d'une part, le beau bas-relief de l'Apparition de 
l'Ange anx bergers, lenr annongant la venne du Sauvenr; et de Tautre, son pendant, 
non moins artistique, qne le commandenr de Bossi a étudió et illustre et qui repré- 
sente la S^ Vierge et l'Enfant Jesus avec deux prophètes et un ange ailé. 

Au-dessus de cette belle pièce de sculpture, malhenreusement mntilée, j'ai place 
nne brique du Y* siècle portant l'invocation: Sancta Maria adjuva nos. 

lei ce sont les marbres de sièges de l'amphithéàtre, avec le nom des personnages 
qni avaient des places réservées; là, un os de balelne, peut-étre de celle dont la 
carcasse était exposée à la curiosité dn public, au temps de saint Augustin, ainsi 
qn'on le voit dans une lettre qu'il écrivit en 408 a Deo gratias. Cette conclusion est 
d'antant plus vraisemblable qne cet os de baleine n'a pas été trouvé au bord de la mer, 
mais dans nos fouilles du flanc sud-onest de la colline de Saint-Louis, qui était jadis 
le capitole de Carthage. 



182 A. II. IHSLATTRE 



La grande salle qui s'ouvre vis a vis, a part des souvenire de l'amphithéàtre et 
des poteries ehrétiennes, ne renferme qne dea antiquités romaines et snrtont pnniqoes. 
L'antre salle, dont rentrée se trouve à l'extréroité de la galerie, est remplie d'anti- 
qnités de tontes les époques classées avec ordre et méthode. L'archéologne y remar- 
quera surtout notre coUection de poteries ehrótiennes, et surtont celle des lampes, la 
plus riche peut-étre qui ait été formée jusqu'à présent, avec une grande variété de 
snjets et de symboles. Il s'arrétera devant le pian de notre basiliqne de Damoua-el- 
Karita et devant le marbré portant cette inscription: 

SI DEVS PRO NOBIS QVIS CONTRA NOS. 

Dans l'interienr des bàtiments da séminaire, un long appentis donnant sor une 
cour extérieure abrite une grande quantité d'inscriptions cbrétiennes appliqaéesan mur. 

De la colline de Byrsa, ou dn Capitole, le visitenr aperQoit vers le nord-est, la 
chapelle des Carmélites qui marque, croyons-nous, remplacement des Thermes de Gar- 
gilius, où se tint la conférence de 411, célèbre par le róle important qn'y joua saint 
Augustin. 

Dn Carmel, un sentier conduit directeroent aux ruines de Damons-el-Karita. 

Mais si le visiteur veut terminer par cette basiliqne son excnrsion à Cartbage. 
il peut, laissant sur sa droite la colline dite de Jnnon et suivant le sentier qui conduit 
directement de la Malga a la mer, et sous leqnel se cache un souterrain long de 900 mètres. 
aller parconrir les tranchées et les tnnnels, qne nous avons pratiqnés à Doo'lmès, et 
qui nous ont fait déconvrir plus de mille torobeanx puniqnes datant da VII* an V' 
siècle avant l'ère chrétienne. 

Dans le terrain voisin, appartenant à un Israelite, la Direction des Antìqnités, 
guidée par nos décoavertes, a fait dans ces dernìers temps d'intéressante» fonilles: 
continnation de la nécropole pnnique, belles statues romaines, mosalfques et restes d'une 
petite basilique chrétienne dont le pian a pn etre rótabli avec celai de son baptistère. 

En se rendant de ce chantier anx citernes restanrées, on voit, sur la droite, an 
bord de la mer, d'énorraes blocages, ruines imposantes des Thermes dont le nom s'est 
conserve jnsqu'à nos jours parmi les arabes qni appellent ce qaartier Dermèche. 

Aa*dessus des citernes existe une construction souterraine dont les vodtes portent 
encore des vestiges de décoration a fresque. Les arabes Tappellent Eoobbabent-el-Bey. 
la coupole de la fille du roi. 

Entre la batterie de Bordj-Djedid et la colline qui porte la chapelle de Sainte 
Monique, un massif rochenx formant presque falaise est entièrement rempli de cen- 
taines de puits verticaux s'enfon^'ant dans le sol jusqu'à une certaine profondenr varìant 
de douze a vingt-denx mètres, et donnant accès a des chambres funéraires datant 
da IV' et IIP siècle avant notre ère. 

L'archéologue chrétien, l'àme remplie des plail émouvants souvenirs, se dirìgerà 
alors vers les ruines de la grande basilique de Damous-el-Earìta. Là il reconnaitra 
le corps principal de l'édifice sacre avec ses nenf nefs, ses absides, et l'emplacement 
de son ciborium, son airium ou area terminée par une chapelle à trois absidioles et 
nne seconde basilique renfermant le baptistère. Là furent trouvés des eentaines de 
bas-reliefs chrétiens en morceaux ainsi que des milliers d'épitaphes. 

Dans cette visite rapide des ruines de Carthage, je ne parie pas de Sidi-bon-Saìd. 
de la Marsa, de Gamart, cette montagne dans laquelle on avait ero troaver la né- 
cropole punique de Carthage, et qai de fait renferme des tombeaux juifs. 

J'ai passe aussi sous silence certains terrains dont le nom seul ponrrait foumir. 
comme celai de Eoudiat-Tsalli, des indica tions précienses ponr la topograpbie de Car- 
thage chrétienne. Tel est Bir-el-Kenissia, le puits de VEglise, près de Doaar-ech-chott,etc. 



GABTHÀGE 183 



On me pardonnera cet exposé. J'ai tenn à donner nn conp d'oeil d'ensemble sur 
les prìncìpanx resultata aeqnis à la science depnis un qnart de siècle, ponr la topogra- 
pbie de Carthage dont on avait dit qne les ruines mémes avaient disparu. 

€ Il faut le dire bantement, écrivait naguère un savant dans la revne de M. Bru- 
netière: c'est an Cardinal Lavìgerie qne revient en grande partie le mèrito de ces 
déconvertes >. 



A. L. Delattre 

des Péres Blancs. 



LA CROIX 




La croix se rencontre à Carthage sur un certain nombre d'objets qui n'ont assu- 
rément rien de chrétien, car ils sont antérieurs à notre ère, puis sur d'autres objets 

ponr lesquels il est perrais de douter ou du 
moius d'hésiter, enfin sur des objets où le sym- 
bole chrétien de la Eédemption n'oflFre plus 
l'ombre d'un doute. 

Je pourrais multiplìer les exemples de la 
première catégorie. Voici la croix figurant plu- 
sieurs fois sur une terre cuite sortie d'une tombe 
punique datant du VIP ou V*" siècle avant 
notre ère. 

Mais c'est surtont la seconde catégorie 
qui doit nous intéresser. La croix s'y voit sur 
un certain nombre de patères et surtout de 
lampes roraaines provenant de nos cimetières 
des officiàles dont les sépultures se succèdent 
du P"* au Iir siècle de notre ère. 

Permettez-moi de faire passer sous vos 
yeux et de soumcttre à votre exanien un choix 
de pièces ainsi marquées de la croix. 

lei, c'est une patere de terre rouge por- 
tant sur le fond intérieur un graffite assez ir- 
régnlier en forme de croix pratiqué avant la 
cuison à l'aide d'une sorte de peigne à plusieurs dents. Dans une autre patere de 
méme terre, de méme fabrication et de méme provenance, la croix a été tracée avec 
soin, sans que pour cela il soit permis de ne pas hésiter sur sa vraie valeur, d'au- 
tant plus que dans d'autres patères provenant des mémes nécropoles, au lieu de la 
croix on voit plusieurs cercles concentriques pratiqués à l'aide du méme in^trument, 
comptant autant de becs qu'il y a de cercles. 

Ces patères servaient de couvercles a des vases-ossuaires. 

Farmi les nombreuses lampes que l'on tronve autour de ces sépultures et qui sou- 
vent sont placées dans la patere méme comme nous en conservons dans notre musée 
de Saint-Louis de Carthage, j'en ai recueilli un bon nombre marquées de la croix. 
J'en ai fait dessiner plusieurs afin de pouvoir les soumettre à l'examen des membres 
du Congrès. Au revers d'une de ces lampes on voit deux croix en relief; au-dessous 
d'une autre, une sorte de monogramme. Ces croix ont été d'abord tracées dans le monle 
qui a servi à fagonner le fond des lampes. Enfìn une de ces lampes porte tracée en 
creux une croix gammée. 

Après cet exposé, je me permettrai de poser aux membres du Congrès cette 
question : 



Fig. 1. — Objet de terre cuite 
trouvé dans un tombeau punique. 



186 1. L. DELATTEE 

Faat'il reconnattre dans les croìx qne portent ceB patere» et ces lampes no signe 
vraimeot cbrétieu oii a'y voir que de simpleB marques de potJer ou d'atelier? 

Voici mainteoant une storie de brìqneB qne je soumet^ à l'examen dea membres 
da Congrès. Le potier an moment de la fabrìcation a trace snr l'argìle fraicfae avec 
ses doìgte dea lignes qii'il convient d'étodier. 



La figure 2 porte «-TÌdemment le monogramme dn Cbrist. 
Les fìgures 3 et 4 montrent les lettrea X et 1 on I et X saiis qne l'on patese dire 
s'it j a dans ces caractères un sens obrótien. 



LA CROIX 187 



La figure 5 trouvé avec les denx précédents offre cependant une particularité per- 
mettant de lenr donner un sens chrétien, car les lettres traeées à la main j sont com- 
plétéeB par un C trace au doigt comme poiir figurer les deux initiales et la dernière 
lettre du mot IX0YC. 

Les figures 3-5, trouvés ensemble pourraient dono bien étre chrétiens, comme la bri- 
qne figure 2 portant le monogramme du Christ. 

A. L. Delattre 

dea Péres Bianca. 



DECOUVERTES EN PALESTINE 



I. Fignrfì») grav4e»< datiR aiie grotte à Beit-Djlbrin (Elenthéropolls). 

Les grottes de Beìt-Djibrin sont de vastes carités artifìeielles, creneéee dans qd 
calcaire tendre, dont on ne connalt pas bien l'origine. 

QaelqtieB autcìirs ont voulu les faìre remonter aiix Hiirims, qui liabìtaient, dÌt-on, 
le sud de la Fale:<tÌDe au teinps dea Chananéens: mais cette attrìbntiun n'a aacna 
fondement historìqne, 

Il est vraisemblable qne eeB grottea sont, potir la plnpart, d'aneiennes earrières, 
atiliaées après coup et transforinées en silos, ea sépultures, et raéme en habìtatioDS. 
Ellee sont remarqnables par lenr forme, qui les fait reesembler à de vastes conpoteB 
un peli allongées, et par lenre grandes dìraensions en hanteur eomnie en largenr. 



Plnsieurs portent des croix gravt^es sur les parois, à une hauteur aujonrd'hni 
inacceBsible, et dee inscriptions en arabe confique, un en une ècriture mal détinìe, de 
la m€me epoque. 



190 J. QEEUER-DORAKA 

Dans Vnae d'elle» on remarqne, dans le voisiaage de la crois, deox personDaf^ 
deboat, les bras étendoB horizontalement. Le trarail est très primìtif. Il consiste dans 



Fig. 2. — loscriptiou arabe. 

noe simple ligne, grarée aseez profondément. La taìlle dea pereonnages est de 1 mètre 
enviroD: ils soot placée k uoe grande hanteor an-dessas da sol de la grotte (Voirla 
pbotograpbie). 



Fig. 3. — Figure» gravt-es sur le rocber. 

Ed pn'sence d'an dessln anssi rudiincntaire, il est diffìcile de reconnaìtre no snjei 
précÌB. 

Qnelle a été l'intention do dessinatenr? À-t-on voala représenter l'attitnde de la 
prìère, ou bieu dea martyrs cloués k, dea poteanx? 



DÉCOUVBRTES BN PALESTINE 



191 



Les qaelqnes traits qui accoiupagnent les fignres n'ont rien d'assez précis ponr 
justifier Tane on Pantre hypothèse. 

Ce qui paratt certain, c'est qne ces dessins grossiers sont un onvrage dea chréiiens 
contemporaìns des premiers conqnérants de Tislam. 



II. Eglise Saint-Georges à Talbeh (Ephron). 

Le yillage actael de Ta'lbeh sitaé an nord-est de Jérnsalem, à la distance de 
15 milles romains, a rempiacé Tancienne iocaiité biblique d'Ephron, dont il est parie 
dans TEvangìle. 



Fig. 4. 





Nef laterale 

de 

l'ancienne 

église 



NARTHEX 



3 £ 



Q 

D 

03 



Bsoftlier 



Mur de olòture 



EGLISE SAINT-GEOROES à Tafbeh 



C'est nn poìnt stratégìque important, qui Gommando un passage des monts d'EphraYm 
a la plaine de Jéricho. Il y avait une forteresse an temps des Bomains, et encore à 
l'epoque des Croisades. 

Sur nn mamelon yoisiu du village actuel, on voit enpore d'importantes ruines: ce 
sont les restes d'une église dédiée à saint Georges. Malgré l'état de destruction, les 
chrétìens dn pays continuent à venir y prier; ìls allument des lampes et font des 
offrandes à saint Georges. 

En examinant ces ruines on remarque les restes de denx monuments d'époqnes 
différentes. 



J. OERIIER-SURA.NI> 



Fig. 5. — Vue intérienre de l'églìao Saint-Georgce. 



Fig. 6. — Vue extérieure de l'église Saint-Geo rgea. 



DÉCOUTEHTES IN PALESTINE 193 

Une grande église grecqiie h trnis nefa, précédée d'nn narthex et d'un eacalier mona- 
meiital, a élé remplacée, à IVpoque dea uroisades, par nne chapelle beanconp plus 
petite, occiipaat seiilement une partie de la grande néf de Tancienne église. 

Le pian annexé à cette note donne un trace exact de ces denx constrnctions, on 
da mftins de ce qu'on pent en recoonaltre Bur le terraìn. 

Une euve baptisoiiile, provcnant de l'église primitive, est di-posée dans les ruìnes 
de la chapelle, cornine on peut le voir sur les photographies qui accoinpagnent le pian. 
L'oDe est une vue de l'intérieur; l'antre donne la fa^ade occidentale de la chapelle, 
eD avant de laqnelle on aper^nit les restes de Tescalier de l'ancienne église. 

Ce n'cBt pas le seni exemple d'égliae reeoostruite par les Croisés sur de moìodres 
proportious. On a constate le mème proci!'dé à Saint-Etienne de Jérusalem; à Àmoas, 
I ancienne Emmalis-Nicopolis, et dans la grande église d'Elentbéropolis. 



Pig. 7. — Inscrìption latine gravée sur nne plerre dn canal. 



194 J. GERMER-DUBANB 



III. Inseription latine 
récemment découverte entre Jénisalejn et Bethléem. 

On retrouve, entre Bethléem et Jérusalem, les restes d^nn canal en pierre qni con- 
daisait à la ville saìnte les eaax de diverses sources, réanies dans les bassins appelés 
commanément les Yasques de Salomon. 

Ce canal était forme, dans une partie de son parconrs, de cnbes de ealcaire mesurant 
en moyenne 1 mètre, percés dans le milieu ponr former des tnbes cylindriqnes de 
0" 60 de diaraètre. 

C'est sur la paroi extérieure d'un de ces cubes, sur une face non dressée, et des- 
tinée à disparaìtre dans le blocage, que se trouve gravée une courte inseription de 
huit lettres (Fig. 7) qu'il fant interpréter ainsi: 

TITI[A]NI P. 

Centurionis Titiani p. 

Ce n'est donc pas à Salomon, mais aax Bomains qu'il convìent d'attribner la 
construction de ce canal ^ 

J. Geemer-Durand 

des Angustìns de rAssomption. 



^ D^autres noms de centnrions romains, découverts depuis sar d'autres pierres do méme canal 
justifient rinterprétatìon proposée ci-dessus. 



ÉUIFICES CHRÉTIENS DE THÉLEPTE 



Les basiliqnes et chapelles chrétiennes qui se voient à Férìana (Thelepté), an 
snd-est de Tébessa, ont déjà été signalées ponr la plupart Mais il ne nous semble 
pas inatile d'en donner des descriptions inoins soiuinaires et de plans nn peu plus 
exacts. Ces monnmeDts sont presque tous fort mal conseryés ; quelques-uns senlement 
ont été déblayés: aussi y a-t-il sonvent des ìncertitndes sur leurs dispositions. Cepen- 
dant ils offrent assez d'intérét, en leur état actuel, pour étre Tobjet d'une étude. J'espère 
qae des fouilles yiendront compléter et probablement aussi rectifier le présent mémoire. 

J'ai visite Fériana en 1898 avee l'inspecteur des antiquités de Tunisie, M. Sadoux, 
anquel je dois plus d'une indication précieuse \ 

Un document ecclésiastique ^ nous apprend qu'nn concile fut tenn à Thelepte 
en 418, dans Téglise des apótres, < in ecclesia apostolorum ». Il s'agit sans donte de 
Saint Pierre et de saint Paul, dont le cùlte était, comme on le sait, très répandu en 
Afrique ^ L'église des ap6tres est peut-étre une de celles que nous allons décrire \ 

Basiliqae n' I '• 

Cotte basiliqne (fig. 1) ^ est peu enterrée, mais en très mauvais état. Elle mérite- 
rait assurément d'étre fouillée, car les quelques sondages quo M. Sadoux y a fait faire 
pendant notre séjour à Fériana ont rais à découvert de curieux morceaux d'archi tectu re. 

Elle est situ^e vers Textrémité orientale des rnines '. Il y a lieu de remarquer 
qu'nn certain nombre d'églises africaines furent constrnites dans une position analogue, 

' J^adresse ansai mes remerciements à M. Gauckler, directeur da service des antiquités, ponr 
Tobligeance avec laqnelle il a mis à ma disposition les plans de diverses églises de Tunisie étu- 
diées par M. Sadoux. 

• Mansi, ConcUiorum collectio, IV, p. 379. 

^ Anx monnments signalés par de Rossi {La capsella argentea africana, p. 17-18, 30) et par 
Audollent {Méìanges de VEcóle de Some, X, 1890, p. 469), ajouter les églises de Saint-Pierre à 
Carthage (Saint Angustin, Serman 15, titre) et à Sicca Veneria (Gauckler, Buìleiin archéologique 
du Comité des travaux historiques, 1897, p. 413, n • 147 et 148). Aujourd'hni encore, il existe dans 
le Djebel Nefousa, en Tripolitaine, plusieurs mosquées dìtes apostoUques» Ces sanctuaires musul- 
mans ont remplacé des églises dédiées aux apótres: voir Motylinski, jRelation du Djebel Nefousa 
{Btbliothèque de VEcóle des lettres d'Alger, XXII), p. 74, 75 et 93; Basset, Journal Asiatique, XIV, 
1899, p. 91). 

^ Serait-ce la basiliqne n° III, la seule des troìs graudes églises de Fériana qui paraisse 
antérieure à Pannée 418? Nous ne voudrions pas Taffirmer. 

^ Mentionnée par Lavoignat et de Ponydraguìn, Bull, archéologique du Comité, 1888, p. 187. 

^ Dans ce pian, comme dans les snivants, les parties aajourd^hui détruìtes sont indiquées par 
des hachures obliques. 

^ Voir le pian de Thelepte, Bull. Comité, 1888, p. 179. Notre basiliqne y est indiqnée un peu 
au-dessns du chiffre 4, à gauche. 



196 



8TÉPHANB QSELL 



sur la lisière des villes. Ainsi, à Tìgzìrt \ à Taksebt ', à Tipasa ^ les basiliqaes prin- 
cipaies s'élevaient contre le rempart; celle de Theveste se troavait vera la limite se|>- 



5 
05' 



I 

p 







tentrionale de la cité ^ Nons ponrrions mnltiplier ces exemples. La méme constatation 
a d'aillears été faite ponr de vieilles églises d'Italie et de Ganle ^ Il est possi bleqoe, 

* Gavaalt, Etude sur les rutnes romaines de Tigtirt, p. 92, fig. 16, lettre I. 
« Ibid., p. 116. 

3 Gsell, Mélanges de VEcole de Bome, XIV, 1894, pi. V, ii° 24. 

* Annuaire de la Sociéié arch. de Constantine, 1858-1859, pi. IL 

^' Pouf Rome, voir Duchesne, Mélanges de V Ecóle de Bome, VII, 1887, p. 230. 



ÉDIFIGES 0HBÉTIBN8 DE THÉLEPTE 197 



dans certains cas, le choìx de ces emplacements ait été détennìné par les facilités 
d'acquisìtìon et d'aménagement qu'offraient les terrains excentriqnes, où les maìsons 
étaient clairsemées. Mais on pent se demander sì plnsìenrs de ces basiliques n'ont pas 
remplaeé des sanctnaires antérienrs à Constantin : avant le qnatrìème siècle, les auto- 
rités n'anraient pas permis aux chrétiens de bàtir des églises an coenr méme des 
villes, dans le voìsinage des temples où se célébraient les cnltes ofiSciels. 

La fa^ade de notre basilìque est tonrnée vers l'ouest. Cette orìentation est de règie 
en Afriqne, depuis le quatrième siècle jnsqu'à la fin de la domiuation byzantine ^ 
Je ne connais qu'une vingtaine d'exceptions *, sur près de trois cents églises '. Dn reste, 
il est fort rare qne ces édifices soìent dìsposés exactement selon les poìnts cardinanx : 
81, d'une manière generale, ils regardent le couchant, Torientation varie du nord-nord-ouest 
au sud-snd-onest. Est-ce en verta de qnelque prescription religieuse? L'axe longitndinal 
de chaqne église a-t-il été établi conformément à la position qu'occnpait le soleil levant 
le jour de la féte du patron ^? ou le jonr de la consécration du terrain"? En ce qui 
concerne VAfrique, nous manquons des données qui seraient nécessaires pour résoudre 
cette question •. 

La plupart des églises africaines sont bàties en petits matériaux, nojés dans dn 
mortier, avec des chatnes en pierres de taìlle, dressées à des distances régulières 
(1™50 en moyenne). Le mode de construction en grand appareil était plus long et 
plus coùteux: c'était un luxe qu'on ne se permettait qu'assez rarement '. Les monu- 
ments chrétiens de Fériana présentent, il est vrai, des murs à assises ^, mais les habi- 
tants de ce lieu avaient des facilités exceptionnelles pour se procurer à bon compte 
des pierres de taille: la ville était en eifet dominée au sud par un mamelon en roc 
calcai re, très aisé à entamer, qui offrait aux carriers les matériaux nécessaires. Les 
excavations qu'ils ont pratiquées se distinguent encore fort nettement ^ 

Les constructeurs ont aussi pris des pierres à des édifices d'une epoque plus ancienne : 
on remarque dans l'abside des blocs qui proviennent certainement d'ailleurs. Get emploi 



^ Il suffira de citar ìci la plus anoienne église datée d'Afrique, celle d'Orléansville, et la plus 
recente, celle qui fnt construite sous le patrice Grégoire, à Tìmgad. 

^ Pour la plupart en Byzacéne. 

^ Selon quelques Bavants (par exemple, Quicherat, Melangea d'archeologie, II, p. 405 ; Reusens, 
BHéments d'archéóloffie chréHenne, I, p. 146), les chrétiens n'anraient applique cette règie avec 
rigneur qu'à partir du cìnquiéme siècle. Pour l'Afrique, nous constatons qu'elle fut observée dés 
le siècle précédent et, d'autre part, qu'un certain nombre d^exceptions appartiennent À Tépoque 
byzantine : église de lu citadelle d'Haldra, églises de Diana (Mélanges de VEcoìe de Bome, XIV, 
18d4, p. 543), de Thibilis (Nouvelles archivee des Missiona, IV, p 368-369), de Cillium en Byzacéne. 

* Voir à c« sujet Nissen, Bheiniadtes Mweum, XXIX, 1874, p. 369 et saiv. 

^ Kraus, Oeschichte der christlichen Kunst, I, p. 282. 

^ L'église byzantine du Eef était dèdièe à saint Pierre, dont la fète tombe au 29 juin. Or 
rorìentation de l*édifice ne répond pas au lever da soleil à cette date. Il n'existe pas non plus 
de correspondance entre Torientation de la basilique de Sainte-Salsa, à Tipasa, et le lever du 
soleil au 2 mai, date probable de la mort de cette martyre (Voir Gsell, Be<^^erche8 archéoìogiquee 
en Algerie, p. 3, n. 3). 

^ Des inscrìptions se rapportant à divers édifices africains indiquent, comme une particularité 
digne de remarque, que les murs furent faits en lapis quadratus ou en opm qiuidratarium : C, L L., 
VIII, 977, 9016, 9027, 9067, 9109, 20145 ; Ephemeris epigraphica, V, 948, 955, 1302. 

^ Dans ces monuments (sauf dans la chapelle n^ IV), le bas des murs est seul conserve. Il est 
possible que les parties hautes aient été bàties en blocage, et non en pierres de taille. 

^ BM. du ComiU, 1888, p. 181. Conf. Saladin, Arehives des Missions sciewiifiques et H^aireSf 
3« sène, Xlll, p. 119. 



198 STBPHANE GSELL 



de matérìaux de démolition se constate dans un très grand nombre de bStìments chré- 
tiens ^ 

Les mnrs de Tavant-corps et de la partie quadrangulaire de Téglise ont 0" 50-0" 53 
d'épaissenr, mesure que l'on retrouve partout dans les rnines de la Tunisie et de 
rAJgérie; elle correspond à la coudée orientale, empruntée à TEgypte par les Phéni- 
ciens, et ìntrodaìte par eux dans le nord de TAfriqne 'i où elle resta en usage pen- 
dant tonte Tantiquìté. 

L'avant'Corps, qui avait nenf mètres de profondenr, est anjonrd'hiii trèspen distinct. 
Il était divise en trois vaisseanx commnniquant entre enx et, vn le pen d'épaissear 
des mnrs, convert sans doute en charpente et en tuiles. Il est probable qu'il avait 
trois portes sur le devant. La disposition des locanx qui précèdent les églises offre en 
Afrique une assez grande variété. Tantot c'est une cour quadrangulaire, d'ordinaire 
bordée de portiques^; tantot nn simple portique, sontenn par des colonnes ou par des 
piliers, tantot nn vestibule ferme: le plus sonvent, le portique on le vestibnle oc<'npe 
tout le front de Tédifice, mais, quelqnefois, il ne s'étend que devant la partie mediane 
de la faQade. L'aménagement que nons trouvons ici est exceptìonnel \ 

L'égliseest une des plus vastes d'Afrique. Non compri» l'avant-corps, elle ne mesnre 
pas moins de 51"" 80 de long, sur 25 mètres de large. 

La fa^^ade devait étre percée de trois portes. Nous n'avons pas constate l'existenee 
de portes latérales, mais il est probable qu'il y en avait au moins une, ponr faire 
communiquer la basilique avec le bàtiment à abside qui est applique contre elle an 
nord-onest. Les portes latérales sont d'ailleurs assez fréquentes en Afrique, comme en 
Syrie. 

L'intérieur était divise en cinq vaisseaux. Une antre basilique de Fériana, qne 
nous décrirons tout à Theure, offre le méme nombre de nefs. Il en est de méme de 
celles d'Orléansville (construite en 324) ^, de Bir oum Ali, près de Tébessa (époqne 
indéterminée) *, de la basilique de Carthage qui vient d'étre fouillée par le Service 
des Antiquités de Tunisie (epoque byzantine) \ Celle de Geuta, que mentionne l'écrivain 
arabe El Békri ^ avait aussi cinq nefs. On peut donc citer ponr l'Afrique six exemples 
de cette disposition, assez rare dans Tarchitecture chrétienne des premiers siècles, bìen 
qu'elle ait été adoptée, dès l'epoque de Constantin, à Rome et en Palestine. La basi- 



* Outre le témoìgnage dea ruines, on peut citer un texte de saint Atignstin (sennon 356, 10). 
Il s^agit d^un prétre d'Hìppone qui avait été chargé de la construction d^nn hdpital: sememi 
de ipsa pecunia xenodochii quamdam domum in Carraria, quam sibi existimabat prapter lapidea 
profuturam, sed lapidea eius damus fabricae neceasarii non fuerunt, quaniam aiiunde prorm 

' Meltzer, Geschichte der Karihctger, II, p. 504, n. 19; Saladin, l. e, p. 134. La mesure exacte 
de la coudée est 0™ 525. 

^ Voir la basilique n® III. 

* Dans une basilique qu^on a récemment fouillée à Morsoti, prés de Tébessa, le vestibule e»t 
divise en trois salles: Recueil de la Société archeoloffique de Constantine, XXXIII, 1899, pi. à U 
p. 396. 

5 Revue archéologique, IV, 1848, p. 660 (= Holtzinger, Die altchristliche Archiiéktur, p. 32, fig. 13\ 

* Inèdite. 

^ On a dit que la basilique de Lamhiridi, prés de Batna, avait cinq nefs {B/ec, de Cansian- 
line, Xin, 1869, p. 667). Je n'en ai constate que trois. 

^ Desof'iption de V Afrique^ traduction de Slane, p. 235 et 236. El Békri dit que le djaim* 
(c'est-à-dire la grande mosquée) est une ancienne église et qu'ìl se compose de cioq nefs. Peni étre 
cette église était-elle celle qne Jnstinien fit construire et dédia à la Mère de Dien (Procope. 
Edifices, VI, 7, p. 343 de l'édition de Bonn). 



ÉDIFIGE8 CHBÉTIEN8 DB THÉLEPTE 199 



lìqne de Se^ermes (en Byzacène) avait sept nefs S cotnme Téglìse principale de Tipasa, 
qui plus tard en compta neuf ^ 

A droite et à gauche de la nef centrale, se dressaient des supporta rectangalaires, 
longs de 1™ 50, larges de 0"" 50, qui étaient constitués par trois piliers carrés, tangents 
et alignés. En avant de chaque support, était placée une colonne, adossée an pilier 
da milieu. On retrouve dans une église d'Henchir Ehima ^ cette forme allongée des 
snpports: elle avait évidemment poar objet de diminner l'ouverture des arcades jetées 
par dessus. Sur les arcades régnait un mnr percé de fenétres, mur surélevant le vaisseau 
centrai : c'était là une disposition usuelle dans les basiliques anciennes *. Les colonnes 
servaient a la décoration de l'édifice; il est probable qu'elles étaient surmontées d'une 
seconde rangée de colonnes, adossées au mur supérieur et portant les entraits du toit. 
Dans diverses églises africaines, le vaisseau centrai est bordé de chaque coté par une 
doublé file de supports: chaque couple est forme soit d'une colonne et d'un pilier, soit 
— ce qui est plus fréquent — de deux colonnes. Mais il faut distinguer deux ordon- 
nances fort différentes l'une de l'autre, quoiqu'elles se ressemblent en pian: l"") tantot, 
comme icì, les colonnes antérieures (c^est-à-dire celles qui se dressent du coté de la 
nef mediane) sont des éléments décoratifs, les arcades étant jetées sur les supports 
postérieurs ^ ; 2^) tantot, au contraìre, elles soutiennent les arcades; les colonnes qui 
sont placées derrière elles ont ponr fonction de porter les retombées des voùtes d'arétes 
couvrant les collatéraux ^: on constate en effet dans l'Afrique du Nord l'existence d'un 
certain nombre de basiliques dont les bas cótés étaient voùtés ^ 



* Inèdite. Elle a été étudiée par M. Sadonx. 

* Méìanges de VEcoU de Bome, XIV, 1894, p. 359, fig. 22. — Les basiliques de Sainte-Salsa 
à Tipasa (Gsell, Becherches archéologiques en Algerie, pi. I), de Tigzirt (Gavault, Etude sur les 
ruines romaines de Tigzirt, p. 7, fig. 1), de Matifou (Bull, du Comité, 1900, p. 134) eurent aussi 
cinq nefs à ane basse epoque, mais primitivenient elles n*en présentalent que trois. Les restau- 
ratenrs, ne disposant pas de poutres assez longues pour couvrir la nef centrale, la réduisirent 
par rétablissement de deux nonvelles rangées de supports. — Je ne cite pas ici Téglise de Damous 
el Karita à Carthage, qui a ueuf nefs. Cet édifice byzantin offre un pian tout différent de celui 
des autres églises africaines. Le carré centrai était surmonté d'une coupole, à laquelle tous les 
autres aménagements étaient subordonnés. 

^ Cagnat, Gauckler et Sadoux, Les temples patens de la Tunisie, pi. XXXV. 

^ Je me contenterai de citer ici deux textes africains. Le premier se trouve dans un sermon 
qui est probablement de saint Augustin (Migne, Patr. latine, XLVI, p. 1003): «Ecce ridemus columnas 

qiiibtis suni superposiii parietes In domo Dei columnae a quibus lapidum muUitudo poriatur ». 

Il s'agit ici de colonnes, mais le cas est naturellement le méme pour les édifices A piliers. Le second 
texte est de Victor de Vite (Hisioria persecutùmis wandalicae, I, 41). Cet auteur raconte que des 
Yandales assaillirent une église où des catholiques célébraient le service di vin : « alii teda cons" 
cendunt et per fenestras eeelesiae sagittas spargunt^^, Les agresseurs durent monter sur les toits 
des bas cótés et lancer leurs fléches par les fenétres qui s'ouvraient dans le mur de la nef 
centrale. 

^ Basiliques de Tébessa (Ballu, Le manastère byzantin de Tébessa, pi. V; p. 21, fig. 13, et p. 25 
fig. 19), de Timgad (Ballu, Les ruines de Timgad, p. 232), de Tigzirt (Gavault, Ettide sur les 
ruines romaines de Tigzirt, p. 7, fig. 1); grande basilique de Morsott. Il en était probablement de 
méme dans la basilique récemment fouillée à Carthage. 

^ Basilique byzantine du Eef (Giudicelli, Fouilles pratiquées dans la basilique de Dar el Kous* 
p. 24); église de Sbiba en Byzacène (d'aprés les relevés de M. Sadoax); peut-^tre aussi celle de 
Satafis (Méìanges de V Ecole de Bome, XV. p. 38: Tépaisseur des murs indique des voùtes). — 
A Henchir Khima, on trouve, de chaque coté de la nef, de grands piliers rectangalaires sur lesquels 
les arcades étaient jetées. Par derrière sont adossés des piliers plus petits qui portaìent les retom- 
bées des voùtes d'aréte (Cagnat, Gauckler et Sadoux, Les temples paiens de la Tunisie, pi. XXXV). 

^ Il est probable qu'il y en avait aussi en Gaule dés le cinquléme siécle: voir Kraus, Geschtchte 
der christlichen Kunst, II, p. 105; conf. Quicherat, Méìanges d^ archeologie, II, p. 134 et 428. 



200 ST^PHANE OSELL 

Les fQts de8 colonnes s'élevaient enr des bftses attiqnea ', qui reposaient elles-mènpeg 
Bar des dèa en pierre *. L'nne de ces bases est eneore en place; plnsiears aatres gisent 
dsna la roine. Ellea prégentent des fenillnres lat^rales qui indiqneiit qae lanefi'laìi 
isolée par des grìlles, ati moins ]e loii^ du choeur ^. La face aotérìeiire dea socles était 
omée de sculptnrea à relief piat, eneore diatinctea sur deux baaca. La moina miitilée 
offre l'image d'an calice d'on s'échappent deax cepa de vigne. Je pnis signaler en 
Afriqne plnsienrs basea de eolonnea dont la décorstion eat analogne. L'one d'elles. 
trouvée par M. Saladin à Haonch Ehima, non loin de Floriana, a été pnblìée parcet 
architecte*: on y voìt dee pampree et dea grappes de raisins. Deux antrea sont con- 
servées dans la conr de l'église fran^aise de Tébessa. La première représente on calice 
d'oà sort UD cep de vigne, la seconde un calice, surnionté de denx poiasons, qnì soni 
djaposés cornine cenx da cbapiteao de la fìg. 2: cea poiasons, gymboles des fidèle«. 
semblent se Jeter dana le vase eucharistiqne. Enfia, il y a, à la Maison Centrale de 
Lambèae, une base ornée aimplement d'un calice ^ 

Ndub avoDB d^coavert quclqnea cbapiteanx *, d'ordre corìntbien degènere, à troia 
rangées de feuilleg d'acanthe, dont les déconpnrea aont fortement accnaéea et dont U 
téte ae recourbe en forme de crochet; lea fenillea de la rangée Bupérieure tiennent lieo 
de Tolntes et encadrent nn motif piace an centre de chaqne face: on bonton de flenr 
eotre denx poisaona dreesés, un calice d'on a'éebappe un bouquet de fenillea, nne branche 



Tìg. % — Chapiteau d'ordre coriothien. Fig. 3. — Chspiteau d'ordre corìntbieD 

chargée de fienrs ou de fruits, un cep de vigne. Voir fig. 2 et fig. 3 la reprodnction 
de denx de cea cbapiteanx. Ils soot exactement de m^me style qne certaìna cbapiteanx 
de la baaìlique de Tébessa'. Cenx-ci appartenaient aux eolonnadee dee trìbnneBel<le 
l'étage de Vairium, conetructiona qui me paraiaaent dater dn cinquiènie siècle. Ou pent 
lea comparer auaai anx cbapiteanx de l'égliae d'Alamiliaria *, élevée entre 434 et 439 ^ 
Lea deux poissons diapoaéa symétriquement ae retrouTent tont à fait semblablea sur 
dea doBseretB de Tébeasa *. Il y aurait une étnde intéreasante à faire anr lea cbapiteagi 

' Ellea mesurent 0" &0 de ofitó et 0" 47 de hauteur. Le eoole est haut de 0" 30. 

* Il y a dea dés semblableB à Timgad (Ballu, Ltg rutnes de Timgad, p. 282), à SaUfis (MéUmga 
de Home, XV, p. 40), au Kef (Giudicelli, l e, p. 24), etc. 

* Dan» la description de la baaìlique n" HI, uous parlerons de la dispoaìtion du ebtenr en 
Afrique. 

* ATch. Afùtiont, XIII, p. HO, fig 244. 
^ Inèdite. 

« Haut. 0- 50. 

' Ballu, Monnstère, p. 19, fig. 9, et p. 26, fig. 20. 

< Osell, Fouiìlee de Bénian, p. 37, Itg. 8. 

" Ballu, Monasière, p. 25, tig. 18. 



ÉDIFICES CHRÉTIENS DE THÉLEPTE 



201 



fignrés, dans Tart chrétien d'Afriqne: les nns n'oifrent que des motifs isolés: vase, 
l^rappe, coquille, piante, oisean, téte hiimaine émergeant da feuillage, etc. ; les antres, 
à aìgles, à tétes de bélìers et de boenfs, sont des oeuvres byzantìnes. Je me bornerai 
icì à ìndiqaer qae sur un certain nombre de chapìteaux afrìcaìns, on voit le ealice, 
d'on sortent soit des feuilles lancéolées \ soit des épìs ', soit des panipres ou des grappes 
de raisìn ^ Ce dernier motif, qui était déjà familier à l'art paYen ^, avait sans doute 
pris pour les chrétiens une signification eucharistique. 

A droite et à gauche de la grande nef, les bas còtés étaìent séparés par une colon- 
nade qui se terminaìt, contre le ranr de fa^ade et contre le mnr de fond, par des 
demi-colonnes, arrangement très fréquent dans les églises d'Afrique. Une des bases 
de la colonnade de gauche est restée a sa place primitive. Elle est d'un travail grossier 
et présente pour moulures trois simples bandes circulaires (celle du milieu en retraite), 
au-dessus d'un socie bas. Elle se trouve à un niveau inférieur de 0*" 50 à celui de la 
base qui lui correspond dans le vaisseau centrai. Bien n'indique que les collatéraux 
aient été surmontés de tribune». Ils devaient étre couverts d'un toit incline, à pente 
uniforme depuis le mur de la nef jusqu'au mur 
extérieur. 

On rencontre, à Tintérieur de cette église et 
tont auprès, d'assez nombrenx dosserets, mesurant 
0" 50 d'épaisseur, 0"» 48-0" 50 de hautenr, 1"-1" 
05 de longneur en bas et l"" 20 en hant. Us oifrent 
des sculptures sur leur face antérieure. qui est in- 
clinée, et sur une moitié de lenrs cOtés longs; 
l'antre moitié est lisse : elle servait de quene. Ges 
dosserets devaient étre placés sur les colonnes 
de la nef et embottés au-dessus des supports 
rectangulaires contre lesquels les colonnes étaient 
adossées. Ils portaient probablement les colonnes 
du second ordre. D'autres dosserets, un peu plus 
petits, surmontaient peut-étre les colonnes supé- 
rìenres et recevaient les extrémités des entraits. 

Le croquis ci-joint (fig. 4) rend compte de eet arrangement. En general, les sculptures 
sont devennes frnstes; les dosserets sur lesquels elles peuvent encore se reconnaftre 
présentent d'ordinaire par devant une grande feuille d'acanthe (c'est le motif le plus 
fréquent), ou bien un oiseau, aigle ou colombe, vu de face, les ailes éployées. Sur les 
còtés longs scmt figurés de grandes rosaces (fig. 5), des hélices ou des ceps de vigne (fig. 6), 
surmontés soit d'un ramean transversai, soit d'une rangée de pirouettes. 




Fig. 4. — Section de Téglise. 



* Chapiteaux de deux pilastres et d'une colonne, au musée de Tébessa. 

' Chapiteaux de Khenchela, an oercle militai re et dans la maison Parrasols. 

^ Chapiteau d*Aifn Zirara (de Rossi, La capsdla argentea afHcana, pi. Ili, fig. 4). Chapiteau 
de Bagaì, dans une maison d'Alfn BeYda (mème style que ceiix de Fériana). Chapiteau d'AìTn Témou- 
chent, au musée d'Oran {Bulletin de la Société de géographie et d^ archeologie d^Oran, 1892, p. 407). — 
Dans un édiiìce chrétien de Djemila, on a trouvé un chapiteau sur la face duquel est figure, dit 
M. Poulle, un vase renfermant un poisson {Becueil de Constantine, XIX, 1878, p. 393) : c^est évi- 
demment une allusion à reucharìstie. 

^ Dans un tempie si tue à Henchir el Hamacha, prés de Tébessa, des chapiteaux de pilastro 
sont décorés d'un vase à deux anses, d'où sortent soit deux grappes, soit des épis. Pour le motif 
da vase contenant des ceps de vigne, voi r Plajfair, Traveh in the footsteps of Brttee, pi. XXVII; 
Cagnat, Gauckler et Sadoux, Lea temples patena de la Tuniaie, p. 103 ; Giudicelli, h e, p. 31, n** 10; 
Delamare, Explor. acientifique de V Algerie, Archeologie, pi. 168, fig. 2, et pi. 179, fig. 2; Ree, de 
Constantine, XVIII, 1876-7, pi. XV et p. 397. Conf. en Asie Mineure, Lanckoronski, Villes de 
Pamphylie, II, pi. VII, p. 90 et 59. 



202 STÉPHANE eSELL 

La décoration est à relief plat, selon le procede qui fot en nsage danB toat le 
basiin méditerranéen à l'epoque chrétìenne ', et dont od trouve en Afrìqoe nn irti 
grand oombre d'exemples '. On a propose- de donner à cette ornementatìon le dodi de 



Fijf. 5. — Doaseret avec dea grande» rosaces, 

néo-greoqae ^ et on a cherché en Syrìe ses ori^ines *. Il est certain qae les motife 
orientaux y domineDt. Elle était répandne danH les pays afrieainB dès le qnatrième 
siècle *. Est-ce à eelte époqne senlement qu'elle s'est conetituée bd Orient et qn'elle 
a été ìniport^e dans les piiys occidentanx? Je n'oserai^ pas l'affirmer. Il me parai! 
évident qo'elle n'est qne la tradnetion snr pierre d'ouvrages sor bois. Or rien ne pronre 
qn'avant le quatrième siede, on n'ait paa décoré ainsi dea boiseries, dont malbenren- 



Fig. 6. — Dossereit avec cep de vi(rne, 

Bement il ne reste plns aDcna vestige. Dès le Haut-Empire, la plnpart de ces molifs 
sont familierg anx mosaistes: pnorquoi ne l'anraient-ilB pas óti' aiissi anx nenlptenrs 
»nr bois? Dans cette hypothèae, il faadrait attribiier aiix artistes dn qnatrième siMe, 
non pas l'inveotion d'nne ornementatìon nonvelle, mais aenlement l'application de eettt 
ornementation à la pierre 

' Cette décoration a été étudlée surtout par Cattsneo, L'architettwra in Italia dal tee. Ylal 
mille circa, et par Coiirajod, Origines de l'art roman et goAique. 

' Presqno tout est inédit. Voir cependant Gavanll, FAude lur iti ruinM romaine» de Tignri. 
p. 30, 31, 3R et 37; Gsell, Comptea renda» de l'Acfìdrmie dee Intcripti<ms, 1898, p. ^81 et soiv.: 
Ballu, Monastére, p. 3S et gniv. 

3 Courajod, J. e. p. 13, 8t, 118. 275. 

* Cboisy, L'art de bàtir chet le» Byrantinn, p. 161; Cuunjod, p. 139, 310. 

^Od )ii constate sor dee pierres qui préseotent le monogramine consta ntinien ùmple et la 
devise donaliste Deo laude» (de Rossi, Bull, di archenloffia cri»tiana, 1881, pi. XI, Gg. 1 ; Mrlaiiga 
de V Ecole de Rome, XIIT, 1893, p). VII, Hg. 5 et n his\ Ou saìt [[u'HprèH 413, les donatistes farenr 
persécutés avec noe grande rigueiir. Il est dune probable qne les inscriptions manifestant leartoi 
sont, en generai, antérieures à cette date. D'autre part, c'est au quatriéme siede qu'appartiei- 
neat toutes les imcrìptions afrìcaineB datées qni portent le monoEraninie constantinien (ellm Mnt 
au nombre de quìnze). 



ÉDIFICES CHBÉTISNS DB THÉLEPTE 203 



Le fond de Téglise est occupé par une grande abside, dont Touverture correspond, 
selon la règie ordinaire, à la largeur de la nef centrale. A Textériear, le mar est 
eomplétement degagé, comnie dans les basilìques de Bome et dans beauconp de basì- 
liques africaines ^ L'épaissear de ce mur (1*" 20) prouve que l'abside était coiffée d'une 
yoùte en cnl de four, qui formait sans doute une eroùte compacte '. Il est possible 
qne la carcasse ait été constituée par des files de poteries en forme de seringues, 
emboitées les unes dans les autres: cn voit quelques débris de ces tubes aux abords 
de l'abside. Ce procède de construction, qui rappelle les vofites de San Giovanni in fonte 
et de San Vitale à Bavenne ^, fut très souvent employé par les architectes africains; 
il est encore usité dans le sud de la Tunisie ^ 

L'ouverture de l'abside présentait une colonnadc transversale, qui était composée 
de deux demi-colonnes et de deux colonnes entières, et qui devait porter une architrave 
en boìs. Des colonnades semblablcs existaient à Tigzirt, dans l'église principale (cin- 
quième siècle envìron) ^ et dans une église située an milieu d'un cimetière ^ à Bénian 
(second tiers dn cinqnième siècle) ^, à Orléans ville (contre-abside batic en 475) ^, à 
Carthage, dans la basiliqne de Damous el Earita (epoque byzantine) ^ L'exemple le 
plus connn de cette disposition, qui donna peut-étre naissance à l'iconostase, est la 
colonnade de l'abside de Saint- Pierre au Vatican. On sait qu'elle était constituée 
par des colonnes en marbré blanc, décorées de pampres sculptés: Gonstantin les avait 
fait venir de Grece. À Thelepte, l'ornementation des futs offrait précisément de L'ana- 
logie avec celle des columnae vitineae de Saint-Pierre. Nous avons retrouvé un frag- 
ment assez considérable d'un de ces fùts '°, que nous reproduisons ici (fig. 7). Les sculp- 
tnres, à relief plat, représentent un calice, flanqué de deux paons, un monogramme cons- 
taiìtinien avec l'a et Via dans une conronne, enfin des tiges entrelacées qui semblent étre 
des pampres. Tn fut de demi-colonne, orné de ceps entrelacés a été transporté des 
ruines de Thelepte au camp de Fériana ^^ peut-étre provient-il de notre abside ". — 
Il y a an musée de Sétif une demi-colonne, qui est décorée de la méme manière: on 
y voit un calice d'où sortent des pampres *^ 

* Par exemple, Qsell, Becherches archéólogiques, pi. I; Melangea de V Ecole de Bome, XIV, 
1894, p. 359, ^g, 22; Gavaalt, l e, p. 104, lig. 18; etc. 

' Les voùtes d^abside en pierres de taille sont exceptionnelles en Afrique. Gomme exemples 
certains, je ne connais que la basilique de SainteSaisa à Tipasa et la basìlique byzantine du Kef. 

^ Gonf. Ghoisy, L'art de batir chez les Hamains, p. 98, n. 1; Dehio et von Bezold, Die kirch- 
ìiche Bauhunst des Abendìandes, I, p. 132; etc. 

* Saladin, Arch. Missions, XIII, p. 35-36, 92, 118-119. 

^Gavault, h e , p, 15, 80; fig. 1 (p. 7) et fig. 2 (p. 11). La colonnade était doublé et elle 
portait, non une architrave, mais trois arcades qui consolidaient l*arc de tète de Tabside. 

« Gavault, p. 104-105 et fig. 18. 

^ Gsell, Fauilles de Bénian, p. 19, fig. 5, p. 35-36. 

« Bevue archéologique, IV, 1848, p. 660. 

» Delattre, Becueil de Consiantine, XXVI, 1890-1, p. 186. 

»« Hanteor 1« 03, diaraétre 0" 45. 

*^ Mentionné par Diehl, Nouveìles archives des Misttions, IV, p. 342. 

i< Cependant son diamétre (0™ 43) est un pea inférieur à celui du fùt que nous venons de 
signaler. 

^* Conf. dea columnae vitineae figurées sur un sarcophage romain da quatriéme siede (Garnicci, 
Storia delVarte cristiana, pi. 323, n^ 4), un fùt à pampres troavé en Bosnie (Bdmische QuartaU 
schrift, IX, 1895, p. 217 et p. 234, fig. 5) et les fùts à feuillages et oiseaux de Saint-Glément de 
Rome: ils datent de 514-523 (Rohault de Fleury, La Me<se, pi. 92). — Ges fùts ornés de sculptures 
se rencontrent déjà dans Part paì'en. Les columnae vitineae de Saint-Pierre furent emprantées à 
quelque édifice de Grece. Les mnsées de Sens et de Vienne en France possédent des fùts de bonne 
epoque, ornés de pampres et d'oiseanx. — Une inscription africaine mentionné des columnae omatae 
< C. I. L., VIII, 16411). 



204 STÉPHANE 6SBLL 

L'aiJBìde ne parait pss avoir été flanquée de Bacrìstiee. A qnelqnee mètres cn 

arrìère de IVglise, on distingue de vngneB traces de sallea, qui ont dti €tre dea dépen- 

dances de cet édifice et qai s'étendent assez loin dans Isdirection dn nord-est. Leur 

disposition exacte ne ponrrait ^tre reconnne qu'aprèB dea fouille». Dea porte», percées 

de chaque coté de l'abside, mettaient pent-ètre la basili- 

que en coinmnnication aree ces locanx. Àn nord, il y a 

nne cxèdre, de 4" 45 d'onvertnre. Elle a dfi appartenir 

H qnelqae chapelle. 

Contre te mnr de gauche de l'église, s'élerait nn petit 
édifice en pierres de faille, de forme rectangulaire. avec 
nne abside saillante. Il devait commnniqner avec la basi- 
liqne par une porte laterale; il ne semble pas qa'i! y alt 
eii d'entrée snr le devant. Un mnr le séparait en denx 
salles. On ponrrait snppnser que la salle antérìenre était 
un baptÌBtère et l'antre nn consignatorium. En avant de 
l'abBÌde, apparaissent dea vestiges d'un pavement eo mo- 
salque '. Dn Bondage noug a faìt décourrìr quelqnes dé- 
brìs de carreanx en terre cnite, à imageB estampées : i'an 
d'enx offre une face humaine d'une exécntìon fort barbare. 
Ces carreattx servaient de revètement à des murs: nn en a 
trouvé en divers lieux de la Tunisie *, ainsi qo'en France, 
dans des ruinea de l'epoque mérovingienne ^ 

Les vastes dimeosions de l'église qni vient d'étre dé- 
crìte et l'étendne de ses dépendances permettent de snpposer 
qn'elle était la basìlìqae principale de Thelepte. 11 y arait 
pent-étre là un ensemble de constmctionB religienses, com- 
prenant, ontre le baptìstère et des cbapelles, les logementE 
de révéqne et de Bon clergé. Le Btyle dea chapitcanx nong 
porte à croire que cet édifice a été élevé vera le milien dn 
cinquième siècle: la forme dn monogramme acnlpté sor 
Fig. 7. - Fnigment de colonne. ,^ ^^^ ^^ ,^ ^1^^^,^^^ ^^ y,^^^^^ convieni également à celte 

epoque*. 
Pent-étre fant-il rattacher au méme ensemble nne mine sititée à cent mètres 
environ an sud-onest de la basilique. Elle se distingne de loin par qnatre grandes 
colonnes, restées debout \ M. Saladin pense qne cea colonne» formaieot on atrium. 
En réalité, elles étaient placéea aux qnatre angles d'nne grande salle carrée (8*° 40 
de coté), dont les mnrs se reconDaisseut encore. Les ehapiteaax sont d'ordre corinthieo, 

1 Selon MM. Lavoignat et de PoDydragiiìn {Bull. Cornile, 1888, p. 18T) l'abelde était ansa 
décorée d' «une belle mo8alque,en marbré polychrome, à sujets ^inétriquee, entonrés de torsadeB'. 

' Voir L» Blancfaére. R tue archfoUigiqiu, 1888, 1 , p. 308 et buìv. ; La Blaaehére et Gaavkler, 
Cataìogue da musre Aìoui, p. 20'^ et suiy.; Stahlfaiith, Bómische Mitthetlvngen deg ariAóologixditn 
InstiUtU, XIV, 1898, p. 291, n. 1; eU: 

' Reinacb, apud La Blanubóre, l. e, p. SOU; Bull, arehéologiqae du Cornile, 1896, p, 507 et 
Buiv. ; Courajod, Oriffines de l'art roman et golhigue, p. 506. 

' Voici Ih liete dee itociimeots afrìcains datés qai offrent le monogramme coaKantinien avec 
r« et V-o: 1") Aonée 384. Sétif (Becueil de Gonstantine, XXII. 1882, p. 148; dans VEphtmtrii 
epigrajAica, V, d° a44, on ìndique par erreur une oroix monogramniatiqne). — 2°) Année 408, 
Orléansvilie (C. /. L., VITI, 9715), -- 3') Annèe 408, Méchera Sfa {Bullelin des antiquitée afritainei, 
III, 1885, p, 189, n° 901). — 4'') Année 416, 8ótif(C. I. i, 864»). - 5°) Année 419, Sétif (C. I. L- 
8641). — 6°) Année 480, Tematen (fiuU. du Comiu, 1893, p. 314j. — 7*) Fin do cinqniéme riècle 
ou début du Bixiéme, HaMra (C. I. L, 1164T). 

^ Archives dea Miaeions, XIII, p. 120-121, fig. 212-214. Tour du Monde, lAl, 1886, p. 216. 



ÉDIFICE8 CHRÉTTBNS DE THÉLEPTE 205 



d'nne factnre decadente, mais gardant le souvenir des formes classiqnes. Chaqne colonne 
est surmontée d'un doublé dosseret, dont les menibres soni disposés en équerre et poarvns 
Tun et Tautre d'nne queoe, jadis emboitée dflns la paroi. Les faces qui étaient tournées 
vers rintérienr de la salle sont décorées de sculptures, de méme style que celles des 
dosserets de la basiliqne: sur la face antérieure une grande fenille d'acanthe; sur une 
des faces latérales, une hélice et un rinceau \ On pourrait supposer que ces dosserets 
portaient les départs de grandes arcades, appliquées contre les mnrs et les donblant, 
de manière à les renforcer dans lenr partie supérieure ^. L'espaee intermediai re aurait 
été couvert d'une voùte d'arétes: La salle dont nous parlons était flanquée de diverses 
plèces, dont le pian n'apparait pas avec netteté. Àu méme endroit, M. Saladin a trouvé 
des fragments de carreaux à reliefs, en terre cnite ^ 

Basiliqne n' IL 

Nous n'insisterons pas sur cette église, qui ne présente qu'un ìntérét très mediocre. 
Elle se trouve à deux cents mètres environ au sud-ouest de la précédente. Elle est 
fort mal conservée: on en distingue à peine le pian. Sa forme est celle d'un rectangle 
parfait, mesnrant 28 mètres de long et 12°' 80 de large. Les murs, en pierres de taille, 
sont épais de O'^bO*; des matériaux pris à des bàtiments plus anciens y ont été 
employés: pressoirs, débris de comiche, etc. La fagade regarde le nord-nord-onest. 
En avant, il y avait probablement un vestibule ferme, profond entre mnrs de 2*" 80, 
A. rintérienr, on ne constate plus aucune trace des supports, colonnes ou piliers, qui 
devaient séparer les trois nefs. Une abside, large de 4" 15, s'onvre au fond. Elle est 
enfermée dans un cadre rectangulaire,^ et flanquée de deux sacristies, établies sur le 
prolongement des bas cotés: disposi tion frequente en Afrique, à toutes les époques de 
l'architecture chrétienne, et qui se retrouve en Syrie et dans la vallèe du NiP, mais 
non pas en Europe. Cette abside communiquait par deux portes avec les sacristies^. 
La chambre de gauche s'ouvrait en outre sur le collaléral voisin : c'était la salle d'of- 
randes. Au contraire, celle de droite n'avait de communication qn'avec l'abside ': il 
faut y reconnattre le diaconicum. 

Basiliqae n' 111. 

Elle est située au coenr de la ville romaine ^, sur un mamelon isole, d'une tren- 
taine de mètres d'altitnde, abrupt à l'ouest et s'abaissant en pente douce au nord-est: 
c'était naturellement de ce cdté qu'il convenait de piacer l'entrée, et ainsi s'explique 
l'orientation anormale de l'édifice. Le sommet de la butte a été aplani. 

' L'aatre face était appliquée contre la paroi : on l'avait par conséquent laissée lisse. 

' Des arcades disposées de cette manière se voient dans deux salles carrées qui flanquent 
une grande chapelle tréfiée, à Tébessa: (Ballu, Monastère, pi. II et pi. Ili (en bas à droite). 

» L. e, p. 121. 

'' Cenx de l'abside ont une épaissenr plus forte: 1 métre au minimum. 

*'' Cette forme d'abside enfermée dans un cadre rectangulaire se rencontre déjà dans des édi- 
fices paYens (Cagnat, Qauckler et Sadoux, Les temples paifens de la Tunisie, pi. II et XXVII; 
Hoeswiltwald, Cagnat et Ballu, Timgad, p. 22). 

^ Hoitzinger, Die altchiùtliche Architekturj 78 (supprimer Téfaced place par M. Holtzinger 
en Egjpte: c'est Tipasa de Manrétanie). 

^ Conf., pour ces portes, la basilique de Tébessa (Ballu, Monaslère, pi V), celle de Tigzirt 
(Gavault, l. e, p. 7, fig. 1), etc. 

^ Conf. icì méme les basiliques n»- III, IV et V. Le diaconicum est tantdt à gauche, tantdt 
à droite de Tabside. 

^ Voir le pian general, Bull. Cornile, 1883, p. 179, où cette basilique est indiquée au-dessous 
du chiffre 2. 



206 



STEPHANE GSELL 



Gette basìlique (fig. 8), dont il ne reste plus guère qne les fondations \ a été fouillée, 
yers 1885, par le commandaDt Pédoya et, plus tard, par d'antres oflSciers. Les déblaìs, 



oc 

I 



p 

p 






OD 







rejetés qk et là, cachent anjourd'hui diverses parties des mìnes. Un pian a été pablié 
dans le Bulletin archéologique du Comité des iravaux historiques '; il est accompagni 
d'une description dans laqnelle Tédifice est qualifié de tempie ^ 

^ Certaines parties, deveoues invlBibles, ont été complétées d'aprés le pian du Bulìeiin. 

« Année 1885, p. 137. 

3 Catte errear a été, il est vrai, rectiiiée par M. Reinach (I. e, p. 136, n. 1). 



ÉDIFICES CHRÉTIENS DB THÉLEPTE 207 



La constructìon est en pierres de taille; les mnrs ont 0" 70 d'épaisseur. 

En avant de Vatrium dont nons alions parler, on reconnatt quelques vestiges de 
denx plates-formes étagées. Le front de la première est presqne entìèreraent fait avec 
des tronQons de demì-colonnes et des ehapìteatix corìnthìens, empruntés à des édifices 
antérìeurs. Ges plates-formes servaìent-elles simplement de sontènement à Valrium^ 
ou supportaìent-elles, dans lenr partie centrale, un escalier monumentai? c'est ce qne 
nous ne sanrions dire. Il y avait, semble-t-il, à droite et à gauche de Vatrium, des 
escaliers ou des rampes d'accès, s'appuyant sur des murs qn'on distingue en plusieurs 
endroits. 

Vatrium, qui avait 20 mètres de cdté, est fort peu net. On ne remarque nulle 
trace des trois portiques qui bordaient sans doute les c6tés est, nord et sud. A l'ouest, 
en ayant de Téglise, cinq basca de colonne ont été retrouvées: elles sont de type 
corinthien. 

Les basiliques précédées d'un atrium sont assez rares en Àfrique. La plus connue 
est celle de Tébessa, qui date probablement du quatrième siècle ^ Tout récemment, 
le Service des Antiquités de Tunisie en a déblayé une a Esar ez Zit, près d'Hammamet. 
U atrium est encore très visible à Henchir TikoubaY *. L^église de Ceuta, transformée 
par les musulmans en mosquée, était, au dire d'El Békri ^, précédée d'un parvis, qui 
renfermait denx bassins. À Satafis, U y a, en avant de Téglise, une conr quadrangu- 
laire, mais il est douteux qu'elle ait été entourée de portiques*. La méme observation 
s'applique à la cour qui précède Téglise d'Henchir Terlist ^ A Henchir mechta Si Salah, 
j'ai cru distinguer une cour analogue; elle ne semble pas avoir été exactement carrée^ 

La basiliqne devait avoir une quarantaine de mètres de longneur. Le mur de 
fa^ade a disparu: il est possible qu'il ait été démoli dès Tantiquité, avant la cons-. 
truction de la contre-abside. Nous avons indiqué en pointillé Templacement qu'il occu- 
pait sans doute à l'epoque primitive. Il y avait une porte dans le mur latéral de droite, 
vers le milieu, et peut-étre une antro dans le mur de gauche, derrière la fa^ade. A l'in- 
térienr, deux rangées de supports gérainés séparaient la nef (large de 7 mètres) des 
collatéraux (larges de 4*^ 70). Chaque couple était coustitué par une colonne, du cdté 
de la nef, et par un pilier, du coté du collatéral. On a trouvé en place les bases des 
colonnes, attiques ou corinthiennes, et la partie inférieure des piliers. Pilier et base 
reposent sur un grand de, affleurant le sol '. Nous n'avons vu qu'un seul chapiteau 
dans la mine; il est d'ordre corinthien, de type classique mais d'un travail grossier. 
Des arcades étaient jetées sur les piliers: on a découvert dans les fouilles de nombreux 
voussoirs. An-dessus de ces arcades était peut-etre posée une longue comiche, projetant 
des décrochements qui correspondaient aux colonnes et qui étaient soutenus par elles ^ 
Nous trouvons cet arrangement dans la basilique de Tébessa, où les supports sont 
disposés de la méme manière qu'ici ^. Ces décrochements ont pn porter d'autres colonnes, 
plus petites que celles du rez-de-chaussée, adossées au mur qui s'élevait au-dessus des 
arcades. Telle était, croyons-nous, l'ordonnance des parties hantes: elle aurait ressemblé, 

^ Ballu, Monasière, pi. II. 

« Mélange» de VEcole de Home, XIV, 1894, p. 36, fig. 10. 

^ Description de VAfrique, traduction de Slane, p. 235. 

^ Méìanges de VEcole de Bome, XV, 1895, p. 38. Encore Texìstence de eette cour est-elle 
assez hypothétique. 

^ Gsell, Becherches, p. 161, fig. 19. 

^ Ibid., p. 177, fig. 23. — Pour la cour qui précède la basilique n" IV de Férfana, voir 
plus loin. 

' Conf. plus haut, p. 200. 

*M. Pédoya {Bull, Comiié, 1886, p. 144) mentionne des fragraents d'une comiche finement 
sculptée. Mais il croit qn'elle régnait tout antour du monument. 

^ Ballu, Monastère, p. 21, ^g. 13. 



208 STBPHAKE OSBLti 



comme on le voit, à eelle de la basilique n^ 1, mais ioi rien n'atteste rexistence de 
do88eret49. La convertare était certainement en charpeate et ea toiles, oomme le proavent 
les nombrenx débris de bois earbonisé et de carreaux en argile, recaeillis dans les 
décombres* Il n'y a paB liea de penser, avee M. Pédoya, que les bas eotés étaient 
TOÙtés: la largear de ces vaisseaax et le peu d'épaissenr des parois latérales s'opposent 
à cette hypothèse. 

Le fond de la nef est occapé par Tespace réservé que nons appellerons le cboenr, d'a- 
près rindication donnée par le pian de Saint-Gali, qui date de Tannée 820 *: cette ex- 
pression ne se tronve pas, à ma connaissance, ebez les auteurs chrétiens des premiers siè- 
cles ^ 11 occnpe toute la largeur de la nef et s'étend sur une profondeur de 13 mètres, 
qui eorrespond aux cinq derniers entre-colonnements. 11 est snrélevé de 0*" 40 et dalle. 
Il était ferme par une clòture ^, qui a entièrement disparu, mais dont on voit encore 
les eneastrements dans les bandes de pierre formant la bordure; elle s'interrompait 
par devant, au centre de la nef, et une marche précédait le passage qui était ménage 
à cet endroit. Au milieu du choeur, « se tronve, dit M. Pédoya ^ une targe assise en 
» pierres plates, formant saillie au-dessus du dallage. Cette sorte de soubasaemeut 
» présente de chaque coté trois trous carrés de roéme dimension, dans lesquels on a 
» trouvé une assez grande quantité de morceaux de plomb ». C'était évidemment Tem- 
placement de Tautel, dont l'armature était constitnée par six montants en metal, qae 
ces coulées de plonib maintenaient dans les niortaises. Il est probable que les cotès 
et le dessus de l'autel étaient en bois: on sait que divers textes africains mentìonneot 
des autels faits en cette matière ^. 

Cet espace réservé, au milieu duquel se dressait Tautel, se rencontre dans no 
grand nombre de basiliques d'Àfrique \ Il était parfois surélevé, comme ici ''. 



1 Lenoir, Arekitecture moHMiiquey I. plancbe à la p. 24. 

' Il serait pent-étre préférable d'employer le terme sanctuaire, puisqae, le plus sonvent, eet 
espace renfermait Pautel. 

3 Les panneaux, épais de 0"" 10, étaient emboités dans de petite pillerà de 0^ 25 de coté. 
La dlsposition des encastrementt» ne permet paa d'admettre que cette clòture ait été en metal. 
Il est probable qu'elle était, non en pierre, mais en boia, ce qui expltquerait sa destrnctìon totale, 
Pour les cancels en bois, conf., par exemple, Eusébe, Histoire eccìésiastique, X, 4, dans la des- 
cription de la basilique de Tyr. 

* L. c,y p. 142. Cette construction n^e;)t plus visible. 

^ Saint Optat, De schismate donatisiarutn, li, 21 in fine; VI, 1. Saint Augusti o, Cantra Cm- 
canium, III, 47 (43); Lettres ÌSò, 27. Conférence de 411, 1, 139 (Migne, Pùtroì. latine, XI, p. 1316): 
iftUtaria confracta 8unl>, Les autels de la basilique principale de Timgad (Ballu, Lea ruinf* 
de Timgad, p. 232), de la chapelle voisine de la basilique de Tébessa (Balln, Manastère, pi. II: 
« oratoire»), des deux églises réoemment découvertes à Morsott (Bee, de Constantìne, XXXIII, 1899, 
pi. aux p. 396 et 406), étaient certainement en bois, comme le prouvent les eneastrements destine! 
à maintenir les montants. 

^ Voir, par exemple, Ballu, Monastère^ pi. V; Buìletin de VAcadémie d'Hippone, XVII, pi. Ili; 
Mélanges de Bossi publiés par V Ecole de Bome, p. 347 ; Gsell, Becker ches an^éoloffiques en Algerie, 
p. 187, fig. 37; Mélanges de V Ecole de Botne, XIV, 1894, p. 571, fig. 25, etc. — Nows décriroDa 
toat À rheure deux autres édifices de Fériana (basilique n^ V et chapelle n^ I), oii le cbcenr ^e 
distingue trés nettement. — Les Africains ont place Pautel soit au milieu du chcenr, soit au food 
de la nef, immédiatement en avant de Tabside, soit dans l'abside méme. La première dispositioD 
est la plus frequente. ' 

^ Je ferai remarqner que dans un passage de Victor de Vite (I, 42), où il est question de 
la crepido altaris, cette expression paratt s'appliquer plutót à un choeur surélevé qu'àlabasede 
Tautel (comme le pense Schultze, Archàdogie der aUchristliche Kunsi, p. 118, n. 2). Uhistories 
raconte qu'nn grand nombre de chrétiens se troavaient sur cette crepido: € alti gwan piufimi 
sagittis et iaculis in medio crepidinis altaris probantur occisi». 



EDIFICES CHK^TIENS DE THÉLEPTE 209 



De mérae qne dans Téglise précédente, Tabside est enfermée dans un eadre et 
ilanquée de deux sacrìsties. Son onvertare est un peu moioB large qae la nef centrale ^ 
Le sol dépasse de O'^TO le nivean da choBar. Cet exhaussement de l'abside est de 
règie dans les basiliqnes africaines ^ Tantót les degrés qui mènent aa presbyierium 
sont disposés cornine dans Tédifice qae noos décrivons, tantdt il y a deux petits esca- 
lìers, établis aux deox coins du fond de la nef ^ 

L'ouverture était flanqnée de deux grosses colonnes à bases eorintbiennes, qui 
sapportaient Tare de téte, disposition frequente en Afriqae *. Àu pied da mamelon, 
derrière Tabside, on voit un cbapiteau qui, très probablement, appartenait a une de 
C68 deux colonnes: il est d'ordre corinthien classique et a dù étre emprunté à un 
monument plus ancien. Nous avons remarqué dans la basilique un dosseret ^, muni 
d'une quene de 0°" 52 de longueur; la face antérieure est omée d'une feuille d'acanthe 
une des faces latérales d'une rosace enfermée dans un cadre ^. Ce dosseret paratt avoir 
été place sur l'une ou l'autre des colonnes, et avoir servi d'imposte à l'are de téte '^, 
L'abside était pavée «d'une magnifique mosatque polycbrome » ^ aujourd'hui détrnite. 
La sacrìstie de gauche communìquait sans doute avec le bas coté contign, mais non 
paa avec l'abside: e'était donc la salle d'oifrandes. Il y avait au contraire une porte 
entre l'abside et la sacristie de droite {diaconicum), qu'un mur plein séparait du col- 
latéral voìsin. Ces deux salles étaient probablement couvertes d'une toiture inclinée. Elles 
semblent avoir eu un pavement en mosalque. Le dfiaeonjcum donnait accès à un corps 
de bàtiment, compose de trois pièces. 

Notre basilique présentait une contre-abside semi-circulaire, dont il ne subsiste 
plus que le soubassement et la première assise. On l'a simplement appliquée contre 
deux des colonnes qui bordent la nef, et elle n'a pas pu étre batic avant la destruction de 
la partie antérieure de l'église. Elle était surélevée de " 40 et pavée en mosaYque ^. Une ciò- 
ture, dont les encastrements sont encore visibles, fermait cet hémicycle, ne laissant qu'un 
étroit passage an centre. En avant, dans la nef, un espace correspondant à deux entre- 
colonnements constitnait un choeur, isole par des grilles en bois ou en nSétal : les bases 
des colonnes sont percées de mortaises qui recevaient Ics extrémités des eancels. 

Quelle était la destination de l'hémicycle que nous venons de décrire? Peut-étre 
représente-t-il une abside nouvelle, construite lors d'une restauration tardive: on aurait 
rectìfié de cotte manière l'orientation anormale de l'église et on aurait établi l'autel 
dans le nonveau chcenr. Mais il est possible aussi qu'il ait servi de sepolture à un 
personnage vènere ^^ Nous connaissons en Afrique qnatre autres contre-absides ^\ toutes 

^ Conf. une église de Conatantine: Ravoisié, Exploratùm, I, pi. 6 et 8. Nous avons fait remar- 
quer pìus haut (p. 209), que, d*ordinaire, Touverture de Tabside correspond à la largeur de la nef. 

< Voir, par exemple, saint Angustili, De civitate Dei, XXII, 8, 22 ; LeUree, 28, 3 ; 29, 8 ; 126, 1 ; -> 
De mir(MCulÌ8 S. SUphani, II, 1 (appendice au tome VII de Tédition de saint Auguetìn par les 
Bénédictins, Paris, 1786, p. 88). Ck^nf. Holtzinger, L e, p. 73. 

3 Basiliques de Tébessa, de Timgad, de Bénian, de Morsott, de Tigzirt, etc. 

'' Nous en trouverons d^autres exemples à Fériana. 

^ Haut 0» 43, larg. 0"* 56, long, (aveo la queue) 1"" 16. 

' L'autre face laterale est devenue fruste. 

^ A Bome, les arcs trìomphaux de Saint-Paul hors les murs, de Saint-Pierre du Vatican, 
de Saint-Pierre-aux-Liens étaient portés par deux colonnes, snrmontóes d'impostes. 

« Pèdoya, I. e, p. 143. 

^ Cette mosalque a complétement disparu. 

^^ Le rapport de M. Pédoya nlndique, il est vrai, aucun tombeau dans cet hémioycle, et actuel- 
lement <m ne peut pas vérìfier Phypothóse qne nous émettons ici. Ce qui lui donne quelque vraisem- 
blance, c'est la présence de plusieurs tombes aux abords de Thémicycle: on sait que les chrétiens 
des premiers àges aimaient à ensevelir les morts ad sanctos. 

^^ A celles de PAfrique fran^aise, il faut ajouter la contre-abside de l'église d'Erment, en 
Egypte (date indétermìnée) : Descripiùm de VEgypU, Antiguiiée, I, pi. 97, fig. 6. 

14 



210 STÉPHANE GSELL 




constrnites après coup : à Mididì \ à Matìfon ', à Tipasa (dans l'église élevée par 1 é- 
véqoe Alexandre) ^, enfin à Orléansville^. Dans ces trois dcrniers endroìte, la contre-abside 

avait certainement une destination fnnéraìre. Celle d'Or- 
léansvìUe fat bàtìe en 475, ponr abrìter les restes d'nn 
évéque, Beparatns. Celle de Tipasa, qui ne pent gnère étre 
antérieure an cinqaième siècle, contenait qnatre tombeanx. 
DanB la contre-abside de Matifon, qni parait dater de 
la période byzantine, il y avait aussi plasìenrs sépul- 
tnres ^. Il fant probablement cbereher rorìgine de ce genre 
de constrnctìons dans les exèdres fanéraires^, monnments 
pj ^ _ Pian d'un exédre ^^^^ connus des archéologues ^. 11 en existe qnelqnes-nnes 
à Dupleix. ^^ Afrique *. Comme exemple, je donnerai ici (fig. 9) le 

pian d'nne exèdre qni se voit an milien d'nn cimetière 
antique, à Dupleix, sur la cote algérìenne, entre Cherchel et Ténès ^ 

Qnelques tombeaux, ìndiqués sur notre pian, ont été décourerts à l'est de la 
contre-absìde; trois d'entre eux se trouvent dans le portiqne de Vatrium ^^. Une antre 
sépulture est établie contre le mur septentrìonal de l'église. Ces tombes sont certai- 
nement de basse epoque, car la règie romaìne qui interdisait les ensevelissements à 
l'intérieur des villes fut maintenue avec rigueur au quatrième siede ^\ Sons les Vandales 
et surtont sous les Bjzantins, on se montra moins sevère à cet égard ^'. 

^ Inèdite. Relevés de M. Sadonx. 

* Bull du ComiU, 1900, p. 134. 

3 Bull, du Comiié, 1892, pi. XXXII et p. 482. 

^ Bevile archéologique, IV, p. 660. — Il est douteux qne Tédifice d'Aì'n Toanga, où deax absìdes 
se font vis-à-yis, ait été une église (Saladino Nouvelles arehives des Afissions, II, p. 540-541, fig. 150). 
J'en dirai autant de Pédifice de Chemtoa où M. Saladin a era distinguer denx absides opposéee 
{Ihid., p. 414 et auiv., fig. 26-30). 

^ On sait qa^en Europe certaines contre-absides de l'epoque carolingienne furent également 
constraites pour recevoir un tombeau: Kraus, Geschichte der christlichen Kunstj II, p. 14 et 111. 

^ C'est là, je crois, rhypothése la plus vraisemblabie. Je dois cependant fai re remarquer que 
la basilique judiciaire de Timgad offre, eu face du tribunal, une exédre qni, par sa posìtion, 
répond à nos contre-absides (Boeswillwald et Gagnat, Timgad, p. 22). 

' Voir Dictionnaire des antiquités de Saglio et Pottier, s. v, exedra, p. 883 ; De Rossi, BulL 
crisi., 1864, p. 25. 

^ La plus importante se trouve à Khamissa : Becueil de Consiantine, XIX, 1878, pian à la p. 304. 

^ Va Tépaisseur des ronrs (1°^ 10), cette exédre paratt avoir été converte d'une voùte en cui 
de fonr. Le tombeau qn'elle abritait est un petit caveau madonne, voùté en berccau. 

^^ Quelques ensevelissements furent faits dans Vairium de la basilique de Tébessa au cinquìéme 
ou au sixiéme siede: Bull, du Comité, 18%, p. 164-5 n»* 24 et 25 (épitaphes de religieu&es); 
Bec. de Consiantine, XVI, 1873-4, pi. IV (sarcophage paì'en remployé). Dans la méme ville, le 
portique antérieur du péribole qui entourait le tempie dit de Minerve re^ut des morta à Tépoque 
byzantine*. ce tempie avait été converti en église {Bevue africaine. Vili, 1864^ p. 271; €• I. L.^ 
Vili, 2016 = 16517, 2019, 10636, 10637, 10638 i= 16519, 10639). 

" Conf. Code Théodosien, IX, 17, « (année 381). Vers 317, des donatistes de Carthage furent 
ensevelis dans une basilique où ils avaient été tués (écrìt donatiste pnblié dans Migne, Patr. laL, 
Vili, p. 752 et suiv., chap. 8); mais il n'est pas prouvé que cette basilique fùt situéeà rintérìear 
de la ville. La méme observation peut s'appliquer aux basiliques dans lesquelles on enterra des 
circoncellions dans le second tiers du quatrième siécle; le olergé du reste interdi t cette pratique 
(Optat, III, 3). 

*' Voir note 10. On a trouvé plusienrs tombes dans des locaux dépendant de la basilique de 
Tébessa ( C. L X., 2009-2013 ; Ballu, Monasière, p. 29 et pi. V). L'nne d'elles est datée de Taunée 508 : 
les autres ne paraissent pas plus anciennes. Des évèques furent enterrés en 475 et en 495 daos 
les églises d*Orléansville et de Mouzaì'aville (C. I. L., 9709 et 9286). Saint Fulgence, mort en 533, 
fut le premier personnage enseveli dans la basilique de Ruspe, dite basilica secunda, <ubi nullum 



ÉDIPICBT CHBÉTJENS DE THÉLEPTE 211 



NuBS avons rencontré dans les ruines de la basilique une pìerre fort endommagée, 
sur iaqaelle nne croix grecque pattée ^ a été seulptée dans un crenx cireulaire. — 
MM. Lavoignat et de Punydraguin ont reeueilli, dans l'abside du snd-oaest, un fragment 
d'ane brique, portant dm caractères cursifs, gravés au trait. Malhenreusement Tori- 
ginal parati avoir dìsparn, et la copie que nous en avons ' est d'une interprétation 
diiScile. L'inscription est certaifiement byzantine, comme le prouve la mention de 
rindietion à la ligne 3: iscripsi ind{ictione) sept{ima) ^. 

De ce qui précède, il ne faut point conclure que l'église date de la période byzan- 
tlne. La pierre ornée d'une croix peut appartenir à la restauration ou au remaniement 
dont témoigne la contre-abside; quant à la brìque, il est à peine besoin de faire 
observer qn'elle ne saurait servir à dater l'édifice dans les ruines duquel elle a été 
découverte. Je serais dispose à croire que cette basilique, d'une construction soignée 
et régulière, appartieni au quatrième siècle, comme celle de Tébessa, à laquelle elle 
ressenible ^. Elle a péri dans un incendie, dont les traces ont été retrouvées partout ^. 

Basilique n' IT. 

Elle est sitnée dans la partie septentrionale des ruines de Thelepte ^ MM. Lavoi- 
gnat et de Ponydraguin y ont fait quelques sondages ^. À 1 mètre au-dessous du 
dallage, ils ont trouvé un second pavement, qui devait appartenir, comme ils le sup- 
posent, a un édifice antérieun Cette basilique (fig. 10), qui est orientée au sud-ouest, 
a une longueur totale de 45 mètres et une largeur de 18" 65. Elle est p'eu enterrée, 
mais en fort mauvais état: les murs, en pierres de taille, d'une épaisseur de 0"" 50-0"" 53, 
émergent à peine du sol. En avant, s'étend un espace rectangulaire, qui était sans 
doute une cour. Deux bases de colonnes, a socie bas, très frustes, soni encore en place. 
Avec deux bandes en pierre, perpendiculaires à la fagade de l'église, elles indiquent 
l'existence d'un porche que nous avons restauré par conjecture sur notre pian *. Dans 
le porche et dans la cour, se voient des débris de sarcophages et un sarcophage encore 
entier ^ Il y avait probablement trois portes sur le front de l'édifice; on en distingue 
une autre dans le mur latéral de gauche. L'intérieur était partagé en cinq vaisseaux 
par deux colonnades, placées de chaqne coté de la nef mediane ^^, et par deux rangées 



» mortuum neque sacerdotem neque laicum sepeliri consuetudo sinebat antiqua^ {Vie de saint Fui' 
gence, chap. 29, Migne, P. X., LXV, p. 150 . Les ensevelissementa dans les églises urbaioes du 
Kef (Giudicelli, l. e, p. 16 et suiv., p. 25), de Maktar (C. I. i., 11893, 11894, 11898, 11904; 
Bull. Comiié, 1893, p. 127), de Sétif (C. I. X., 8636, 8651, 8653 a), de Matifou, etc, datent soit 
de l'epoque vandale, soit de Tépoqne byzantine. 

i Haute de 0™ 19. 

« C. L L., Vili, 11268. 

3 J'ìgnore quelle était la destination de cette brique. D'aprés ce qn^on peut compreodre du 
teste, elle ne semble pas avoir été placée dans ime caisse à reliqiies, comme Tétait un carreau 
d'argile, qui a été trouvé prés de Sétif (C. L L,, 8632) et qui porte une énumération de diverses 
tnemoriae sanciorum. 

* Je parie oaturellement de la basilique primitive de Tébessa. Cet édiiìce fut en efTet remanié 
plus tard, peut-étre vers le milieu du cinquiéme siécle. 

^ Beancoup d'églises africaines ont été détruites de la mérae manière. Voir quelques exemples 
dans Gsell, Becherehes archéólogiques en Algerie, p. 72, n. 2, et Foutlles de Bénian, p. 50. 

^ Voir le pian de Thelepte (Bull, Comité, 1888, p. 179), sur lequel elle est indiquée. 

' Ils lui consacrent cinq lignes (Bull, Comité, 1888, p. 185). 

^ Si notre restitution est exacte, ce porche présente une certaine analogie avec celui d^une 
église d'Henchir bou Tak rematone (Mélangts de V Ecole de Bome, XIV, p. 576). 

^ Figure sur notre pian. 

*^ Deux bases atti lues sont en place. 



212 



STEPHANE GSELL 



de piliers octogonaaz, séparant les bas còtés \ Oes piliers sont d^une forme assez 
insolite: je ne pnis citer à cet égard que la basiliqne dea Hassnaoua *, où les denx 



(fi' 



2 

p 

S 







^ Deux de ces piliers se voient encore à leur place primitive. D'autres gìsent dans la mine. 
MM. Lavoignat et de Pouydraguin parlent A tort de « colonnes hexagonales ». \ìs ont m dans 
cette basilique, ajoutent-ils, «des chapiteaux de méme forme, à gros dessiii composite». Nous ne 
les avons pas retrouvés. 

« Gsell, Recherchea, p. 286, fig. 3. 



J 



ÉDIFIGES CHRÉTIBN8 DE THÉLEPTE 213 



colonnades sont termìnées du coté de la fa^ade et de l'abside par des piliers égale- 
ment octogonaax. La basìliqne à cinq nefs de Bir omn Ali, près de Tébessa \ offrait, 
eomme eelle que nona décrìvons, denx sortes de supports ': la nef était bordée par des 
piliers carrés; des colonnes séparaient les collatéranx ^ 

De larges dalles revetaient le sol de eette église de Fériana. La eouverture était 
eertainement en eharpente et en tuiles. 

An fond de la nef, il 7 a une abside, dont le mur est de forme semi-circnlaire à 
l'intérieor, mais à pans eoupés du coté oppose. Noas ne connaissons qu'ane autre église 
afrieaine présentant cette parti cu lari té: c'est celle qni fut installée, probablement sous 
la domination des Byzantins, dans le grand tempie da Capitole de Constantine ^. Dans 
ane chapelle de Tigzirt, d'epoque indéterminée, le mur da presbyterium est à pans 
eoupés an dedans comme au debors ^ : il en est de méme dans une chapelle de Thala, 
refaite pendant la période byzantine •. 

L'ouverture de l'abside était flanquée de deux colonnes, qui portaient l'are de téte; 
la base de celle de gauche est restée en place : elle est d'ordre attìque. Contre la paroi 
intérieure, une petite fouille faite par M. Sadoux, après mon séjour à Fériana, a mis 
à découvert un tron<;on de fùt, dressé. On pent supposer que cette colonne portait sim- 
plement une statuette ou un vase ^, ou bien qu'elle faìsait partie d'une colonnade 
soutenant des nervures saillantes, qui auraient forme l'ossature de la voùte en cui de 
four et auraient simulé une coquille ^. 

La disposition des sacristies est assez intéressante. L'abside communique par 
deux couloirs avec deux grandes salles, dont l'une a une porte donnant sur le dehors; 
l'autre, qui déborde le mur septentrional de l'église, était peut-étre la salle d'offrandes: 
il est possible qu'une baie, dont on ne volt plus ancune trace, l'ait mise en commu- 
nication directe avec le quadratum populi. Sur ces sacristies s'ouvraient deux oabinets, 
inénagés de chaque c6té de l'abside: celui de droite est encore très nettement distinct; 
il semble nécessaire, pour des raisons de symétrie, d'admettre l'existence de celui de 
gauche. 

Nous manquons d'indices pour dater cette basilique. Il est pourtant probable qu'elle 
appartient à l'epoque byzantine ou, au plus tot, à l'époqae vandale: je ne crois pas 
qu'on ait construit d'absides à pans conpés avant la seconde moitié du cinquième sièele *. 

1 Inèdite. 

< Conf. réglìse d'Ibrìhim en Nubie (Gau, Aniiquit^ de la Nubie, pi. 58) et peut-étre ausai la 
baailiqne du Baint-Sépnlcre, constmite par Constantin (Holtzinger, Die altchrisUiche ArchUékiMr, 
p. 39). 

^ Les colonnades de la uef dans les basiliques à piliera de Tipasa (grande église et église de 
Sainte-Salsa) sont, comme nous l'avons déjà fait remarquer (p. 199, n. 2), des aménagements appar- 
tenant à une baaae epoque. 

^Ravoisié, EaspìoraUon, I, pi. 6; Delamare, Exploration^ pi. 119. 

* Gavault, I. e, p. 99, ^g, 17. 

^ Inèdite. Relevés de M. Sadoux. 

^ Conf. Holtzinger, l, e, p. 154-155. 

^ Comme dans Téglise du Eef (Saladin, Nou/véUts ardUttes de» Miesions, H, p. 558*^9; Oiu- 
dicelli, FouUles pratiqyées dans la banlique de Dar d Kotu, p. 34), et pent-étre aussi dans celle 
de Gnelma (Ravoisié, Exploration, II, pi. 32, fig. 1). Cette disposition se retrouve daju l'archi- 
teoture romane (Quicherat, Mélanges d'arehéoicgie, II, p. 467-468, fig. 69). Conf., en Egypte, Téglise 
de Deyr Abou Faneh (Descripiiùn de VEgypte, Antiquités, IV, pi. 67, fig. 11). 

* L'église de Saint-Jean-4St«dite à Constantinople, où Tabside présente cette forme, date 
de 468. Il est probable que l'abside à pans eoupés de San Franeesco de Ravenne n'est pas con- 
temporaine de la fondation de Téglise, qui remonte à 425-430. Ces absides sont fréqneotes en 
Orient (Holtzinger, l. e., p. 77 ; Schuitze, Archeologie, p. 57). £n Oecident, il y en a quelques-unes 
qui datent d« siziéme siécle (à Ravenne, à Panen^o, i Grado). On sait que les absides à pans 
eoupés se retrouvent plus tard dans Tai-chitecture romane. 



214 



STEPHANE 6SELL 



Bastliqae n' Y. 

Elle se tronve à pen de distance à l'onest de la citadelle bizantine. M. Pédoya 
Pa fonillée en grande partie ^ Orientée an snd-ouest, elle mesnre 21 mètres de lon- 
guenr (porche et abside corapris) et 11"* 60 de largeur (fig. 11). Les mnrs étaient en 
pierres de taille: on n'en voit plus qne quelques vesti ges *. 

Une rne dallée passait devant cet édifice ^. Il était précède d'un vestibule ferme, 
qui occupait tonte la largeur de la fagade et avait 2" 25 de profondeur. M. Pédoya, 
indique deux portes, aujourd'hui indistinctes, sur le devant de ce narthex, et une autre, 




>i .. !.. i. — ..i » 



-i S'mètrts 



Pig. 11. — Pian de la Basilique n^ V. 

encore visible, à droite. L'église elle-méme avait trois entrées. correspondant anx 
troìs vaisseaux intérieurs. Contrairement à Tusage ^, ces vaisseaux étaient à peu près 
égaux en largeur (3" 13 pour celui du milieu, 2" 92 pour celui de gauche, 3" 27 à 
droite). Dea deux colonnades qui les limitaient, il ne reste plus que quelques bases; 
les nnes, corinthiennes on attiqnes, sont d'un travail correct et ont sans doute été prìses 
ailleurs; les autres, à grossières moulures, doivent avoir été faites exprès pour la basi- 
lique. Il en est de méme de deux bases de pilastre, adossées au mur de fa^ade ^ 
Les bases des eolonnes présentent pour la plupart des feuillures, dans lesquelles s'en- 
castraient des grilles, séparant la nef des collatéraux. Le choeur était profond de 
6 mètres : entre les eolonnes et par devant, il était bordé par des dalles. Vers le milieu 
de cet espace, M. Pédoya a découvert les restes de l'autel, qui n'existent plus actnel- 



* Bull, Comitéf l. e, p. 148-149 («tempie»). 

' Certaines parties qui ne sont plus visibles ont été indiqnées d*apréB le pian publié par 
M. Pédoya, dans le Bulìetin du Comitéf 1885, p. 148. 

3 M. Pédoya pense qne cet espace était un premier vesHbuie, mais nous ne croyons pas nons 
tromper en y voyant une me. 

* D'ordinaire le rapport entre la largeur de la nef et celle des bas cdtés vane de Vt à Vi • 

^ Nous avons déjà fait remarquer (p. 201) que le plus souvent les colonnades se terminaient 
à lenrs deux extrémités par des demi-colonnes. Cependant on trouve parfois des pilastres, comme 
ici : à Thibilis (Delamare, Exploratùm, pi. 165, ^g. 3), à Kherbet el Ousfane {Mélange» de VEeolt 
de Eome, XIV, p. 572), à Tébessa, dans une chapelle voisine de la basilique (^Ballu, Monastère, 
pi. II). 



ÉBIFICES CHRÉT1EN8 DUr THÉLEPTE 215 



lement. Il ne les décrit pas; d'après son pian, il semble qn'il ait troavé une sorte 
de sonbassement rectangnlaìre, avec une grande mortaise carrée, destinée à Tinsertion 
d'un pied uniqne, sur leqnel aurait reposé la table sainte ^ Tout le sol de la nef était 
coavert d'une conche de beton. De nombreuses tuiles, débris de la toìture, gisent dans 
la ruine. 

L'abside, inserite dans un cadre, était surmontée d'une voùte faite en poteries 
tnbnlaires ^ On y montait par deux degrés. Une fonie de petits cubes de marbré, 
dispersés en cet endroit, ont évidemment appartenu à un pavement en mosaìque. Deui 
colonnes, flanquant l'ouverture, portaient l'are de téte. A droite, se tronvait le diaco- 
nicum, communiquant avec l'abside, mais non pas avec le collatéral voisin. A gauche, 
un espace qnadrangulaire servait de salle d'offrandes: il était, semble-t-il, entière- 
ment onvert du cdté dn quadratum populi ^. 

M. Sadoux a reconnu des vestiges de bàtiments très étendus contre cette église, 
à gauche. Peut-étre a-t-elle fait partie de quelque monastère. Il me paratt impossible 
de lui assigner une date. 

Basiliqae n"" TI. 

A environ 1500 mètres de la ville, au nord-est. Elle a été signalée par MM. Lavoignat 
et de Pouydraguin ^ Longueur 29 mètres, larg. 10" 90. Orientation sud-ouest. Les mnrs, 
épais de " 50 environ ^, ne s'élèvent guère au-dessus dn sol ; ils sont en pierres de 
taille. Qnelques vestiges paraissent appartenir à un vestibnle ferme, profond de 3" 50. 
Od ne distingue plus d'entrée sur la fa^ade. Il y avait probablement une porte dans 

le mnr latéral de gauche. A l'intérìeur, les trois vais- 
■■■■■■■I^BBIHHHn seaux étaient séparés par des colonnes, dont les bases, 
■ ^^^^^^ I enterrées, ne sont pas visibles actnellement. Quelques 

I ■ ■ I fùts, longs de 8 mètres, et des chapiteaux gisent à terre. 

I I II Ces chapiteaux ^ ont sans doute été faits exprès pour 

I ■§ M I l'église; ils sont d'ordre corinthien très décadent, à trois 

rangées de feuilles non dentelées; les volutes sont rem- 
placées par des feuilles lancéolées recourbées. Je les 
daterais volontiers du cinquième on du sixième siede. 
Fig. 12. - Fond de la basilique n* VL L'abside mesure 3" 70 de largeur à l'entrée. Le mur 

est arrendi à l'extérieur comme à l'intérieur, mais il ne 
fait pas saillie sur le pian general de l'édifice, qui est parfaitement rectangnlaire 
(fig. 12) '. Deux piliers supportaient l'are de téte. Cette abside devait étre flanquée 
de deux sacristies. Anx abords de la mine, on remarque quelques fragments de sar- 
cophages en pierre. Il j avait là sans doute un cimetière chrétien. 

' Mais ce troa carré pent avoir été un loculus dans leqnel était depose un coffre à relìques. 

* Conf. plus haut, p. 208. Des fragments de ces poteries jonohent le sol de Tabside. 

* Da moios, M. Pédoya n^indique pas de mar transversal. Cette partie de l'église n'est plus 
distincte. 

^ Bull Comité, 1888, p. 190. 

^ Ceux de Pabside mesnrent 0"* 70. 

^ Hauts de 0" 46. 

"^ Cette forme de l'abside se retrouve dans quelques antres églises africaines : à Henchir Terlist 
(Gsell, Becherchea, p. 169, ^g. 21), à Bir oum Ali (Saladin, Archives des MisHons, XIII, p. 148, 
fig. 262), à Henchir el Azreg (Méìanges de V Ecóle de Bome, XIV, p. 47, fig. 12), à Sonk el Khmis, 
prés d'Aamale (inèdite); dans un édifice chrétien d'HaVdra (Kraus, Geschichte der christlichen 
Kunst, I, p. 276, fig, 215). Elle se rencontre anssi en Syrie (Holtzinger, l, e, p. 208, ^g, 139, 
et p. 209, fig. 140). 



I I 



216 STÉPHANE OSELL 



Basilique n"" YIL 

Elle est sitnée an sud-onest de la ville antique, snr la rive gancbe d'an afflaent 
de Toued Fériana, et au milieu d'nne nécropole chrétienne '. Elle a été fonillée par 
MM. Lavoignat et de Pouydragnin, il y a treize ans': depnis cette epoque, on Va 
presque entièrement détrnite. Nous n'avons plus reconnn que qnelquesiuisérablesdébrìs 
des mnrs occidentaux et méridionanx et de l'abside. Longueur 26 mètres, largeur 
11 mètres. Orientation nord ouest. Il ne semble pas que le ronr oppose à l'abaide ait 
présente de porte '; on devait entrer par le sud, du coté de la riviève: le roc a été 
aplani à cet endroit, de manière à former une sorte de terrasse *. La nef centrale, 
large de S"" 50, était bordée par deux rangées de six colonnes; les bases sont attìqnes^ 
les chapiteaux sont corinthiens, a feuilles non dentelées, d'une faeture grossière, mais 
d'un type encore presque classique. L'abside, qui ne paratt pas avoir été enfermée 
dans un cadre, était surélevée d'environ 1 mètre: on y montait par un escalier de 
plusieurs marcbes. Deux sacristies la flanquaient. De nombrenses tuiles, retronvées 
dans les fouilles, appartenaient à la toitnre des trois vaisseaux. On a recneilli anssi 
de petits tnbes en poterie, qui étaient employés dans la voùte de l'abside. La nef et 
les collatéraux étaient dallés. L'abside présentait une mosalque polychrome: « Des 
» oiseaux, disent MM. Lavoignat et de Pouydraguin, et des feuilles assez grossière- 
» ment figurés forment un encadrement; au milieu, se lit Tinscription suivante, formée 
» de cubes de marbré noir sur fond blanc *: Exaudiy Detis, oraiionem meam ; au\ri]hus 
» percipe berb[a\ oris mei san{c)toir[ufngué] >. Sauf i'addition sanciorumque, ce texte est 
eroprunté à un verset des psaumes ^. 

Le choBur paraìt avoir occupé, au fond de la nef, Pespace correspondant aox 
deux derniers entre-colonnements. MM. Lavoignat et de Pouydraguin y ont fait une 
déconverte importante. Nous citons ici leur rapport: «Des fouilles pratiquées dans le 
» choeur, à deux mètres en avant de l'abside, ont amene la mise au jour de la con* 
» fession. Le tombeau était recouvert d'un socie unique en pierre, portant qoatre colon- 

> nettes d'ordre composite et se reliant au pavage en dalles du monament [il s'agit 

> certainement du socie et des pieds de l'autel]. Ce socie, reposant sur un lit de sable 

> fin et présentant au centre un évidement rectangulaire en forme de euvette, coovrait 
» une mosalque encadrée de torsades polychromes. À l'intérieur [sans donte dans l'esp&ce 

> correspondant à l'évidement], entourée de rameaux figurés en cubes noirs, une inscrìp- 
» tion était tracée en cubes de verre de couleur ponr la partie snpérieure, et en cnbes 
» noirs séparés par des lignes horizontales blanches pour la partie inférieure*: 



' Indiquée sur le pian d'ensemble pnblié daus le Bull, du Cùmité, 1888, p. 179. 

« Ibid., p. 178-180. 

^ Il y a en Afrique un certain nombre d'édifices religieux, en general de dimensions exìgnes* 
dont rentrée se trouve sur un des cotés longs: par exemple à DJemila, à Rhamissa, etc 

^ A Pouest, un passage de 1 métre de largeur permettait d*a11er de cette terrasse au cime- 
tière voisin, sans travenier Téglise. 

* Haut. totale 0"» 49; le socie, qui mesure 0" 60 de coté, est haut de 0" 96, 

* C. I. L., Vili, 11269. De Rossi, La capsella argentea africana, p. 17. La Blanchére et 
Gauckler, Caiàlogue du Musét du Bardo, p. 14, n^ 28. 

' LUI, 4. 

^ C. J. L., 11270. De Rossi, L e, p. 17-18, n. 8. De Rossi fait remarquer qne cette inscrìp- 
tion est la suite de celle de l'abside : € , . , sanctorumque lanuari et camitum*. 



EDIFICES CHRETIENS DB THÉLEPTE 



217 



[I]anuari et 

comitutn, 
[S]afèctis devotus 
[F\l{amus) An(nius) Pusinnus 
[c}um sius (= suis) votutn 
[c}onpl€vii . [F]€l{icHer) ! 

» Sons cette niosalque, nssise sur un lit de ponzzolane sèche, le sépulcre, taillé daos 
> le roc et recouvert par deux dalles, renfermait dea osseraents d'adnltes et d'enfauts, 

> placés par faisceanx perpendieulairement à Taxe du cer- 
eueìl. Un vase allongé en » verre ' se trouvait an centre 
et contre la paroi orientale >. 

Gomme on le voit, cette église renfermait les restes 
de plnsiears saints, sans donte martyrs» Januarios et ses 
compagnons. Elle avait été élevée, probablement aa qna- 
trième siede ', par les soins d'un rertain Flavins Annias 
Pusinnus, à la suite d'un voeu ^ Selon la contume ^^ Tau- 
tel snrmontait le tonibeau. 

MM. Lavoignat et de Pouydraguin ont ern retronver 

un baptistère dans le collatéral de droite: < c'est du moins, 

» disent-ilSy Tattribution qne nous croyons devoir donner 

» à un fùt de colonne évidé à la partie supérienre, que 

» nous avons rencontré dans nos fouilles ». Il est probable 

qu'ìl s'agit d'un petit bassìn ponr les ablutions, place jadis 

près de la porte. À l'entrée du parche de Téglise de Sainte- 

Salsa, à Tipasa, un fùt peu élevé paratt avoir porte une 

cnve ajant cette destination ^ et l'on a troavé dans la ba- 

silique de Zouì un bassin lustrai, monte sur une colonnette*: 

ce monnment est tort bien conserve; nous en donnons ici 

une reproduction (fig. 13) '. 

Tout autour de Téglìse, et surtout à l'duest, se voient des sépnltures creusées dans 

le roc. Conformément à la règie ordinaire ^ les morts regardaient Porient. Le coté des 

pieds est plus étroit que le coté oppose, au milieu duquel une cavité rectangulaire on 

arrondie constitue une sorte de logette, destinée à recevoìr la' tete. Cette forme rap- 




Fig. 1 8. — Bassin lustrai. 



* Peut-étre ce vase avait-il servi à recueillir le sang d'un ou plasieurs martyrs. Conf. Pins- 
crlption de Rouffacb, (7. I. L^ 6700 = 19353; Gsell, BuXh du Comite) 1899, p. 452-453. 

* Le style des ohapiteaux paralt indiquer cette epoque. 

^ Ponr la formale votutn eomplevit, conf. de Rossi, BuU. di areh* crisiiafiaf 1878, p. 32; 1891, 
p. 158. 

* Conf. chapelle de Lambése (Méìanges de l' Ecóle de Rome, XVIII, 1898, p. 471), chapelle 
d'Alexandre à Tipasa (Bull. Gomité, 1892, p. 477), basiliqne de Sainte-Salsa aa mémé liea (Gsell, 
Bed^ercheSf p. 23 et 29): ^rMunera quae eernie quo eaneta alUnria fuìgeni., .,fn[ariyr] hic est SSoZsa». 
Saint Attgastin, Sermon 313, fin. 

^ Gsell, Bed^erehee, p. 47, a. 1. 

^ Farges, Bull, de VAcadénùe d*Hippone, XX, p. 139. Aajourd'hui au cercle militaire de 
Rhenchela. La cave et la colonnette sont d*ane pièce. Haot. 0"> 90. 

^ Conf. le bassin lustrai figure sur la célèbre mosalque de Thèodora, à Ssint Vi tal de Ravenne : 
Kraus, Geschiehie det christìithen Kunsi, I, p. 443, fig. 338. 

^ Holtzinger, l. e, p. 238. On a eonstatè des ezoeplìons à cette règie en Afriqae, par exeniple 
A Tabarka (Toatain, Bull, du C&miié, 1892, p. 195), aa Kef, dans la basiliqne byzantfne de Dar 
el Koas (Giudicelli, FouHUe pratiquées dans la basUique de Dar el Kous, p. 25), à Zeni (Farges, 
Bull. d'Hippone, XX, p. 136), etc 



218 



STEPHANE GSELL 



pelle les sarcophages anthropoldes phénicienB et elle pourrait bien étre de traditìon 
punique * ; cependant nous n'oserions pas raflSrmer, car on a tronvé en France et en 
Belgìqne des tonibes du nioyen àge qui présentent exacteinent le méme type *, et qni 
ne dérivent évìdemment pas de niodèles phéniciens. Les bords des fosses offrent des 
feuillures pour rinsertion d'un coiivercle d'une ou plnsieurs dalles. Parfois, ce cob- 
vercle était orné d'nne mosaìqne, dont il ne reste plus que qnelques cubes ^ MM. Lavoi- 
gnat et de Pouydraguin disent avciir trouvé dans ces tombes des débris de poteries 
assez grossières. En general, les chrétiens d'Afriqne ne déposaient auenn objet dans 
les sépultares. 

Chapelle n"* I. 

Notre fig. 14 en donne le pian. Elle se trouve à 200 mètres environ à l'est de 
la basiliqne n** I *. Elle est assez mal conservée et n'a pas été fouillée. Orientation 
sud-ouest. Longueur totale 16" 40, largenr 10" 80. La construction est en pierres de 




-I S m.^t'-tj 



Fig. 14. — Chapelle n" I. 

taìlle. On a employé des matériaux d'époqne antérieure, entre antres nn cippe fnnéraire 
avec personnage scnlpté. L'édifice ne semble pas avoir été précède d'nn porche. Trois 
portes, percées dans la fagade, correspondent anx trois vaisseanx intérìenrs. La nef 
était séparée des bas cotés par deux rangées de piliers. Les églises à piliers * ne sont 
pas rares en Àfrique; j'en connais une trentaine. Elles appartiennent à diverses époqnes: 



' J*aì cité qnelques exemples africains dans noe note sur les rui'nes de Ziama (Bxdh du Comiié, 
1899, p. 449). Conf. des tombes semblables dans une basilique de Pile de Majorque (De Laurìére, 
Bulletin monumentai, sixiéme sèrie, VII, 1891-2, p. 153 et planche); de Laurìére les croit anté- 
rienres à l'église, mais il semble bien qne deux an moins d'entre elles aient été creusées à trayen 
le pavement en mosaì'qne. 

* Renan, Mission de Phénicie, p. 865. Reusens, Eléments d'archeologie chrétienne, I, p. 443, 
fig. 491. Sarcophage en plomb tronvé à Rueil (prés de Paris), actuellement au ronsée de Saint- 
Germain. Sarcophages en pierre à Royat e Puy de Dòme). Etc. 

' On sait que les mosaTques tombales sont fréquentes en Afrique. Voir en particulier La Bian- 
che re, Tombes en mosaique de Thabraca {Bibliothèque d'archeologie africaine, fasciente I*') ; La Blan- 
chére et Gauckler, Catalogne du mtisée Alaoui^ p. 16 et suiv. 

* Indiquée par MM. Lavoignat et de Pouydraguin sur leur pian de Thelepte, Bull, Comiié^ 1888, 
p. 179 (4^ basilique»). 

5 Conf. Holtzinger, l. e, p. 38-39; Kraus, l. e, I, p. 288-289. 



ÉDinCES CHRÉTJBNS DE THÉLEPTE 219 

par «empie, celle d'Orléans vii le date dn règne de Confitantin '. wlle de Bénian fnt 

eonstraite entre 434 et 439 ', une chapelle de Khaniiesa est byzantine ^ TantSt les 

arcades repoaent directement sur les piliera, sane interposition d'une imposte *; taatflt, 

aa contraire, les piliers Bont coiffés d'nne pierre qui a la forme d'un tronc de pyra- 

mìde renverst^ ^ Ces dosserete paraiasent ètre des impoates simplifit^ea, dans lesquelles 

dea plana inclinéa remplacent les nionlares clasaiqneB, étagées les tines an-deasas des 

aatres. Etablis d'abord sur des anpporta en furme de pilier, ila farenl jnchés, à partir 

do einqoième siècle^8a^ des colonnea, entre leebapitean et le aommierdedens arcades. 

C'est dans cette fooction que nona lea tronvons à Saloniqne et à Ravenne, ponr ne 

citer qne lea exemples les plns connus '. Dans les rnines de la cbapelle qae nona décri- 

Tons, noDS n'avoDB tronvé aucnn de ces 

dosaerets, soit qn'ils aient diapara, soìt qne 

lea sonimiers des arcades aìent porte im- 

médiatemeot snr lea piliers quadrangnlaires. 

Le choenr occnpait dana la nef l'espace 

correspondant anx deax deroières arcades. 

Il était isole par noe elótnre pleine, consis- 

tant en de mìnces dalles *, poaées de champ, 

Ces dalles étaient maintennes par des fenil- 

Inres, pratiqnéea le long des qnatre piliera 

les pina voìsina de l'abside et dans qnatre 

petitea piles intermediai res. On rencontre 

dana beanconp d'égliaea africaìoes nne fer- 

metiire de chcenr tont à fait semblable *. 

Une porte devait étre mónagée anr le de- 

vant. Des toitsres sarmontaìent lea trois vais- 

seanx. L'abside, qne coiffait nne rofite, était. 

Fig. 15. — Chapiteau d'ordre composite. inserite dans nn cadre. On y montait par 

une marche. Il n'y avait qn'nne seale sa- 

cristie "*, qni parati avnir été entièrement onverte snr le collatéral de droite ". 

Nona avons trouvé dans la nef deiix petits chapiteanx " d'ordre composite ; ila sont 
d'nne facture très grossière. L'un d'eiix est reprodnìt à la fig. 15. Vu lenra faiblea 
diniensions, on peiit snpposer qu'ila faisaìent partie d'un ci&oriutn, place an-desana de 
l'antel, au milieu dn cboenr. Nona avona recaeilli anasi nn disqne en pierre ", snr leqael 

■ Remte ariAéologiqtu, IV, 1848, p 660. 

* Gsell, Fouiììes de Bénian, p. 19, tig. 5. 

* Reeueiì de Conttantine, X, pi. V, fig. 3. 

' A l'égliee de Sainte-Salas à Tipasa (Gsell, Beeherehea. pi. IV), dani la grande basilique dn 
méme lien, à Taksebt (R«vue afrieaine, XXXVII, 189S, fig. 10 i l'article de Bourlier et Gavault, 
p. 130 et sniv). 

'Conf. les doBMrets oofffant les pilastres du raausolée de Blad Guitoun (Comptet rendu» de 
VAcad^mie des InteripUon», 1898, p. 48B, fig, 2). En Syri«, on trouve dea dosaerets semblables 
eapportant des bandes platee (De Vogflé. Syrie eentrale, II, pt. 100} 

* Peut-étra iDènie plus tòt: voir de Rossi, Bull, crisi., 1880, p. 153. 

' Voir, à ce snjet, Gseli, FouiìleK de Bénian, p. 33. — Un dfisseret africaia a été piiblié par 
de Rosei, La eapedla argentea africana, pi. Ili, fig. 6 et pi. H, fig. 5. 

^ Epaissear 0™ 15. L'une d'elies est encore en place. 

" Par eiemple A Tébesaa (Belili, MonasUre, pi. V, X et XI). 

'" Il en est de ménte dans quelques aatres églisee ou chap«lles d'Afriqiie. Cunf. ict mente la 
cbapelle n° II. 

" Conf. la baailique ii° V. 

" Hant. O- 33. 

■3 EHamétre 0" 34, épaissenr 0~ 086. 



220 STBPHANE G8ELL 



est scalpté, en relief piai, on mono^amroe conatantinien accoste de l'a et de l'co ^: ce 
Bjmbole est enfermé dans nn cercle, qni porte noe inscription gravée, fort mntilée: 

xll EIVS 
\De donis Dei et?] {ChrÌH)ti eius. 

Ce disqnc présente sor sa trancbe de petites mortaises qui pronvent qn'il a été 
encastré. Pent-étre était-ìl place sur la face antérieure de Pantel? 

D'après le style des chapiteaux et la forme da monograrome dont il vìeut d'étre 
parie, j'attribaerais volontiers cette chapelle ao cinqnième siècle. 

Chapelle n? II. 

A 150 mètres environ de l'angle nord-est de la citadelle, dans la direction dn 
levant ^ Il n'en reste que les fondations, en pierres de taille. La longuenr (sans l'ab- 
side) semble avoir été d'environ 9 mètres, la largenr était de S*" 40. Orientation sad-onest. 
A rintérienr gisent des débris de ffìts et denx chapiteanx corinthiens, à feuilles non 
dentelées. Abside large de 2" 90 à l'entrée, profonde de 2" 30, dont le mur forme nne 
saillie conrbe a rextérienr. A droite, sacristie, plns large de P' 75 qne le bas c6té qui 
lui est contigu. 11 n'y a pas de sacristie a gauche. Cette chapelle est flanquée de divers 
batiments, qui paraissent avoir fait partie du méme ensemble qu'elle. 

CbapeUe n' III. 

Sur un mamelon sitné a environ 200 mètres au nord-est des thermes romains, on 
distingue le bas de deux murs en pierres de taille, limitant denx absides contiguès, 
dont les axes sont à angle droit. Ces absides, de 4"* 10 d'ouverture, semblent avoir 
appai*tenu à un petit édifice, probablemont à une chapelle, qui avait la forme d'nn 
trèfle ou d'nn quatrefeuille. Les archéologues connaissent les constrnctions tréflées qui 
s'élevaient dans la banlieue de Home, au-dessns du cimetière de Saint-Calliste et à 
Sainte-Symphorose. Plusienrs chapelles analogues existent en Afrique: à Carthage ^ 
à Ksar Hellal ^ à Sidi Mohammed el Guerbi ^, à Dongga ^ à Henchir Maatria ', à 
Henchir Redès ', à Henchir Damous ^ à Tébessa ^^ à Kherbet bon Addoufen ^\ k Aguem- 
moun Onbekkar ^'. Le baptistère de Tigzirt est un quatrefeuille ^'. Il y a aussi daus 
cette contrée quelques monuments profanes de forme trilobée ^*. 

^ Cette derniére lettre est retoumée. 

^ Voir le pian de Thelepte, Bull. Comité, 1888, p. 179 («basilique»). 
3 neeueil de ConatanUne, XXVI, 1890-1, pi. II. 

* Gauckler, Comptes rendus de VAcadémie des Inscripiùrns, 1897, p. 5-^. 
^ Saladìn, Archives des Missions, XIII, p. 84-36. 

^ Saladin, Nauvellea Arch%re$, II, p. 525. Carton, Découvertes faites m Tunisie, p. 171-172. 
' Saladin, Nauv, Arch., II, p. 440-442; Carton, L e, p. 295-297 (c'eat un quatrefeuille). 
® Carton, /. e, p. 291. 

« Toutain, Bull Comite\ 1892, p. 175-176 et pi. XVIII. 
^° Ballu, Monasière, pi. II (o'était pent-étre d'abord un baptistère). 

^' Gsell, Becherchea, p. 179, 188-184 et fig. 25 (cette chapelle eat devenue plus tard le preih 
bijierium d'nne éf^llse}. 

'* Vignerai, Buinea ramaines de V Algerie, Kabylie du Djurdjura, p. 89 et pi. XIV, fig. 1 (plAii 
et description inexacts). — li faut pent-etre ajouter à cette liste un édifice de la région de Phi- 
lippeville (Delamare, Exploration, pi. 47, fig. 13). 

*^ Gavault, Elude sur les ruines romaines de Tigeiri, p. 7, fig. 1. 

^^ Salle qni paratt dater da Haut-Empire à Amoura, sur le Chélif ; elle a fait partie d'un 
établissement de bains. Salle en tréfle dans une villa romaine de Tabarka (Toutain, .BmJZ. Comité, 1892, 



ÉDIFIGGS CHfiÉTlENS DE THÉLEPTE 



Chapelle d' IV. 

Cette chapelle est Bttaée en dehors de la ville, an Bnd-oaest, non loia de la baai- 
liqae d° VII, mais sur la rive droite de l'afBnent de l'oned Fériana ' (fig. 16). Elle a 
été bàtie entre le rnisseaii, ao nord, et tin eacarpement rocbeax, ao snd, et elle domine 
le lit du oonre d'ean d'en?iron 2" 50. Lea mnrs, en piorrea de taille, a'élèvent eneore 
aa midi jasqa'à ane hantenr de S'" 50. Orientation nord-est*. 

L'édifice est précède d'nne conr dallée, de forme irrégnlière, limitée par la paroi 
rochease k l'est et aa snd, et bordée aa nord par an mar, dont il ne reste qae le baa 
et qai n'était peat-ètre pas tièg élevé. Ce mar est sana liaison aree la chapelle: il 
aemble dono qne la cour soit nne addition, de date plas on moina recente. On y entrait 
par noe large baie S qui était sana doate précédée d'na eacalier, prenaat naissance 
aa bord dn rnissean *. 



Fig. 16. — Chapelle n" IV. 

La fa^ade de la chapelle était flanqaée de denx demi-colonnes, dont les bases, 
d'ordre attiqno, sont eucore en place: ellea faiaaient pent-étre partie d'na petit porche*. 
An dehors, da c6té de la rivière, l'aasiette dn bàtiment était aasnrée par dea mars de 
sontènement en grosses pierrea de taìUe *. Une porte quadraogalaire, haute de 1" 85, 
donne accèa an aanctnaire. A l'intérieor, le aol est dalle; la convertare devait étre en 
charpente et en tnilea. Le food a'arrondit en forme d'abside. Denx bases attiques qui 

p. 198). Salle à Tébfws KhaAtx (Secuea de Contlantine, XXII, 1882, pi. XVIII): je ne croie pa> 
qoe ce soit une chapelle ctirétienDe, comme oa l'a dit. 

' Voir le pian de Fériana cité piai haot («grotte»). HU. Laroigoat et de Poo^dragaio cob- 
sacrest qnriqaea lignea à cette chapelle, qu'ile ont foaillée (I. e, p. 180). 

* La forme dea roehera qni sorplombent ce monnment n'a pu pemis de l'onenter mIod la 
règie. 

° Le Mull en est aii pea pins élevé qne le sol de la coar. Cette différence de nlvean est 
raohetée par nne marche. 

* Ce ralssean ne roale qn'an mince filet d'eau, et lee gena qui venaient de Thelepte ponvaient 
le traveraer aane ancone difficnlté. 

' Cet avant-corpe aurait été analogue à cens qni précédent dea portea latéralea dans cer- 
taines églieea de Syrie (p. ex. Holtzinger, I. e., p. 66, fig. 46). On peut anppoaer, il eat vrai, qne 
cea demì-colonnea étaient isoléea et portaient dea vaaea od d'antrea objeta. 

^ C'eat ausi ponr mienz asanrer la aolidité de la chapelle qn'on a donne à la paroi domi- 
nant le rniaseau une épaìsseur plus grande (0*° 72) qu'à la paroi opposée (O" 50). 



222 STÉPHANE GSELL 



gisent dans la mine étaient peut-étre placées prìmitivenient à l^entrée de cette abside, 
comme nona Tavons indiqué sur notre pian ^: les chapiteanx devaient portar ane archi- 
trave en bois. La paro! de gauche est percée de deux portes assez basses. On pénètre 
par ces baies dans deux grottes, dont Tnne a été aménagée de manière à reeevoir 
une forme semi-circulaire, et dont J'antre, très irrégniière, a gardé sa configuration 
natnrelle. Qnoiqne nous n'ayona trouvé dans ces grottes aucnne trace de tombes, il est 
assez vraisemblable qu'elles ont servi de sépultures ^ a des chrétiens vénérés, peut-étre 
à des raartyrs; plus tard, on aurait établi un oratoire, destine à la célébration dn 
eulte ad sanctos. Il est curieux de constater que la dispositìon de ce petit sanctuaire 
rappelle beaucoup celle de la chapelie romane de Saint-Trophinie, au pied de la colline 
de Montmajonr, près d'Arles ^. 

Telles sont les basiliques et les chapelles que nous avons étudiées à Fériana. Il est 
très probable qu'il y avait encore une ou plusieurs égiises dans la grande citadelle 
byzantine qui se dresse au milieu des ruines, mais il nous a été impossible de recon- 
naitre leur emplaceraent *. 

Il faut aussi mentionner quelques débris chrétiens qui ont été transportés aa camp 
de Fériana et qui ont été trouvés sans doute dans des édifices religieux : nons igno- 
rons leur provenance exacte. C'est d'abord un dosseret ^ qui a été publié par M. Diehl ^ 
Il est orné sur sa face antérieure d'un oiseau (aigle ou colombe), aux ailes óployées, 
et d'un serpent ^. Sur une de ses faces longues, on voit un calice, deux paons, une 
colombe, un lion, un poisson et un quadrupede qui semble etre un cerf: ces dìvers 
motifs sont les uns sculptés à relìef très léger, les autres simplement gravés. L'antre 
face longue est lisse: elle devait par conséquent etre accolée à un mur^ Deux con- 
soles ® (nous en reproduisons seuleraent une iig. 17} présentent sur le devant une fenille 
d'acanthe, flanquée de deux branches fleuries, sur une de leurs faces latérales deux 
grandes rosaces; Tautre face n'a pas été décorée. 



^ Des feuillures pratiquées dans ces bases indiquent qu'elles recevaient les extrémités d'une 
grille. — Il y avait une disposition assez analogue dans la crypte des papes, à Saint- Calliste 
(Holtzinger, p. 236, fig. 172). 

* C^est aussi Topinion de MM. Lavoignat et de Pouydraguin. On pourralt cependant se demander 
si ces grottes ne furent pas habitées par des anachorétes, dont la mémoire l'ut sanctifiée. 

' Revoil, Architecture romane du midi de la France, I, p. 11-13, pi. IV et V. 

* Un bàtiment rectangiilaire, adossé à l'angle sud-ouest de la citadelle, passe pour une église. 
ce qui me parait trés douteux (sur ce raonument, voir Pédoya, Bull. Cornile', 1885, p. 146-147: 
Saladin, Arch. Misaions, XIII, p. 119-120 ; Diehl, Nouvelles Arch. Missions, IV, p. 342). — M. Pédoya 
a cru retrouver une basilique chrétienne dans la partie septentrlonale de cette citadelle (Z. e, p. 136: 
conf. Lavoignat et de Pouydraguin, Bull. Cornile, 1888, p. 184, et Diehl, h e, p 340). Pòur ma 
part, j'ai vu en cet endroit une cour à peu prés carrée (15™ 80 X 1^ métres), entourée des niìnes 
d'un portique qui devait avoir vingt-buit colonncs. Aux abords, il y a des traces très confuaes 
de bàtiments. — On remarque encore, à Pintérieur de la citadelle, diverses constmctions ofi sont 
employés des fùts de colonne, mais, dans aucune d'elles, je n'ai distingue le pian d'une église. 

•• Haut. 0" 36, larg. 0«» 48, long, en bas O" 68. 

^ L. e, p. 343 et pi. VI. M. Diehl prend ù. tort ce bloc pour un fragment de linteaa. 

' Conf. pour ce motìf Gsell, RechercheSy p. 278, fig. 97. 

^ Ce dosseret rappelle ceux de la basilique n^ I (p. 201), mais il ne semble pas avoir fait 
partie de la mème sèrie, étant plus petit. — Le fragment qui, dans la planche de M. Diehl, est 
pose sur ce bloc appartenait à la face antérieure d'un dosseret, et non à un are de ciborium 
(Diehl, l e, p. 342-343). 

^ Haut 0" 28; larg. en bas 0™ 33, en haut O"» 42; long. 0° 71, dont 0" 24 pour la queue 
qui était embottée dans un mur. 



ÉDIFICES GHRÉTIBNS DE NHÉLEFTE 223 

Ce mémoire moDtrera pent-étre combien il serait utile d'explorer méthodìqnenieDt 
un grand nombre d'églisee afrìcaines. Les fouilles exécntées récemment dans dea basi- 
liqnes à Carthage, à Eaar ez Zit, à Tébeaea, à Morsott, à Tigzirt, à Matifon, à Tipasa, 
à Bénìan, etc, ont donne des résnitats importants. Mais il reste eucore beauconp à faìre. 



Fig. 17, — Console acuiptée. 

Lea édificea chrétiens des premiera sièctes sont extrémemenl rares en France. Ceux 
qni snbsistent en Italie ont anbi, pour la plapart, de profonda remanìements, sona lesqaela 
il est bien sonvent difficile de distingner les parties anciennes. Kn Àfriqne, les rninea 
de basiliques et de chapellea se comptent par ceutaines. Bàtis entre le quatrième aiècle ' 
et le coromencement du aeptièine, renveraéa preaque tous par les conqnéranta arabea 
et abandonnés depuis, cea monaments noDS font eonnaìtre avec préeiaion l'archttectare 
religienae primitive. Ila fonnent uno vaate sèrie qui ménte d'ètre comparée aa groape 
dea baailiqnea ayriennes, dont MU. de Vogiié et Dnthoit ont montré l'intérèt. L'étade 
des éditices africaìns pronve que, malgri; l'uniformile du pian general dea églises, il J 
a en une variété aaaez grande dans la dispositiou de l'avant-corpa, des eapaees réservés 
au clergé, des supporta placés entre lea vaisaeanx, du baptiatère. 

En dépit des relations étraites dn aiège de Home avec l'Eglise d'Afrique, l'art 
moniimental de cette contrée ne paraìt pas dépendre de la capitale du monde latin; 
il préaente aa contraire de nombreuses resaemblances avec l'arohitecture dea pays 
orientaux % et surtont de la Syrie. 

Dans certains édifices, la crainte des incendiea fit adupter la voflte, au lien de la 
cbarpi?nte, pour la convertnre dea bas cdtéa et nit'me pour celle de la nef. Or ce fut, 
comme l'a montré Qaicherat, une des causes easentielles du développement de l'archi- 
tecture romane. Nona rencontrons anssi cn Afrique, dèa le ciiiquième et le sixième aiècle, 
divers aménagenients qui furent plus tard usuels en Lombardie, en France et en AUe- 
magne: cryptes, contre-absides, contreforts extérienrs, maltiplicité des supports, nervnrefl 
dea vofttes, etc. Les monumenta africaìns annoncent donc, à certains égarda, l'arehi- 
tecture du moyen àge^: ils ai.lcnt a eombler une lacune dans l'bistoire de l'art de 
la coDStruction en Occident. 

D'antre part, il y eut en Afrique des égliaes franehement byzantines, élevéea sana 
doute par des architectes orìentaux: Tane d'elles a été retrouvée par le P. Delattre 

' Panai les égUses dont lee ruines anbaistcnt, od n'en conniitt itucime qui soit datée d'une 
epoque ant(>rieure ù ConstaDtiii. 

' C'eat ce qu'« vu déji M. Schultze, ArnhSoìogie der christlicken Kunst, p, 5B, n. 2. 

* Naturellement, Je ne pretenda pas que l'arcbitccture africaine ait exercé une influence qnel- 
conque duna l'Eurnpe ocoidentale. Ce qii'on faùaìt en Afrique, un devait le faire ailleurs i la 
raème epoque. Mais les monuments de cette contrée subsistent, tandis qu^ailleurs ils ont dispam. 



224 STÉPHANE OSELL 



à Carthage. Elles paraissent avoir été copiées par cenx qui bàtirent dans le Maghreb 
les premières mosqnées K 

L'ornementatioD n'est pas moina intéressante que rarchiteeture proprement dite. 
Ponr les chapiteaux, nons voyons les types classiques se déformer, s'aloardir de manière 
à sapporter les arcades qui avaient remplacé les arehitraves aa-dessus des colonnades. 
Nons constatons des efforts, bien gauches, il est vrai, mais carienx, ponr rompre avec 
la monotonie de modèles mille fois imités, ponr allier les symboles religienx et les 
fignres au décor vegetai. Bien des chapiteaux africains ne dépareraient pas des églises 
romanes. — Indépendamment de ees types qui se rattachent plus ou moins aux tra- 
ditions antiqnes, nons tronvons, dans la grande mosquée de Eairouan, une serie admi- 
rable de chapiteaux byzantìns, provenaut des plus riches sanctuaires des provinces 
reconqnises par Justinien. Il est instructif de les comparer aux chapiteaux des églises 
de Bavenne, de Parenzo, de Salonique, à ceux que les Yénitiens recneillirent gà et là 
ponr décorer Saint-Marc, à ceux qui sontiennent les voùtes des citernes de Constan- 
tinople, à des chapiteaux d'Arles. de Jérusalem, d' Alexandria Taillés dans le méme 
marbré orientai, ils ont sonvent les mémes dimensions et offrent les mémes motìfs: 
la ressemblance s'étend jusqu'aux plus petits détails. Il est à croire qn'ils ont été 
fabriqnés par les mémes ouvriers, qui travaillaient dans les carrières de Proconuèse 
et dont on expédiait les ceuvres dans tous les pays méditerranéens. 

La déooration à relief plat, ìmitant la technique de la boiserie, a pris, nons TaToiu 
dit plus hant, un grand développement en Afrique, eomme en Italie et dans la Gaale 
meridionale: on la trouve sur des autels, des linteanx, des arcades, des cancels, des 
pilastres, des dosserets, etc. 

La mosalqne, si florissante dans les pays africains sons le Haut-Empire, y resta 
en honneur jusqu'aux demiers temps de l'antiqnité. Les compositìons qui deraient onier 
les absides des grandes basiliques ont disparn, mais, en bien des lienx, on a décoo- 
vert des mosalques de payement. Les mosalques tombales, exhnmées à Tabarka et 
ailleurs, soni des monuments presque uniqnes dans Tart chrétien primitif. Sonvent les 
mure des églises étaient tapissés de plaques en terre cuite, à images estampées. Ces ca^ 
reaux; comme les mosaYques, sont importants pour Tétude de Tioonographie, do sym- 
bolisme et de la déooration dans les premiers ages chrétiens. Il en est de méme des 
lampes: on sait que le sol de PAfrique en a livré des milliers. 

£nfin, les sarcophages chrétiens de cette région mériteraienc une étude speciale. 
Les uns rappellent par leur style les tombeaux scuiptés de Rome et d'Arles; les antres 
semblent se rattacher à des écoles indigènes ou orientales. 

Alger, man 1900. 

Stéphàne Gsell. 

' Voir Saladin, La mosquée de Sidi Okba à Kairouany p. 38, n. 1. 



EDIFICES CHRETIENS D'AMMAEDAUA 



Les édifices chrétiens A^Ammaedara (HaMra, aa nord-est de Tébessa) ont déjà 
attiré l'attentìon de divers autenrs, en partìcnlier de MM. Saladìn ^ Dìehl ^ Wieland *. 
Cependant il ne sera peat-étre pas inutile de les étudier ici avec qnelqae détaii. J'ai 
visite Haldra en 1898 avec M. Sadoux, inspecteur des antiqnités de Tunisie. 

Basiliqae n"" I ^ 

Cette basiliqae, dont nous reprodnisons le pian leve par M. Sadonx (fig. 1), se tronve 
à l'extrémité occidentale de la ville antique ^ Elle n'a pas été fonillée et elle est dans 
un mauvais état de conservation : tout récemment encore, elle a été saccagée par nn 
entreprenenr. II ne reste qne des vestiges des murs de droite 6t de gauche; an fond^ 
l'abside s'élève encore à trois niètres. Cette abside et les denx sacristies sont construites 
en grand appareil; les murs antérieur et latéraux, en moellons, avec des ehatnes en 
pierres de taille ^: ils mesurent en moyenne 0°^52 d'épaisseur. La longuenr (sans le 
porche) est de 39 mètres, la largeur de 15^30. La fagade regarde le nord-nord-est: 
je ne saurais indiquer la cause de cette orientation exceptionnelle. 

Le porche qui précède l'église offre une disposition intéressante et dont je ne 
connais pas d'autre exemple. La partie antérienre est constituée par deux tours pleines, 
en pierres de taille, de forme rectangulaire (long. 2°^ 10, larg. 1°^40), sortes de pyldnes 
à parois verticales, qui se dressaient à une assez grande hanteur. La tour de gauche, 
ponrtant incomplète, dépasse six mètres; l'autre est moins bien conservée. Deux arcades, 
dont les amorces subsistent à 3^ 40 au-dessus dn sol actuel ^, reliaient ces tours au 
ranr de fa^ade. Deu^ consoles placées sur la face laterale intérieure des massifs, à 
ane hautenr de quatre mètres, servaient sans donte à soutenir un fort madrìer, portant 
les extrémités des entraits et des arbalétriers de la toiture inclinée du porche. 

La basilique avait trois portes sur le devant. Celle de gauche était surmontée 
d'nn linteau, détruit depuis peu, où M. Sadoux a vu nn monogramme constantinien 
(avec VoL et Tco), enfermé dans un cercle *. Il est possible qu'il y ait eu des portes 
latérales, mais on n'en distingue ancune trace. L'intérieur était divise en trois vais- 
seanx par deux colonnades. Les bases corinthiennes, à socie élevé *, paraissent avoir 



^ Arc^ivea des Misèiona seientifiquea et lUtérairea, 3« sèrie, XIII, p. 170 et suìv. 

* Nouveìlea archives des MissUms, IV, p. 833-335. 
^ Ein AusfUig ins altehristliehe Afrika, p. 113. 

^ Mentionnée par Guérin, Vayage dans la Régence de Tunis, I, p. 352, n^ 3, et par Saladin, 
Archives Missions, XIII, p. 175 ( « une église avec nef, bas cdtés et abside »). 

^ Voir le pian general des ruines d'HaYdra, apud Saladin, 2. e, p. 170, fig. 301. 
^ Quelques matériaax d'epoque antérieure ont été employés: conf. Guérin, h e. 
^ Le sol antique se trouve peut-étre un métre plus bas. 

* Signalé déjà par Guérin, l. e. 

^ Hautenr et largeur de ces socles 0™ 60, 

15 



226 



STEPHANE GSBLL 



torta 

9i 



ì 




9 




été prìses ailleurs. Un certain nombre d'entre elles soni encore en place ^ Anprès gisent 
qnelqnes chapiteanx corìnthiens, de type classique, emprantés sana doate aoBsi i nn 



^ Une dea bases de droite porte du coté du collatéral TinBcription LOCV(s) ALBVCL 



EDIFICES CHRÉTIEN8 B'AMHAEDARA 227 



édìfiee pina ancien, de nombrenx fAts lisses, dea claveanx qui faisaient partie des arca- 
des portées par les colonnes, enfin beaneonp de tnìles de la toitnre. Dans le bas c6té 
de droite, le long da mnr, on voit plnsienrs bases corinthìennes, nn pen plns petites 
qne celles de la nef^; elles présentent un socie bas et reposent sur nn de. La méme 
disposition devait évidemment se répéter à gauche. Il est peu probable que ces colonnes, 
appliqnées contre les parois, aient été simplement des motifs décoratifs. Mais leur 
fonction architecturale est assez difficile à déterminer. Il faut remarquer que leur 
hauteur devait étre inférieure d'environ O'^SO à celle des colonnes de la nef. Si l'on 
sappose qne les collatéraux étaient couverts d'une toitnre inclinée, il est impossible 
d'admettre que les entraits horizontanx de la charpente aient porte directement sur 
ces colonnes des bas c6tés; leur extrémité opposée anrait dù s'enfoncer dans des mor- 
taises creusées an sonimet des fùts de la nef: or ces fftts n'offrent aucnn encastrement. 
Il en est de méme des ebapiteaux qui les surmontaient. La différence de hauteur entre 
les denx séries de colonnes ne devait pas étre rachetée par des consoles placées sur les 
chapiteanx des collatéranx : il faudrait admettre que ces consoles mesuraient 0°^ 80 
d'épaìsseur, ce qni n'est gnère vraisemblable. On pent se demander si les colonnes acco- 
lées an mnr ne portaient pas des arcatures: cette disposition aurait permìs d'atteindre la 
hauteur nécessaire. — D'antre part, on doit observer que, dans notre église, les colla- 
téranx soni fort étroits. Tandis qne la nef est large de 7°» 60, ils ne mesurent que 2™ 80 
(2°^ 80 entre les colonnes). Nous eroirions volontiers qu'ils étaient couverts de voùtes, 
très légères, en poteries. Ces vodtes auraient été des demi-berceanx ', reposant sur une 
bande piate qui aurait surmonté les arcatures: ainsi, la poussée ne se serait exercée que 
de ce c6té ^ Nous ne nous faisons pas d'illusìons sur la fragilité de nos hjpothèses; 
des fonilles ponrraient sans donte nous fixer. 

L'abside et les sacristies sont construites sur le méme pian que celles des basili- 
qnes II et III de Thélepte ^. Mais ici, les deux sacristies étaient l'une et l'autre en 
commnnication directe avec les bas c6tés ^. Le sol de l'abside était surélevé. A l'en- 
trée, denx grosses colonnes en granit, prises ailleurs, portaient l'are de téte; la base 
de gauche, d'ordre attique, est encore en place \ Le mur de fond de la basilique repose 
sur une piate-forme: ce soutènement a été nécessité par la pente du terrain. 

En avant de l'église, des vestiges de murs en moellons, avec des chatnes en pierres 
de taille, dessìnent une conr rectangulaire, de méme largeur que l'édifice et d'une 
longueur de treize mètres. Fante d'espace, nous n'en avons représenté qu'une partie 
snr notre pian. Bien n'indiqne que cette cour ait été bordée d'un portique, qui, da 
reste, n'anrait guère pn s'agencer avec le porche. 

A l'est, on reconnaìt les traces de diverses salles, accolées au mur de gauche de 
la basilique. A l'ouest, s'élevaient d'autres bàtiments dont le pian est très confus et 
qni ont été oertainement remaniés ^ : c'étaient peut-étre primitivement des dépendan- 
ces de l'église \ 



> Elles ont 0» 50 de cdté. 

' Conf. les demì-berceaux de Tédifice chrétien décrit plus loin. 

3 Des vofites d'arétes auraient compromis la solidité dn mar établi de chaque coté de la nef, 
an-dessus dea grandes colonnes. Ce mar ne devait pas mesnrer plus de 0°* 50 d^épaisseur. 

^ Voir notre mémoire sur les édlfices chrétiens de cette ville. 

^ Conf. la basilique de Tébessa: Ballu, Momutère byeantin de Tebessa^ pi. V. 

^ Elle paraft ausai provenir d'un monument plus ancien. 

^ On 7 volt des ftits qui semblent avoir été pris à la basilique. 

* Dans son pian general d'HaTdra, M. Saladin indique une autre église auprés de notre 
basilique n^ I. Je Tal chercbée en vain. Il y a peut étre là une erreur, et cette « église » semble 
étre identiqne au bàflment dont M. Saladin parie ailleurs en ces termes (p. 175): « Construction 
« d'epoque ohrétienne avec fenétres appareillées avec grand soin. Edifiee d'epoque chrétienne où 



228 STÉPHANE GSELL 



L'édifice que nona venons de décrìre est d'une constraction assez régnlière. M. Saladin 
le fait lenionter aa qnatrième siècle. La forme du monogramme trace an-deasas d'ane 
dea porfea appai tieat à la fin de ce aiècle et au aiècie aaivant; il a pu da reste étre 
grave apièa coup. 

Basiliqae n' n '. 

A cont cinquante mètros au and-est de l'are de triomphe de Septime Sevère, en 
dehors de la ville romaine ot au milieu d'une necropoli Gette égliae, trèa miiiée, n'a 
pas éié fouillce; et est enteirée d'environ un mètre. La conatrnction eat en moellons, 
avoc cliainea en pìerrea de t,aille ; cependant l'abaide et lea aacriatiea ont été baties en 
grand appareìl. On a empio y^é un trèa grand nombre de cippea funéraires palens et 
pluaieura fragmenta de friaca. Longueur 23*^65 (aana le veatibule), largenr 15°" 70. 
Orientation aiid-oueat. 

En avant, il reste dea Iracea trèa vaguea d'un veatibule, qui aemble avoir été 
remanié. Il a la méme largour que la baailique et 8°* 60 de profondeur. Il préaentait 
pent-élrc troia portea. 

Lei mxiTB de l'égliae aont pina épaia qu'à l'ordinaire: ila meaurent 1>^ 05 par devant 
et à droite, 1"^40 à gauche \ 1^35 au fond. La fagade était percée de troia portes, 
aujourd'hni peu diatinctes. Une antre porte s'ouvrait dans le mur de gauche, à une 
distpnce de qnatre mètres du front de l'édifìce. 

L'intcrieur est divise en troìs vaisseaux. La nef centrale mesnre sept mètres de 
lavge ', le collatéral de gauche 2"" 70 et le collatéral de droite 2°^ 60. Quelqnes f&ts 
.scnt encore en place. Il eat poaaible qu'il y ait eu, de chaque coté de la nef, deai 
ftles de colonnea, mala je n'oserais pas l'affirmer. Dans la mine gisent deux chapiteaax 
oorinthiens de style classique, pris à quelque monument plus ancien. Près de l'abside, 
à droite, deux cippes hexagonaux, superposés, font office de colonne. La coaverture 
de la nef devait étre en cl^rpente et en tuiles; la largeur mediocre dea collatérani 
et l'épaiaaeur dea mura qui lea bordent permettent de croire que cea eapacea étaient 

V0àt/J8. 

L'abaide, large de aix mètrea à l'entrée, ne fait paa aaillie a l'extérìenr. Elle est 
flanouée de deux aacriatiea, établiea dana le prolongement dea baa cdtés. 

il aerait peut-étre utile de fouiller cette baailique, pour reconnaitre la diapoaition 
exacte dea aupporta et pour s'assurer ai elle avait dea voùtea. Actnellement, il me 
paraìt impoaaible de lui asaigner une date ^ 



« nou8 trouvons dea fenéties appareillées avec un soin extréme ». Il s'agit, non de deux b&ti- 
nrents différentB, comme hm indications de M. Saladin pourraìent le faire croire, mais d'une aenle 
cmstmction, qui ne me parati pas avoir ea une destination religieuse. 

^ Signalée par Guérin, h e, p. 352, n^ 5, et par Saladin, l, e, p. 186-187. 

^ On constate la méme dìfférence d*épai8seur entre les deux mura latéraux dans deux églises 
da Kef, où elle s'explique sane doute par rinclinaiBun du terraiu: il parut nécessaire aux com- 
tmcteurs d'établir plus t olidement la paro! placée en contre-bas. Je ne crois pas qu'on poiise 
invoqner la méme raisoii pour notre baailique, 

^ Ou six mètres eniriron, sMl y avait deux rangées de colonnes de chaque coté. 

^ M. Saladin (L e, p. 175-176, note) la place au quatriémc siede. 



£DIFIC£S O&B^TIENS D^AMMàEDARà ^ 



Chapelle de l'époqae vandale \ 

£lle est située an nord de la ville antique, vere la lisière de la zone habitée ^ 
Oa y a faìt dea foailles à plusiears reprises et des plana en cnt été pnhliés par 
MM. Saladìn et Kraas. Celui que je donne iei (fig. 2) est, je crois, plus exnet. Les 
mura, en pierres de taìile, s'élèvent partout au-dessus du sol: sur le devant, ils sont 
conservés jusqu'à une hauteur de plus de quatre mètres. Ils sont faiis avec des maté- 
rìaax pris ailleurs: on remarque, par ex empie, un cippe funéraire paXen ^ La cons- 
trnetion est extrémement barbare. Contrairement à la règie, la lagade es.^ tournée vers 
le sud-est, du c6té de la ville. L'édìfiee est de forme parfaitement reotangulaire et 
mesnre 21™ 15 de long sur 8^ 60 de large. 




■ • - ._„i f metres 

Fig. 2. — Chapelle de l'epoque vandalo. 

11 y a trois portes sur le devant; la principale, au milieu, dépasse les deux 
aiitres de 0"*57. Elles sont surmontées de linteaux droits ^, comme la plupart des 
portes de Pépoque chrétienne que nous eonnaissons en Afrique, mais, iei, le lintean 
n'est pas sonlagé par une lunette semi-circulaire, disposition frequente dans eette 
contrée *, comme en Syrie ^. 

À l'intérieur, la nef était téparée des bas còtés par deux colonnades, formées 
d'éléments emprnntés à des édifices plus ancìens. Des fùts lisses et cannelés gisent 
gà et là. Trois bases attiques sont encore en place. Dcrrière la faQade, à droite, un 
ffit est reste debout ^ Au lieu d'étre applique contre la paroi, il en est distant de 

> Sur cette chapelle, voir Guérin, Voyage, I, p. 354, n° r,; Wilmanns, C. L i., Vili, p. 6d-<>5 
et apud Kraus, Oeschichie der christlichen Kunstj I, p. 274, fig. 210; De Rossi, Bull, crist, 1877, 
p. 107-113, pi. IX, ^g. 2 et 1878, p. 26-36, pi. VI; Cagnnt, Archives Missiotid, 3« sèrie, XIT, 
p. 230-233; Saladìn, ibid, XIII, p. 181 et fig. 315; Goetscby, Becueil de Constantine, XXIX, 
1894, p. 574. 

* Il n'est peut-étre pas exact de dire que cet édifice s'élevait dans la ville méme. On ne doit 
dono pas le ci ter comme un exemple de Pabandon de la règie qui interdisait les ensevelissements 
à riotérieur des villes (Holtzinger, Die altchristliche Archiiektur^ p. 254, n. 2). 

3 C. L L.y Vm, 437. 

* Le linteau de la porte centrale est une architrave moulurée d'epoque antérieure. 

* On trouve déjà des Innettes de décharge dans des édifices afric&\ns datant du Haut-£m- 
pire (Cagnat, Gauckler et Sadouz, Les temples paìens de la Tunisie^ pi. VII et VIII). 

* Holtzinger, h e, p. 57. — Conf. un sarcophage romain du quatriéme siécle: Garrucci, 
Storia délVarte cristiana^ pi. 323, n** 6. 

^ Il était décoré d'une sculptnre que les chrétiens ont martelée. Conf. un fCit de Maktar sur 
leqnel on volt une imago de Liber Pater {Bull, archéologique du Comitéy 1898, p. 124). 



^ STl^PHÀNB Ga&LL 



0°" 60, détail qne montre Pindifférence de l'architecte ponr les ordonnauces régnlières. 
An-dessns, est place un chapitean corinthien classiqne, beanconp trop petit ponr c« 
fàt; un bloc de pierre, pose transversalement, va da mar de fagade aa chapiteaa et 
forme une sorte de dosseret, sur lequel repose encore an des voassoirs de la première 
arcade. 

Un assez grand nombre de pìerres tombales ^ recoavrent le sol de cette cha- 
pelle. L'one d'elles présente le monogramme constantinien a?ec l'a et V<a ^; one aatre, 
la croix monogrammatiqae ^; d'aatres, la croix monogrammatiqne avee les denx 
lettres^; d'antres, la méme croix (accompagnée de méme), mais avee une B latine^: 
d'autres enfin, la croix simple ^ Une des ìnscriptions est datée de la qoatorzième 
année de Thrasamund (510 de uotre ère) ''; une antre, de la quatrième année d'Hil- 
déric (525-526) ^; d'autres mentionnent Tindiction et sont par conséqaent byzantines *. 

Au fond, un réduit rectangnlaire, large de 2"" 35, constitnait le presbyterium. L'entrée 
était peat-étre flanquée de denx demi-colonnes, reposant sor denx saillies encore visibles. 
Cette forme très simple du preshyterium se retronve en Àfrique dans plusiears cha- 
pelles oa petites églises: à Henchir ei Àtech ^® (époqae indéterminée), à Henchir 
Gnellil ^' iid.)^ à Oam el Aonath ^' (id.)) a Henchir Gonbenl ^^ (cbapelle probablement 
byzantine), à Timgad (église fondée dans les demiers temps de la domination greeqne). 
Tous ces édifices sont des bàtisses assez misérables, élevées a la hàte: en snpprimant 
l'abside, rarchitecte s'épargnait la nécessité de constraire nne voùte; ponr cooTrir 
l'espace rectangulaire réservé au clergé, une simple toiture inciinée snffisait 

On a découvert dansnotre cbapelle ^^ une dalle de marbré ^^qui porte rinscription ^^ : 
« Hic habeniurinemori{a)e sa{n)c{ior)um Pantaleoniiy luliani e{i) comiiu{m) >. Leaabré- 
viations et la forme des lettres indiquent la fin dn cinquième sìècle ou le sixième. 
Cette pierre ne présente pas les rebords qui caractérisent d'ordinaire les tables d'au- 
tei; du reste la disposition de T inserì ption ne permet pas de lui attrìbuer cette des- 
tination. Elle devait étre piacée entre les pieds de Tantel, probablement vers le fond 
de la nef, en avant da presbyterium, et couvrir le loculus dans lequel étaient enfer- 
mées les reliques. On sait que les chrétiens des premiers àges déposaient yolontiers 
des reliques de saints dans des édifices oìi ils enterraient lenrs morts ", 

' Longueur ordinaire 1» 20-1™ 80; larg. ©"'GB-I métre. 

« C. I. i., 11647. 

» C. L X., 457. Conf. 462 = 11665, à la fin de PiiiBcriplion. 

* C. L i., 463 = 11524, 10516=11628, 11653. 

5 a L i., 450 = 11623, 456 = 11648, 458, 11649. 

fi C. L i., 451 = 11650, 452 = 11665, 466, 460 = 11627, 10517, 10518, 11646, 11651, 11652, 11654. 

7 C. L i., 11649. 

• C L X., 10616 = 11528. 

« C. I. L., 461 = 11660, 462 = 11655, 453 = 11524, 457, 458, 10618, 11664. 

^^ Gsell, Recherches archéólogigues en Algerie^ p 206, fig. 150. 

1» Ibid., p. 119, fig. 9. 

»« Saladin, l e, p. 124, fig. 217 (« petite église »). 

>3 Dans cette chapelle, le presbyteriumf au liea d'occuper tout le fond de Tédifice, correepond 
seulement à la largeur de la nef et du bas coté droit. 

i« Voir Gsell, Bull, du Comité, 1899, p. 450. 

»5 Long. 1 métre, larg. O"» 71, épaiss. 0"» 12. 

i« De Rossi, Bull crisi., 1877, p. 108 ; pi. IX, ^g. 2. Gsell, h e. C. L L^ Vili, 10615. 

^^ Voir Le Blant, Nouveau recueil des inscriptians chrétiennesdela (Tavle, p. 263-254. A Sìdi 
Ferruch, une fcmme place des reliques à coté du corps de son fils ou de son man (C J. X., 
Vili, 9271). A Satafis, une religieuse fait preparar sontombeau et établit auprés une menMs «om^ 
torum, c'est-à-dire probablement un autel contenant des reliques de saints (Mélanges de VEoalU 
de Bomey XV, 1895, p. 51, n^ 10). A Orléansville, une cbapelle funéraire re^oit des reliques de 
Saint Pierre et de saint Paul (0. I. X., 9714, 9715). 



EDIFICES GH&ÉTIENS B'AMMAEDARA 231 

La chapelle dont nona parlons ici est de l'époqae vandale: elle ne pentpasétre 
postérieure à Tannée 510, pnisqu'une des pierres tombales du dallage porte cette date. 
Bìen ne permet de snpposer qo'elle ait été consacrée an cnlte arien: les flamines 
perpétuels chrétìens qui y furent enterrés ^ étaient certainement des Bomains et sans 
doate des catholìqnes. Comme Texercice da cnlte catholique fut interdìt en Àfrique 
de 484 à 494 ', il n'est pas vraisemblable qne la cbapelle ait été bàtie pendant cette 
période de persécutìon. On l'eleva donc soit avant 484, soit, ce qui est plus probable, 
entre 494 et 510 \ 

Basillqne n' III '. 

Cette petite église (fig. 3), se trouve à Tintérienr de la citadelle byzantine, à la 
coartine de laquelle elle a été adossée ^. Elle est enterrée d'an à deux mètres, Sanf 
à l'angle de droite, on ne volt qae qaelques traees de la fagade et dn vestibale ; les 
mars latéraax ne dépassent gaère le sol ; l'abside et les salles adjacentes sont aa con- 
traire conservées sor ane hautear de plasiears mètres. La eonstraction, en pierres de 
taille, est maavaise : on a employé des matériaux d'epoque antérieure. Longueur to- 
tale 23"» 40, largeur 13"* 25. Orientation est-nord-est. 

Un vestibule s'étendait le long de la fa^ade; il semble n'avoir en qu'nne entrée, 
an milieu. Des trois portes qui devaient donner accès à l'église, on ne distingue plus 
qne celle qui s'ouvrait sur le bas coté de droite. Une petite entrée est percée dans 
le mnr de gauche, près de la saeristie. L'intérieur était partagé en trois vaisseaux 
par deux colonnades. One seule colonne est restée debout, contre le mur de fagade ; 
elle porte un chapitean non dégrossi et le sommier d'une arcade. H y avait des ga- 
leries sor les collatéraux. A droite, au-dessns de la porte du rez-de-chanssée, se voient 
des vestiges de la baie par laquelle on entrait dans la tribune. On y montait par un 
escalier en bois, qui était établi à l'angle du vestibule et qui s'appuyait sor nn cor- 
beau ^ encore en place. La meme disposition devait exister de Tautre c6tt'». A l'extré- 
niité de la tribune de gauche, une porte demeurée intacte donnait accès à une salle 
située au-dessns d'une saeristie dont nous parlerons plus loin. Des consoles portaient 
les poutres des planchers: Tune d'elles est encore engagée dans le mur, an fond du 
collatéral de gauche. La nef centrale et les galeries étaient certainement couvertes 
en eharpente et en tuiles. 

Je ne connais en Afriqne que cinq autres églises présentant des tribnnes : celle 
de Tébessa ^ la principale basilique de Tigzirt ', celle de Matifon ^ celle de Saìnte- 

> C. L i., 460, 10516. 

^ Victor de Vite, III, 7 et 8 : Passio septem manachorum publiée par Petschenig dans son 
édìtion de Victor de Vite, p. 109. Continuateur africain de Prosper d'Aquitaine, apud Mommaen, 
Chronica minora saec. IV-VII, III, p. 458 et 459. 

' A proximité de cette chapelle, Wilmanns et Schmidt ont vu une dalle de 1™ 45 sur 0"™ 30, 
où sont gravées : 1^ la lettre R dans un cercle (ne serait-ce pas une croix monogrammatfque 
avec une R?); 2^ deux croix grecques; 3® enfin T inscription suivante, écrite partie en lettres 
cursives, partie en capitales (C, I. i., 449 — 11522): « fJG7]cc[c] tua òtta cu(m) D(e)o„, > Wil- 
manns dit que cette pierre ne recouvrait certainement pas une tombe; il croit qu'elle a appar- 
tena à nn autel. Cependant les dimensions indiquées ne se prétent guére à cette hypotbése. Je n'ai 
pas vu la pierre en question. 

* Voir Saladin, Archives Missions, XIII, p. 174-175 ; Tour du Monde, LUI, 1887, p. 229, et 
apud Diehl, L'Afrique byzantine, pi. II (essai de restitution de la citadelle avec cette église). 

^ Voir le pian general de la citadelle dressé par Saladin, ArchiveSj p. 172, fig. 302. 

• Le corbeau a été fait avec un morceau de comiche. 
' Ballu, Monastèrej pi. X et XI. 

' Gavault, Elude sur les ruines romaines de Tigzirt, p. 57 et suiv. ; p. 73, ^g, 14. 
^ Bull, du Camiié, 1900, p. 136. 



stSphane qsbll 



Salsa, à Tìpasa ', enfin celle d'Orléansville '. Je déorìrai tont à l'heare nn aiitre édì- 
fìce d'Hftldra dont les bas cótés étaient sarmontés d'no étage, mais qai n'était pent- 
Stre pas noe église. A Tigzirt, ces galeriea Bont certainemeDt contemporaines de la 



¥ig. 3. — Builique u° IH. 

fondation de la basiligne, qn'on ne pent gnère piacer avant le milieo dn cinquième 
BÌède. A Tébeasa, elles sont une addìtion qne je serais porte àdaterde l'épotiae vaD- 
dale (vera 450 approxìmatlvemeiit). A Tipasa, elles ont été égalemeat ajoatéea à l'è. 
glise primitive, vere la méme t-poque ou pina tard, A Matifou, on les a probablemeni 
élablies à l'i?poqiie byzantine. Notre église, adosBée à un rempart bjzantin. n'est cer- 
taìnemeot pas anti'rìenre aa second tìera dn sixième siede. Reste la basiliqne d'Or- 
léansville, qui fnt fondée sons Constantin, mais qui subit plus tard des remanìemenls^ 
Pent-ètre les trìbnnee ne faisaient-elles pas partie de la construction primitive *. Mal- 
heurensement, je n'ai pas pD étadier cet éditice important, doat les ruines, aprèa avoir 
servi d'écnries, out été eatièrement recomblées. Bn somme, nans n'avons eD Afrìque 
ancnn exemple certain de tribunes avant le milien da cinquième siede enriroo. 

L'abside est enfermée dans an eadre. A l'entrée se dreasent deni grosses colonnes '\ 
en marbré blanc, prìses évidemment aillenrs. Celle de gauche porte encore nn chapitean 

' Ose)], Btcherchet, p, 41 et anìr., pi. III. 
' Bemte arché^ogiqM, IV, p, 669. 

^ La cont re-abside de cette église fot conetralte en 475. 

* Il faut observer cependant qu une antro haailique dn temps de Constaotin, celle dii Saint- 
Sépulcre, présestait probablement dea trlbiiDCB (EiiB^be, Vit de Conatantifi, III, 36). 
=■ Diamétre O" 62. 



EDIFICBS CHBÉTIENS D'AMMAEDARA 288 



corìnthien, de type classique, trop petit poiir le fdt. Par-dessns, on voit une pierre, 
faisant fonetion de dosseret; elle est ornée du coté de la nef d'an rìneeaa, dont le 
style indìqoe le qnatrìème sìècle. Elle porte denx voussoirs, restes de Tare de téte. 
D'après les vestiges qui subsistent, on reconnaìt que le mur de Tabside présentait 
sept niches, qne séparaient des colonnettes, aujourd'bui dispanies. Au-dessns des 
colonnettes étaient disposées des consoles, dont la qneae entrait dans le mar et qui 
portaient les culs de fonr, en mafonnerie, des nicbes^ Quatre de ces consoles se 
voient en place: trois sont d'ane taille très grossière; la qnatrième, décorée d'ane 
rosace, a été emprnntée à un édifice plus ancien. M. Saladin ^ en signale deux autres, 
tombées à terre; elles appartenaient à la niche du milieu. Elles portent, dans des 
cartottches à quenes d'aronde, deux inscriptions latines qui, réunies, donnent le 
texte suivant ^: < Gloria in [exceljsis D(€)o et in terra pax — hominibus b(m{a)e 
» bolumtatis! > C'est, comme on le voit, le début de rhyrone angélique, qui fut in- 
troduit dans la liturgie africaine au sixième siede ^ ou peut-étre a la fin da cin- 
quième^. La colonnette placée sous la première console de gauche avait 1°^55 de 
hauteur (base et chapiteau compris) et était portée par une autre console. Il en était 
sans doute de méme de la colonnette d'en face. Quant aux autres colonnettes dressées 
contre la paroi de l'abside, elles paraissent avoir été plus grandes, car aux endroits 
où elles s'élevaient, on ne voit aueune trace de consoles placées 1*° 55 au-dessous des 
consoles supérieures: une fouille permettrait d'élucider ce point et nous ferait savoir 
si les colonnettes reposaient sur des saillies isolées ou sur un empattement bordant 
le mur. Nous rappellerons que, dans la basilique byzantine du Eef, l'abside est aussi 
décorée d'une sèrie de niches ^ 

A gauche, l'abside communique avec une grande salle, dont la paroi de fond est 
constituée par le rempart de la citadelle. Cette salle devait servir de sacristie. Elle 
avait peut-étre une autre porte, aujourd'hui enterrée, sur le collatéral de l'église. Elle 
s'éclairait par deux fenétres, hautes d'un mètre. Le plancher de l'étage qui la sur- 
raontait était soutenu par des grossiers corbeaux, faits les uns avec des débris de 
comìches, d'autres avec des pierres mal équarries, un autre enfin avec une base de 
demi-colonne renversée. La salle supérìeure comrauniquait, comme nous l'avons dit, 
avec la tribune de gauche; ses murs sont en grande partie conservés et présentent 
quatre fenétres. A droite de l'abside, s'étend un grand espace rectangulaire, en mauvais 
état, et obstrué de terre et de décombres. On n'y peut distinguer actuellement ni portes 

^ Ces consoles sont placées à un niveau inférieur de 1"* 10 au départ de Tare de téte. 

* /.. e,y p. 174. 

^ C. L i., 472 = 11644. 

'' Dnchesne, apud La Blanchére, Colleciions du musée Alaoui, p. 47. 

^ En 485, des martyrs afrìcains, en marchant au supplice, chantèrent le débnt da Gloria 
(^ Passio sepiem manachorum^ appendice ù Victor de Vite, édit. Petschenig, p. 112). 

^ Saladin, Archives MissùmSj XIII, p. 206, ^g, B58. Giudicelli, Fouilles pratiquées dans la 
basUique de Dar-eh-Kous, p. 34. Conf. l'église d'Erment en Egypte {Desanpiion de VJEgypie, Anii- 
quités^ I, pi, 97, fig. G} et celle dlbrihim en Nubie (Gau, Antiguités de ìa Nuhie^ pi. 53). On trouve 
des niches ménagées dans des absides à Chemtou (Saladin, Nouveììes Archires Missions, II, p. 415, 
fig. 26 et p. 419, iìg. ;J3), A Sbéitla (Saladin, Archires, XIII, p. 92, fig. 157), à Henchir Baroud, 
{ifnd., p. 52, ^g. 86-88 ; Lasteyrie, Véglise S'-Martin de l'ours, p. 20), mais il ne me semble pas cer- 
tain que ces absides aient appai'tenu à des églises. — L'abside de la basilique de Matifou offi*e 
trois grandes niches {conchulae), disposées comme les feuilles d'un tréfle: cet aménagement est 
une restanration qui date probablement de l'epoque byzantine (conf. Téglise de Dai rei Abiad en 
Egypte: Butler, The ancient coptic churches of Egypt, I, p. 352, fif?. 26). — A Cherchel, l'abside 
d^une chapelle présente une simple niche au fond (Waille et Chipiez, Berue de Vasrt ancien et 
modemef II, 1897, p. 343): c'est une dispasition qii'on ret ron ve dans les basi liqnescoptes (Butler, 
7. e, p. 35). 



234 STÉPHANE GSELL 



ni fenétres. La haateur des mars à certaìns endroits montre qu'il y avait làanssinn 
étage, qui devait commnniquer avec la tribune de droite. 

Le yestibule est flanqné à droite d'ane construction carrée (3>»70 de coté), qai 
s'élève eneore à environ huit mètres au-dessns dn sol actuel. Elle est trop enteirée 
poar qn'on voie où était la porte et il est irapossible d'y pénétrer. Un escalier en hois 
était sans doute établi à l'intérieur. Les inurs sont percés Qa et là, à des baatenrs 
irrégulières, d'étroites ouyertares qni semblent bien avoìr été ménagées intentionnel- 
lement, ponr servir de Incames. Cette tour n'a pas été bàtie ponr protéger la basiliqne. 
SQffisamment défendiieparlerempartyoÌ8Ìn;elle n'offre dn reste anenn aménagement 
indiqnant une destination militaire. Elle servait donc sans doute à donner le signal 
appelant les fidèles anx offices \ De quelle nature était ce signal ? nons rìgnorons. 

C'est la senle tour de ce genre qne je connaisse en Àfriqne. L^atrium de la basi- 
lique de Tébessa est flanqué de deux constructions quadrangulaires qui deFaient se 
dresser assez baut, mais qui n'étaient que des eages contenant les escaliers par lesqaels 
on montait à Tétage de Vatrium et aux tribnnes de Téglise '. 

Edifice appartenant à Pépoqne ehrétienne. 

Notre fig. 4 en donne le pian. Il est situé dans la partie septentrionale des rni- 
nes ^ On l'a fouillé antrefois, et il a été étudié par M. Saladin ^ pnis par M. Kraus ^, 
qui s'est seryi d'un pian leve par Wilmanns. Il est dans un état de conservation assez 
satisfaisant : on en reconnaìt toutes les dispositions intérieures et certaines parties s'élè- 
vent eneore à une hauteur de plusieurs mètres ; les deux arcades qui surmontent 
l'entrée de l'abside et de la salle opposée sont intactes. La construction est soit en 
pierres de taille, soit en petits matériaux, màis ees deux procédés ne se rapportent pas, 
comme on l'a crn, à deux époques distinctes. L'appareil, sans étre excellent, témoìgne 
d'un assez grand soin. Nous avons remarqué quelques pierres qni ont eertainement 
été prises à des édifices plus anciens. 

Les savants ne sont pas d'accord sur la destination de ce monument. M. Saladin 
y voit une église transformée en écurie, M. Diehl ^ une écurie transformée en église. 
Nous en donnerons ici une description détaillée, qni reetifiera certaines inexactitndes 
de nos devanciers. 

Les diverses parties dn bàtìment sont: 
V A l'angle sud, un petit vestibule carré, communiquant par une porte avec 
une cour a portiques, dont il sera question plus loin, et par une autre porte avec 
le couloir dont nous allons parler. Ce vestibule était surmonté d'un étage. 

2^ Un largo couloir, oriente du sud-est au nord-ouest, ferme à ses deux extré- 
niités. Il est dalle et on ne peut pas douter qu'il n'ait été à ciel ouvert, de manière 
à donner un jour suffisant aux salles contigués. 

3*" Une grande salle à peu près carrée (S^» 25 X T'" 65), qni est entièrement onverte 
du coté du couloir, au sud-onest. Le sol était gami de larges dalles, qui ont ponr la 
plnpart disparu. Aux angles s'élevaient quatre grandes colonnes, dont les bas^ corìn- 

* Conf. les tours mentionnèes par de Rossi {Reme de Vari chrétien^ 1890, p. 5), celle de la 
basilique syrienne de Tafkha (De Vogiié, Syrie centrale^ I, pi. 17) et celles de Ravenne, dont 
Tòpoque et la destination ne sont pas fixées avec certitude. 

* Balla, Monattthe, p. 18, pi. II, XII, XIII. 

^ Et non dans la citadelle byzantine, comme le dit M. Kraus. 

* Archivea Missions, XIII, p. 179-181, fig. 312-314; T<mr du Monde, LUI, 1887, p. 231, et 
apud Diehl, L'Afrique byzantine, p. 428, ^g. 71 (essai de restitution). 

^ Geschichie der christlichen Kunst, I, p. 276, ^g. 215. 
^ Nouvellea Archives Misaians, IV, p. 333-335. 



EDIFICES CHBÉTIEN8 D'aMHAEDARA 



235 



thiènnea soni en place. Je ne vois aucun motìf pour les attribuer à une restauration. 
Elles snpportaient peat-étre les retombées d'nne voùte d'arétes très légère, en poteries \ 
4"" Dne abside, eonstraite au fond de eette salle. L'are de téte est en grand appa- 
reil, le mnr semi-circulaire en petìts matérianx, mais il n'est pas un rajout, car les 
pieds-droits de Tare présentent des saillies s'embottant dans ce mnr. Le sol, dont le 




wi m 



Fig. 4. — Edifice de Pépoque chrétienne. 

nivean dépasse de qnelqnes centimètres senlement celai de la salle, était revétn d'nn 
dallage ^ 

5"" Denx eorridors rectangnlaires, établis a droite et a gauche de la grande 
salle et commnniqnant avec le conloir par des portes basses ^ Ils étaient converta 
de demì-berceanx en blocage, qni appartenaient certainement à la constrnetion primi- 



^ 11 y avait déjà dans les ihermes de Caracalla, dans ceux de Dioclétien, dans la basiliqne 
de Maxenoe des yoùtes d'arétes, soatenues par des colonnes adossées à des mnrs. 

^ Ce qne M. Diehl prend pour un paits circulaire, pratiqué an milieu de cette abside, me 
paratt étre un vnlgaire silo arabe; ce qn'il prend pour une marcile carrée est un débris du 
dallage. 

^ Hautes de l'^GB et de l'"70. 



236 STÉPHANE GSfiLL 



tive ^ je croia qne M. Diehl a tort de les eonsidérer comme des remaniements de 
basse epoque '. La hantenr maxima de ces corridore ne dépassaìt pas l'^SS. 

Ils sont séparés de la grande salle par nn mur en pierres de taìile. Dans ce mnr 
ont été ménagées huit petites baies cintrées, haotes de O^^^QS, abritant des cave» 
crensées avec soin ^, qni exìstaìent évidemment dès le prìncipe, comme l'a faìt 
observer M. Diehl, à Tencontrc de M. Saladin. Les cuves mesarent en moyenne 0°^ 75 
de longaenr, 0"*45 de largeur, 0°*22 de profondenr; lear rebord se trouve a 1°»05 
aa-dessus dn sol de la grande salle. Faut-il y voir des mangeoires pour des cbe- 
yanx? C'est Topinìon des denx savants qne je viens de citer; elle me paraft cepen- 
dant fort contestable: les bétes anraient été trop rapprocbées les nnes des antres \ 
et on n'aurait pas pu en piacer devant la première et la hnìtìème anges, à canse 
des colonnes qui s'élevaient anx angles de la salle ^. Dii coté des corridors, la 
paroi de ces cnves est percée de part en part, près du bord, d'un trou dont je ne 
m'expliqne pas la destination. Les montants qui les séparent présentent sur lenre faces 
latérales, à mi-hauteur environ, des mortaises peu profondes, qui, selon M. Saladin, 
< semblent avoìr regn les extrémités de barres de fer horizontales * ». En outre, ces 
montants sont percés, du coté de la grande salle, à des hantenrs yariables, de trous 
obliques, forraant des oeillets ^. Ces divere trous ont-ils été pratiqués lorede Tamé- 
nagement des cuves et des baies? on bien à une epoque postérieure? Il est diiS- 
cile de le dire: jinclinerais plutót vers la première hypothèse ^ 

G"" Au-dessus des deux corridore voùtés flanqnant la grande salle, il j avait 
d'antres pièces auxquelles conduisaient des escaliere coudés *, dont la partìe infé- 
rieure, en pierres de taìile, su bsiste aux extrémités du grand couloìr; la partie sape- 
rìeure, construite en bois, était portée par une colonnette et par une bande en pierre, 
placée transversalement entro le mur, dans lequel elle s'embottait, et la colonnette, 
sur laquelle elle venaìt s'appuyer. Cette dìsposition se reconnaìt très nettement à 
droite, où Ton voit encore, au-dessus de la porte du rez-de-chaussée, la porte de 
l'étage, haute de 1°^80. Le seuil de la baie supérienre se trouve k 2^25 au-dessus 
du dallage du couloir ^^ À gauche, il ne reste plus que le bas de rescalier. Les 
chambres de Tétage étaient-elles ouvertes du coté de la grande salle, de manière k 
former des sortes de tribunes? ou bien en étaient-elles séparées par un mur plein, 

* L^agenoement dee pierres le proave. 

' Ces demi-berceaux, dont je ne connais ancun autre exemple certain en Afriqae, rappelle- 
ront aux archéologaes médiévistea les voùtes qui Bunnontent les coUatéranx dans beaucoop d*é- 
glises d^Auvergne. Mais dans ces églises les demi-berceaux poi-taient des toitnres indinées. 

^ Il en manque aujnord^hni troia à gauche. — Dessins apitd Saladin, p. 181, ^g. 314, et Kraus, 
p. 276, fig. 215, b. 

* Dans les écnries actnelles, on laisse nn intervalle de 1*" 301'" 60 au minimum entre le? 
chevaux. lei, Tintervalle aurait été de 0™ 40, tout au plus. — La salle à auges de la maison 
d'Amrab, publiée par de VogUé {Syrie centrale, I, pi. 11), étaìt-elle bien un écurie?M. de Vogué 
remarque lui-méme (p. 53) qne rentrée et la sortie des chevaux ne devaient pas étre faci les. 

^ Les chevaux en eifet n^auraient pu étre logés que dans la grande salle. Il est évident qne 
les pièces contiguès n'ont jamais servi d'ècuries : elles étaient trop étroites et trop basses. 

^ Voir le dessin de M. Saladin, l e, p. 181, fig. 314. 

' D^aprés M. Saladin, ils auraient servi à attacher des brides. 

^ Voir ce qne nous disons plus loìn des ceillets de la galle du Kef ; ils n'ont certainement 
pas été percés aprés coup. 

^ Ce que MM. Saladin et Diehl disent au sujet de la destination de ces escaliers n'eat pas 
exact 

'^ « Le niveau de cet étage, dit M. Diehl, est sensiblement plus élevé que les voùtes en ber- 
« ceau qui couvrent les prétendues nefs latérales ». Le plancher de Pétage s'appnyait au contraire 
sur Textrados de la voùte. 



BDIFICES GHBÉT1EN8 D'AMMABDARA 287 

s'élevant an-dessns des cnves et dea baies? Nona Tignorons: ces partìes de rédìfice 
sont complètement détraites. 

T Au rez-de-chan88ée, deux salles, dont les rnnrs sont en petit appareil, flan- 
quent l'abside et coramnniqnent ayec les corridore par des portes basses. Il est impos- 
sible de dire si elles étaient sarmontées d'un étage. 

8^ A Toaest da grand conloir, se voient trois salles de dimensions inégales ^ 
Celle dn milieu s'onvre par une large arcade; elle n'étaìt certainement pas vo&tée. 
Les deux antres * ont de petites baies à fenìUnres. Elles portaient nn étage, dont les 
fenétres snbsistent da coté da coaloir, à ane haatear de 3°^ 80 ^ Noas avons dit qae 
le vestibnle carré, contiga à la salle de droite, avait aassi an étage. Il semble qn'on 
ait ea accès à ces chambres supérieares par an escalier extériear, établi à Toaest 
da vestibale. 

Q"* Une grande coar, sitaée a Test des constroctions qae noas venons d'étadier, 
uiesare de 31 mètres de long snr 25°^ 30 de large *. Les murs de dotare, mal 
conservés, sont en moellons, avec des chaines en pierres de taille. Cotte coar était 
entoarée, sar ses qaatre faces, de portiqaes de qaatre mètres de largeor, qae bor- 
daient des colonnes à cannelares droites oa en spirale °, avec des chapiteaux corin- 
thien de type classiqne, mais de factare mediocre. Une porte est visible aa nord. Une 
autre était ménagée à Toaest: de cotte entrée, on poavait se dirìger, soit vers la 
coar, soit vers le vestibale donnant accès an bàtiment à abside. 

IO*" A Pest-sad-est de la coar, et à vingt mètres da point a de notre plao (dans 
la direction de la flèche), an sondage, exécaté par les soins de M. Sadoax, a mis 
a décoavert ane saite de six baies, qai abritent des caves an pea plas petites qne 
les précédentes ^. Il y avait évidemment en cet endroit an locai analogae à la salle 
n** 3: il serait intéressant de le foailler. 

Telles sont les raines qae M. Saladin considero comme représentant nne église 
et ses dépendances. Lors de la conqnéte arabe, l'église aarait été convertie en écarie, 
Noas avons fait observer qae cette dernière hypothèse n'est pas admissible. M.Diehl, 
qai la réfate, sappose qae < ce bàtiment, ayant an rez-de-chaassée des écaries et 

< des logements à Tétage », faisait partie d'un vaste ensemble, d'un établissement 
religieax analogae aa coavent fortifié de Tébessa. L'église qae M. Diehl rattache à 
cet ensemble est la chapelle fanéraire de Tépoqae vandalo étadiée plas baat. Sitaée 
à ane distance d'ane soixantaìne de mètres aa nord-est, orientée différemment, elle 
est d'ane constraction bien plas barbare qae notre édifice, avec laqaelle elle n'avait, 
à notre avis, aacane relation. Le mar qai, selon M. Diehl, aarait enveloppé à la 
fois cette chapelle, le bàtiment a caves et le cloitre voisin, est loin d'avoir cette éten- 
dae. Il longe simplement aa nord-est la coar à portiqaes et paraìt indiqaer l'aligne- 
ment d'ane rue. M. Diehl signale aassi an vaste préaa, qai serait sitaé entro le grand 
conloir et la chapelle en qaestion : il € formerait an passage toat pareli à celai qui 

< fait commaniqner les différentes parties de la basiliqae de Tébessa ». Mais le cou- 
loìr était ferme et la chapelle était, semble-t*il, trop éloignée de notre bàtiment poar 
avoir pa lai étre rattachée par an passage de ce genre. Je dois dire d'aillears qae, 
poar ma part, je n'en ai va aacnn vestige. 

' Kraus, p. 276, fig. 215, e (dessin assez inexact). 

^ Le pian de Wilmanns (apìid Kraus) indique deux tombes dans la salle du nord. Elles 
datent sans doute d'une trés basse epoque. 

3 Voir Saladin, p. 180, ii^. 318. 

'' Y compris les portiques. La place m*a manqué sur mon pian pour représenter cette cour 
en entier. Voir le pian de M. Saladin, p. 179, fig. 312. 

' Hautes de 4^05. 

^ Cette rangée de cuves est orientée du nordouest au sud-est. 



238 STÉPHANE GSELL 



Je ne crois pas, comme M. Diehi, à une transfonDation de ce bàtiment, qni, après, 
avoir servi d'écnrie et d'hótellerie, serait devenu une église, On n'y trouve ancnne 
trace d'aménagementa nouveaux. Àn contraire, nons avons dit qne tontes les parties 
qni le composent, y eompris Tabside, sont d'nne scale et méme époqne. 

Quelle était donc la destination de ce monnineDt, dont les dibpositioDS ne rappel- 
leni que de loìn les églises des preroìers siècies ? J'avone ne ponvoir donner ancnne 
réponse satisfaisante à cette qnestion. 

Je fera! sealement remarqaer qn'il existe en Afrique trois autres édìfices ana* 
lognes : 

r La vaste salle rectangnlaìre à trois nefs, qni est voisine de la basiliqne de 
Tébessa et comprise dans la méme enceìnte \ Ohaqne bas coté présente, dans le sem 
de la longnenr, nne rangée d'anges, établies comme celles d'Haldra, mais beanconp 
plas nombrenses *. On n'hésite pas d'ordinaire à voir dans ce bàtiment nne vaste écnrie^ 
Gependant M. AndoUent * a exprimé de sages réserves : « Le nombre de soixante-hnit 
« stalles ^ n*est-il pas un peu fort pour une écurie ordinaire? . . . Les chevanx 
« étaient-ils en bonnes conditions dans un espace aussi resserré? » En face de cette 
grande Balle, s'élevaient deux chambres qui renfermaient Pune et Tantre deux cnres. 
« Ces deux petites écuries, dit M. Ballu •, semblent avoir été réservées à des conrsiere 
« de luxe, qn'on ne voulait pas mettre dans Pécurie commnne ; peut-étre y logeait-on 
< Ics chevaux des oflBciers? » J'ai fait juges de la qnestion des officiers de cavalerìe 
de la gamison de Tébessa : ils ont été d'avis que ces chambres n'ont jamais pn ser- 
vir d'écnries aux € coursiers » de leurs confrères d'antrefois : Tespace est tout à &it 
insnfSsant. 

21* Une salle rectangulaire ^ d'Henchir Ooubeul, voùtée en bercean '. Comme celle 
d'HaYdra, elle parait s'étre terminée par une abside en blocage, et elle était fianqnéededenx 
corridors oblongs. De petites baies, larges de 0°* 62, hautes de 0" 86, traversent de 
part en part les deux murs de cette salle * et abritent des anges. Il y en a dii de 
chaqne c6té. La décoration du locai est assez Inxueuse et ne convient pas à noe 
écurie. Du reste, les anges sont trop exigués ** et trop rapprochées " ponr avoir pn 
Stre des mangeoires de chevaux. 

8*^ Une salle du Kef, en forme de croix ": elle sert aujonrd'hni de vestibnle à 
la grande mosquée. Les denx bras transversaux offrent de chaqne coté une sèrie de 
cinq baies, larges de 0"" 58, hautes de 0"" 97, qui, comme à Henchir Qonbenl, tra- 
versent la muraille de part en part. Les pierres qui les séparent ne mesurent qne 
0"* 22 d'épaisseur; elles présentent sur le devant une saillie, ménagée lors de lataille 
du bloc, et percée au milieu, dans le sens horìzontal, d'un oeillet qni servait évidem- 
ment à attacher quelque objet ''. Actnellement, les baies sont bouchées cu endnitee 



^ Ballu, Jtfoncwtère, p. 15-16, pV XII en hant. 

* Dea oeiUeta aont ausai percéa dana la plnpart des piliars qui limitent les baìea. 

3 Ehiprat, JZeeuetZ dt ConHantine, XXX, 1895-6, p. 57 ; Diehl, l e, p. 831, n. S ; Balln, l e 
p. 15. J^ai moi-méme adopté cette opinion (Mélangee de VEeole de Some, XVIII, 1898, p. 1^)t 

* Mélanges de VE. de Some, X, 1890, p. 516. 

* H y a prós de quatre-vingta cavea. 

* L. e, p. 16. 

^ Long. 11 métrea, larg. 6'" 60. 

s Voir Saladin, Archivea Miasiona, XIII, p. 144-145, fig. 953-954. 

^ C'eat à tort qne M. Saladin donne à ces baies la forme de niches ferméea. 

*^ Long. 0» 54, larg. Om 30, prof. Om 15. 

** Lea baiea sont à Oni45 de diatance les unes des autrea. 

»« Denis, Stai Cornile, 1893, p. 144 et pi. XIV. 

^3 Bull Comité, 1893, p. 145, figure. 



EDIFIGES CHRÉTIENS D'AMMAEDARA 239 



d'un badigeon: je n'ai donc pa8 pn yérìfier si elles abritaìent des cuves. Ges cuves, 
si elles existent, n'étaient certainement pas des mangeoires: il est impossible d'ad- 
mettre qu'on ait place cinq eheyaux sor un espace de 3"" 60 de longuenr. 

Les bàtiments qne nous venons de mentionner * appartiennent à Tépoque chré- 
tienne ^ Ils sont tons accostés d'une conr, avec portiques. Pent-étre les conrs sont-elles 
des cloitres de monastères et les salles des réfectoires '. Je ne présente cette hypothèse 
qne soas tontes réserves. Si elle était exacte, l'édifice d'Ha'ldra ne pourrait pas étre 
antérìenr à la fin du qnatrième siècle, car ce fat seulement à partir de cette époqne 
qne la vie monastiqne se répandit en Afrìqne. 

Stéphanb Gsell. 



^ On me signale on autre edifico à cuves dans les rnines d^Henchir el Begueur, à cinquanta kilo- 
métres au sud-sud-ouest de Tébessa. Je n'ai pas encore pu visiter ce lieu. 

' A Henchir Goubeul, les motifs omementaux sont d^nne fort benne exécution, qui contraste 
avec la médlocrité ordinaire de la décoration architectnrale en Afrique, au quatriéme siede et 
aux siòcles snivants. Cependant il y a des raisons sérieuses (qu'il serait trop long d'exposer ici) 
ponr ne pas les dater d^une époqne antérìeure an Bas-Empire. Je croirais Tolontiers que des 
ouyrìers grecs ou orìentanx sont yenns travailler en cet endroit 

^ Dans le couvent de Chaqqa (De Voglie, Syrie centrale, pi. 22, p. 58), on volt, à coté du 
cloitre, une salle entourée de niches, qui ont été ménagées dans la pierre. Je serais assez dispose 
à rapprocher ces 4cannoire8> de nos cuves. 



L^ANTICA CHIESA DI S. SABA SULL'AVENTINO 



Alla chiesa di S. Saba, situata suU'A tentino presso al sito dell'antica caserma 
della lY Coorte dei vigili, la tradizione collega la memoria di s^ Silvia. 

Di là presso partiva giornalmente la minestra che la pia madre apprestava in 
quel vaso d'argento del quale s. Gregorio si privò per fame carità (590-604). 

Chiesa e convento annesso, furono per lungo tempo, sede di monaci greci i quali 
figurano nel libro pontificale pei grandi donativi fatti da Leone III (795-816). Lucio II 
vi installò i clunyacensi (1144). 

L'iscrizione nell'architrave della porta d' ingresso ricorda l'edificazione fatta della 
basilica da maestro lacobo, l'anno VII del pontificato d'Innocenzo III (1205), cioè poco 
dopo che i clunyacensi divennero padroni del luogo. 

Ebbero poi la chiesa e il convento ingrandimenti e restauri in epoche posteriori, 
fino a quelli fatti dal cardinale Francesco Piccolomini nipote di Pio IL 

Giulio II poi vi collocò i cistercensi (1503). Avendo cessato di avervi sede gli 
Abbati, Gregorio XIII ne fece donazione al collegio germanico (1572). 

Di epoche anteriori al 1205 nessuna traccia esterna restava. La nostra Associa- 
zione dei Cultori di Architettura * si era proposta soltanto di proseguire lo studio 
fatto con S^ Maria in Cosmedin, dalla Roma imperiale fino alla chiesa cosmatesca per 
arrivare, con l'esame delle varie trasformazioni degli edifici di S. Saba, fino al prin- 
cipio del Binascimento. Lo studio fatto della Cappella Sistina, dall'imperiale Istituto 
Germanico, al quale anche il nostro Presidente ha contribuito, completava la catena. 

Procedendo però nel lavoro metodico di scoprire tutte le traccie della costruzione 
del 1205, mi accorsi che il muro sotto le colonne della chiesa era di due strutture, una 
delle quali di epoca più remota. 

Movendo da questo indizio, sono venuto alla scoperta dell'abside della basilica 
preesistente, ma i lavori essendo in corso non posso darne una descrizione completa 

(fig. 1). 

La basilica primitiva si estende dal muro frontale della chiesa fino alla metà del 

quarto arco, per una lunghezza totale di metri 13, circa, e corrisponde colla sua lar- 
ghezza a quella della navata centrale della basilica posteriore, ossia m. 10. Ha una 
abside di circa 7 metri di diametro, il piano suo è sottostante a quello della chiesa 



1 La presente relazione espone lo stato degli studi e dei lavori della chiesa di S. Saba 
all'epoca del CongreBso, cioè nell'aprile 1900. Ma dopo tale epoca ulteriori esplorazioni e scoperte 
abbastanza ragguardevoli hanno avuto luogo, sulle quali possono consultarsi gli articoli del chia- 
rissimo P. Qrisar nella Civiltà Cattolica di questi due ultimi anni e le mie comunicazioni nelle 
Notizie degli ecavi. 

* Una commissione speciale sotto la presidenza deirarchitetto Piacentini P. ò incaricata degli 
studi per il progetto di ristauro. Hanno preso parte ai lavori i signori Tenerani, Galassi, Retrosi, 
Caroselli, Palombi, Lepri, Gavini ed altri. 

16 



- Tracce dell'alaiiie della basilica primiliva. 



Fìg. 5. — Aliside della hagillea primitiv 



l'antica chiesa di S. SABA SULL'AVENTINO 2-13 

attuale di circa m. 1.40; le pareti della basilica erano interamente ricot'ei'tc di |iit- 
tiire eupra un zoccolo basso dipinto; frammezzate alle pitture v'erano iofrì/ioni parte 
in latino, parte in greco. Tatti i mnri essendo tagliati all'altezza del pavimento della 
cliiesa Hiiperiore, i dipinti che vi sono rimasti attaccati sono assai guasti e frani- 
iiicntnli. 



Tig. :(. — Frammenti di pitture trovate negli scavi. 

Delle fignre dell'abside non resta che la parte inferiore, con nove figure per parte, 
e nel centro la base di nna collinetta snlla qnale dai dne lati salgono dnc persone 
(tig. 2). I piedi sono variamente ealzati; nove figure hanno sandali e piedi nndi, le 
due figure del centro hanno i piedi interamente fasciati, e anche le gambe le altre 
fignre in modo vario. 

Alcnne fignre vestono pallio, altre nna diversa foggia d'abito e rappresentano 
iillernativamente apostoli e santi diversi. 



244 H. G. CAKNtZZARO 

Lo spazio racchiuso tra i muri di questa basilica sottostante al pavimento cwma- 
tesco è Dccnpato per intero dalle macerie dei muri della stessa primitiva basilici; 
pezzi di muro, alcuno di notevole grandezza, sono rimasti intatti col loro ìqIodmo 
dipinto: nel giro dell'abside vi sono i pezzi della calotta, uno dei quali con la teaia 



Fig. 4. — Frammenti di grandi figure che ornavano forse l'arco trionfale. 

del Salvatore. Io questo masso appariscono due strati d'intonaco ove è ripelatolo 
stesso disegno. Sotto la testa del Salvatore ve ne sarà probabilmente un'altra di più 
antica fattura. In altro frammento più verso la fronte e dentro un riquadro è rappre- 
sentato Cristo che solleva dalle acque s. Pietro ', e vicino havvi un gruppo di pieeok 
figure posto entro nn altro riquadro. Oran quantità di frantumi dipinti sono sparsi in 

■ QualcDDo ha osserrato poterai trattare di Cristo che trae Adamo dal Limbo per mllenrio 
al cielo. Attualmente l'esame della pittura è troppo difficile per potere decidere la queitione. 



l'antica chiesa pi S. SABA SULL'AyBNTINO 245 

mezzo alla terra e rottami di muro. Fra questi racimolando diligentemente per non 
perdere alcun pezzo, ho potato mettere insieme quattro teste grandi, delle qnali due 
qaasì complete, che dalla posizione dove l'ho trovate ritengo provenissero dall'arco 
trionfale (fig. 3, 4 e 5) '. Finora non ho potato fare che due fi;allerie Inngo i muri; 



¥ìg. 6. — Frammenti di grandi fignre che ornarano forse l'arco trionfale. 

allo sterro generale si procederà dopo di aver assicurato il pavimento a mosaico 
snperìore. 

Il lavoro sarebbe stato più facile se segnendol esempio recente applicato altrove, 
avessi asportato l'intero pavimento, salvo poi a rimetterlo; ma questo metodo, applì- 

' QaMt« pittare come quelle dell'abside buuo le più antiobe della vecchia chiesa e non si 
sarà molto lontani dal vero attrìbnendole alla fine del 600. Mi riferisco come termini di con- 
fronto rassomigli a ntisstmi nella fattura di certi dettagli ad alcuni mnsaici dì Ravenna. 



H. S. CANNIZZAKO 



calo agli stndi archeologici che eccitano sempre nnove cnrìofiità, pnò finire qaalche 
volta in una ricerca della natura geologica del snolo e la società degli architetti non 
vi avrebbe acconsentito sensa assoluta necei^sità, 



dipinta nelle pareti della vecchia ciiieBa. 

Non mi permetto pel momento di arrivare a delle conclneioni snlle varie pittore 
ritrovate, che sono di epoche dilTerentì, e tanto meno snlle iscrizioni delle quali ora 
due soltanto sono interamente leggibili ma non sicuramente d' interpretazione facile. 

Merita il conto di riprodurre (fig. 6 e 7) due di queste iscrizioni rimaste intatte. 
Allato a queste iscrizioni sulla stessa parete v'é il ritratto di un monaco, due trivelle 
stanno piantate sul suolo vicino ai suoi piedi, dietro alcune colonne, sopra a sinistra 
della testa che manca ai legge : * Martinus monachns magister > ; iscrizioni e pittura 
sono dell'tiltìmo periodo della vecchia chiesa. 



t' ANTICA CHIESA DI 8. 8ABA SULL'atbntinO 24? 

Ad nnfi sola domanda mi proverò dì rispondere. Fn la basilica antica demolita 
per dar Inogo all'ingrandimento o era precedentemente rovinata e per qnal causa? 

I Gogmati postrnivano con molta cura, iitiiizzavano e bene, materiali d'ogni sorta, 
d'ogni laogo provenienti, non avrebbero rovesciato in grossi pezzi nell'interno i vecchi 



Fig, 7. - Iscrizione dipinta nelle pareti della vecchia ehiesa. 

innri delia basìlica seppellendo marmi lavorati, lasciando grosse lastre e pei^zi di pavi- 
Qii nto al posto. Essi hanno trovato la basilichetta già demolita, altro non avranno 
fatto che ritagliare ad una linea di livello i muri sni qnali hanno appoggiato le loro 
colonne. La basilica dovette essere distratta precedentemente e non per causa natu- 
rale che avrebbe anche fatto precipitare all'esterno i muri, ma espressamente, vio- 
lentemente. Sappiamo del resto che fn data da Lucio II (U44) ai clnnyacensi mentre 
prima era dei monaci greci; cacciò forse qnel papa i Greci per eostitnirli da altri 
monaci? o non fn piuttosto la soldatesca sciagnrata di Boberto Qniscardo, che sac- 
cheggiando nel 1084 Boma dal Laterano al Colosseo distrusse chiesa e convento disper- 
dendo i monaci, cosicché, quando del luogo Lucio II fece dono ai clnnyacensi, da 
nessuno esso era occnpato? Fors'anco i segnaci d'Arnaldo da Brescia vanno tenuti 
responsabili della mina della chiesa quando ne cacciarono i monaci a frustate (U46). 



248 M. B. CANNIZZÀRO 



E ì cluDyacensi che lo presero, dovettero subito pensare alla costruzione nuova affi- 
dandola al maestro lacobo? 

Sono tutti questi importanti problemi ai quali probabilmente la prosecuzione dei 
lavori e degli studi potrà dare una adegnata risposta. 

Se la nostra Società ha avuta l'idea di questo studio, dal quale risultati inaspet- 
tati vengon fuori, non avrebbe potuto metterla in atto se generosamente il Collegio 
Germanico, persuaso delPinteresse scientifico che aveva, non avesse provveduto alle 
spese e dato consigli e pareri che sono stati di grande utilità. 



M. E, Cànnizzabo. 



EDIFICI CENTRALI CRISTIANI 



Più che uno stadio generale e completo sui mausolei e sugli altri edifici a pianta 
centrale del primo periodo di sviluppo delle costruzioni cristiane (studio che oltrepas- 
serebbe di gran lunga i ristretti limiti di una comunicazione), la presente memoria 
ha per oggetto l'esame dal lato architettonico di una tavoletta d'avorio che contiene 
un importante disegno in rilievo di un mausoleo e le considerazioni molteplici che 
a tale esame vengono a rannodarsi. 

L'annessa fotoincisione riproduce quasi in grandezza naturale la detta tavoletta 
d'avorio che si conserva nel museo di Monaco ; essa doveva far parte di una scatola 
destinata forse a racchiudere sacre pergamene, e doveva costituirne probabilmente uno 
dei lati come sembrano indicare i quattro buchi negli angoli. La rappresentanza che 
troviamo incisa su di essa è la Resurrezione del Salvatore: Appoggiati ad una tomba 
stanno due soldati di cui uno dormiente; ma la porta della tomba è socchiusa ed 
avanti ad essa l'angelo, rappresentato senz'ali e vestito di tunica e pallio, sta assiso 
indicando alle pie donne, che si avanzano con aspetto afflitto, che il Cristo non è più 
là. Nella parte superiore del quadro il Cristo ascende intanto al Cielo e la grande 
mano del Padre che sporge dall'alto lo accoglie e lo aiuta ; è sulle nuvole, ha intorno 
al capo an semplice nimbo e nella mano sinistra un rotule; sotto a lui due apostoli 
stanno curvi in atto di preghiera e di stupore. A completare il quadro s'eleva in un 
angolo un albero forte e rigoglioso sul quale due uccelli stanno beccando le bacche 
che pendono dai suoi rami : simbolo della misericordia divina che provvede e nutre 
coloro che hanno fede in essa. 

A determinare con una certa approssimazione la data di quest'opera d'arte, vera- 
mente notevole per l'euritmia della composizione e per la buona fattura dell'inta- 
glio, valgono più ancora dei raffronti stilistici i caratteri iconografici. La rappresentanza 
della Resurrezione si trova molto raramente negli antichi monumenti cristiani e gli 
esempi che ce ne restano la mostrano sempre avviluppata da simboli e da forme 
mistiche ; il tipo più comune è il seguente : due soldati in piedi sono appoggiati sugli 
scudi ed in mezzo ad essi o il monogramma rettilineo gemmato, come in un fram- 
mento di sarcofago al Laterano, o la croce sormontata da una corona colla stessa sigla, 
come in un sarcofago di S. Piat, una tomba di N'fmes ed un sarcofago di Soisson 
riportati dal Le Blant. — Il trovar qui il quadro completo della Resurrezione colla 
figura del Cristo, ci riporta dunque ad un'epoca in cui già si avevano per le scene 
del Nuovo Testamento (come anche ad es. per la Crocefissione) rappresentanze più 
evidenti e complesse: e la presenza del nimbo intorno alla testa viene a confermare 
trattarsi di un lavoro non certo anteriore al IV secolo ; d'altra parte l'aspetto giovanile 
del Salvatore e la mancanza di ali nell'angelo si riannodano a tradizioni anteriori al 
y secolo. Potremo quindi ritenere con sicurezza che al periodo tra la fine del IV e il 
principio del V secolo appartenga questa tavoletta. L'esame attento di tutti gli ele- 
menti dell'opera d'arte : lo stile dell' intaglio a contorni smussati ma semplice e sicuro. 



GUSTAVO QlOVANNONl 



l'aspetto delle figure, alquanto tozze ma piene di movimento e d'espressione, la saffi- 
cìente verità con cni son modellate le pieghe degli abiti e le foglie dell'albero ; ed infine 
le molteplici corrispondenze 'à.\ forme che ai riscontrano eoi sarcofagi dell'epoca anzi- 



I^Tavoletlft d'avorio dei Museo «li Monaou. 

detta e con le porte tanto studiate di Santa Sabina in Koma, vengono validamenle 
a consolidare tale opinione '. 

Si è cosi stabilita l'epoca di cui la forma del mansoleo rappresentato nella tavo- 
letta d'avorio h. importante espressione architettonica. 

' Conferma autorevole a queste mie dedozloni b1 ha nell'opera del Prof. Venturi: Storta 
dell'Arte italiana, voi. 1, Milano. Hoepli, 1901 (comparsa nell'intervallo tra la presente comaoi' 
cazione e la stampa deg-li Atti); nella qualr^ il chiarriio aatore riproduce la tavoletta d'avorio, e 
l'ilInMra brevemente (pa^. Ili) e ne riconoBce l'importanza atxsfaitettontca. 



SDIFICI CENTRALI CRISTIANI 251 



Questo mansoleo h costituito da ima zona basamentale e da una parte superiore. 
La prima costruita sn pianta quadrata mostra la sua faccia anteriore ove la parete 
a bugne sporgenti è interrotta dalla grande porta che si apre nel mezzo e dalle 
nicchie con statne che stanno ai lati a scopo di decorazione. La parte superiore del 
monumento ha forma di edìcola rotonda ed è sormontata da volta e circondata da 
un peristilio : in questo l'ordinamento delle colonne su cui poggiano gli archi mostra 
forse il primo esempio di un accoppiamento binato in un portico: esso deriva proba- 
bilmente da un difetto prospettico di disegno, ed il concetto dell'artista deve esser 
stato piuttosto di rappresentare due colonne nella grossezza del muro, come ad esempio 
si trova nell'interno del mausoleo detto di Santa Costanza; ma, voluto o fortuito, 
l'esempio è sempre veramente importante e caratteristico. Oli archivolti impostano 
direttamente, senza alcun pnlvino intermedio, sulle colonne, motivo invalso nell'ar- 
chitettura romana dal palazzo di Spalato in giù; e stanno tra essi alcuni medaglioni 
con figure, sorretti da una piccola base. La parete cilindrica del muro concentrica ed 
interna al peristilio è conformata anch'essa a piccole bugne ed interrotta da finestre 
che si aprono corrispondentemente ai vani del portico. Singolari i dettagli : le mostre 
rudimentali della porta e delle nicchie, la mancanza di gocciolatoio nelle modanature, 
le grandi e piatte gole diritte ornate a foglie d'acanto, i capitelli che vorrebbero an- 
cora avere la linea del classico ordine corintio. 

Questa ricchezza di decorazione esterna a colonne, a fregi, a statue è in contrasto 
coll'abituale nudità dei monumenti cristiani, dove sembra che Parte rifuggendo dagli 
sguardi profani abbia voluto raccogliersi nell' interno soltanto del santuario, e là 
riflettere nel suo splendore la luce della fede. Ciò che ci resta delle chiese e degli altri 
edifizi dell'epoca prebizantina, e più ancora le loro rappresentazioni complete tratte 
dalle forme secondarie dell'arte, le pitture, le miniature, gli avori, mostrano come 
all'esterno dell'edificio apparisse solo la struttura a mattoni o a pietra squadrata della 
muratura, con l'unica interruzione di una fascia orizzontale che correva lungo i lati 
e formava davanzale alle finestre. La eccezione nel caso attuale può dunque bene 
giustificare un'ipotesi : che cioè l'intenzione dell'artista sia stata di far vedere al di 
fuori parte della decorazione che egli avrebbe immaginato per l'interno; nel modo 
analogo, per citare un esempio, con cui la lampada della collezione Basìlewski, trovata 
in una tomba in Algeri, riproduce all'esterno la disposizione interna di una basìlica 
a tre navate. 

La tavoletta ora descritta non è del resto una manifestazione isolata dell'arte tra 
il IV e il VI secolo. Analoga rappresentanza e simili forme di mausoleo (non però 
cosi adorne) si trovano in un dìttico del tesoro della cattedrale di Milano, in un 
altro dittico già nel museo Trivulzio pure in Milano, in un avorio riportato dal Gar- 
racci, ed anche (per quanto si può capire dallo schizzo di Francesco d'Olanda all'Escu- 
rial) nel musaico che decorava la cupola del mausoleo di Santa Costanza. Ed è 
interessante vedere come gli stessi elementi si trasmettano per tutto il Medio Evo e si 
ritrovino ad esempio in un avorio carolingio nel museo nazionale di Firenze, in vari 
aTorì bizantini della seconda età d'oro, in un paliotto nella cattedrale di Quedlinburg 
(X secolo) ; nell'avorio carolingio la costruzione ha un po' l'aspetto d'un fortilizio, nei 
bizantini diviene più maestosa la cupola; ma la disposizione della scena ed il tipo 
del sepolcro restano immutati. 

Può avere importanza il porre le rappresentazioni di questo tipo così costante di 
mausoleo in raffronto con ì resti dei monumenti dell'epoca che ad esso tipo si avvi- 
cinano : in particolare con i mausolei e le chiese cimiteriali, in generale con tutti gli 
altri edifici a pianta centrale, a costruzione cioè regolarmente ed euritmicamente 
ordinata intorno ad un unico asse verticale. 

Il mausoleo cristiano viene direttamente a riannodarsi con i mausolei pagani 
dell'epoca romana. Né può recare meraviglia che i Cristiani, i quali dal paganesimo 



252 GUSTAVO GIOVANNONt 



trassero una quantità di forme e di sìmboli, e adottarono nna serie di ordinamenti 
(come i collegia funeraticia e la sorveglianza dei pontefici) e di riti ed onoranze fu- 
nebri (come Tuso d*accendere lampade avanti le tombe, di porvi gli oggetti cari al- 
Testinto, di ornarne con fiorì il sarcofago), abbiano segnito la tradizione classica uella 
struttura e nell'aspetto dei loro grandi monumenti sepolcrali. 

Il tipo dei mausolei romani, da quelli dell'epoca repubblicana di Casal Sotondo 
e di Cecilia Metella sulla via Appia, e della famiglia Plautia sulla Tiburtina, a quello 
della gente Julia a S. Bemy ed alle grandi moli di Augusto e di Adriano, è sempre 
quello di una costruzione a due zone di cui la basamentale per lo più a base qua- 
drata, la superiore rotonda ; zone che corrispondono internamente a due piani dei quali 
l'inferiore accoglieva, nelle nicchie ricavate nel muro di perimetro, i sarcofa^ o i 
colombari, ed il più elevato serviva per le riunioni funebri e talvolta, come in aleuni 
esempi in Pompei, aveva anche un triclinium funebre, — Nei mausolei cristiani sussi- 
stono ancora in generale le due zone ma non sempre i due piani ; prendono magrgior 
importanza le nicchie fino ad apparire in alcuni casi come absidi all'esterno ; e tal- 
volta la parte rotonda superiore è sostenuta all'interno da un ordine di colonne a 
cerchio. Tale è il caso del mausoleo delle figlie di Costantino che fu elevato presso 
Boma verso la metà del IV secolo, ed accolse le salme di Costantina, Costanza ed 
Elena, sposa a Giuliano l'Apostata. Altri importanti mausolei cristiani furono quelli 
dell'imperatrice Elena sulla via Labicana (la odierna Tor Pignattara), i dae edifici 
rotondi presso la basilica di S. Pietro, sepolcri per la stirpe imperiale di Teodosio, 
una tomba di cui rimangono i resti presso Capua; un tardivo esempio, della prima 
metà del VI secolo, è il mausoleo di Teodorico in Bavenna, avente una zona basa- 
mentale esternamente decagona ed una superiore rotonda ma circondata, come nel 
sepolcro della tavoletta d'avorio, da una galleria esterna. — A questo tipo generale si 
uniscono alcune tombe nella Siria centrale, ad esempio in Hàss ed in Buweha, illu- 
strate dal de Yogtié; ma varie altre se ne discostano e talune, come la tomba detta di 
Diogene in Hàss, s'avvicinano piuttosto all'antica tradizione classica del mausoleo 
d'Alicarnasso. Ma la Siria ha costituito sempre una provincia quasi isolata artìstica- 
mente dal centro romano, indipendente nei procedimenti costruttivi, nei materiali adot- 
tati, negli elementi morfologici. 

Connesse con i mausolei per destinazione e per forma furono le chiese cimiteriali 
e le memoriae. 

Alle chiese cimiteriali che accoglievano i fedeli nei riti di preghiere e di sacri- 
fici per i defunti, si possono unire le celle cimiteriali (trichorae) che si trovano al 
disopra dei cimiteri, specialmente quello di Callisto in Boma; alcune delle qnali, come 
S^ Sotere e SS. Sisto e Cecilia, hanno vera importanza come le uniche rappresen- 
tanti rimaste delle costruzioni cristiane non sotterranee dei secoli II e III, che pnre 
dovettero essere numerose e notevolissime. 

Le memoriae, santuari edificati per ricordo ai pellegrini dei luoghi, degli eroi, 
dei fatti più eccelsi della fede, ebbero il loro massimo modello nelle chiese costanti- 
nianee del S. Sepolcro e dell'Ascensione in Gerusalemme, e in quella della Vergine 
nella valle di Josafat; le quali nella prima architettura cristiana furono ciò che la 
Chiesa di S. Pietro è stata nel maturo Binasoimento italiano. E sebbene le distru- 
zioni sofferte nei secoli VII e XI, le ricostruzioni ed i mutamenti snccessivi ne ab- 
biano ora totalmente mutato l'aspetto primitivo; sebbene le relazioni di s. Eosebio 
nella Vita di Costantino, di s" Silvia nel racconto del suo pellegrinaggio e poi del 
vescovo s. Arculfo negli Acta Sanctarum non siano abbastanza evidenti e precise, si 
hanno tuttavia tutti gli elementi per ritenere che si trattasse di chiese rotonde a vari 
peristili concentrici, sul tipo che vediamo in Boma conservato nella chiesa di S. Ste- 
fano Botondo, che fu forse a partire dal V secolo una memoria anch'essa. Se poi per 
questa chiesa l'anno 468, durante il pontificato di Simplicio, segnasse la data della 



EDIFICI CENTRALI CBISTIANI 253 



fondazione, come vuole il Liber pantifiealiSy oppure della trasformazione dell'antico 
Macellum magnum^ non è qui il caso d' indagare. 

I battisteri costituiscono un'altra serie d' importanti edifici che ebbero fin dall' ini- 
zio pianta centrale e che per tutto il medio evo la conservarono : anche di essi con- 
verrà dare un accenno fugace. La costanza di questa forma rotonda o poligonale hanno 
molti voluto attribuire a ragioni simboliche, taluni basandosi su dei versi di s. Am- 
brogiOy altri, come l'Essenwein, ricercando nelle formule liturgiche un richiamo alla 
tomba di Cristo. Ma a queste vaghe induzioni si oppone il fatto che nei battisteri 
delle catacombe, là dove questi elementi simbolici avrebbero dovuto maggiormente 
esplicarsi, nei cimiteri ad esempio di Fonziano, di Priscilla, di Felicita, manca com- 
pletamente ogni accenno ad una forma centrale. Sembra dunque molto più naturale 
ed evidente supporre che i Cristiani, i quali dal mondo romano che li attorniava pre- 
sero il senso pratico ed organico nella conformazione degli edifici, abbiano dato ai 
battisteri che sorsero fino dal principio numerosissimi come instituzioni a loro, il 
caratteristico aspetto regolare che più d'ogni altro si prestava al costume dei battesimi 
collettivi per immersione, ed abbiano tratto tale forma dai laconici e dalle sale delle 
terme il cui ufficio era, materialmente, analogo; nel modo istesso che alle nuove 
chiese di predicazione altri edifici profani servivano di modello: le antiche basiliche 
oppure, secondo la teoria del Dehio e dello Schulze, le abitazioni private. 

Botondl sono i battisteri rappresentati su vari sarcofagi del III e del IV secolo 
del museo Laterano; rotondi quello di Nocera dei Pagani (ora S^ Maria della Bo- 
tonda) che si avvicina moltissimo alla struttura del mausoleo di S" Gostanza, quello 
di S. Paolino in Nola, quello di Tivoli (ora Madonna della Tosse) ; esagonali quelli 
dì Delr Seta e di Lara in Siria ; ottagoni il battistero lateranense, fondato nel periodo 
costantiniano, quelli di Aix e di Eiex fino a quei di Bavenna eretti nel Y o nel VI 
secolo : il battistero di Neon (S. Giovanni in Fonte) eretto forse su di uno spazio degli 
antichi bagni adiacenti alla Ecclesia Ursiana^ ed il battistero degli Ariani sul Bai- 
neum Dragonis^ 

Nò furon questi i soli edifici cristiani a pianta centrale. Le chiese di comunità in 
Antiochia e in Nazian nell'Asia Minore, quella di Marmion eretta da Porfirio e 
descritta dal suo discepolo Marco, furono rotonde, come anche rotonda è l'importan- 
tissima chiesa di S. Giorgio in Salonicco (sec. IV); ottagono le chiese di S. Sergio, 
Bacco e Leonzio in Bosra e di S. Giorgio in Esra appartenenti al principio del VI secolo; 
finche si giunge al grande complesso tipo di S. Vitale in Bavenna (prima metà del 
VI secolo) e della chiesa tanto discussa di S. Lorenzo in Milano: tipo centrale con 
grandi absidi in cui ritorna sviluppato il motivo del cosidetto tempio di Minerva 
medica in Boma. £d infine una serie di costruzioni rotonde appaiono riprodotte nella 
più fulgida opera d'arte del IV secolo, il musaico della chiesa di S" Pudenziana: si 
tratti no di una rappresentazione ideale, come ritiene il Garrucci, o di veri edifici 
romani come sostengono il Bianchini ed il de Bossi, o delle chiese di Gerusalemme 
come vogliono l'Ainalov e il Grisar, essi danno in ogni modo l'aspetto fedele e com- 
pleto dei più importanti edifici centrali cristiani. 

Di tali edifici abbiamo con ciò riassunto brevemente le linee fondamentali, e 
abbiamo seguito il processo di derivazione dalle forme romane, di compenetrazione 
per cosi dire, nell'arte classica. Di questo processo si potrebbe avere come un cam- 
pione mettendo in rafironto la rappresentazione di mausoleo contenuta nella tavoletta 
d'avorio, oggetto primo del presente studio, con una pianta d'un tempio romano ripro- 
dotta nei disegni del Bramantino (Bartolomeo Suardi), alla tav. XXXVIII dell'edizione 
Mongeri': la stessa struttura, la stessa disposizione nell'uno e nell'altro; il medesimo 
concetto architettonico anima il tempio pagano ed il sepolcro di Cristo. 



' Le rovine di Boma al principio del secolo XV L 



254 GUSTAVO GIOVANNONl 



Ma questa ricerca degli elementi morfologici originari può spingersi molto più 
indietro; ed è veramente interessante osservare come nella massa di questi edifici 
cristiani riviva ancora il tipo etrusco: è sempre la tradizione dei tumuli etrnschi di 
Vulci, di Cortona e di Cervetri, delle cuenmelle, delle tombe di Albano e di Castel 
d'Asso, che dopo aver trasformato in circolari i templi greci, dopo aver fissato la sua 
impronta nelle costruzioni romane, viene a dare l'ossatura a questi monumenti archi- 
tettonici dal IV al VI secolo. Ne alle sole masse si arresta il raffronto: se prendiamo 
ancora una volta in esame il mausoleo della tavoletta d'avorio e ne consideriamo gli 
elementi del dettaglio, vedremo anche in questi l'influenza delle forme etnische: la 
parte basamentale ricorda molto il aarcofago della tomba dei Volumni presso Perugia : 
la porta socchiusa si ritrova in innumerevoli urne e sarcofagi a rappresentare la ]K>rta 
d'Avemo; le modanature con la grande gola di coronamento, la mancanza di goccio- 
latoio, l'ornamentazione a grandi foglie e cordoni intrecciati mostrano lo stesso spirito 
che anima le cornici in terracotta dell'arte tusca. Ed andando in altri campi a cer- 
care nuovi esempi, osserveremo che la forma della tomba di Lazzaro riprodotta infi- 
nite volte nelle pitture e nelle sculture cristiane non è che la continuazione ia tutti 
i suoi elementi del tipo delle urne etrusche; che il cippo di Vnlci è riprodotto nel 
motivo architettonico che forma cornice in una quantità di sarcofagi del IV secolo: 
che etrusca è la strigillatura dei sarcofagi meno adorni e cosi via. — Sembra cioè 
che spenta la classica arte ufficiale romana, abbiano cominciato a svilupparsi i ^ermi 
delle antiche forme che erano rimaste latenti sotto di quella, ed abbiano trovato 
una nuova vita nella nuova arte cristiana il cui carattere eminentemente popolare 
la metteva a diretto contatto dei sentimenti e delle tradizioni indigene. 

Ma potremo domandarci: fin dove giunse lo sviluppo di questi germi? quali 
specie di vita, quali organismi maturi ne derivano? E rimarremo . indubbiamente 
senza risposta. Solo indirettamente sarà possibile considerare la questione esaminando 
sotto un altro aspetto l'epoca di transizione a cui quei mausolei, quelle chiese, quei 
battisteri che abbiamo considerato appartengono. Vedemmo donde tali monumenti 
ebbero origine; ricerchiamo a che cosa essi tendono. Ci apparirà allora la loro vera 
importanza per la luce che il loro studio può portare nel periodo forse il pin com- 
plesso ed ineerto della Storia dell'Arte, ed in particolare di quella dell'Architettura: 
nell'epoca di formazione di un'arte nuova, l'arte bizantina. 

Nella prima metà del secolo VI, al tempo dell'imperatore Giustiniano, Vediamo 
infatti sorgere nei vari paesi soggetti all'Impero d'Oriente delle costruzioni grandiose 
come S. Vitale di Ravenna, S. Sergio e Santa Sofia di Costantinopoli che mostrano uno 
stile non solo in possesso di tutti i suoi elementi fondamentali, ma già al vertice del 
suo completo sviluppo; e non sappiamo ancora renderci pienamente ragione delle ori- 
gini di questi vari elementi e delle forze che li hanno riuniti a produrre questa grande 
evoluzione artistica. — Fino a qualche tempo fa, nel periodo in cui regnava nella scienza 
la tendenza orientalista a tutt' oltranza, per la quale l' India doveva essere stato il 
punto di partenza di ogni forma di civiltà, si è voluto trovare in India il germe dell'arte 
bizantina; e l'Unger nelle Topas o Stnpas buddistiche, di cui quella di Sanchi è la 
più importante, vede gli edifici precursori delle chiese bizantine. Più tardi quando gli 
studi del Flandin, del Coste e del Dieulafoy hanno cominciato a far conoscere Varte 
persiana, si è voluto trovare negli avanzi d^i grandi palazzi dei re Sassanidi nn modello 
delle costruzioni orientali cristiane. — Ora ad ambedue queste ipotesi manca tuttavia 
nna base veramente scientifica: i monumenti buddistici indiani appartengono ancora 
ben poco all' archeologia e ne sono incerte l'epoca e la destinazione ; ma basandosi so 
ciò che se ne sa, si può anzi ritenere almeno improbabile (l'osservazione è dello Schnaase 
che delle costruzioni fatte soltanto per l'aspetto esterno, possano aver servito di modello 
ai monumenti cristiani dei primi secoli, creati unicamente per l'interno. E qnanto ai 
palazzi persiani di Firouz-Abad e di Sarvistan, sembra che essi siano sorti o conteni- 



EDIFICI CENTRALI CRISTIANI 265 



poraneamente o dopo il principio del periodo bizantino e che derivino quindi da questo 
piuttosto che esserne la causa. Ricade cosi nel buio la questione delle origini dell'arte 
cristiana dell'Oriente. 

Questa oscurità e questa incertezza mi sembra che possano ora dilegnarsi con- 
siderando nel loro vero significato i vari elementi costitutivi dell'architettura bizan- 
tina. Lo stile bizantino sebbene vissuto sullo stesso suolo dell'antica arte greca, parte 
da un concetto per alcuni rispetti completamente opposto ad essa: non solo non 
esìste più la corrispondenza organica e sincera dell'aspetto esterno colla costruzione, ma 
non v'ha nemmeno quella specie di transazione dei Komani che coll'ordine architetto- 
nico davano l'apparenza di un organismo che spesso non era quello dell'interna struttura. 
Nei monumenti bizantini invece costruzione ed ornamentazione sono due termini asso- 
lutamente indipendenti. Appare quindi naturale che essi possano avere avuto ciascuno 
una propria vita, una propria origine, un proprio sviluppo; appat naturale che pur 
derivando le forme bizantine e gli elementi della loro decorazione da influenze orien- 
tali di cui già i tempi di Adriano e più ancora quei di Diocleziano mostrano una 
infiltrazione, l'ossatura generale dell'edificio bizantino e la sua disposizione intomo ad 
un unico centro provengano dagli antichi monumenti rotondi dei romani. Le costru- 
zioni centrali dei primi secoli cristiani che abbiamo qui brevemente studiato, costi- 
tuiscono appunto lo stadio di passaggio tra le due ere architettoniche. Non solo dun- 
que esse hanno avuto, secondo il Dehio, il provvidenziale compito conservatore di 
trasmettere la pratica della costruzione a volta ad un periodo che aveva le risorse 
per darle nuovo slancio; ma anche per loro mezzo è giunto all'architettura bizan- 
tina il concetto fondamentale delle masse. E se noi ora riuniremo in una unica 
serie questi vari monumenti che abbiamo accennato, ed alle costruzioni italiche, ai tholi 
ed alle cucumelle, ai mausolei romani di Cecilia Metella e dell'imperatore Adriano, 
al Pantheon, al tempio di Minerva medica, alle grandi sale delle terme faremo 
succedere i mausolei ed i battisteri cristiani; ed a questi faremo seguire le varie 
chiese bizantine: le chiese di Tessalonica, S.* Sergio e Bacco, S." Sofia di Costanti- 
nopoli, la chiesa di Lavra nell'Athos, la Theotocos di Costantinopoli, le chiese 
d'Atene, ci apparirà evidente il lento e continuo passaggio tra questi vari organismi ; 
nelle varie soste del suo secolare sviluppo vedremo sfilare tutta l'evoluzione dell'archi- 
tettura dall'arte antica all'arte cristiana primitiva, da questa all'arte bizantina \ 



Ing. Gustavo Giovannoni. 



' Un recente lavoro, importantissimo nella Storia deirarchitettura - G. T. Rivoira, Le m'igini 
dell' architettura lombarda e delle sue principali derivazioni nei paesi d^oltr'Alpe^ voi. I, Roma, 
Loescher, 1901 - (comparso neirintervallo tra la presente comunicazione e la stampa degli Atti), 
viene ora, nella sua prima parte, a dare a queste idee la conferma di un completo studio analitico 
e di un esame diretto e positivo dei monumenti d'Oriente e d^Occidente. Il Rivoira vede in Ra- 
venna, i cui monumenti raccoglie in due stili, il romano ravennate e il bizantino -ravennate, il 
principale centro di questa trasformazione che dagli edifici romani portò alla chiesa giustinianea 
a vòlte. Primo caposaldo la tomba di Galla Placidia (440) ove la volta a vela appare comple- 
tamente sviluppata. Ultimo, dopo però un altro anello importantissimo che TA. ritrova a Salo- 
nicco nella chiesa di S* Sofia, il grande monumento del S. Vitale (526-547}. 



DUE NUOVE VEDUTE DI ROMA DEL SECOLO XV. 



Dopo che il de Rossi ebbe nel 1879 colla sua opera: Piante iconografiche e pro- 
spettiche di Eoma, anteriori al secolo XVI ^i con un solo tratto raccolto nn cospicuo 
numero di vedute di Soma e con buon criterio stabilito la loro claB8Ì6cazione, afHni- 
rono in breve per l'opera del Gnoli, Lanciani, HUlsen, Geffroy, Stevenson, Gregoro- 
vina, Mtìntz, Strygowski, Picker, Federici, Ashby, altre preziose contribnzionì ' per nna 
storia pOBsibilmente completa delle anticbe rappresentanze dell'eterna città. 

Sono lieto di poter aggiungere alla lista già ben lunga di tali rappresentanze dne 
nlteriori nameri. È vero cbe non eccellono né per la fedeltà, colla quale ci riprodn- 
coDO la città nel suo insieme, né per la novità del dettaglio, che contengono; nondi- 
meno ana di esse formerà il tipo migliore d'una delle classi già stabilite, ed anche 
l'altra offre non lieve interesse per la storia della sua classe. 



Fìg. 1. — Dalla iniziale del f. 2 del cod. Vatic. Regia. 1882. 
(S, AgOBtino de cjv. Dei). 

La prima veduta da me rinvenuta è la miniatura d'una bellissima iniziale del 
codice Vaticano Reginense, 1882. Esso è nno di qnei splendidi libri che formavano 
la sqnisita biblioteca del cardinale Francesco Piccolomìni, poi Fio III nel 1503, nepote 

I Roma 1879. 

' V«dine la Data nel Rittettino dèlia Commissione arehtoìogica eomuneie di Roma, XX (1882), 
38-40; cf. XIII (188B), 77, 78. 



258 FRANCESCO BHSLE S. 1. 

di Fio 11. Come qnesta insigne biblioteca, dal cardinale Francesco destinata alla Bna 
magnifica fondazione: la librerìa del Duomo di Siena, invece di prendere il sao posto 
sotto gl'immortali affreBchi del Fiolnricchio, sia passata primo ad arricchire il con- 
vento dei Teatini a 8. SilvcBtro al Quirinale ' e poi a 8. Andrea della Valle, per 
finire nel grande e sicoro porto della Vaticana e precisamente nella sezione delii 
regina Cristina di Svezia, ce l' ha da poco con tutta l'esattezza raccontato il chiaris- 
simo prof. Piccolomini *, erede, come del nome, così deirnmaDÌsmo dei saoi grandi 
antenati. 



Fi^. 2. — L'inJEiaìe del f. 2 del cod. Vatic. Refpn. 1882. 

II nostro codice contiene i libri di s. Agostino della città dì Dio, precisamente come 
quell'altro codice della biblioteca di S. Genoveffa a Parigi, nel qnale il Geffroy ' scopri 
una miniatnra molto simile alla nostra, rappresentante anch'essa la città etema. Inten- 
devano dnnqne ambidae i miniatori di mettere al principio del loro libro avanti agli 
occhi dei loro lettori la terrestre città di Dio. Similmente ambidne ì codici acquistano 

' Sui primi due fo^Ii del codice nostro ai vede tre volte impresao il timbro della « BiblioL 
S. Silveet. ». 

• De codióbus Pii li et Pii III deqtte bibliolkeca ecclaiae caMedralis Senensit nel BoBtUìm 
Senese di Storia Patria, an. VI (1899), fase 3, dove si trovano indicati gli aalorì, i qnalj inte- 
riormente avevano trattato qaesta materia. 

^ Une vue inédiie de Home ett 1459 ìa Méìattges O.-S.de Jtossi. Supplément awx Mtlnnga 
d'Archeologie, et d'Hitloire pubi, par VÉcole franfaùe de Some, XII (1892), pp. 861-381. 



DUE NUOVE VEDUTE DI ROMA DEL SEGOLO XV 259 



speciale pregio dal fatto, che indicano il nome del loro antore e l'anno preciso, nel 
quale vennero dipinti ^ 

1 453 fogli di bellissima pergamena nel codice nostro sono di 435 X 285 millimetri. 
Il primo contiene l'indice del primo libro, il secondo ci presenta dentro nna ricca 
cornice il principio del capitolo del Liher Retraciationum, che riguarda l'opera nostra. 
Nella parte inferiore della cornice si vedono in nno scodo le cinque mezzelune dei 
Piccolomini, sormontate da un cappello cardinalizio coi suoi fiocchi. Alla sinistra di 
questo stemma v'è nascosta in una delle solite banderuole, tenuta da un putto, in 
minutissimi caratteri la seguente iscrizione: 

. OPVS . I . lACOBI . DEFABRIANO • 



Il terzo foglio, sul quale comincia la prefazione congiunta col capitolo primo del 
primo libro, è anch'esso ornato d'una bella cornice con una grande iniziale rappre- 
sentante s. Agostino; mentre nella parte inferiore è ripetutolo stemma del cardinale 
Francesco colla leggenda: 

+ FRANCISCVS . CARDINALIS • SENENSIS 

Nel resto del codice la prima pagina d'ogni libro è ornata d'una grande iniziale. 
In quella del libro quinto al f. 68 v. si trova la stessa leggenda come al f. 2. Molto 
più interessanti sono due altre iscrizioni che si leggono nei quattro lati delle cornici 
delle due iniziali di questi due libri. 

Nella prima, nel f. 170 v. leggiamo: 

+ HOC . OPVS . FECIT • FIERI • | DOMINVS • GILI • FORTIS • DE | • BONCONTIBVS • 
DEPISIS . I . DECRETORVM • DOCTOR • 



Nella lettera A dell'iniziale al f. 189 è scritto: 

. ISTE . LIBER • EST • DOMINI • I GILI • FORTIS • DE • BONCONTIBUS 



Al f. 206 si legge nella miniatura: 

+ OPVS . lACOBI . DE . FA I BRIANO • MINIATORIS | QVOD • FACTVM • FVIT • | 
FABRIANI . A . D . M . CCC • LVI • 

Giacomo da Fabriano, benché il suo nome non comparisca nel noto dizionario 
dei miniaturisti di Bradley ', c'è già ben conosciuto per il Marini ed il Mtlntz. Lo 
troviamo nel 1460 nella lista dei famigliari di Pio II (1458-64) ^, ammessi al primo 
tinello come lacobus de Fabriano, super horologium; e nei libri della Tesoreria segreta 
degli anni 1461-63 * sono registrati diversi pagamenti fatti a mastro Zacomo de Fa- 
briano, mastro dell'oriolo e miniatore ^. Egli era dunque l'orologiaro del palazzo ed 

^ Il manoscritto parigino é miniato da « Nicolaus Polani », il quale compi il suo lavoro il 
1** ottobre 1459; v. Geffroy, l e, p. 364. 

' Dictionary of miniaturists. London 1887, 2 voli. 
^ [Marini], Degli archiatri pontifici, II, 154. 

* MUntz-Fabre, La biblioihèque du Vatican au XV' siècìe, p. 123. 

* Archivio di Stato, Tesoreria Secreta, 1460-62, ff. 73, 80, 93 v., 95 v, 99 v. ; 1462-64, f. 69 v 
presso MUntz-Fabre, 1. e. 



260 FBANCESGO EHRLE S. I. 



addetto al servizio dei libri della biblioteca pontificia e della cappella del palazzo 
come miniatore. 

Dalle iscrizioni del nostro manoscritto impariamo, che mastro Giacomo Io miniò 
nell'anno 1456 a Fabriano, probabilmente prima che venisse a Boma, ciò che segni 
per certo non più tardi del 1458. Per lavori artistici di questo genere la sna patria, 
la quale col vicino Gobbio, fin dal tempo delPOderìsio, che Dante immortalò nel sno 
Purgatorio, fu sede d'una scuola di artisti, potè prestargli grandi aiuti. 

Lo splendido volume è stato eseguito per ordine d'un ricco prelato, dottore in dritto 
canonico, Guglielmo Fortis dei Bonconti da Pisa, sul quale non ho potuto rintracciare 
ulteriori notizie. 

Come lo mostrano le miniature del nostro manoscritto, mastro Giacomo era sin- 
golarmente valente nella parte tecnica del suo lavoro di miniatore, e questa valentia 
egli mostrò più che in qualunque altra parte nella tecnica di mettere l'oro e di lavo- 
rare le parti dorate, ornandole, per cosi dire, col cesello con punti e graziosi disegni. 
Nella parte pittorica sono tanto graziosi ed eleganti gli ornamenti, quanto sono rozze 
e selvagge le figure, benché anche in esse il disegno sia finissimo. Egli ama di popo- 
lare gli arabeschi e fogliami delle sue iniziali con quelle figure bizzarre, ch'egli \edeva 
al tempo sno nelle sculture medioevali delle chiese e di altri edifizi monumentali. 
Un'altra usanza caratteristica sua formano le cornici di semplice e modesto colore, 
colle quali egli finisce, intona e rialza il brillante colorito delle sue iniziali; in maniera 
simile a quella, che l'autore dello stupendo pontificale del cardinale Ottoboni ha nsato 
con tanto vantaggio. 

Passiamo già alla parte principale, cioè alla città di Dio terrestre del Nuovo Testa- 
mento, rappresentata nell'iniziale del f. 2. 

Come nella miniatura parigina del Polani, colpiscono anche nella nostra, prima di 
tutto l'occhio nostro le montagne fantastiche, colle quali il miniatore ha circondato 
l'eterna città. È vero che le sue sono meno alte e scoscese, che quelle del Polani, ma 
ancor sempre troppo alte e cosi disposte, che non vi sia ombra di verità. Però mentre 
il Polani le ha messe senz' alcuna apparente utilità, il nostro miniatore si è servito 
di loro, per collocarvi sopra e mettere in vista alcuni edifizi, i quali altrimenti sareb- 
bero rimasti nascosti. 

Il punto, dal quale il miniatore presenta la città, è Io stesso che prescelse nel 
1433 Leonardo da Besozzo nel codice Morbiano, il Polani nel codice Parigino del 1459, 
Taddeo di Bartoli nella pittura della cappella interna del Palazzo Comunale di Siena 
del 1413 1414, ed il miniatore del Livre d'heures del Duca di Berry a Chantilly 
del 1415 incirca, e la veduta di Fazio degli liberti del 1447. È un punto ideale a volo 
d'uccello al nord-ovest della città, fuori di Porta del Popolo, fra il Tevere e la Villa 
Papa Giulio. 

Passiamo già all'esame del dettaglio della città. Converrà farlo colle altre cinque 
vedute indicate sopra alla mano, per procedere col continuo confronto nel determi- 
nare i singoli edifizi, dei quali gli uni in una, gli altri in un'altra delle vedute sono 
meglio rappresentati. 

Nella parte destra anteriore attira il Castel S. Angelo i nostri sguardi. Sopra un 
basamento quadrato la mole Adriana si alza con tre piani. Mostra dunque la figura 
anteriore a quella, che le diede Alessandro VI. Nella sommità del terzo piano si 
distingue benissimo Vagnolo nuovo messovi da Nicolò V nel 1458 ' o la statua più 
antica sostituita da quello. L'angelo ornato con grandi ali tiene un gladio nella destra 
avanti a sé dritto colla punta verso il cielo, in una maniera simile a quella della 
miniatura Parigina del Polani (1459). 



^ V. Muntz, Les arts à la cowr des Pa^^ 1, 15, 153. 



DUE NUOVE VEDUTE DI'EOMA DEL SECOLO XV 261 



Segue alla destra la piramide, detta meta Bomuliy la quale fino al tempo di 
Alessandro VI, cioè fino all'anuo 1499, stava vicina alla facciata della Traspontina e 
dovette allora cedere il suo posto alla via Alessandrina, cioè al Borgo Nuovo. — Alla 
estremità destra si vede il campanile colla facciata della Basilica Vaticana. 

Alla sinistra del Castel S. Angelo si distingue benissimo il Ponte S. Angelo, ma 
senza le alte colonne, colle quali è stato ornato dal Taddeo neiraffresco di Siena e 
dal miniatore del Duca di Berry. 

Sopra il ponte spicca in modo singolarissimo la scala, che conduce a S. Maria in 
Aracoeli, costruita poco dopo il 1348 ^ Alla destra di questa chiesa, la quale tiene 
un posto oltremodo privilegiato in mezzo a tanti altri monumenti di molto maggior 
fama ed interesse, è designato con molta verità ed esattezza il palazzo senatoriale del 
Campidoglio, nella sua forma anteriore a quella del Buonarroti, cioè nella forma, nella 
quale era stato ristaurato da Bonifazio IX (1389-1404). 11 palazzo è fiancheggiato da 
torri di eguale altezza, mentre nella bolla di Lodovico il Bavaro (e. 1328), nella mi- 
niatura del Duca di Berry (e. 1415) e nell'affresco di Siena (e. 1414) la torre alla 
sinistra, di chi guarda la facciata presente, è più alta ^ Del tutto singolare e cosa 
individuale alla miniatura nostra è la torre alta in mezzo della facciata. Questa torre 
gigantesca sorge dietro la facciata, presso a poco, come la torre mezzana ai giorni 
nostri. Come essa è di color rosso, mentre tutto il palazzo colle torri laterali è di tinta 
grigia, stavo per dubitare, se essa non era piuttosto da attribuirsi ad una delle tante 
cbiese vicine al foro Bomano; ma mi accorsi, che anche in alcune delle altre vedute 
delle torri comparivano dietro e sopra la facciata del palazzo senatoriale; cosi nella 
pittura di Leonardo da Besozzo, nella miniatura del Duca di Berry. Inoltre notai, che 
mentre tutt'i campanili delle chiese terminano nella nostra miniatura in una punta, 
la torre in questione Unisce in un piano, come le altre torri di difesa della miniatura 
nostra, della quale quest'altissima torre capitolina costituisce senza dubbio una sin- 
golarità. 

Alla destra del Campidoglio stanno due colonne, le quali si potrebbero riferire al 
Foro Bomano, rappresentato in questa maniera nei secoli seguenti; ma guardando 
meglio si veggono congiunte alla loro sommità con una trave, alla quale sono appesi 
parecchi capestri. Ciò appurato, bastava un'occhiata sulln miniatura del Duca di Berry 
e sull'affresco di Siena per riconoscere in queste colonne un grandioso patibolo, collo- 
cato sulla fatale Kupe Tarpea \ 

Al di sopra del Campidoglio abbiamo la Porta di S. Paolo colla Piramide di Cestio 
alla sua destra, e fuori delle mura la grandiosa basilica del suddetto Apostolo. 

Degli altri minori edifici compresi fra l'Araceli ed il Campidoglio da una parte 
ed il Castel S. Angelo e S. Pietro dall'altra, noto soltanto i due ponti : il ponte Fabrizio, 
che conduce dalla città all'Isola Tiberina, ed il ponte più in basso di S. Maria; mentre 
il ponte Cestio, fra l'Isola ed il Trastevere rimane nascosto. La chiesa vicina al Tevere 
e non lontana dal ponte S. Maria potrebb'essere S. Maria in Cosmedin. 

Passiamo già alla parte sinistra della nostra miniatura. In essa il pittore ha tolto 
alla città le sue mura, senza fallo, per guadagnare spazio per il dettaglio della sua 
veduta ; e fa collo stesso arbitrio correre il Tevere intorno al nord ed al nord-est della 
città, tale quale come lo fa la miniatura del Duca di Berry e meno distintamente 
l'affresco di Siena ed il codice Morbiano di Leonardo. Il perchè di quest'ultimo arbi- 

^ Casimiro, Memorie storiche della Chiesa e del Convento di 8. Maria in Araceli, Boma, 1736, 

p. 26. 

* Vedi sopra queste torri capitoline Stevenson, nel BuUettino della Commissione archeologica 
comunale, IX (1881), 91 sg. 

3 V. R. Lanciani, Lo emonie Tarpeo> nel secolo XFI nel BuUettino della Commissione archeo^ 

logica comunale, XXIX (1901), 245-252. 



262 FRANCESCO EHRLB S. I. 



trio ce lo rivelano la miniatara del suddetto Duca e l'affresco di Siena. In esse il 
Tevere viene condotto cosi vicino alla città, per far entrare nella veduta il ponte Mìlvio 
(Molle) ed il ponte Salare. Al nostro mastro Giacomo, il quale aveva tolto le mora 
della città e fatto bagnare dal Tevere le soglie degli edifizi della città, mancava qua- 
lunque anche minima striscia di terra fra la città ed il fiume per apporvi i dae ponti. 

La grande cupola, che attira gli sguardi nella parte sinistra anteriore, la crederei 
piuttosto il Panteon che il Mausoleo d'Augusto. È molto più probabile, che T artista 
negasse un posto a questo che a quello, benché il posto, dove sorge, sia piuttosto 
quello del Mausoleo. 

Le due colonne, che si alzano maestose alla sinistra del Pantheon, sono senza 
dubbio la colonna Traiana, quella cioè più verso il centro della miniatura, e la colonna 
di Marco Aurelio più alla sinistra. — Accanto a quest' ultima si vede una basilica di 
grandi dimensioni, con un portico avanti alla facciata ed un alto campanile. È senza 
dubbio la basilica dei SS. Apostoli. 

Accanto alla colonna Traiana alzano fiere le loro teste due torri medioevali, alla 
destra quella delle Milizie ed a sinistra quella dei Conti. 

Il centro della miniatura occupa il Colosseo con quattro giri di archi. Le dne 
grandi arcate avanti al Colosseo appartengono senza dubbio alla basilica di Costan- 
tino. — La grandiosa chiesa, che sorge dietro il suddetto anfiteatro, potrebb'essere il Late- 
rano, il quale in nessun modo poteva mancare in una veduta di questo genere. Questa 
supposizione potrebbe sembrare tanto più probabile, che la chiesa suddetta sta al di là 
degli acquedotti, cioè dietro quel ramo, che si sporge verso il Colosseo. Questa circo- 
stanza sembra che non ci lasci pensare a S. Maria Maggiore. — Più in alto verso la 
sinistra segue vicinissimo alla torre, che io credo del Laterano, un altro campanile, 
il quale non saprei determinare. Ancora più in alto e più verso la sinistra vediamo 
S. Croce in Qerasalemme ed una torre senza punta e dunque piuttosto di difesa, la 
quale potrebbe appartenere al cosi detto parvum colosseutn. 

Tanto sul dettaglio topografico delia nostra veduta. Finisco assegnandole piti esat- 
tamente il posto, che le spetta fra le altre vedute di quel tempo venute alla luce 
fino ad oggi. 

La più vicina alla nostra è, come già dissi, quella del Polani nel codice Parigino 
di S. Genoveffa (1459), la quale anch'essa forma il centro d'una iniziale nello stesso 
libro di s. Agostino de civitate Bei e non è posteriore che di tre anni. La suddetta 
miniatura Parigina è superiore alla nostra per finezza ed eleganza del disegno, ma 
molto inferiore nella ricchezza del dettaglio topografico e nell'esattezza della colloca- 
zione d'esso. 

Dall'altra parte nella maniera di presentare la città, la nostra veduta si avvicina 
in modo singolare alla Morbiana di Leonardo da Besozzo (dei primi decenni del 
secolo XY). In ambedue l'orientazione è identica; in ambedue sono tolte in modo carat- 
teristico alla città le sue mura nella parte anteriore ed in ambedue la posizione e la 
figura di un buon numero di dettagli più rilevanti sono le stesse. 

Per l'interpretazione poi dei singoli edifizi della veduta nostra sarà con utilità 
in modo particolare confrontato il gruppo ben distinto, formato dall'affresco senese di 
Taddeo di Bartolo (14U) e dalla miniatura del Duca di Berrj a Chantilly (verso il 1414). 
In seconda linea vi possono anche contribuire la veduta d'Alessandro Strozzi ^ (nel 
codice Bediano 77 dell'anno 1474) della Laurenziana, e le due vedute dei due codici 
del Tolomeo * (urbinate 277 dell'anno 1472 ^ e Parigino 4802, dopo l'anno 1475 *). 

* V. de Rossi, l, e, tav. IV. 

* De Rossi, l. e, tav. II, 1, HI. 
3 Tav, ni. 

* Tav. II, 1. 



DUE NtJOYE VEDUTE DI ROMA DEL SECOLO XV 283 



Lo debbo alla cortesìa dell'insigne conoscitore delle miniature Vaticane, il Profes- 
sore Melampo, di poter qui alla fine ancor indicare un'iniziale contenente una veduta 
del Castel S. Angelo nel cod. Yatic. Urbin. 261 \ ornato anch'esso di splendide iniziseli 
e cornici dal nostro miniatore. In questo codice vennero raccolte per ordine d'un domi- 
nus Franciscus de Burgo o domintis Franciscus Burgensis * — secondo il revmo Mon- 
signor Stomaiolo, il più competente illustratore dei codici Urbinati, si tratterebbe di 
Francesco di Borgo San Sepolcro — le opere d'Archimede in una versione latina. 

Benché il nostro Fabrìanese abbia in questo volume taciuto il suo nome, nondi- 
meno egli sì tradisce manifestamente pel disegno ed il colorito dei putti e per la 
maniera sua cosi tipica di lavorare i fondi d'oro. 

Oià per venire al panto, che c'interessa più particolarmente, nella lettera A del 
f. 31 ha egli rappresentato la mole Adriana coi suoi tre piani sulla loro base qua- 
drata e ciò in forma molto più vicina al vero, che nella veduta del cod. Vaticano 
Begìn. 1882. Se vi potrebbe ancora rimanere alcun dubbio intomo alla nostra inter- 
pretazione, lo esclude affatto l'angelo in cima al terzo piano. Egli tiene il suo gladio 
esattamente nella stessa maniera come nella veduta sopra descritta. Nel paesaggio 
del fondo dell' iniziale non mi pare che si possa scoprire altr' allusione alla Eterna 
Città, se non forse i sette colli, benché neanche questi siano molto distinti. 

Un terzo codice del nostro miniatore ci è stato indicato dal Dott. Vattasso nel suo 
egregio catalogo dei codici Vaticani latini ^ Nel cod. Vatic. lat. 493 leggiamo al fol. 1 
in una banderuola dell'ornato al margine inferiore : OPVS • lACOBI • DE • FABRIANO. 

Passiamo già all'altra veduta. 

Essa è contenuta in una delle tante copie della traduzione francese di Tito Livio, 
eseguita da Pietro Bersuire^ (Petrus Berchorius) per comando dell'infelice re Gio- 
vanni I di Francia (1350-64). Questa copia, composta di tre grandi volumi, porta al 
presente nella biblioteca della regina Cristina di Svezia, unita alla Vaticana, i numeri 
319, 320, 321. Ne diede an breve cenno E. Langlois ^ indicando anche in nota la veduta 
di Roma, della quale ci occuperemo. 

Il cod. 319 presenta al f. 1"" una grande miniatura, la quale occupa tutta la 
pagina. V'è dipinto nella parte superiore il re Giovanni assiso sul suo trono e circon- 
dato da nove persone: consiglieri della sua corte. La parte inferiore della pagina ci 
mostra Pietro al suo scrittoio in atto di stendere la sua traduzione. L'espressione della 
faccia del traduttore è molto caratteristica ed individuale in modo, che si potrebbe 
credere un vero ritratto, se un esame più attento non mostrasse che la stessa fiso- 
nomia ricorre in tutte le altre persone ivi rappresentate, di maniera, che sembrano 
tutte membri di una sola famiglia. 

Nei due angoli superiori della miniatura è stato ripetuto uno stemma. Presenta 
sei bande d'argento orizzontali in un campo azzurro, con una settima banda argentea, che 



' V. la descrizione eaatta del codice in C. Stomaiolo, Catahgus codd. Urbin. lat.^ Romae 1902, 
p. 245. 

* Leggiamo al f. 130 v. l'ultimo del suddetto codice: Finis librorum Arehimedis, quos 
transcribi iussit dominus FrancisctM Btirgensis. Nell'iniziale grande del f. 115 v. v'é scritto: 
D . FRANCHISCVS • DE • BOVRGO • 

» Vattasso M. - Franchi de Cavalieri P., Codiees Vaticani latini (codd. 1-678), Romae, 1902, 
p. 373. 

^ Vedi su di lui e le sue opere L. Pannier, nella Biblioihèque de VÉcole de» Chartes, XXXIII 
(1872), 324 ss. 

^ Notices des manuscrits Frangais et Provengaux de Bome antéieurs au XVP aiecle in Noti- 
ces et Extraits dea manuscriU de la Biblioihèque Nationale et autres biblioihèques, XXXI (1889), 
2« partie, p. 29, note 2: Xa deiixième miniature représente Bome avec ses monument», teh qu'iU 
étaient encore au XV* siede. 



FitlNCBSCO BHKLB S. I. 



Fig. 3. — Miniatura del f. 3 del cod. Vadc. Regin. 319. 
(Traduzione fraaceae di Tito Livio). 

traTersa lo scndo intero colle aei bande dall'angolo sinistro superiore al destro in- 
feriore '. 

La vednta di Roma occupa tntta la pagina anteriore del f. 2 *. Anche questa minìa- 
tnra contiene, come la prima, due scene fra loro connesse. La parte superiore presenta 
il panorama della Città Eterna, del quale parleremo qni appresso. Nella parte infe- 

' Gli stessi elementi araldici sono ripetuti al f. 11, dove nna terza miniatura di grandi pro- 
porzioni presenta lo stesso re a cavallo accompagnato da due servitori, 
' Le sue dimensioni Bono 320X2^ ■■i''!- 



DUE NUOVE VEDUTE DI ROMA DEL SECOLO XV 265 



riore ai veggono scene guerresche: squadroni di cavalieri, che sfilano verso la città, e 
grappi di prigionieri non combattenti, né armati, ma, giudicando dal loro vestiario, 
piuttosto degli artisti o operai, messi a morte dai vincitori. Potrebbero dunque tenersi 
per scene dei massacri, che avvennero nelle lotte fra i patrizi ed i plebei. 

Fissando già la nostra attenzione sulla veduta di Roma, al primo colpo d'occhio 
ci si manifesta la sua parentela col gruppo di simili vedute, formato dalla grande 
tela di Mantova \ dalle incisioni del Bergomense * (Filippo Foresti), dei cosmografi 
Schedel e MUnster^, e dalla pittura del Museo Staedeliano di Francoforte^ ; però più che 
alle altre vedute di questo gruppo sta vicina al quadro Staedeliano, principalmente nella 
sua disposizione generale. 

In ambedue abbiamo la stessa partizione del quadro in due parti ; in ambedue 
vediamo nella parte superiore la città eterna e nella parte inferiore una scena della 
storia romana,- nella pittura Staedeliana il fatto di Muzio Seevola. 

Ma mentre la suddetta pittura comprende tutta la città dalle Porte di S. Gio- 
vanni e S. Paolo fin al Pantheon, la nostra miniatura mostra soltanto la parte fra il 
Colosseo ed il Castel S. Angelo. Ambedue le vedute raccorciano moltissimo le distanze 
fra i diversi monumenti di maggior importanza, rappresentandovi soltanto una scelta 
degli edifizi e mine, che V empiono, e queiraccorciamento e quest'eclettismo è molto 
maggiore nella miniatura nostra, che nel quadro di Francoforte. Manca, come abbiamo 
detto, alla nostra miniatura tutta la metà orientale del quadro Staedeliano del Colos- 
seo fin alle porte ; invece essa contiene il tratto fra il Pantheon ed il Castel S. An- 
gelo, che manca al quadro. 

La stessa somiglianza, che si manifesta fra le due vedute nella generale dispo- 
sizione, esiste anche nel modo di presentare i singoli edifizi. È però da notarsi, che 
in qnesta parte il quadro Staedeliano è molto più esatto, essendo nella nostra minia- 
tura le figure del quadro trasformate con molta libertà e fantasia. Del resto, tanto 
nel modo di raccorciare la veduta completa sopprimendo zone intere, quanto nel rag- 
gruppare e disegnare gli edifizi prescelti, la nostra miniatura sta singolarmente vicina 
all'incisione Schedeliana, di maniera ch'essa più che qualunque altra veduta può 
aiutarci nelP interpretazione dei dettagli della nostra miniatura. Ci limiteremo però 
ad enumerare soltanto i più rilevanti edifizi, nell' interpretazione dei quali non può 
essere tanto dubbio. 

Alla sinistra la mole gigantesca del Colosseo forma un punto ben fisso. Esso si 
mostra colle sue quattro arcate, però non intero come nel quadro Staedeliano, ma come 
grandiosa ruina, quale anche lo presentano le due incisioni del Bergomense e dello 
Schedel ed il panorama di Mantova. È importante notare, che nella nostra miniatura 
si vede esattamente la stessa frazione del Colosseo come nelle suddette due incisioni. 
Inoltre è anche comune a tutt'e tre queste vedute la gigantesca ruina, che segue 
alla destra in alto il Colosseo, la quale ha avanti a se una chiesa. Si tratta senza 
dubbio del Palaszo Maggiore (Palatino) della tela Mantovana e di S. Anastasia se- 
condo le iscrizioni appostevi. Il Palazzo Maggiore copre nella nostra miniatura l' in- 
gresso ad un ponte, il quale nella tela di Mantova porta il nome S. Maria e lo è 
veramente anche nella incisione del Bergomense, mentre nella nostra veduta ed in 



> V. de Rossi, l. e, tav. VI-XII. 

* V. D. Gnoli, Di alcune piante topografiche di Homa ignote o poóo note nel Bultettino Co^ 
munaìe (1885;, tav. XI. 

3 V. l. e, tav. Xl-Xn. 

* V. C. Huelsen, Di una nuofva pianta prospettica di Bontà del secolo XV nel Bullettino Co'- 
munale, XX (1892), 38-47. 



266 FRANCESCO EHBLE S. I. 



quella dello Schedel è in realtà il Ponte Sisto, essendo in ambedae queste vedute ta- 
gliata faori tutta la zona fra il Palatino e la Rotonda. Questa zona completamente 
soppressa si trova invece nel panorama di Mantova e nel Bergomense. Che il ponte 
in questione sia veramente dallo Schedel e dal miniatore nostro inteso per il Ponte Sisto, 
lo prova il muro, che verso lui scende dall'alto del Gianicolo, e tutta la configurazione 
del rione trasteverino. È anche da notarsi, che nella miniatura nostra e nello Schedel 
il Palazzo Maggiore tiene il posto del Teatro di Marcello (Palazzo Savelli-Orsini), 
com'è manifesto dal Bergomense e dalla tela Mantovana. 

Anche nel disegno di 8. Maria Botunda segue il nostro miniatore esattamente 
lo Schedel o un originale copiato da tutti e due; come anche ambidue mostrano an- 
nesso al fianco sinistro della Rotonda un edifizio con due arcate, il quale potrebbe 
sembrare il Templum Pacis della tela Mantovana ed apparterrebbe in questa sapposi- 
zione alla parte sinistra prima del taglio; se non si deve piuttosto identificare con 
un edifizio molto simile, che nel quadro di Francoforte si trova al posto identico. Anche 
per l'interpretazione degli edifizi e delle torri, che si veggono nella nostra miniature 
intorno al Pantheon, la veduta Schedeliana si presta meglio di qualunque altra. 

Alla destra chiude la Mole Adriana la nostra veduta. Essa è fantasticamente 
abbellita nei suoi fianchi con sculture ed è mancante dell'angelo. 

Il ponte avanti al Castello finisce alla sponda sinistra in quelle due edicole o 
cappelle erette nel 1451 ^ distrutte nel 1527 e sostituite nel 1534 dalle statue dei due 
prìncipi degli Apostoli. 

Alla sinistra del Castel S. Angelo in alto, tanto le due incisioni suddette, quanto 
la tela di Mantova, presentano la città Leonina in tutta la sua estensione, benché per 
farlo abbiano dovuto spostarla non poco verso la sinistra. La nostra miniatura la omette 
completamente. Alcune poche case insignificanti tengono alla sponda destra del Te- 
vere il posto, che dovrebbe occupare la bella facciata dell'ospedale di S. Spinto. Questa 
omissione della città Leonina è la nota più caratteristica della nostra veduta, la 
quale la separa anche dall'incisione Schedeliana e dalle altre vedute più vicine ad 
essa, derivate con essa da un comune prototipo. 

Possiamo dunque fissare il posto della nostra veduta nello sviluppo e nella pro- 
pagazione delle rappresentanze grafiche dell'eterna città dicendo, che, nella disposizione 
generale, il nostro miniatore s'è attenuto in modo singolare al tipo rappresentato fin 
adesso unicamente dal quadro Staedeliano, ma che nel lavorare il dettaglio egli ha 
seguito il tipo conosciuto da noi per le due incisioni del Bergomense e dello Schedel, 
il quale più tardi trovò il suo rappresentante più cospicuo nella tela Mantovana; 
e che finalmente più che a qualunque altro egli si avvicina alla veduta dello Sche- 
del, colla quale ha anche comune l'omissione della zona fra il Colosseo ed il Pan- 
theon 

Con questa parentela è anche in gran parte già fissata l'epoca, nella quale è stata 
lavorata la nostra veduta. Del resto la scrittura stessa del manoscritto, che la con- 
tiene, ci porta alia seconda metà del secolo XV ^ Il Ponte Sisto ci costringe a far 
scendere la miniatura, che lo mostra, sotto l'anno 1475. Dall'altra parte l'esistenza 
delle due edicole non ci permette di pensare ad un'epoca più moderna dell'anno 1527, 



^ Vedi Mtintz, Les arts à la cour des Papes, I, 151-153. 

' Essa é molto simile alla scrittura, ch^esibisce L. Delisle, Cabinet des Manuscrits de la 
Bibìiothèque Nationale, Plancbe L, n. 7, della quale egli dice ì, e, III, 317 : Exemple de la grosse 
écriture, qWemployaient d'ardinaire les copistes flamands de la seconde moitie' du XV siede, aux- 
quéls soni du heaucoup des vólumes de la bibìiothèque des demiers ducs de Bourffogne et de cdle 
de Louis de Bruges, 



BUE NUOVE VEDUTE DI ROMA DEL SECOLO XV 267 



Tanno della loro distrazione. La veduta più vicina alla nostra, qnella dello Schede!, 
è dell'anno 1493; qaella del Bergomense, anch'essa vicina, dell'anno 1490. Con ciò 
credo d'aver indicato tntt'ì punti fissi, coU'aiato dei quali si può determinare l'epoca, 
nella quale venne scritto e miniato il nostro codice, cioè gli ultimi decenni del se- 
colo XV. 

In fine prova la miniatura nostra, che il tipo delle vedute di Boma conosciuto a 
Venezia (Bergomense 1490) e nella patria, certamente italiana, del quadro Staedeliano 
di Francoforte ed a Norimberga (Schedel 1493) non era sconosciuto nei paesi della 
lingua francese. 



Fkancesco Ehrle S. L 



I MUSAICI DEL BATTISTERO DI S. GIOVANNI IN FONTE 

NEL DUOMO DI NAPOLI 



Imprendo a parlare di cotesti musaici anche a nome del conte A. Filangieri di 
Candida, il quale si era iscritto prima di me. Pare la sua signorile gentilezza e la 
mia anzianità fanno a me l'obbligo di richiamare l'attenzione del congresso sopra 
questo insigne monumento della cristianità e dell'arte in Napoli. L'argomento a dir 
vero non è nuovo, e molti ne hanno discorso tanto in antico quanto in questi ultimi 
tempi ^ Ma il vecchio monumento si è quasi ringiovanito per opera dell'officio regio- 
nale delle antichità, il quale ne ha compiuto un felice restauro *. Ed a misura che pro- 
cedeva il lavoro cresceva la meraviglia degli artisti e degli studiosi. Poiché i vecchi 
musaici corrosi, scrostati, impolverati, erano male ridotti da indurre anche valenti 
archeologi ed artisti ad ingannarsi sull'età di essi, avendoli alcuni attribuiti al secolo Y, 
ed altri invece ad artisti del secolo XIII. 

Ma dopo il compiuto restauro non si dubita dagli archeologi ed intendenti di 
arte di farli risalire fino al secolo lY, si da potersi paragonare colle più belle figure 
del mausoleo detto di S^ Costanza e col, musaico di S^ Pudenziana in fioma. 

Questa età ci viene però indicata oltre che dalle comparazioni artistiche anche 
in qualche guisa dalla storia del battistero di S. Giovanni in Fonte. Difatti prima 
dell'odierno Duomo angioino la Chiesa di Napoli, come è risaputo, ebbe la sua catte- 
drale più antica, detta Stefania, perchè fondata nel secolo Y da Stefano I vescovo di 
Napoli. Eppure fino al Y secolo la cristianità di Napoli non potè mancare della sua 
chiesa madre o cattedrale. Sappiamo da Eusebio ^ che Costantino dopo la disfatta di 
Massenzio usò molte liberalità verso le chiese ed alcune anche innalzò dalle fonda- 
menta. Il libro pontificale poi nomina queste basiliche e tra esse pone quella fatta 
innalzare in Napoli ^: Eodem tempore fecit Constantinus Aug. hasilicam in civHatem 
Neafoli, cui ohtulit hoc etc. Forse da questa fonte attinsero la notizia il Chronicon episco- 
jporum neapoUtanorum, che va sotto il nome di Giovanni Diacono ^ ed il Catalogo bian- 
chiniano *, senza parlare del Chronicon di S. Yincenzo al Yolturno '' e della Cronica di 



^ Manca ancora una pubblicazione con pianta e disegni; i lavori iinora usciti su questo 
monumento, compreso il presente, non escono dalla cerchia di un annunzio erudito. 

* Il lavoro é stato eseguito da due valorosi musaicisti romani, Cherubini e Valenzi. Essi 
hanno rafforzato con cemento tutti i tasselli prossimi a distaccarsi, sostituito con cemento il posto 
dei tasselli caduti ed hanno raschiato quelle croste di pittura ad olio, che eseguite nel secolo XIII 
nel posto dei tasselli mancanti, alteravano il carattere di quei musaici. 

' Heikel, EOvs^ìou et; w ^iov K&i^oTavTi^ou paatXto.);, Euseblus Werke, Leipzig, 1902, 1, p. 27, 
cap. 42. 

* Duohesne, Lib. potit, 1, p. 186. 

^ Capasse, Monumenta ad Neapólitani ducatus historiam pei'tinentia, Neapoli, 1881, 1, p. 165. 

^ Capasse, I. ciL, p. 223, n. XL 

^ Muratori, Berum itah scriptores, I, parte 2*, p. 331. 



270 COSIMO STORNAJOLO 



S" Maria del principio ^ Che poi veramente la cosa stesse cosi assai evidente conferma 
ne porgono le memorie, riferite dallo stesso Chronicon episcoparum neapolitanorum, 
snirintruso vescovo di Napoli Zosimo, contemporaneo di Costantino, e sniraltro vescovo 
s. Giovanni I (anu.432); dicendo esse del primo che Dio lo puniva quante volte tentava 
di predicare nella basilica, e del secondo che in sabato santo portatosi in chiesa nel 
principio dei sacri riti fini la vita snlla stessa cattedra episcopale. 

Ma che poi esistesse in Napoli fin dal quarto secolo una cattedrale senza il sno bat- 
tistero non è ragionevole pensarlo ed i citati documenti provano che il battistero doveva 
essere unito a queir edifizio. Difatti parlandosi nel detto Chronicon delle esequie del 
vescovo s. Giovanni I si aggiunge che egli fu accompagnato al sepolcro dai neofiti, 
i quali appunto in occasione della Pasqua dovevano ricevere il battesimo: neophiionm 
pompa prosequente. 

Non si può certo fare molto assegnamento sulla Cronica di S* Maria del principio, 
essendo essa un documento del secolo XIII, pure in conferma della tradizione in altri 
tempi diffusa della esistenza di un battistero costantiniano essa ci offre nna testimo- 
nianza esplicita '. 

Queste testimonianze fomite da documenti storici di non assoluto valore acquistano 
oggi la prova, per cosi dire apodittica, dai musaici che adornano la volta di questo 
battistero ; perchè essi a testimonianza di gran numero di storici dell'arte, per la somi- 
glianza singolare che presentano con monumenti di musaici romani del sec. lY, V 
devono sicuramente assegnarsi a tale tempo. Se io potessi offrire all'erudito lettore un 
buon disegno dell'insieme della volta di S. Giovanni in Fonte, ornata a musaici, egli 
ne avrebbe per cosi dire la prova sotto gli occhi. I disegni dell'intero monumento, 
esposti a Torino nel 1898, furono poi depositati nel Museo di S. Martino a Napoli. Vani 
fotografi si sono adoperati a riprodurre dall'originale i musaici, ma nessuno finora vi è 
bene riuscito; e le prove presentano tutte qualche difetto. Perciò non è mia la colpa 
se qui non posso esibire se non un saggio di queste esperienze fotografiche, contentan- 
domi di dare la descrizione dell'insieme. 

Il battistero è chiuso in un perimetro di forma quadrata, su cui s'innalza una 
cupola "emisferica assai depressa, impostata su quattro voltini pensili, che si svolgono 
dai quattro angoli del quadrato, cosi da formare una volta ottagonale. Nel centro della 
volta si osserva in un cerchio a fondo azzurro e stellato una croce monogrammatica 
coll'A ed (I), e sul P della croce nna mano celeste con la corona, simbolo primitivo ddla 
Trinità. Essa ci fa ricordare i noti versi di s. Paolino ^: 

Cerne coronaiam Domini super airia Chrisii 
Stare crucem, duro spondeniem celsa labori 
Praemia; ielle crucem, qui vis auferre coronam. 

Il piede della croce è rivolto ad oriente e serve a determinare l' ingresso pri- 
mitivo al battistero, che allora dovea essere isolato e non congiunto alla basilica dì 
S* Bestituta, come oggi si vede. In una fascia che gira intomo intorno al cerchio suddetto 
sono effigiate coppie di uccelli, che beccano su vasi di fiori e frutta, mentre altri uccelli 
svolazzano su rami di alberi. In quella parte della fascia che corrisponde alla mano 
celeste, fra due alberi di palma e due uccelli, nna fenice col capo nimbato posa sulle 

' Parascandolo, Memorie storico-critiche etc. della Chiesa di Napoli, Napoli, 1848, 2, p. 212. 

^ Fecit etiam construi praefatus imperator in praedicta neapolitana ecclesia, oìim nominata 
ecclesia Stephania, cappellani prope tribunam ipsias ecclesiae antiquae, sub tiMo S. loannis ad 
FofUem* 

3 S. Paulini, opp. epist. 32, ed. Hartel, Corpus script eccl. lai., Vindobonae, 1894, voi. 29, 
pag. 287. 



I UUSAICl DEL BATTISTBRO DI S. GIOVAHNI IN FONTE NEI. DUOUO DI NAPOLI 271 

Samme, simbolo della rìsorrezioDe. Dal cerchio poi della volta partono otto zone che 
dividono il tutto in otto scompartimenti. Nella parte enperiore degli scompartimenti 
un'elevate drapperia con ticeelli ed un «quadretto, nella inferiore nna scena storica. 



Fìg. 1. — Gesù che dà la legge a S, Pietro. — GeBii dal lido. 

Tre di qaesti scompartimenti rimangono interi, del qnarto resta un frammentino; le 
decorazioni degli altri qnattro sono interamente distratiti. Cominciamo dallo scompar- 
timento che rimane BuH'odierna porta d'ingresso al battistero. In esso è efligiata la 



272 GO&IHO 8T0RMAJ0LO 

pesca inìracoloBa ; Oesù Cristo con viso giovanile ed imberbe, cinto il capo di aareola, 
dal lido solleva il braccio destro vergo il Diarej tra le onde i pesci, tra i quali an 
polipu, nna barca si appressa al lido con un apostolo semìiiiido. In on altro seompar- 
timento a dritta del primo si vede Qesù Cristo ritto bqI globo, mentre consegua a s. Pietro, 
che gli sta dinanzi in atto riverente, nn papiro collo scrìtto: Dominus legem dai; in nn 
terzo rigo del papiro il Qamteci lesse ancbe la parola Alleluia coli' e quattro volte ripe- 
tuta (Fig. 1). S. Pietro sostieDC coll'altra mano la croce astile che termina col mono- 
gramma; a destra di Gesù Cristo resta la metà inferiore della figura di s. Paolo. Sulli 
tunica di s. Pietro è la lettera P, su quella di 8. Paolo la lettera L. Le figure del terzo 
scompartimento sono perdute. Del quarto rimangono due scene, la mntazione dell'acqua 
in vino e la Samaritana al pozzo. (Fig. 2). Nel miracolo delle nozze dì Cana n 



Fig. 2. — La Samaritana al pozzo. — Le noBM di Cana. 

osservano sei ìdrie al suolo con due uomini, il Garrucci ne vide uno solo, un altro è 
ricomparso per i recenti restauri. Ognuno di questi due uomini porta sull'omero sini- 
stro un'anfora che sostiene colla sinistra, versando da essa acqua nelle idrie. La Sa- 
maritana poi sta ritta al pozzo e sostiene nella destra la secchia; presso di essa ai 
vede un residuo della tmagine di Gesù Cristo. Le sezioni quinta, sesta e settima sono 
interamente scomparse. Dell'ottava resta parte di una figura sedente, che nella sinistra 
strìnge un volume; di dietro sembra accennato un pilastro; dinanzi poi alla figura 
sedente pare di vedere una imagine velata in atto ossequioso forse qualche conse- 
crazione. 

In restauri posteriori, {forse nel sec. XIII), essendo alcuni di questi scompartimenti 
rimasti senza imagini per la caduta dei tasselli del musaico vi si sostituirono a pittura 
imitante il musaico, la cena di Emmaus, l'Annunzia zione e due teste di Gesù Cristo 
e della B. Vergine. 



I HUSAICI DEL BATTISTERO DI 3. GIOVANNI IN FONTE NEL DUOUO DI NAPOLI 278 

Sotto i qnattro voltìni angolari erano effigiati i gimboli |dei qoattro evangeliati, 
di essi resta l'angelo (Fig. 3) ed il leone, il toro in parte. 



Fi^. 3. — Simbolo dell'evangelo di S. Matteo. 

Negli archivolti che fronteggiano questi qnattro voltini sono qnattro quadretti; 
in dne di essi il hnon pastore è fianobeggiato da dae pecore, in dac altri è accompa- 
gnato da dne cervi, che si dissetano a sorgenti dì acqua viva. In tutti e quattro alberi 
di palma chiudono il quadretto. A fiaueo di questi archivolti otto figure giovanili clas- 
BÌcamente togate, recanti in mauo corone. Di queste otto figure ora rimangono qnattro 



274 COSIMO STORNATOLO 

soltanto, tre imberbi ed uno con barba nascente. Dei tre imberbi due con ambe le 
mani Boetengono una corona gemmata, un terzo con la destra la toglie aoUevandol» 



Fig. 4. — Imagine di an santo. 

da nn'ara. (Fig. 4). Non andrebbe troppo Inngi dal vero chi volesse riconoscere in queste 
figure slcnni santi della Chiesa napolitana. 

Le fasce o zone che dividono gli otto scompartimenti sono ornate da vasi, d«i 
qaali partono festoni di fiori, frntta ed nccelli vivacemente coloriti, e terminanti in 
Dna corona bellissima di fiori e fratta. 



I MUSAICI DEL BATTISTERO DI S. GIOVANNI IN PONTE NEL DUOMO DI NAPOLI 276 



Le zone ornamentali, la croce raonogrammatìca, la pesca, ì servi che versano acqua 
nelle idrie, i simboli evangelici, le scenette del pastore coi cervi e le pecore, e le tre 
imagini imberbi di santi sono i pochi avanzi del primitivo musaico. Invece nella rap- 
presentuiza di Gesù Cristo fra i due apostoli non solo la doratura e le figure alquanto 
tozze, ma altresì la fisonomia ed il movimento dimostrano un'arte posteriore. Ciò si 
osserva più chiaramente nella figura della Samaritana, messa a confronto con quelle 
dei due servi, e per le {Heghe degli abiti, e per gli occhi e per il pozzo stesso. Come 
pure osservando attentamente le sei idrie si scorge che le due presso la Samaritana, 
di tempo posteriore, sono trattate con altro stile, in confronto delle quattro più antiche 
che stanno più accosto ai due servi. Il medesimo risulta confrontando le imagini dei 
tre santi imberbi con quella del santo barbato, anch'esso di mano posteriore (sec. VI). 
Laonde quando si parla d' imagini del IV secolo s'intende parlare soltanto delle prime 
figure. In esse si ammira ricco simbolismo, sapiente disposizione, movenza animata 
e variata, panneggio ricco con pieghe classiche. Maravigliose sopra tutte le zone or- 
namentali nella parte antica, che per il colore caldo, per la franca maestria dei 
disegni gareggiano all' intutto cogli ornati del musaico di S*" Costanza \ mentre il pro- 
filo delle figure dei santi rassomiglia a quello che si scorge nelle antiche copie del 
musaico di S* Pudenziana ^ Se non che tutti quegli scrittori, che fino agli ultimi 
restauri ne parlarono, non colsero nel segno, in parte perchè i musaici erano in uno 
stato deplorevole, ed in parte perche non avendo l'occhio adusato a confronti artìstici 
per determinare l'età presero a guida le cronache locali. Solo il Garrucci ^ essendo 
salito sopra un palco ed avendoli osservati più da vicino li attribuì al V secolo. Di- 
fatti le cronache locali di Giovanni diacono ed il catalogo bianchiniano parlano di 
dae battisteri edificati da vescovi di Napoli. L'uno detto baptisterium fontis maioriSy 
che sarebbe stato fondato da Sotero (an. 465-492) ; l'altro fontis minoris che sarebbe 
stato eretto da Vincenzo (an. 554-578). Laonde gli scrittori locali si sono veduti quasi 
costretti ad identificare il battistero di S. Giovanni in Fonte or coli' uno or coll'altro 
dei due soli battisteri ricordati dai cronisti napolitani. In prima si potrebbe osservare 
che i cronisti parlano bensì di battisteri, ma non li dicono cosi bellamente ornati a 
musaici come è il battistero di S. Giovanni in Fonte. Ora se essi parlando del batti- 
stero Soteriano o del Vincenziano avessero voluto alludere a quello di S. Giovanni in 
Fonte, non avrebbero trascurato di accennare alle maravigliose opere a musaico che 
l'adornavano. Difatti essi sogliono darne descrizione quando loro occorre di parlare di 
basiliche o chiese ornate di musaici da vescovi napolitani, sebbene queste non reggano 
al paragone di quella di S. Giovanni in Fonte. In secondo luogo l'ammissione di due 
altri posteriori battisteri non esclude per ciò stesso la esistenza di un primo ed anteriore. 
Poi osservando noi più addentro scorgiamo che il battistero primo ed anteriore non 
può confondersi, ossia non poteva essere lo stesso che il Soteriano, ch'era un hapUste- 
rium fontis maioris, a meno che non si voglia dire che il battistero di S. Giovanni 
in Fonte con la sua vaschetta profonda appena sessanta centimetri e piccola, a segno 
da non potersi confrontare con vasche di battisteri per immersione, solite ad adope- 
rarsi nell'antico uso liturgico, sia stato trasformato posteriormente. Ne può identifi- 
carsi col baptisterium fontis minoris del vescovo Vincenzo per questi ornati a musaico, 
che del tutto non possono attribuirsi al VI secolo. A meno che il cronista nel suo 
fecit non voglia indicare una delle tante rifazioni di opere antiche, che sono passate 
alla storia come opere originali. Laonde non potendo del tutto accordare le ragioni 
artistiche coi dati delle croniche, si deve venire alla conclusione che o il batti- 
stero di S. Giovanni in Fonte non ha niente che vedere coi battisteri delle croniche, 

^ De Rossi, Musaici cristiani delle chiese di Boma, Roma, SpìthOver, 1899, tav. HI. 

^ De Rossi, h cit, tav. X. 

» Garrucci, Storia dell'Arte crist., voL IV, p. 79, tav. CCLXIX. 



276 COSIMO STOttNAJOLO 



oppure che il battistero antico avendo SQbito successive destinazioni e restauri si chia- 
masse prima con un altro nome, che noi vorremmo supporre fosse costantiniano, poi 
prendesse nome dal vescovo Sotero, oppure da Vincenzo. 

Qualunque di queste due soluzioni si abbracci, rimane sempre che i musaici di 
S. Giovanni in Fonte hanno doppia importanza, una locale, perchè forniscono argomenti 
di studio per la soluzione della secolare questione circa la topografia antica della 
cattedrale napolitana, ed una generale perchè ci presentano uno dei più belli esemplari 
di musaici cristiani e forse le più antiche imagini simboliche degli evangelisti, 
posto che si accetti da tutti la opinione omai prevalsa che i musaici di S. Giovanni 
in Fonte nella parte più antica e più bella si debbano attribuire ad artisti del lY 
al più degli inizi del Y secolo. 



Cosimo Stornajolo. 



BREVE NOTICIA 

DE LA BASILICA VISIGODA DE SAN JUAN BAUTISTA, 

EN BANOS DE CERRATO (PALENCIA). 



Antique la importancia histórica. especialmente, j aùn el interée arqmtectónico de 
este tempio fneron objeto de eatudio en los eiglos XVI y signientes por Mariana, 
MoraleB, Sandoral y Ponz, corresponde à Qnadrado (1852) entre los modernoB, la gloria 
de haber fijado sobre él la atención de loa criticoa. 

Signieron a eate escrìtor Don Fedro Madrazo (1864), el Sr. Kada j Delgado (1872) 
y el Sr. Casanova mas tarde. 

Por virtnd de las pnbltcacìoaes de los dos primeros aotores se hicieron en està 
Basilica en 1865 algnnas importantes reparacionea qne la salvaron de nna mina cierta 
y de ana pérdida inevitable. Hallàbase sin tejado sirvìendo de cementerìo ; y consis- 
tieron aqnellas refornias en cnbrìr las naves principal y accesorias, cerrar el recinto 
poco menos qoe abierto, elevar de 0'80 Vm. à un metro los mnros forales del norie j 
sur qne correeponden à las naves laterales, lerantar nna eapadana sobre el pòrtico, 
y coronar todo el monnmento con nna coniisa dòrica. (Fig. 1). 



- Exterìor de la Butlics. 



Inntil es decir qne no fneron inspiradas tales reformas por nn espiritn cientifico; 
mas la nrgencia del mal j la eficacia del remedio por lo qne atiende & la conaerva- 
ción y snbeistencia del tempio pneden servir, no sólo de discnlpa, sino de elogio à la 



278 FRANCESCO SIMON T MIETO 

empresa realizada en 1865. Urgia eia embargo restablecer la verdad ò por lo menoe 
conocerla y para lograrlo corno también para esclarecer determinadas dodas sobreli 
pianta primitiva, la Comìsión de Monameiitoa de la ProvÌDcia, de acnerdo con el Eims 
é limo Sr. Obispo de la DióceBÌa, solicitó del Gobiemo de S. M. en 2 de Noviembre 
de 1896 qne està Basilica fuese declarada Monumento N'acional, corno asi se consigniii 
en 26 de Febrero de 1897. Con este motivo ha aido recientemente objeto de nn trabijo 
de iavestigación y reparación & la vez, qne ee ha llevado à cabo bajo la dircceión 
del repniado profesor de la escnela de Arquitectara de Madrid, Don Uannel Anibil 
Alvarez. 



Fig- 3. — Interior de la Basilica. 

Han eottsietido estos trabajos en renovar el tejado, limpiar y rehinchir los mnros. 
y esplorar Iob cimientos. Ed el cnrao de estas obras se ban dcscnbierto loa elementos 
de eatndio snfìcientes para conocer la dÌBpoaición primitiva 

Sabido ee qne està Basilica fni.^ levantada en 661 por Kecesvinto segAn re» li 
l&pida votiva qne aparece sobre el arco trinnfal del presbiterio, estudiada por Moralei 
y Sandoval en el siglo XVI y reprodueida por todoB los modemoa escritoreB; Upid» 
de gran importancìa histórica pnes qne ha servido de medio para conocer la croi»' 
logia exacta del reinado de Keceavinto. 



BREVE NOTICIA DE LA BASILICA VISIGODA DE SAN JUAN BAUTISTA 



279 



Pero la importancia histórica de este monumento epigràfico no resplandece en sns 
jnstos 7 debìdos térmìnos por la estima escepcional con qne arqueólogos j arquitectos 
celebran la existencia en este tempio del arco y bóveda tùmidos ó en herradura qne 
siendo, en opinion vnlgar, pecnliares del estilo aràbigo ó musulmàn se los descubre 
aqui correspondiendo à nna època en medio siglo antecedente à la invasión agarena. 

El arco de ingreso al pòrtico; los ocho qne establecen comnnicación de la nave 
centrai con las laterales; las Inceras de la nave major; comò también la bóveda de 







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Fig. 3. — Pianta actual con los cimientos descnbiertos recientemente. 
a. MuroB existentes prìmitivos. — 6. Muros de construcción moderna. 



la capilla centrai y los arranqnes qne se yen de otras dos derruidas, son de este estilo 
caracteristico. (Fig. 2). 

Empero el interés de los nnevos descnbrimientos no està aqni, sino en la forma 
singalar de la pianta, senalada con snma exactitnd en los planos adjnntos, trazados 
y snscritos por el Sr. Ànibal Àlvarez. Facilmente se aprecian en estos planos los cimientos 
encontrados ahora de nnas capillas laterales, separadas en sn dia de la mayor por 
un patio cada una; y no es dlficil tampoco echando la vista sobre el croquis también 



280 



FRANCISCO SIMON T NIETO 



adjnntO; trazado por qnien escribe estas lineas, comprender còrno mas adelante tales 
patios fueron convertidos en capillas, retirando los maros correspondientes ; en eoja 
disposición describe Sandoval el tempio, con cinco capillas de frente y nn erncero de 
extremada longitad. (Fig. 8). 

La pianta, pues, de la cabecera es ya conocida con verdadera certidnmbre. También 
se sabe que la capilla extrema del lado del evangelio estuvo destinada & baptisterìo 
(por inmersión) ; y ha podido asimismo determinarse qne la pnerta actnal de coma- 
nicación del pòrtico con la nave centrai faé ventana con reja en el siglo VII, lo qne 
acredìta que aqnel lugar no servia de ingreso al tempio sino de estancia para catecù- 
menos ó relapsos. 

También es evidente qne los fieles y los clérigos tenian sus entradas por los costados 
del tempio; pero no se ba podido llegar todavia en punto à la estructura de està parte 
a conclusiones definìtivas, porqne no està determinado de nn modo cierto cnal faera 
la disposición primitiva de los mnros forales del norte y sur, a partir del crocerò hasta 
el igual del pòrtico. Los muros actuales son, sin duda, posteriores a la fàbrica de 






Fig. 4. — Siglo VII ». 



Fig. 5. — Siglo XVI. 



Fig. 6. — Estado actnaL 



Becesvinto, por haberse hallado debajo de los cimientos sepulcros de los siglos X n XI: 
por lo cual no es improbable que el tempio del siglo VII tuviera cinco naves en lugar 
de las tres que ahora tiene, ò que se hallase cerrado el perimetro, desde el crucerò 
abajo, por una linea de columnas à que alnden viejas descripciones. 

El croquis que acompana à estas lineas, contiene tres plantas que marcan las 
mutaciones que ha sufrido està Basilica desde el siglo VII. La primera està dibnjada 
con arreglo à los recientes descubrimientos, y corresponde à la obra de Bece- 
svinto (Fig. 4). Todo en ella tiene earacteres de certeza si se exceptuan los moros 
laterales basta su encuentro con el crucerò. La segunda se balla ajustada à la de- 
scripción de Sandoval (siglo XVI) en armonia con la pianta actual y con los nltimos 
descubrimientos (Fig. 5). La tercera indica la sitnaciòn presente de este monumento 
doce veces secular (Fig. 6). 

Las demàs ensenanzas que el tempio arroja pueden lograrse con el examen de 
las numerosas fotografias que circnlan, obtenidas desde diversos pnntos de vista. Pero 
ninguna de aquellas ensenanzas creemos que aventaja à los descubrimientos actuales, 
porque estos eliminan toda duda sobre la disposición inicial, y favorecen una restaa- 
raciòn exacta y concienzuda. 

I asi consignadas, en compendio, las noticias mas interesantes sobre la expresiÒD 
arqueológica de està Basilica, séanos licito consignar también que son estas lineas 



» La letra A que se ve en la pianta indica el Baptisterìo. 



BREVE NOTICIA DB LA BASILICA Y1S160DA DE SAN JUAN BAUTISTA 281 

las prìmeras qne quitan à log descabrimfeutos à qne hemos aladido, la condición de 
inédìtos 

Tales Doticias y descnbrimientos seràn mny pronto conocìdos del pùblieo inteli- 
gente ; y con tan vali oso apoyo podrà realizarse el pensamiento de reintegrar el mas 
antìguo tempio cristiano de la Peninsula a sa traza primitiva, à sa belleza originai. 



Francisco Simon t Nieto 

C. de la Historia y Secretarlo de la Comisión 

de MonumentoB. 



BASILICA DE S. JUAN 
DE BANOS DE CERRATO (PALENCIA) 



Aanqne profano j nada versado en estudios arqneológicos quiero aprovechar la 
ocasién de estar reunìdos en este ilnstre Congreso personas competentisimas en tales 
materias, para presentar a su estudio los planos j fotograflas de una Basilica anti- 
qaisima, existente en Espana y poco ó nada conocida fuera de ella. Està Basilica fue 
erìgida en honor de S. Juan Bautista por el Bey Becesvìnto en el aìio 661, comò se 
colige de la inscripción que aùn se conserva en una lapida colocada sobre el arco 
toral de la nave centrai (Fig. 1). Està inscripción de la cnal he recibido un hermoso 
calco hecho por el entendido D.^ Francisco Simon y Nieto dice asi : 

+ PRECVRSOR DNI MARTIR BABTISTA IOANNES 



POSSIDE CONSTRVCTAM • IN ETERNO MVNERE SEDE 
QVAM DEVOTVS EGO REX RECCESVINTHVS AMATOR 
NOMINIS IPSE TVI PROPRIO DEI IVRE DICAVI 



TERTII POST DECM - REGNI COMES INCLITVS ANNO 
SEXCENTVM DECIES • ERA NONAGESIMA NOBEM 

La admirable conservación de està Basilica despnés de doce siglos en su casi pri- 
mitiva forma, no obstante la invasión àrabe y las continuas revueltas politicas de 
Espana, sólo se explica por encontrarse situada en punto de poqnisima importancia. 
La respetarÓD los àrabes en sus incursiones por el reino de Leon, à causa sin duda 
de estar dedicada al Bautista, a quien ellos por mandato del Eoràn tanto veneran; 
7 los cristianos, después de reconquistar Castilla, cuidaron de ella con esmero, enco- 
mendàndola en el reinado de Dna. Urraca a los monjes de Cluny reformados. Merced 
à tan favorables circunstancias podemos boy estudiar ese tan interesante monumento del 
arte visogótico ó latino-bizantino en su primitiva forma poco y muy accidentalmente 
alterada por el correr de los tiempos. 

Guai fuera esa forma, coligese de los planos levantados por el Sr. Arquitecto 
D.^ M. Anibal Alvarez en vista de los resultados de las escavaciones recientemente 
hechas à instancias del Sr. obispo y de la Comisión de Monumentos de la Provincia de 
Palencia. Cuales hayan sido las modificaciones sufridas en distintas épocas y cual el 
estado en que boy se encuentra nos lo expone el ilnstrado D.^ Francisco Simon y 
Nieto en la Memoria adjunta y en los planos que la acompanan; y si esto no bastara, 
ahi estàn las fotograflas que nos la presentan en su aspecto interior (Fig. 2) y exte- 
rior. Despnés de cuanto dice el Sr. Nieto en su Memoria, seria inutil anadir comen- 
tario alguno en lo referente à la pianta primitiva de la Basilica y de sus trasfor- 
maciones. 

Lo que, en mi juicio, es digno de atención, es la forma de los arcos, en los cuales, 
principalmente en él de la nave centrai, no cabe snponer cambio alguno, puesto que 



284 FK. TOHIS BODRIGDEZ 

todas laB investigaciones basta boy hecbas testificai! sn couBervación cq el estado pri- 
mitivo. Loa arcos en forma de berrsdara, ó ti'tmidos se atribnyen vnlgarniente à lot 
àrabes; j si bien en la bistoria de la arqnitectura se va abrìendo camino la opiniun 
contraria, no faltan ai\n qaienes sostengan que ese elemento foe iotrodncido en Enropa 
por los àrabes. No creo posible seguir sosteniendo tal parecer, teniendo à la vista lag 
fotografias de esa Basilica, la cnal, medio siglo antes de la invaeìón de los àrabes 



Yig. 1. -- Lapida votiva del Bey Recesvinto. 

en Gspana, existia ja en el centro de Castilla, circnnstancia digna de tenerse en 
cnenta para no bnscar la solnción del problema en conjetnraa de inflnenciaa eitn- 
nas, completamente improbables, do sólo por la dificnltad en aqoellos tiemposdelu 
comanicaeiones entre pueblo 7 pneblo, sino tatnbien por la aversión de religión y de 
nua. De la antigttedad de la Basilica no bay fnndamento algnno sòlido para ponerlt 
en dada; la ìnBcripción pneata por Uecesvìnto Bobre el arco toral y las circnostaDctu 



BASILICA DB S. JUAN DE BANOS DE CESSATO 28£ 

todas qne rodean A la Basilica, testificali de una manera eridente, qne apesar de las 
Ticisitndes porqoe ha pasado Bspana en el espacio de XII siglos, no ha safrido alte- 
reraciùn alguoa, capaz de borrar el sello de renerable antigtledad qne la acompaiia. 
No padiendo, por tanto, pouer en dnda la existencia de arcos tiìmidos ó en berra- 
dnra antes de qne los arabes ìnvadiesen a Europa, es l<)g)co inferir qne loa artiatas 



Fig. 2. — Interior de la Basilica. 

latino-bizantinoa nsaban ya en sns constrncciooes talea arcoi, y por [lo mismo, que no 
se debe a los bijos del desierto la introdncción de ese nnevo elemento ea el arte. 
Podria Soatenerse la conclnsión de qne los drabes tomaron eae elemento de los artistas 
latino-bizantinoa, nsÀndolo con tal profnsión en ans coastmcciones qne llegara i coos- 
titnir el caracter distintivo de sa arqaitectnraP Jiìzgnenlo loa aabioa; 70 me contesto 
con proponer la dnda. 



FR. THOMAS EODRIOUSZ 



Estatna de 8. Joan Bantista. 



Ed està aatiqnisimft Basilica se conserva una no menos aiitig:aa estatua (Fig. 3) del 
Preciiroor del Meaiaa, tenida en gran veoeración por ìos fìeles. Basta examinar la estaloa 
coD alguna delencìón para comprender desde Inego qne se remonta a nna època de 



i^.- . ■ ■ . ,.. ... . ;. .^ 

Fìg. 3. — Estatua de S. Jnan Bautista, 

tranaiciÓQ en el arte eBcnltórìco. No ea factl precisar de nn modo concreto la època 
à qne pertenece; pero la tradìci6n le atribuye tanta antigUedad corno A la Basilira. 
y no sin fondamento, tanto por los rasgos caracteristicos qne presenta, corno por el 
motivo de estar consagrado el tempio à S. Jnan, segón consta de la inscrìpeìón ro- 
piada. 



BASILICA DE S. JUAN DE BANOS DE CERRATO 287 



Oportnno me parece consìgnar aqni el juicio de la Beai Àcad ernia de Bellas Artes 
de Madrid en sn informe al Ministerio de Fomento para qne declare monumento nacio- 
nal dicha Basilica. « No es romana la estataa, dice, sino de una època en qne se aspi- 
raba, sin conseguirlo, à unir las perfecciones clàsicas con el fondo cristiano ; mas con 
tal caracter que por el estudio de las formas y aùn de la iconografia, no puede menos 
de referìrse la estatua à la epoca visigoda. Tan cerca està aùn de la romana y tan 
lejos de la barbarie propia de los primeros siglos de la Beconquista, no pudiendo con- 
fundirse con las del Benacimiento, comenzando aqui en el siglo XV. No cree està Àca- 
demia, comò sostiene un docto Gatedràtico, que en el rostro de la imagen j en el tipo 
de la cabeza entera se advierta manifiestamente la influencia del tipo pagano de 
Jùpiter, sino que la disposición del cabello y barba y la immovilidad y poca expre- 
sión fisonómica corresponden a la severidad de la idea cristiana y mas quizà à la poca 
destreza artistica del escultor. Mas recuerdos del arte pagano bay en la fbrma, dispo- 
sición y plegado de los panos que cnbren la santa imagen y esto qniza no es tanto 
por remembranza clàsica, corno por el propòsito de dar apariencias de època al per- 
sonaje, cuando menos en las vestiduras». 

Àgrèguese à esto el que, segun dicen los que han examinado de cerca la esta- 
tua, aun se descubren en ella vestigios de decoración policroma tan en uso entre los 
artistas bìzantinos, y se confirmani mas y mas corno, no siendo romana, debe por 
fuerza reputarse creación de un artista latino-bizantino y por tanto que no es infun- 
dado atribuirla la misma antigiiedad qne a la Basilica. 

Otra partici! laridad interesante y singular ofrece esa escultura, à saber, la de 
presentarnos al Bautista teniendo entre sns brazos un corderito, simbolo del Salvador 
del mundo, representación originai y mny apropiada, que no recuerdo haber visto en 
ninguna otra escnltura del Bautista. 

Basten estas ligeras indicaciones para que los Sres. Congresistas puedan en su 
ilustrado criterio apreciar la importancia artistica y escultórica de estos modestos, pero 
antiqnisimos monumentos, trasmitidos basta nosotros en su simplicidad y forma pri- 
mitivas. Si con ellos se logra esclarecer algun punto aiin oscuro de la historia del 
arte, mis deseos y aspiraciones, y las de los excelentes amigos, entre otros del docto 
Sr. Ganónigo de Palencia D.^ José Madrid, qnedanin pienamente satisfechos. 

No he de poner termino à està breve memoria sin snplicar a los Senores Con- 
gresistas que no paren mientes en lo imperfecto y poco artistico de las fotograflas 
presentadas: no me ha sido posible obtener otras mejores; pero bastan las qne presento 
para formarse una idea cabal de la Basilica y de la Estatua. 

Si alguno de los Senores Gongresistas tiene ocasión de pasar por Espana y recorre 
la linea ferrea que pone a Madrid en corannicación con Francia, no deje de ver y 
estndiar en si mismos esos interesantes monumentos. Detenièndose en venta de Banos, 
sin pérdida casi de tiempo, puede satisfacer su curiosidad. 



Fr. Tomas Kodriguez. 
0. s. A. 



IL CULTO E LE LEGGENDE DI S. GIORGIO 



Il callo e le leggende di 8. Giorgio sono state molte volte soggetto di stadio e di 
controversia. À papa Gelasio I e ad nn sinodo romano del 496 si attribnisee da alcnni 
nn decreto che dichiara gli atti di s. Giorgio apocrifi, ma la persona del martire reale 
e degna di venerazione. 

Calvino negò l'esistenza storica di s. Giorgio, che fa considerato da alenai come 
un mito pagano adattato al onlto cristiano. 

Il Gibbon ha sostenuto che il martire s. Giorgio è nna sola persona col vescovo 
Giorgio di Alessandria^ il qnale, egli dice, poiché fa accise a farore di popolo, per 
le sae estorsioni di denaro e per le vessazioni d'ogni maniera, per le qnali era odiato 
da tatti, fa dagli ariaai fatto passare per martire e dalla Chiesa romana, grossola- 
namente ingannata, introdotto nel martirologio. 

Nessana circostanza storica può giastifioare l'opinione del Gibbon. Se gli ariani 
hanno tentato di far entrare nel calendario della Chiesa romana qaalche martire della 
loro confessione, non è snpponibile che sieno riasciti in tale intento proprio ooU'oppo- 
sitore più fiero di Atanasio, cioò Giorgio vescovo di Alessandria. Nel decreto de libris 
non reeipiendis inoltre si dice che gli atti di s. Giorgio non sono genuini perchè infetti 
di eresia, cioè manipolati dagK ariani, ed è possibile mai che il sinodo romano o il 
compilatore del decreto attribaìto a papa Gelasio, par accorgendosi che gli ariani ave^ 
vano messo le mani nella redazione degli atti, non s'accorgesse dello scambio delle per- 
sone, in an fatto allora, relativamente cosi recente? 

Il GOrres^ ha in qnesti aitimi anni ripreso in esame la questione: egli ritiene che 
8. Giorgio sia an personaggio storico e il sao martirio an fatto certo, ma, essendo apocrifi 
e tardi gli atti, nessuna circostanza né di tempo, né di luogo, si possa stabilire intorno 
a lui ed alla sua morte. Hanno invece negato l'esistenza storica del santo, tornando 
alla idea del Gibbon il Friedrich ' ed il Vetter ^. Il Budge * ha pubblicato una ver- 
sione copta degli atti assai antica, a cui premette una dotta prefazione. 

L'opinione del GOrres mi sembra alquanto esagerata. Se gli atti non possono 
essere tenuti come fonti storiche, non debbono neppure essere considerati come nn 
ammasso di falsità. 

Alcune circostanze di luogo e di persona che non hanno per sé stesse carattere 
leggendario possono ben essere un riflesso della tradizione genuina. Il nome di martire 
della Cappadocia e il suo antichissimo culto a Diospoli, dove sono gli avanzi della chiesa 
forse più antica intitolata a s. Giorgio, non possono essere un indizio che egli fosse 
realmente cappadoce o ucciso o sepolto in Cappadocia? 

Il suo carattere militare non ha nessuna ragione di essere tenuto come leggen- 
dario e può benissimo essere un avanzo della tradizione primitiva, non essendo in 

1 Riiier, Su Georg in Ztitsch/nft far tota. Theol voi. XXX, anno 1887, p. 54-70. 

' Ber geschichilich heilige Oeorg, 

^ Ber heUige Georg. 

* The mariyrdom and miraclea of st Georges of Cappadocia^ London, 1888. 

19 



290 ALBERTO PARI80TTJ 



alcun modo necessario né connesso colle circostanze leggendarie di evidente adonta 
posteriore nel racconto degli atti. Dall'altro canto se il carattere militare del santo fosse 
storico, sarebbe più attendibile l'ipotesi del sno martirio sotto Diocleziano. 

Il culto in Oriente è antichissimo e lo attestano le chiese di Lidda (Diospoli) e 
di Tessalonica. Quest'ultima da alcuni ritenuta del tempo di Costantino, da altri di 
Giustiniano, sebbene, restaurata a tempo di quest'ultimo imperatore, non può per ragioni 
artistiche essere creduta di costruzione cosi tarda, perchè l'edificio di forma rotonda 
si palesa per antichissimo; se non si vuol ammettere che appartenga all'età di Costantino, 
perchè Eusebio non ne parla, dovrà ragionevolmente credersi che sia stata edificata sotto 
uno degli immediati successori di lui, e riflettendo che gli ariani hanno avuto gran 
parte nella diffusione del culto di s. Giorgio, è ovvio di pensare a Costanzo, gran fautore 
degli ariani. 

Quando si è trapiantato il culto di s. Giorgio in Occidente? In Gallia al tempo di 
Venanzio Fortunato era già fiorente: ma la Chiesa della Gallia prendeva allora spesso 
a modello la Chiesa di Boma: è dunque ragionevole snpporre che a Roma già fosse 
in onore questo culto. Inoltre poiché il supposto decreto di papa Gelasio si occupa 
del culto stesso, è naturale che esso non allora si fosse introdotto a Boma, ma che vi 
si fosse già propagato da qualche tempo e solamente in occasione delle dispute che ne- 
cessariamente dovevano sorgere per questo fatto, si volesse con un decreto, che appa- 
risse fosse realmente emanato dall'autorità suprema, stabilire ciò che dovevasi tenere 
per fermo e ciò che dovevasi rifiatare. 

Il carattere ariano degli atti ci viene ancora nna volta in aiuto per rintracciare 
il tempo della diffusione del culto di s. Giorgio in Boma, perchè se gli ariani ne erano 
propagatori zelanti, è assai probabile che esso siasi stabilito in Boma al tempo della 
crisi acuta dell'arianesimo in questa città, cioè sotto papa Liberio, se pure non sotto 
papa Damaso. 

Nelle leggende bisogna distinguere quelle ohe si riferiscono al cavallo da qoelle 
che si riferiscono al drago. Secondo l'opinione comune s. Giorgio fu rappresentato a 
piedi fino alla IV crociata, quando per l'influenza della cavallerìa fendale, ebbe il 
cavallo, ma in un ingenuo racconto riferito da Aroulfo, si dice che un guerriero bizan- 
tino scampato ai perìcoli della guerra, donò per voto il proprio cavallo ad nn' ìmagine 
di s. Giorgio a Lidda; similmente altre narrazioni leggendarie, anteriori di molto alle 
crociate, rappresentano il santo come nn cavaliere : devesi dunque escludere relemento 
feudale latino da questo modo di rappresentare il santo. 

Quanto al drago esso non è che un segno della grandezza del martire, chiamato 
dalla Chiesa greca (AeYaXop.àpTu; o Tpoitaio^ópo;. 

L'attributo del drago si è fuso bene col carattere militare del santo, e in tempi 
più tardi ha dato origine alla seconda fase della leggenda, cioè al racconto della 
vergine liberata da s. Giorgio mentre stava per essere divorata dal mostro. 11 rac- 
conto è 'riferito da Giacomo da Voragine, e perciò di poco interesse per noi perchè 
lontano dalle origini del culto di s. Giorgio. 

S. Giorgio dunque non fu in principio il Perseo cristiano, ma la rappresentazione 
simbolica del drago infernale da lui vinto, lo fece veramente mutare nel Perseo o nel 
Mitra cristiano specialmente in oriente, dove i resti delle antiche mitologie, fondendosi 
colle idee cristiane, davano origine a strani miscugli di credenze pagane e cristiane, 
mentre in occidente lo fece diventare protettore contro i serpenti; e questa è la fase 
più antica della leggenda. 

Il nome di Casal s. Giorgio all'VIII miglio sulla via Ostiense fa pensare che il 
culto di s. Giorgio sia venuto a Boma insieme colla fama del suo potere miracoloso 
contro i serpenti, perchè appunto all'VIII miglio della via Ostiense trovasi il Solonium 
Ostiense dove era la villa di C. Mario, luogo rinomato nell'antichità per il gran numero 
di serpenti. À Lanuvio, a breve distanza, era famoso il culto di Inno regina, che ba 



IL CULTO B LB LBOQENDB DI S. GIOROIO 291 



per attributo nn serpente, e il maggior serpente della campagna romana si chiama dai 
contadini regina e trovasi in quei luoghi. Probabilmente dunque i bizantini che popo- 
lavano quella regione hanno fondato qualche cappella in onore di s. Giorgio perchè 
li proteggesse dai numerosi serpenti. 

Un'altra chiesa era dedicata a s. Giorgio ed era quella antichissima del Yelabro : 
anche essa può aver relazione col carattere leggendario del santo, perchè tra il Pala- 
tino ed il Yelabro erano numerosi i santuari cristiani eretti in sostituzione degli antichi 
tempi pagani, cioè s. Maria liberatrice, la più potente nemica del serpente infernale, 
s. Teodoro e s. Giorgio due santi militari che hanno per attributo il serpente ed am- 
bedue assunti alla dignità di protettori dell'impero. Oltre queste erano presso il Pa- 
latino le chiese e gli oratori di s. Cesario e di s. Sebastiano, anzi la chiesa del Ye- 
labro era anticamente dedicata a s. Sebastiano e a s. Giorgo, come se questo fosse 
il s. Sebastiano orientale: cosi tutto il Palatino era circondato da una coorte di venti 
soldati. 

I popoli slavi e germanici coirarianesimo accolsero il culto e le leggende di s. Giorgio 
che presso di loro trovarono il terreno favorevole, e s. Giorgio trasformato in un cava- 
liere germanico tornò in Oriente come protettore dei crociati : la sua vittoria sul drago 
prese a simboleggiare la vittoria sugli infedeli; cosicché in seguito tutti i popoli in 
lotta cogli infedeli o cogli eretici assunsero s. Giorgio come loro speciale patrono. 
L'Impero quindi che fino dalle sue origini doveva essere il braccio che aiutava il 
trionfo della vera fede ebbe per fedele alleato s. Giorgio, ma nel perìodo acuto della 
lotta tra guelfi e ghibellini, quando ghibellino ed eretico erano espressioni che ave- 
vano molta affinità, s. Giorgio si ribella a Federico II, e nell'assedio di Acqui apparve, 
come si dice, al vescovo Bonifazio, come segno del suo aiuto e della prossima libe- 
razione della città dalle armi imperiali. 

È noto che anche i mussulmani eb1)ero una certa venerazione per s. Giorgio e 
l'uso di far riviste militari il giorno delia sua festa si conservò a lungo in oriente. 
Da nn documento dell'archivio Santacroce che pubblico ora per la prima volta appa- 
risce come nei primi decennii del secolo XYII questo uso si conservasse ancora. Tale 
documento firmato di propria mano dal famoso rabbi na Domenico di Gerusalemme 
ebe fa revisore dei eodiei ebraici a Roma è importante anche perchè può fornire nuovi 
Inmi sulla incerta cronologia della vita di lui. 



Alberto Pakisotti. 



DER EINFLUSS DER ALTCHRISTLICHEN MOSAIKEN IN ROM 

AUF DIE MALEREI DER RENAISSANCE 



Die ròmischen Mosaiken hatten mit dem Ende der altchristlichen Perìode za 
wìrken nicht aQfgehòrt. Eine neae Periode m^chtigen Einflnsses begann fllr sie 
im ftinfzehnten Jahrhnndert. Die Architectar, an den alten Ànfgaben des Eircben- 
baues nnd Palastbaues fortbescbàftigt, nahm sicb fttr die Ausgestaltnng dieser Auf- 
gaben die Antike zom Muster; vorerst and baaptsàchlicb, weil da» die Bankunst der 
ròmischen Altvordern gewesen, die man absicbtlicb wieder nen wollte entstehen lassen. 
Master waren da in Httlle nnd Filile vorhanden. Die Plastik war nicht mìnder darch 
die Antike beeinflasst. Nicht so sehr zwar znnàcbst dnrch ihren Stil, sondern darch 
ihre Ànfgaben. Was Lorenzo Ghiberti von seinen gothischen VorgSlngern anterscheidet, 
ist das eingestandene Bemflhen, die Natnrwahrheit der antiken Anatomie nnd die 
ronde Filile ihrer Gestalten za erreichen. Waren hier die Master schon spftrlicher, 
so war der Eifer neae Gebilde in dieser Art za schaffen nar am so gròsser. Fllr die 
Malerei waren antike Master nicht vorhanden. Die Gefìlsse, an denen wir beate die 
^Iteren Perioden antiker Malerei stadieren and bewandem, die Fresken, die nns ihre 
endlicbe Entwickelnng zeigen, waren vergraben nnd anzngSLnglich. Nicht wissen- 
schaftlicbe tjberlegang, sondern nattlrliches Ennstempfinden ftlbrte da die Maler za 
den alten MoHaiken. Waren sie doch die letzten Erzengnisse des grossen monamen* 
talen Sinnes der Alten, and vielleicht aach noch beate geeignet, wenn anch nicht von 
der Zeichenkanst und malerischen Darchftlhrang der grossen griechischen Maler, 
aber wohl von der nnermesslichen Kraft ihrer Wirknng beredtes Zengniss za geben. 

Unter Sixtns IV hatte Mélo&eo da Forlì den Anftrag erhalten, die Apsis von 
SS. Apostoli mit einem Fresco za schmtlcken. Er gab sicb ganz dem Zanber des 
Mosaikes von SS. Gosmas nnd Damian gefangen. Wie dort anf blaaem Grande, mitten 
vor rosigen Wolken, llber den Boden gehoben, die erbabene Gestalt des Herm 
Bchwebt nnd hernm am Bande des Bildes, von weiten Falten nmraascbt, mit erbabe- 
nem Gebahren sicb die grossen Figaren der Apostel nnd Heiligen bewegen, derglei- 
chen wollte Melozzo wiederscbaffen, nicht nachahmen, sondern die Composition mit den 
nongefondenen Eunstmittein seiner Zeit von nenem gestalten. Die Gesetze der Linear- 
perspective waren inzwìschen entdeckt worden, and mit ihrer Hilfe rief Melozzo das 
alte Bild za nenem Leben. Er machte eine Himmelfahrt. Ein Bild in der vaticanischen 
Bibliothek, das nns das Innere der noch nnyer9,nderten Eirche zeigt, nnd die herrli- 
chen Beste des Frescos im Qairinal nnd in der Sacristei von St. Peter zeigen nns, wie er 
seine Anfgabe erfasste. Aaf dem blaaen, sicb vertiefenden Himmelsgrnnde schwebt 
Christns in einer Engelwolke gegen den Scheitel der Apsis anf, and nnten am Bande, 
ergriffen nnd erregt, nicht in Grnppen, sondern einzein stehen die wuchtigen, weitbe- 
wegten Figaren der Apostel. Dass die Ahnlichkeit mit dem altchristlichen Mosaik 
nicht ein Znfall ist, dass Melozzo wirklich mit den alten Mosaiken wetteifern wollte, 
das beweist der Fries, der ehemals nnter der Apsis sicb hinzog. Es ist nns zwar nichts 
mehr davon erhalten, aber Yasaris Bescbreibnng davon gentlgt, am za zeigen, wie 
dieser Fries von den Friesen der altchristlichen Mosaiken abhtt.ngig ist. Im Mosaik 



294 FRANZ WICKHOFF 



der Kuppel von Santa Costanza waren Fischer tind SchiflFer abgebildet, ebenso in der 
Apsis des Lateran, in 8. Clemente eine Fran, die Hiihnchen flìttert und Hirten mit 
ihren Heerden; in gleicber Weise batte Melozzo dort nnten kleine Mànneben ange- 
bracbt, die mit der Weinlese beschaftigt sind. 

Das Fresco des Melozzo hat weiter gewirkt. Als der jnnge Correggio nacb Rom kam, 
nahm er dieses sicb znm Muster, nnd die Enpyel des Domes in Parma wnrde za einer 
Tocbter der Apsis von SS. Apostoli, und da von dortber die perspectivische Wòlbnngs- 
malerei der folgenden Jahrhnnderte ibren Ansgang nabni, da mtlssen wir sagen, dass 
ganz eigentlicb auch die Enppeln in Rom des Pietro Berrettini oder des Ciro Ferri 
von dera Mosaik von SS. Cosmas nnd Damian kommen, so wie das Htibncben ans dem 
Ei kommt. Unter Sixtus lY war noch eine andere Qrnppe von Malem von den romi- 
scben Mosaiken stark ergriffen worden. Es batten sicb in der Bergstadt Perugia begabte 
Lente zusammengefanden, Fiorenzo di Lorenzo^ Perugino ond PinturricchiOj nm nnr 
die bedentendsten zu nennen, die, fnssend anf dem florentinischen Natiiralismns, sicb 
wecbselseitig bestimmend, etwa wie in nnserer Zeit die Sehotten in Olascow, eine 
eigenen Stil ansgebildet batten, der mit deu floreutiniseben Yorgftngern wenig roebr 
gemein batte. In Bom beliebt nnd bald dort mebr als andere EUnstlergrnppen beschaftigt, 
nebmea sie die romiscben Mosaiken als einen bedeatenden Factor fitr ibre Stilbildong. 
Die gelOsten Compositioaen mit ibren vereiuzetnten Heiligen nnd scbwebenden Oestalten 
darilber, in geometrisobe Formen eingescblossen, entnebmen sie dM altcbrìstlichen 
Triumpbbogen nnd borgen anch sonst ibre Composition der altcbrìstlicben Knnst ab, 
wie sie die Himmelfabrt fast unveiilndert dort beiigenommeD. Das ftlteste Esemplar 
im Codex des Rabula und oin nmbrìscbes Gemàlde dieses Gegenstandes weicben nur 
nnbetra,cbtlich in der Composition von einander ab. Sie batten sicb gleichsam ein 
Yorrecbt erwc^rben, am pàpstlichen Hofe zn malen. Sixtus lY, Innocenz YIII, Alexan- 
der YI batten sie gleicbmi&ssig bescbilfiigt. Als Julius II den Tbron bestieg, war 
Pinturricchìo, fUr die Zimmerdeooration der Hauptmann, in Siena, wo er einen Nacb- 
ahmer in Baldassare Peruzzi gefunden. Der gieng nun nacb Bom, nnd ihm werden 
gerìngere Decorationen Ubertragen. Er batte Cartona fìir die Mosaiken der Helena- 
capello in Santa Croce in Gerusalemme zu entwerfen. Da entlebnt ancb er die Motive 
filr seine Scbmuckformen den altcbristKcben Mosaiken; Medaìllons mit dem Lamme 
und Pfauen bolt er sicb von dort, aber vor Allem zieben ihn die schweren Kriknze 
mit Blumen und Frttcbten an, welcbe die altcbristliche Mosaiken begrenzen, nnd er 
legt sie entlang den Bippen seines GewQlbes. 

Nun ltt.9St Julius II die Stanzen malen. Pinturriccbio ist, wie gesagt, in Siena, 
Peruzzi nicbt bedeutend genug; es wird um den alten Perugino gescbickt und nm den 
jungen Baffael nacb Florenz, dem jilgsten Mitgliede der Gruppo, der scbon herrliebe 
Proben seines Eónnens geliefert bat. 

Durcb seine Erziebung in Perugia war Baffael in die altcbrìstlichen Compositionen 
bineingewacbsen, und wir dtlrfen nns nicbt wnndem, dass eine altcbristliche Com- 
position mitbestimmend auf die Scbule von Athen wirkte. Das Motiv klingt an ein 
Wandbiid ans S.Andrea in Eatabarbara (jetzt verloren,jedocb abgebildet bei Ciampini,I, 
Tav. 25), wo die Apostelfttrsten, erhaben in einer reicben Arcbitectur sfeebend, der in 
Gruppen geordnet stebenden Gemeinde predigen. Auch Petri Befreinng gebt anf ein 
àlteres Motiv znrflck. Das breite vergitterte Eerkerfenster, binter dem der Engel za 
Petrus tritt, nnd die Herausftlbrung des Apostels daneben zur Becbten, findet neh 
scbon auf einem vorgiottesken Bilde in Pisa, und dass die Composition verbreilet und 
lebendig geblieben, beweist uns ein Fresco des Spinello Aretino, der sie ftir eines seiner 
Eatberinenbilder in der kleinen Eapelle in Yal d'Ema bei Florenz bentltzt Ffir die 
Teppicbbintergrtinde bat Raffaela wie bekannt, die weinnmrankten Sàulen des Cbores 
der alten Peterskircbe benlltzt und endiich, das Motiv des Baldassare wieder auf- 
nebmend, in boiler Zierfreude die alt»bristlichen Blumen- und Frucbtgewinde an 



DBB EINFLUSS DEB ALTGHRISTLICHBN MOSAIKEN IN ROM 295 



die Decke des Psychesaales der Farnesina gelegt. So ist nnter der Ennst, ans der 
dieae grosse synthetische Natnr Anregnng gesogen, ein gnt Theil altchrìstlicher Ennst, 
nnd Mosaikenmotive habea anch anf ibn gewirkt, uro von ihm weiter za wirken. Yon 
Baffael nnd Correggio, zwei reinen Filtern, die die Bàche altchristlicher Ennst dnrch 
sich hatten lanfen lassen, strómen sie nnn weiter. 

Franz Wickhoff. 



ZWEI ALTCHRISTLICHE INFELN 



Yorerst lege ìch dem Gongresse zwei leider erst beute hier eingetroffene Moim- 
mente ìm Originali vor, die wol eia grosses Interesse beansprnchen. Da icb sie aber 
demnàehst in der Eomischeti Quartalscrift pnbliciere, verweise icb anf die dort gege- 
bene genauere Bescbreibang. £» sind zwei vergoldete Lederstreifen, dnrcb Glaspasten 
verziert, darnnter ein Goldglas mit der crax monogrammatica, wodnrcb die Zeit ann^- 
hemd bestimmt ist. Haben wir damit offenbar die ersten bekannten infnlae ans altcbrist- 
licher Zeit vor nns, so verdanken wir diesen interessanten Fund dem dorch seine Textilien 
und Portraitbilder rUbmlichst bekannten H. Theodor Qraf in Wien. Da in demselben 
Besitze eine ganze, altcbrìstlicbe Àltarbekleidung nnseren Blick aaf das litnrgiscbe 
Gebiet lenkt, dtlrfte es nicht nnbegrtindet sein, ein Tbema hier anznschliessen, das die 
altcbrìstlicbe Faramentik nnd zwar vor dem IV. Jahrbandert betrifft. Man ist bisber dem 
TTéTaXov ^^puffoOv etwas zweifelstlchtig begegnet; hier zeigen sich uns im Originai zwei 
solche Stirnbinden, wenn aach erst vom Ende des lY. Jahrhnnderts, vielleicbt profanen 
vìelleicht heiligen Gebranches, die mindestens zur Yorsicht mahnen, wie sie uns auch 
Mut roachen, ftlr die ersten drei Jabrhunderte der Kirche die Paramentenfrage auf- 
zarollen. 

Die Paramente sind gewiss nicht znfàllig entstanden und haben sich nicht ohne 
Beachtnng nnd Eingreifen der kirchlichen Bebórde entwickelt, ebenso wenig wie die 
Ceremonien des Messopfers. Die Apostel haben aber aus, um mich etwas drastisch auszu- 
drticken, gewiss nicht eines Tages beschlossen, die Messe zn erfinden sammt ihren Cere- 
monien und dem liusseren Apparate. Die geniale Entdeckung Gustav Biekels hat hier 
glUcklich den Weg gewìssen, aelbst wenn der schlagende Parallelismus zwiscben Pascha- 
rìtual der Juden und den àltesten Messformnlarien in weiteren Entdeckungen kleine 
Abweichnngen bringen wtirde. Icb rìchte hier besonders an die Herrn Orientalisten 
den Appell, diese Ideen Biekels nicht aus dem Auge zu verlieren, insbesondere der 
Frage zu gedenken, oh die Juden vor der Zerst^rung des Tempels bei den Paseha- 
ceremonien auch eine Art Eleiderceremoniell, wie es ja in der hi. Schrift ausdrncklich 
begrllndet wlkre, beobachtet haben. Daflir haben sich bisber keìne voUig sicheren Anhalts- 
puncte gefunden, wenn auch die von Mtiller-Schlosser publicierte bosnische Haggada in 
einigen ihrer Bilder unserer Annahme gftnstig zu sein scheint. 

Ich stelle daher die hypothetische Frage: Wenn damals, zur Zeit Christi, irgend ein 
Eleiderceremoniell anzunehmen w&re, wie kann dies nur gewesen sein? Das zweite 
Bach Mosis (12. 11.) sagt tlber die Art und Weise» wie das Osterlamm zu essen sei: « So 
soUt ihr es essen: Ihr sollt euere Lenden umgUrten, Schuhe an don FUssen, StUbe in den 
Hlknden haben...." Siewaren also vorbereitet zur unmittelbar bevorstehenden Beise und 
tmgen daher ein Beisecostttm. Es ist nun hocbst auffàllig, dass die kirchliche Kleidung in 
ihrem ersten und wichtigsten Paramente, der pilnula, sowol in der lateiniscben wie in 
der griechischen Kirche auf ein Kleid znrUckgeht, das nicht nur, wie Lampridius ftlr die 
Zeìten des Alexander Severus sagt, sondern schon wegen seiner Form am geeignetsten 
war, auf Beisen als Oberkleid beniìtzt zu werden: ^cum id genns vestimenti (die 
paenula) semper itinerarium aut pluviale fuisset". Schuhe, Stab und GUrtung finden 
sich ebenfallSi wenn auch nicht immer gleicb ausgepràgt, in der morgen-wie abend- 



298 HEINRICH SWOBODA 



liliidischen Eircbe. Die archHologische Erforschnng dieser Paramente ist bìsher fast 
systematisch vernachll^igt worden, oder sie war nnttbersteiii^Iichen Schwierìgkeiten 
ausgesetzty so dass eia atermìnus a qno" gegenw&rtig so viel wie nicht angegeben 
werden kann. Yielleicht wàre es am ehesten moglich, mìt den Stablegenden kritisch, — 
nicht byperkritisch za beginnen. Die tnnica talaris ist freilich dnrch alle Jahrhnnderte 
gesichert. Damit w^re aber auch das Ulteste PontificalcoBtttm gegeben. Die Gfirtang 
wird si'hon ini 4. Jabrhundert erwSlhnt, nnd wegen des Pontificalstabes glanben wir 
wol die Beobachtung a priori anftihren za sollen, dassseine (< Einftihrung" ana einem 
litnrgischen Bediirfnis spàterer Jahrhanderte nicht za erkltt.ren ist. Der Bischof zieht 
nicht damit ein, nimmt ibn aber dann. nm ihn vor Beginn der eigentlichen litnrgischen 
Handlnng abzngeben: denn er hindert ihn. Und oh der Apostel Panlns in Troas mit der 
9s>óv7} seinen fur die Beìse notwendigen Mantel zartlekgelasseii kat, oder ob aieh 
hinter jenem Worte mehr als ein blos profanes Eleid verbirgt, kann archaol<^Ì8ch 
weder prò noch contra entschieden werden; blos soviel folgt wol mit Sicherheit ans 
dieser Stelle (2, Tìm. IV. 13), dass dem Apostel anserò paenala imd zwar weBigsffens 
als Beiskleid bekannt war. Aach dieso Folgernng ist nnserer Idee — es ist niebt mehr 
als vorl^afig eine Hypothese — gUnstig. Unbegrlindet stellen wir sie librigene aneh 
ohne dieso archàologischen Streiflichter nicht anf, weil der Zasammenhang zwischen 
Messceremonien and Pascharitnale anleagbar ist and bleibt 

Waratn man aber bisher diesen Zasammenhang fttr die Paramentik nicht aiisge- 
sprochen hat? Wenn man anch nicht die priesterlichen von den bischòfliehen Paramenfen 
getrennt) oder vor diesen bàtte erforschen sollen, mnssten doch die eitizelnen Paramente 
in ihrer Geschichte stndirt werden, wie es wol mit grdsster Ortlndlichkeit Wilpert 
gethan hat. An diesen Besaltaten, soweit sie vom 4. Jahrhandert anfw&rts gesicbert 
sìnd, rtlttle ich nicht. Sie wSlren mit meiner Hypothese sogar sebr gnt v^einbar. Diese 
versacht nar eine ErgUnzang nach rttckwUrts za bieten, ohne dass ich fìir die érsten 
drei Jahrhanderte detaillirte, kleinliche Yorschrìften tkber die Cnl&leider annebmen 
m5chte oder mlisste, schon deshalb, weil Exodns 12. 11. selbst diese dtlrftigen Angaben 
nicht welter aasftihrt. Es genttgt, den Grnndton der Reìsekleidnng anznnehmen, die 
sich ceremonieli spilter welter entwickelt hat, wie ja aach die Ceremonien wandélbar 
and doch im Wesentlichen gleich geblieben sind. Und wenn wir, abgesehen vom dog- 
matischen Zasammenhang zwischen Encharistie and letztem Abendmahle, andare Para- 
mente wie Altartisch, Kelch, oder gesftaertes nnd angesftaertes Brod, Wein nild Waaser- 
mischangaaf jenen Pasoharitns zarttckftihren, dtlrfte die im Einklang mit Exodns 12. 15 
von den Jaden aaf sieben Tage ansgedehnte Paschafeier eher eine Entwicklnng als 
einen ceremoniellen Btickgang annehmen lassen. 

Die Eatakombenbilder widersprechen nnserer Annahme keineswegs. Denn abge- 
sehen von der Arcandisciplin, wollen nnd kdnnen sie schon wegen des gtozlieh man- 
gelnden Realismas keine Momentphotographien einer Eatakombenmesse seln. Sonst 
mtisste die u fractio panis " , die ich vor Enrzem im Originai stndieite, anch ein Beweis 
daftlr sein, dass die ersten Chrìsten keinen Altartisch halten, der dort fehlt, oder dass 
sie einen wirklichen Fisch anf einer Schttssel vor sich hatten, oder dass die Binsen- 
kdrbe, ^hnlich dem von Monza, in gottesdienstlicher Verweildong standen. Der eneha- 
rìstitsche Character dieser Bilder folgt ja geradezn ans dem symbolischen. Daher ist 
der Mangel der paenala aaf solchen encharistischen Szenen kein Gegenbeweis, abge- 
sehen davon, dass anf der Einkleidangszene in Priscilla eine paenala oonstatiert werden 
kònnte. 

Wie aber da^chten wir nns die nrsprttngliche mitra? Einheittìch ans dem gaìizen 
Gedankengang hervorgehend anch nicht anders, als der ^ mitra velatDs arabd^' noeli liènte 
anf Beisen geht. Ein Tnch aaf s Hanpt gelegt, wie wir merkwtlrdiger Weise da» Hnmé- 
rale jetzt noch nehmen, and darnm ein Band geschlnngen, das ifiiifl èingesetEten yìtfìie 
oder in seinen langen Endstreìfen natnrgemàss eine Fortsetznng naéh rtiit^kMfiMB nnd 



ZWEI ALTCHBISTLIGHE INFELN 299 



abwftrtfl bat. Das Tzézxto^* y o'jaoOv oder -rztTxko^ tizi t5S; xspaXfj; k'Ame dadurch zu seinem 
vollen Becbte. Noch haben wìr mittelalterliche Infeln, deren Zierband im wirklichen 
Gemmenscbmnck oder gestickter Immitatìon tiberraschend unseren hier vorgelegten 
infniae &hnlich ist. Die weisse Hanbe, in der lateinischen Eirche noch immer durch- 
^ehend weiss geblieben — entwickelt sich dnrch Stftrke oder sp&ter durch eingelegte 
Versteifnng zn nnserer jetziger Spitzmitra, wSkhrend der Orient die ronde Hanbenform 
festhielt. 

Unwillktirlich erinnert una diese Materie an die Beschreibnng, welche Bohanlt de 
Fleary von einigen orientalischen Formen des amictas giebt. Es sei ein ]anger weisser 
Streifen von Linnen oder Seide, welcher ttber den Kopf der Priester und Diacene 
^ctragen wird. So tragen ihn die koptischen Priester bis hente. Sehr merkwtirdig 
ist ancb das mit dem arabischen Worte shamlah bezeichnete Eleidungssttick. Eine lange 
weisse Leinenbahn, gestickt mit goldenen Ereuzen, 5 Meter lang und 40 "" breit. Die 
Krenze sind rot nnd golden eingestickt, und in den Ecken sind koptische Lettern. 
Das Ganze ist ohne Fransen; blos eine roth nnd goldene Linie verbr^mt es. Wie ein 
Tnrban wird es nm's Hanpt getragen, und ein Ende da von hàngt tiber den BUcken 
des Priesters, wSLhrend das andere hernmgeht und wieder oben befestigt wird ; Priester 
nnd Erzpriester tragen es. Nach Butler (Anc. coptic chnrches of Aeg., II, 117) wftre 
das tatlasdn dem shamlah nicht ganz nnàbnlich, als ein leinenes und seidenes Band, 
welches ttber den Bttckèn geht und nicht nm den Hals gerollt wird. Yielleicht darf 
ìch noch das halUn als Zeicben der Bischofe und Erzbischòfe anfttbren, welches gran 
oder von farbiger Seide ist, mit vielen Ereuzen und Inschriften bestickt wird. Es 
ist doppelt, und wird so getragen, dass die Enden ttber die Stime hàngen und sein 
Zng mit einer Ereuzung ttber die Bnist nnter den Àrmen und auf die Schultern, von 
einem Bande festgehalten, geht. Ich bescheide mich hier geme eines Urtheiles und 
ttberlasse es den Studien der Zukunft, die auch hier das Band zwischen Orient und 
Occident nicht tìbersehen werden. Ich wil] es nicht zu auffilllig finden, dass der Pon- 
tificant beim Aniegen des amictus wie der Mitra ein fast gleichlautendes Qebet von 
der ii galea salntis " spricht. P. Brann meint zwar, man habe erst um das 10. Jahrhnn- 
dert herum angefangen, das Humerale anf s Haupt zu setzen, um die Symbolik seines 
Begleitgebetes zn verwirklichen ; uns erschien das aus verschiedenen GrUnden nie glaub- 
lich, nm so wenìger als, wie auch P. Brann zugiebt, das Gebet mit der «, galea salntis *' 
schon im 7. Ordo Bomanus vorkommt. Dass auch in der lateinischen Eirche der amictus 
weìt ttber das XIII. Jahrhundert hinauf als Eopfbedeckung gedient hat, ist bekannt 
nnd kann fttr einzelne franzQsische Diòcesen bei Bohault de Fleury des Nnheren nach- 
gelesen werden. Ebenso verdienen die alten Humeralien mit einer bandartigen parura 
hier eine vorsichtige Erwàhnung. Denn aufs Haupt gezogen, wie die Mónche das Hume- 
rale jetzt noch tragen, kommt jene parura, die im sp^teren Mittelalter ein Schuiterkragen 
zn sein scheint, der Function eines infula-Streifens tiberraschend nahe. Wir h^tten also 
anch hier die Elemento der alten mitra noch angedeutet, allerdings auf eine Form 
weisend, die, der jetzigen biscbóflichen Inful àusserlich nicht ^hnlich, um so eher aber 
mit dem von Wttscher-Becchi richtig betonten Nackenschutz jener ursprttnglichen Form, 
wie wir sie vermnthen, entsprechen wttrde. Es ist schliesslich klar, dass die von alien 
ArchSU)logen fttr die ersten drei Jahrhunderte angenommene Gleichheit in der Elei- 
derform profanen wie heiligen Gebrauches anch bei nnserer Ansicht aufrecht bleibt. 
Wir substituiren eigentlich nur an die Stelle des ansschliesslich angenommen litnrgi- 
schen Pallinm's die liturgische paenula. 

Ein abschliessendes Urtheil ist gegenw&rtig nicht mòglich. Wir wtìrden uns aber 
frenen, wenn diese Gedanken, znm Schlusse des Congresses vorgebracht, fttr eine grttnd- 
liche Debatte ttber den Congress hinaus den Anfang bilden. 

Prof. Heinrich Swoboda. 



THE SAXON CROSS POUND IN BATH 



I have the honoar of showing two shotographs of a leaden Cross, with Latin ìn- 
scrìptions on both sìdes, discovered in Jnly, 1898» by Major Charles E. Davis, F. S. A., 
and exhibited by him to the Brìtish Association, when they visited Bath. 

Major Davis has most kindly allowed ns to reprodnee these photographs in our 
Transactions, and they wili snpply the place of any detailed description of the Cross. 
It will soffice to say that it is of lead, of mach thinness. Its extreme length is 4 V, 
inches, and its breadth 3 V, inches. Major Davis has convinced himself that it was 
cast, and not engraved with a tool. It was fonnd in the hypocanst of the Roman 
Bath, seventeen feet below the present level of the ground, and near the remains of the 
Conventnal Chnrch which was bnilt over the Baths in the ninth centnry. The lower 
portion or base of the Cross has evidently been broken off, and other parts have been 
damaged. The characters are in the style of the ninth or tenth centnry. 

The back bears a short inscription, nnfortnnately corroded in the most impor- 
tant parts. The letters remaining mn thns: 

ANNO AB Wcarna dné ntr$ 

KL octobris O E... dgyun,., 
cgregaHane Soror... 

With the help of Major Davis and Mr Blakiston, I shonld propose to read 

ANNO AB INCARNATIONE DOMINI NOSTRI {Jesu Christi) 

(XV?) K ALENO AS OCTOBRIS O EADGYFU 

(de) CONGREGATIONE SORORVM 

In the year from the Incarnation of our Lord Jesus Christ 
On the (15^) day before the Kalends of October, died Eadgyfu 

of the Community of Sisters 

Qneen Eadgiva or Eadgyfn was the wife of Edward the Elder, and the mother 
of king Edmund, the grandson of Alfred the Great. Her signature appears on many 
Charters dnring the reigns of Edmund, and bis sons Edwy, and Edgar. Edmund's 
wife, Aelfgiva, or Aelfgyvu, died according to Ethelwerd, in 948. Ethelwerd adds: 
« postqne sanctificatur (was canonized, or regarded as a Saint); in cujus mausoleo, 
cooperante Deo, usque ad praesens innumerosa equidem miracula fiunt in coenobio 
quod vulgo Sceftesbyrìg nuncupatur » {Chron., lY. 6). Edmund's wife was thus vene- 
rated as a Saint at Shaftesbury. Possibly the nuns at Bath were closely connected 
with that Community. If she is the lady referred to, the missing date would he 
DCCCCXLVIII. The < XV KL Octobris > would be September 17'^ e, Thanatos wich 
is the greek word for Dead so well known in Roman Epitaphs. 



HONS. BROITNLOW 



The front of the Cross is covered witb ioscrìbed lettera. The edge of the circnlir 
background contaìns the natnes LVCAS and lOHANNES, and the other two igni- 
drants evidently bore MATTHAEVS and MARCVS. The sqnare forni of the C in 



The Saxon Cross (Back). 

LVCAS, De Bossi says, was not known in Rome beforé the eleventh eentnry, boi was 
common in Qanl doring the 8'", !)"■, and 10'" centories. 

The arma of what may be called the 3t Andrea's Cross bear the worda ADONAI, 
eEOC, ELOE, and what look» like SABAI or SADAI. These are naraes of God in 
Hebrew, snd tìreek. The Suxon seribes were fond of displayiog their koonledge of 
Greek and Hebrew. Tbna, a grant made by kiog Edgard to the Nuna at Btmsty 
begins 

* Anno dominicae incarnaiionis deceelxviii, Christo Theo eie. 

+ Omnium jura regnorum eodestium atque ierrestium 

claustra, etc, > 

In another grant tu bis kinswomaa Àelgifu oconrs 

< regnante Zahaoih in perpeluut» dno ntro Jhesu ('hrìsto, eie. * 

The transverse arms of the Cross bave a large A at the end of the rìght ino. 
and donbtless bore an u at the end of the other. The three linea of inserìptioD art 
mnch mntilated, 

Xpe cunabula cuncta 

A Pccr sgualore sorde voluta 

SuppI deposco miserere 



THE SAXON CROSS FOUND IN BATH 303 



Mr Blakiston reads it tfans: 



Ghri(ste omnium haminum) cunabula cuncta (disponens) 
A Purifica me squalare sorde voluta(tam) (a>) 

Supplex tibi Domine deposco miserere (mei) 

These linea he translates — 

Chrisi, who ordereih the birth of ali. 

Purify me, prostrate in grief, 

Lord, I suppliantly beseech Thee, have mercy on me, 

< Grìef » seema hardly atrong enongh for « sqnalore aorde volntatam >, and « wallowing 
in mire and filth (of ain) > seema more near to the idea conveyed. Major Davia' 
reading of « Peccatriz » aeema better warranted than « Parifica » by the remaina of 
the inaerìptìon. 

The npright limbs of the Groas bear an inacription rnnning aerosa that just deacribed. 
Major Davia reada: 

Quf in virtufe crucis mundo 

Tartara distrupit clanstra celestia a(permt) 

Et omnibus dedit p ... fidelibus Sa(lutem) 

If we anpply, with Mr Blakiaton, the end of the firat line, « mundnm purgavit, » and 
make the « P » into « piia » or « pacem », for there ia not room for « popalia », wes hall 
make out the aenae to be: 

He has given (peace and) salvation to ali his (pious) faithful. 
He who by the power of the Cross has purified the world, 
Has destroyed hell, and opened the gates of Heaven, 

Major Davis considera thia Croaa to be a memorial of Eadgyfn, the Qneen of 
Edward the Elder, who when ber grandaon Edgar was crowned at Bath in 972, mnat 
have been over 70 yeara of age. 

It appeara from a paper by Mr W. M. Wylic, read in 1854 before the Archaeolo- 
gical Society, that, in the IV*' and 12"' centuriea, it waa a common practice to 
depoait leaden croaaea in tomba in the north of France, with inseriptiona on them, 
some of which contained forma of absolntion, with the name of the deceased specified. 
Thus, in 1142, Heloisa obtained from the Abbot of Clnny a writing to be placed on 
the body of Abelard to this effect: 

« Ego, Petrus Cluniacensis Abbas, qui Petrum Abelardum in monachum Clunia- 
eensem recepi, et corpus ejus furtim delatum Heloissae Abbatissae et monialibus Pa-^ 
rcicliti concessi, auctoritatc omnipotentis Dei et omnium Sanctorum absolvo eum prò 
officio ab omnibus peccatis suis. » (Mabillon, Ann. S. Ben. T. VI, p. 356). 

In the case of Abelard, it was donbtlesa a wiae precaution to depoait in hia tomb 
an anthentic proof of hia having died in the communion of the Ghureh. The desire 
to be on the aafe aide probably prompted othera to obtain aimilar eertificatea for their 
frienda. In England a leaden croaa waa fonnd, in 1830, in the Cathedral cemetery 
at Ghicheater, with an ìnscription beginning: «Abaolvimna te, Godefride», Thia waa 



HONS. BR0T7NU)W 



in the tomb of Godefridna, who Mr Wylie aays waa • the second Biahop of Chicheeter, in 
the days of William the Conqueror >. Another similar cross with an illegìble ioscrìption 
was fonod at LìdcoIu io the tomb of a prìest aame Siford. Tbere is no aort of 



The S»xon Cross (Front). 

absolntiou in tbe inscriptioo on tbìs Sason Cross, tt wonld seem to bave beeo a 
very old enstom to place a leadeii piate in tbe tomb, by which ihe deceased pereon 
conld be identified when bis body has been dissolved into dast. It was natnral t» 
fashion this tablet in the form of a Cross, and to inscribe on it pions prayers and 
aspìratioDs. The last prayers said after a Requiem Mass, M'hen tbe body ia sprinkle^l 
with Holy Water and incensed by the priest are called « the Àbsolntions >, tbough 
no actnal absolntìon is gÌTcn. 

Mons. Brouklow 
Biahnp of Clìfton. 



LE8 FOUILLES D'ABOBA 



Le village torc Aboba (Ak-Baba) se trouve dans renceinte d'nn rempart qni a 
la forme d'nn quadrilatere imparfait. Du Nord ati Sud ce rempart mesnre environ 
6 kilomètres de long; dn coté Est-Onest il atteint une dimension de 4 kilomètres; le 
coté Sud, où est situé le village ture, s'étend sur une longueur moindre, de 3 kilomètres. 
Un fosse profond, en parfaite conservation du c6té Est, longe le rempart. Tout Tespace 
conapris dans l'intérìenr des remparts est couvert de ruìnes et de débris de tonte sortes, 
soit en marbré, en pierre, ou en brlque. Àu centre de l'enceinte fortifiée s'élevait comme 
un fortin de forme quadrilatere également. Les murs de cette petite forteresse étaient 
construits en pierres de taille: actuellement il n'en subsiste plus que les fondements 
qui Bont d'ailleurs très visibles à fleur de terre. 

D'après les légendes qui cireulent parmi les habitants des environs, un palais 
s'élevait jadis au milieu de la forteresse: c'est pour cette raison que l'endroit porte 
le nom de Saral-Téry (sara'I-palais en ture). Les murs de la forteresse ainsi que les 
constructions qui s'y trouvaient sont depuis longtemps en ruines, mais le demier coup 
lenr a été porte pendant la construction de la lìgne du chemin de fer Varna-Boustchouk 
il y a vingt-cinq ans. Actuellement dans Tintérieur de la forteresse se trouvent des amas 
formés de débris de pierres, de marbres et de briques, parmi lesquels croissent des 
herbes et des buìssons. Non loin de là, du Nord au Sud, passe une ancienne route 
romaine. 

En dehors de cette forteresse, on trouve encore dans l'enceinte des remparts, les 
traces d'une autre grande construction, reconnaissable seulement par les amas de pierres 
et les irrégularités du sol. Les turcs appellent cet endroit Elissé-Yery (Klissé-église). 
De prime abord, la vue de ces ruines fait penser à un camp romain ou à un Eastron 
byzantin, dont les Bulgares se seraient emparé en conquérant le pays au VIP siècle. 

D'après lesdonnées bistoriques, les Bulgares avant d'établir leur capitale à Preslav 
avaient évidemment uu autre eentre politique entre le Danube et les Balcans. Les ruines 
d' Aboba nous suggerèrent l'idée que ce centre pouvait, peut-étre, s'y trouver. En tous 
cas, on pouvait espérer y trouver des traces relatives à l'ancienne histoire des Bulgares. 
Les deux endroits du terrain qui portent les noms de Sarai- Yéry et Elissé-Yéry attirent 
principalement notre attention. C'est là que furent commencées les fouilles. La surface 
du terrain qui présentait le plus d'inégalités fut fouillée tout d'adord pour donner la 
possibilité de suivre la direction des murs et erienter les travaux. 

Voici les résultats des excavations dont je ne donne que les aper^ns sans beaucoup 
de détails. 

Sarai- Yéry. 

A cet endroit furent mis au jour les ruines d'une construction assez considérable. 
Elle est construite de pierres taillées; les murs extérieurs, moins bien conservés, n'ont 
gardé que deux rangées de pierres, quelquefois méme une seule. Les murs intérieurs 
ont été moins pillés et sont formés de plusieurs rangs: on en compte m^me jusqu*à 
six. On peut croire que c'est tonte la hauteur du rez-de-chaussée : il est aisé d'en repro- 
dttire le pian. Les fouilles n'ont donne que des fragments d'objets (bas-reliefs en marbré, 
pierres avec inscriptions et croix) qui ne peuvent donner des indieations positives pour 

20 



306 TH. OUSPENSKY 

déterminer l'époqne de la constrnction. II est d'antant plas raisonnable de se réserver 
sur ce [)oint que les mars extérienrs et iiitérieurs senls ont été découverts: toat l'espace 
qui se trouve entre ees derniers est encore sous terre. 

Le matériel de constrnction employé donne à penser qu'il avait déjà servi à d'antres 
buts et figure dans d'autres édifices. Àinsi, une des pierres taillée encastrée dans nn 
mur intérieur porte la marque 1^^, c'est-à-dire 14. Cette marqne ne peot se rapporter 
ni an rang, occnpé par la pierre, ni au nombre des autres pierres; il est évident qa'elle 
avait une sìgnification là, où elle était auparavant. Une autre pierre porte une inscription 
latine, dont une partie a été détrnite pour donner la forme vonlue à cette dalle. D'après 
les restes de Tinscription on peut juger que cette pierre était une stèle funéraire, prise 
dans quelque cimetìère romain.On a trouvé encore une pierre à relief et ornée d'une 
feuille d'acanthe, ce qui prouve que celle-là encore avait auparavant servi à un antre 
but. Farmi les rangées de pierres une base de colonne portant sur sa partie inférieure 
les restes d'un décret en bonneur de M. Àurélius. 

Les mémes conjectures venaient à l'esprit après un examen attentìf des briqnes 
et des tuiles. Les formes et les marques des briques ainsi que celles des tailes sont 
fort différentes et prouvent qu'elles avaient été faites à diverses époques. La terre 
glaise est differente comme le mode de fabrication, ce qui donne à croire que ees 
matériaux avaient fait partie d'autres constructions avant que de servir à celle, dont 
il est question. 

Une grande quantité de briques portant différentes marques a donne liea anx 
conjectures suivantes: 

A l'Est de cette construction, près de la porte qui donnait entrée dans la forte- 
resse, se trouvait un amas de pierres et de briques cassées. Farmi ees dernières plusienrs 
étaient différemment marquées et portaient méme des traces d'un dessin grossier. lei 
un visage humain, là différentes parties du corps humain, des animanx, des fleurs. 
On remarque également des lignes droites et courbes comme on en voit habitnellenient 
sur les briques gréco-romaines, mais ce qu'il y a de plus cnrieux, ce sont les briqnes 
qui portent l'empreinte d'un doigt humain, d'un fer à cheval, d'une patte de chien, 
de chèvre, de brebis, etc. Ces derniers signes sont les seules preuves qui paissent servir 
à déterminer l'epoque de la constrnction de ce bàtiment et la nationalité des con- 
structeurs. Il est hors de doute que nous retrouvons là les signes d'une epoque barbare. 

En méme temps que les fouilles de Saraì-Yéry on faisait des excavations à Klissé- 
Yéry, qui donnèrent des résultats précis dès les premiers jours. Du coté de l'Est fnrent 
trouvées trois absides, alors on continua les fouilles dans les directions Nord et Sud 
pour trouver les murs de la basilique. Un pillage continu pendant plusienrs siècles 
avait fait disparaitre une grande quantité de pierres, en quelqnes endroits il n'est 
reste que les rangs inférieurs. Néanmoins tous les jours amenaient des tronvailles assez 
intéressantes. Le dallage de l'église est reste presque intact. On a trouvé 16 bases 
de eolonnes, et la plus grande partie sur les lieux mémes de leur ancien emplace- 
ment. Un certain nombre de fragments en marbré gisaient tont auprès. Tous les jours 
amenaient la découverte de nouveaux matériaux : des frises, des frontons, des omements 
en reliefs, des chapitanx de eolonnes, des croix taillées dans des dalles de marbré et 
des inscriptions, grecques pour la plupart. Les fragments de marbré blanc et oolorìé 
de forme carrée, romboide, polygone prouvent que les murs de Téglise avaient été 
ornés de mosalques. On a trouvé encore des débris de verro coierie, des cloos, des 
anneaux de fer, des monnaies et des morceaux de plomb. La forme de ces derniers 
donne à penser que l'église fut d'abord brùlée et puis pìllée par des mains barbares. 
Il n'y a aucun doute que les pillards étaient barbares, car quelqnes eolonnes sont brisées 
en mille morceaux ; de toutes les inscriptions qui s'y trouvaient on ne pent lire que 
quelqnes lettres, rarement un mot entier. 



LES FOUILLES D'ABOBA 307 



Voici les prìncipanx résnltats dea fonilles faites à Klissé-Yéry: 
V Le lien de provenance de plnsienrs monumenta historiiqnes de Fancìenne 
Bulgarie est déeonvert. On sait qne ces monnments sont pour la plupart des colonnes 
portànt le nom d'Omortag en Phonnenr des héros et des hommes politìqnes de Bnlgarie, 
aìnsi qne des colonnes avec le nom des villes. Une partìe de ces colonnes a été transportée 
à Sophìa et se tronve an mnsée National, les antres se tronvent à Chonmla, à Provadia, 
à Novi-Fazar, etc. Il est difficile de préciser l'endroit où fnrent trouvées ces colonnes, 
car les paysans ne répondent pas volontiers ani questions qn'on leur pose sur la 
provenance de ces monnments. Néanmoins il est connn qne qnelqnes-nnes des colonnes 
appartenant à la pérìode bulgare ancienne proviennent des villages voìsins d'Àboba. 
Pendant les fonilles pratiqnées à Elissé-Téry on a trouvé une nonvelle colonne portant 
le nom d'Omortag; cette colonne qnoique conchée paratt visiblement étre & l'endroit 
fnéme de son érection. Cette circonstance donne lien à penser qne l'église d'Àboba 
a fonmi tontes les colonnes précédentes, qni fnrent tronvées et prìses par les paysans 
des environs à différentes époqnes. 

On déconvrit également à Elissé-Yéry des colonnes portant les inscrìptions snivantes: 
KACTPON C(!)ZOnOAe(0C, KACTPON APKAAirnOA€C0C; nn fragment de colonne 
portait le mot nOA€:MOC. Ces déconvertes rappellent très bien les colonnes aux inscrìp- 
tions: P6à€:CT^, B^PAIZ^, et antres xaaxpa, ainsi qne la famense colonne portant 
ces mots tracés: I10A€M0C C€PAC. La ressemblance de ces divers monnments ainsi 
qne les particnlarìtés paléographiques qni lenr sont commnnes, m'engagent à conclnre 
qne les colonnes à inscrìptions xdtiTTpa qni se tronvent actnellementàSophia^Tirnovo et 
antres endroits proviennent tontes de Klissé-Yéry. D'aillenrs nn détail paratt confirmer 
cette snpposition. Ainsi qne nons l'avons dit, 16 bases de colonnes ont été déconvertes 
dans les rnines de la basilique de Klissé-Yéry. Le norobre de colonnes portant le nom 
d'Omortag et celni de plnsienrs villes bnlgares, correspond parfaitement au nombre 
de ces bases à l'exception d'une senle. Ce n'est donc pas sans qnelqne probabilité 
qn'on pent considérer Klissé-Yéry comme l'endroit d'on fnt enlevée la plns grande 
partie des anciens monnments bnlgares. 

2* Les inscrìptions, les fragments de scnlptnre, les objets de fer et de verre, les 
marqnes tronvées snr les pierres et les brìqnes donnent lien à des étndes fort intéres- 
santes, ponvant jeter qnelqne lumière snr l'histoire de la Bulgarie. Les nombrenx 
signesdont les niaQons marquaient les pierres reste nn des sujets d'étude les plns intéres- 
sants. Ces différents signes ont qnelquefois de la ressemblance avec ceux qu'on tronve 
dans les constrnctions byzantines, mais pour la plnpart ils offrent des particnlarìtés 
qni caractérisent les magons dn pays: tei leur usage de marqner les pierres. A coté 
des lettres de l'alpbabet grec on tronve des signes se rapprochant de l'alphabet slave. 

A quelle epoque et à quelle nation se rapportent les rnines tronvées? Il serait 
peut-étre trop tot d'y répondre, car les fonilles sont loin d'étre terminées et qui sait 
ce qu'elles nous réservent? Les seules conclusions qu'on pnisse donner enee moment 
sont les suivantes: 

La basilique, longue de 57 mètres et largo de 28, était richement omée. Elle conte- 
nait des monnments nationanx des anciens Bnlgares et doit étre considerée comme 
construction d'Etat et non comme edifico prìvé. 

La coèxistence d'objets propres au eulte palen et chrétien prouve qne cette basilique 
est d'une epoque de transition dn paganisme au chrìstianisme on d'une epoque fort 
voisìne de 4se temps. 

Th. Oubpbnskt. 



LA « CROCE SANTA „ DI CORTONA 



Proyenienza della ^ Croee Santa „. 

Francesco d'Assisi, poiché vide estendersi e moltiplicarsi TOrdine sno in guisa che 
il governo di esso avrebbe potuto distrarlo da la contemplazione delle cose celesti, 
volle deporre ogni terrena cura, e fece eleggere nel 1221 nn nuovo duce a la sacra 
milizia. Fu questi un Coppi, di famiglia cortonese, noto sotto il nome di Frate Elia, 
secondo ministro generale dei minoriti. Non accade qui narrare la travagliata sua 
vita ; giova solo rammentarne il fatto che si collega a l'insigne cimelio detto < la Croce 
Santa di Cortona », argomento della presente comunicazione. 

Frate Elia adunque, deposto dal generalato per la sua vita troppo mondana nel 
Capitolo francescano del 1289» andò a porsi al servizio dello svevo Federico II \ e poco 
dopo quell'anno per quella solerzia nel maneggiar gli affari che ai principi lo rendeva 
gradito, fu il Coppi da l'Imperatore d'Occidente a quel d'Oriente spedito in missione, 
e nell'accomiatarsi dal Cesare bisantino, che era allora Giovanni Dncas ', ne ricevette 
in dono una reliquia della Croce di Cristo dentro eburnea custodia; tornato in patria, 
il frate depositò l'oggetto prezioso nel tempio da lui edificato, in cui poi volle ed ebbe 
la tomba. 

Testimonianze. 

« 

La principale testimonianza di tale avvenimento si trova negli Annali francescani 
del Waddingo, dov'ei racconta come Fra Alberto da Sarteano, nunzio apostolico in 
Asia e in Africa per la riconciliazione con la Chiesa dei giacobiti eutichiani, reduce 
in Italia con messi di quelle genti, fosse da Eugenio IV pontefice invitato a Firenze, 
dove si teneva il Concìlio. Avendo il papa mandato araldi a le città di Toscana perchè 
festosamente accogliessero il missionario, venne egli a Cortona incontrato fuori delle 
mura dal clero e dal popolo ^. Processionando e cantando tutti insieme si recarono 
alla chiesa di S. Francesco, ove Alberto imparti la benedizione apostolica con la « Croce 
Santa > che Frate Elia aveva riportata da Costantinopoli due secoli innanzi. Oli astanti, 
ammirata che ebbero la teca scolpita e letti i caratteri greci sovr'essa graffiti, adorarono 
il sacro legno, camminando su le ginocchia da la porta del tempio fino a l'altare \ 

^ Secondo 11 Waddingo, storiografo francescano, Fr. Elia si sarebbe accostato a Federico TI 
verso l'anno 1239. — Annali franeeseani, anni 1221-1253. 

' Figlio di Teodoro Lascaris. 

^ Lincontro avvenne al hiogo detto delle « Contesse » dove tm ricordo marmoreo di esso 
esisteva ancora ai tempi di Filippo Venuti, e fa allora « malo Consilio » distrutto. Vennti, Dis^ 
ftertatio: De Cruce corianensi, 

* Questo fatto che avvenne circa Tanno 1438 cosi é narrato dal Waddingo : «Albertus Sartia- 
nensis, ad Etbiopes & Indos... missns est & Jacobinorum gentem numerosissimam perSyriam.. 
aliasqne regiones late diffusam ... ad nnitatem fidei romanae amplectendam solerter excitavit, & 
cam legato ejnsdem gentis... hoc anno (14.37) appulit Anconam. Il lue missi ab Eugenio qui bonori- 
fice Florentiam ducerent, & per urbes cnrarent recipi populorum gratnlatione. Per Tiisciam transeun- 



310 TERESA VENUTI DE DOMINICIS 



Tra gl'incliti personaggi che visitarono pel corso de' secoli la < Croce Santa » è da 
ricordare Leone X, condottovi dal cardinal Silvio Passerini \ ai 18 novembre 1514. 
Il rescritto della indulgenza concessa allora dal papa si conserva negli Archivi cortonesi. 

Illustratori del Cimelio. 

I principali autori che illustrarono il nostro dittico son questi, oltre il Waddìngo 
già nominato: 

Fra Bartolomeo da Pisa, nel celebre suo libro Conformiiaium ^ 
Angelo Feruzzi, vescovo di Sarsina, in una relazione su la < Croce Santa » di 
Cortona ^. 

L'Ughelli, nella Italia Sacra *. 

II Dncange, nella Historia hysantina ^. 

Il Gori, nel Tesoro degli antichi dittici ed in altre opere ^. 

Il Venuti, nella dissertazione intitolata: De Cruce corUmensi ^. 

Il Montfaucon, nel parere so di essa, inserito nello scrìtto del Venuti ^ 

Il Borgia, nell'opera De Cruce Vaticana^. 

Il Liverani, nella Offerta a la € Croce Santa » di Cortona ^^. 

Lo Schlumberger, nella Histoire d'un Empereur byzantin au X* sièele ". 

Dopo questi valenti non presumo di portar sul cimelio molta luce di peregrine 
notizie: umile mio compito si è di segnalare ai cultori della sacra archeologia no 
monumento, ignorato forse da alcuno di loro, perchè nascosto in piccola e remota città. 

Reliquiari bisantini detti Filatieri. 

Appartiene il nostro reliquiario al genere degli oggetti chiamati in greco ^ iiXaxri^pia, 
da (p6Xa^ custode, <f\jki(j<s<fi custodisco, difendo ; e il senso di quella voce si estenda da 

tea pervenenmt Cortonam, ubi populas unirersns obyi&iu processit M. P. extra urbem usqne ad 
monasterinm a Comitissa nuncupatum. Atque Inter eoa Bemardinus Senensis, qui illuc forte moram 
trahebat raletudinarius, vectus hnmili aaello, conspiciens Albertnm prò nuncH apostolici dignitate, 
simul cum Legato, equo bene strato insidentem & et populum aocurrentem ut rei fimbrìam tangeret 
reatimenti, voce alta clamavit:« Frater Alberte, reapice ad pedea, memento mortia; cave ne honorefl 
tanti plus aequo animum extollant ». Hia commotua verbia, & Bernardini sui auperioria excitm 
rererentia, confeatim deacendit Sanctum aenem veneraturua & rogatnrua ut humile jumentum 
nobili equo permutaret. Renuit Bernardìnua . . . Praecedentibua autem populo & clero cum hjnmis 
&, canticia pervenerunt ad Coenobium franciacanorum ubi Albertua, auctoritate apostolica, solem- 
nem benedictionem impertiit & Jacobinia, Artificloaam Cmcem inaigno dominici patibuli pretiosam 
fragmento... Fratri Eliae S. Franciaci diacipulo, & immediato ancoeaaori dono datam Conatanti- 
nopoli (ut alias diximua) — ad ;innum 1239 — ostendit. Il li legentea characterea graecoa inaenlptos 
in magna habuerunt reverentia & a templi oatio nsque ad altare flexia genibna adoratnrì proces- 
aerunt». Annales minorum, Roma, 1784, XI, 120. 

* Quei che fu reggente della Toacana per i fanciulli principi medicei Aleaaandro ed Ippolito. 
Era di nobil proaapia cortoneae. 

^ Lib. Conf. B. Franciaci cum Jeau Chriato. Fructua II para 2, Mediolani, 1520. 

3 Archiv. Cort., Ind. 23 febbraio 1583. 

^ Roma, 1644; Venezia, 1717. 

5 Pariaiia, 1682. 

6 Firenze, 1759. 

7 Libumi, Fantechi, 1751. 
^ Ibidem. 

» Roma, 1779. 

»o Cortona, 1886. 

» Paria, 1890; Firmin Didot. 



LA « CUOCE SANTA > Di COUTONA SII 

involncro, schermo, fino ad amnleto. In latino barbaro fn tradotta « Filacterìa > \ in 
francese antico « Filatières > ^ In italiano, potremmo dire: astncci, teche, custodie, re- 
liquiari, e perchè non filaterii o filatieri? 

Numerosissimi nel periodo dell'arte bisantina che fiori dopo Giustiniano, contene- 
vano i filateri per lo più schegge della croce del Signore ritrovata da s. Elena. 

I piccoli, fra quei reliquiari, si portavano al collo e si chiamavano encolpi, eY^có^Tuioi 
da la voce greca xóXt^o;, seno: Tuso che ne facevano gl'imperatori orientali si tramutò 
forse nel costume dei vescovi latini di tener sul petto la croce episcopale. I grandi, 
come il nostro, si esponevano su gli altari, e ne rimangono ancora alcuni nei tesori 
delle chiese occidentali, di cui rammenta il Ducange ^: 

l"" Il filaterìo dell'abbazia di Qrammont in Francia donato a Guglielmo, priore 
nel 1174, da Almerico re di Gerusalemme e proveniente anch'esso da la famiglia impe- 
riale dei Dueas; 

2° Il filaterìo che i monaci di S. Quintino in Piccardia ebbero in cambio di altre 
reliquie da Novalone vescovo, reduce da un pellegrinaggio a Costantinopoli, ed altri. 

Hanno spesso i filateri iscrizioni in forma di croce, ov'è indicato il nome del dona- 
tore e del destinatario della reliquia; talvolta queste epigrafi sono in versi, come quelle 
dettate da Nicola Callido ^, protomedico dell'imperatore Alessio Comneno, per le croci 
appartenenti a la imperatrice Irene sua moglie e a la principessa Anna sua figlia ^. 

Altre croci letterate con caratteri greci degne di menzione sono: 

a) L'argentea di Manuele Comneno, regalata al monastero di S^-Germain da la 
principessa palatina Anna Gonzaga, illustrata dal Montfaucon ^ e riprodotta dal 
Mabillon ^; 

b) Il reliquiario della repubblica di Venezia che porta il nome di Maria, moglie 
di Niceforo Botouìate; 

e) La teca di S. Michele di Murano, anteriore al secolo XI, con le figure di 
Costantino e di Elena, illustrata dal Costadonì ^ 

Descrizione del Dittico Oortonese. 

II filaterìo cortonese si compone di tre parti : una tavola d'avorìo niellata e scol- 
pita, una lamina di metallo filigranata e rabescata d'oro e un tabernacolo. 

Imprendo a descrìvere successivamente queste parti, spendendo prima brevi parole 
intorno a quella che ha pel mio studio minore importanza. 

Il Tabernacolo. 

Un artìstico e ricco tabernacolo fu allogato, nel 1518, dai priori di Cortona a 
l'orafo Gesarino da Perugia ' che si fece aiutare nel lavoro da Gerolamo Palei cortonese. 

* < Aldowrandì regi transmittere Filateria cnravimns ». Epistolae 8. Grefforii Papcie, 
L. XII, Ep. 7. 

' « Ni filatières ni criicifix dorés ». Roman de GuerìD. 
^ Dissertazione XXIV sui Filateri e gli encolpi dedicata al Joinville. 
^ Si leggone nelle opere del Callido istesso edite dal Bebel 1538. 

^ Celebre annalista del regno di suo padre. Il filatiere le venne donato da la sorella Kudossia 
quando, separatasi dal marito, entrò in monastero. 
^ Paleografia greca. 
'^ Opuscoli di Santi ignoti. 

• Nel libro su la croce dei Signore del Gori. Firenze 1749. Di altri avori e reliquiari bisan- 
tini parla lo Schlumberger neirop, cit., ove ne produce i disegni. 

^ Le vicende della ordinazione si trovano nel Libro degli Orafi di Perugia, pubblicato da 
Adamo Rossi; Perugia, 1873. Le carte del lodo e delle liti annesse stanno nell'archivio cortonese. 



TERESA VENUTI DE DOHINICIS 



Il carro del taberaacolo di rame, era sorretto da sei leoncÌDÌ e dÌTÌBO io cìnqne 
ordini con sovrappoato attico, ìd mezzo al qnale nn cartello a fogliame d'argento portava 
la iscrizione. Dne qnadri a bassorilievo rappresentavano la deposizione e la invenzione 



Fig. 1. — Tavola di avorio con figare di sautl. 

della croce e tra fregi in lamina d'argento, erano tignrate storie dell'antico testamento. 
Statnine d'apostoli e d'aDgeli, argentee anch'esse, occnpavano le nicchie, i lati del- 
l'attico e del copolino '. 



' Esiete tuttavia il taberuacoln nella sagrestia di S. Francesco; se non che ad alcune delle 
statnine d'argento furono sostituite altre di bronzo; s'ignora qnando ciò sia avvenuto. 



LA < CROCE SANTA > DI CORTONA 313 



Tavola di Avorio. 

La tavola d'avorio è alta 0,31, larga 0,17.2. 

È divisa in tre ordini dei quali il superiore e l'inferiore sono bassi, e contengono 
ognuno tre dischi con busti in bassorilievo. Il medio, assai più alto, è partito in quattro 
campi da una croce delineata da due smerli distanti fra loro circa due centimetri, 
spazio che è riempito da un classico meandro; il lembo estemo è ghirlandato da foglie 
d'acanto. I sei dischi, o scudi, sono rotondi e somiglianti a quelli che si vedono negli 
antichi sarcofagi o sui lembi di taluni indumenti sacerdotali. 

Figura di Cristo. 

Nel disco medio del piano superiore sta l'immagine del Salvatore; ha capelli 
spioventi e barba elegante, come nelle monete bisantine; posa il capo su l' incrocia- 
mento di due aste ed alza il pollice e l'indice della destra, (atto di benedizione presso 
i greci). Nella sinistra tiene il libro evangelico, dal manto sovrapposto esce un trian- 
golo di tunica ricamata sul petto. Nel campo si leggono le sigle I - C e X - C. U<7Óu; 

Xpi;TÓ;. 

Figure degli Angeli. 

Nelle targhe, a dritta e a manca, ci si offrono le figure scettrate ed alate degli 
arcangeli Michele e Gabriele, secondo che spiegano le loro rispettive leggende in lettere 
greche maiuscole, poste verticalmente; hanno essi ampie vesti da romeo, conforme l'uso 
greco di rappresentare gli angeli, diverso dal latino che solca foggiarli leggermente 
coperti. 

Figura di Costantino. 

Costantino, imperatore, è idoleggiato nel disco medio dell'inferior piano. Sui corti 
e ricci capelli porta la Tufav che si vuole da lui stesso inventata: è una corona in 
forma di berretto, ornata intorno da più giri di perle e da una grossa gemma dinanzi. 
Sn la cupola, molto depressa, sorgono il globo e la croce usati dai Cesari orientali 
dopo Giustino ; altra croce è infissa nello scettro al posto dell'aquila. L'abbigliamento 
di Costantino ricorda più la foggia usata nel secolo X (in cui sembra fosse scolpito 
il dittico) che quella del tempo in cui visse il primo imperatore cristiano. Nel campo a 
destra si legge la sigla dello ayio; A e a sinistra la parola K(i)NCTANTINOC. 

I greci collocarono il fondatore del loro impero nell'albo de' santi '; i figli ne 
onorarono la morte con apoteosi e fecero coniare una moneta con la sua assunzione 
in cielo; il Senato poi lo annoverò fra gli dei con gli altri ottimi principi. Cosi, in 
quei primordi del cristianesimo ufficiale, nella persona di Costantino vennero confusi 
i due culti. Ma la Chiesa latina, memore di Crispo ' e di Ario gli rifiutò sempre quegli 
onori di dulia a lui troppo liberamente concessi da altre Chiese. 

^ Nella tabella del Regio Codice bì vedevano dipinti Costantino ed Elena abbracciati alla 
croce ed accompagnati da qaesta epigrafe o "A-^iss xai haip-fn KcovaTdvTivs; ó BaoiXtu;, r i'^ìa 'E)a>r. 
u:nTr,p àuToù. Bandurìo, Antichità Costantinopolitane. 

' É noto come Costantino facesse uccidere il proprio figlio Crispo per sospetto d* adulterio 
con la matrigna Fausta. Del resto il primo Cesare cristiano si mostrò negli ultimi suoi tempi 
inchinevole a le dottrine eretiche di Ario. Grimperatori greci erano in alcune occasioni chiamati 
santi e divi. 



314 TKRfeBA YBNtJTl DK DOMINIÓIS 



Fignra di 8. Elena. 

Elena, a fianco del figlio, ha per diadema un T^i[ltzol^ìù^ o alta zona gemmata, 
da cai spantano tre fiordalisi; i capelli scendono in due liste salle spalle; la tanica, 
sola visibile delle vesti, è riccamente trapunta a collana; la mano si volge pudica- 
mente al seno. La iscrizione perpendicolare consiste nelle parole H AFIA KAEiNH. 

Figora di S. Longino. 

Longino, il milite romano che trapassò con lancia il costato del crocifisso e n'ebbe 
grazia di fede e dì martirio, è scolpito nel disco sinistro: À AONPINOC. Ei veste 

abito monacale e tiene in pagno la crocetta che vediamo spesso in mano dei santi 
grecanici \ 

Qaattro figaro in piedi occupano i vani fra i bracci della croce. 

Immagine di Maria. 

La prima in alto a manca di chi gaarda è la Vergine Maria, abbigliata da monaca, 
con tunica, manto, soggola e velo. Stende le mani preganti nella foggia frequentemente 
espressa su le monete, le gemme incise, le tavole e i marmi deirOriente. La leggenda 
divisa porta da un lato una IVI e una P, [AiQT7)p; da l'altro una 6 e una V, deoO. 

8. Giovanni Battista. 

In faccia a la Vergine, sta Giovanni Battista, accompagnato da la sigla dello 

«Yto;, ®, e da quella del I(i)ANNHC - IO) non che da le parole fTlOAPOMOC cioè 
precursore. Il santo è vestito da sacerdote greco con tunica e pallio quadrilungo *. 

S. Stefano. 

Il vano sottostante a la immagine mariana, è ornato da la effigie del protomartire 
Stefano; sbarbato, tunicato con pallio e cintura, congiunge le mani in atto di orazione. 
La epigrafe è questa: (I) 2TK4>AN0C. 

8. Giovanni Evangelista. 
AI quarto luogo Giovanni eirangeltsta, 4^ • 1(0 • O • OKOAOrOC, diee la leggenda 

* 

ravvolge nel pallio il volume evangelico e stende la mano come per insegnare. 

Le quattro figure in piedi sono leggermente nimbate ed hanno (le tre maschili) 
calzari di bende. 

Il criterio che ispirò la scelta di questi soggetti per ornare il filaterio, dovette 
esser quello di aggruppar le persone che ebbero alcuna attinenza con la Santa Croce. 
quali: il Cristo, la Madonna, Longino, e Giovanni evangelista, attori nel dramma della 
passione; Costantino ed Elena, in quello della invenzione del sacro tronco. Gli angeli 
possono esservi stati introdotti a corteggiare la maestà divina; Stefano, come l'omo- 

* Vedi le tavole Dafresniane. 

^ Nella biblioteca nazionale di Parifi^l esiate una miniatura bisantina, dov'è fignrato S. Matteo 
che porge il libro degli Evangeli a un dignitario greco, vestito nella precisa foggia dd oostrì 
ss. Giovanni. 



LA « CROCK SANTA » DI CORTONA 315 

uimo del primo possessore e donatore Idei reliqnìarìo. Resterebbe a spiegare la pre- 
senza di GiovanDi Battista, che potrebbe easers stato il titolare del moDastero a 
cui in fatto il dono. Il Liveranì snppone che detto monastero fosse dedicato comples- 
siramente a la Verone e ai dne santi Oioranni. Io limiterei la titolazione al Battista 
per due ragioni: 1' che mi sembra, per i motivi addotti, giustificata la presenza nella 
teca della Madre di Dio e del discepolo' prediletto ; 2' che da le descrizioni delta 
Costantinopoli antica ' non risnlta vi fosse no convento intitolato a la 3cu-ro%o; e agli 
i-(iM l'uxvvot insieme', mentre parecchi cenobi portavano il nome del Battista, fra 
cai il celebre Stndiano, di cni si parlerà più innanzi. 



Vig- 2. — Lamina metallica con iscrizionQ, 

■ « DescrlptioneiD urbis Constanti Qopolltanae, qunlts extltit sub Imperatoribus chrtstianisi 
SDctore Carolo Dofrosne, domino Do Cange. Latetiae Paiislanonim », CIOIOCLXXX. 

* La opinione del Llverani, per quanto ritarda nn convento intitolato ai due h. Qioranni, 
potrebbe solo avere qualche fondamento se sì potesse provare che fosse esistito nn chiostro nel- 



316 TERESA VENUTI DE DOMINICIS 



Lamina di metallo. 

Volgendo ora il dittico, su la lamina metallica leggiamo questa iscrizione in Yerà 
giambici, parte intomo al lembo, parte nel mezzo in forma di croce. Le lettere sono 
in greco maiuscolo con nessi, ed a la stregua della Paleografia del Montfaneon, pos- 
sono attribuirsi al secolo X. Nel mezzo è scritto: 

LsM^rizione. 

KoLÌ TTplv xpaTat^ de^xóry) KtdvaravTcvM 
Xpi<7TÒ; Sé^a»ce Sraupóv et; (;a>Tif]piav 
Kat vOv Xe toOtov èv .jeco NtxTÓ^opo; 
A%a$ TpoT:ouT«t ^uXa ^ap^àpcov fj^wv. 

Intorno : 

Ecco il senso letterale di questi versi in italiano: 

« Dapprima al potente signore Costantino 

> Cristo diede la croce per salvezza ; 

>ed ora, di essa provveduto, in Dio, Niceforo 

> imperatore respinse le orde barbariche. 

» Stefano Sagrestano della grande chiesa della Sapienza di Dio, al balio suo moni- 
> stero sincero offre > ^ 

Secondo il Liverani, non discorde in ciò dagli altri scrittori, il nostro filatene ha 
per data certa l'impero di Niceforo Foca, e vi si allude a le imprese di lui contro 
gl'islamiti, probabilmente a questo fatto della sua storia: sul punto di muovere il 
bene apparecchiato esercito contro gli agarènì ' di Cilicia e di Siria, egli prese una 
delle croci di S. Sofia per portarla seco in guerra; tornato vittorioso, restituì a la 
basilica quella croce insieme ad altre recuperate dai barbari, e fece coniare una mo- 
neta ^, su la quale appariva egli stesso ritratto col sacro amuleto, che lo aveva assistito 

TEbdomo dove, vicino a la chiesa deirEvangelista, Teodosio aveva eretto an tempio per riporvi 
il capo del Battista. Ma nessuno annovera un monlstero tra gli edifici delPEbdomo che erano, 
oltre le chiese suddette: una sede di Tribunali e un Palazzo Costantiniano ove forse Valente 
ricevette rinvestitura delPimpero, come narrano gli storici, (Sozomeno, libro V, cap. XXI). £n 
TEbdomo una villa suburbana, distante, come vogliono alcuni, sette miglia da la cittA, come 
vogliono altri, molto meno ; sembrerebbero aver ragione questi ultimi, poiché TEbdomo fu incluso 
nella cinta di Eraclio. 

' Aggiungo la versione latina del Montfaucon: 

« Prius potenti domino Constantino 

»Dedit Crìstns cmcem ad salutem 

»Nunc quoque hanc (crucem) in Deo habens Nicephorus 

» Imperator fundit barbarorum turmas. 

«Stephanus custos cimeliorum magnae Ecclesiae Dei Sophiae 

» Monasterio quod sibi alimenta snppeditavit 

» In signum grati animi offert >. 

' Figli di Agar, cosi si nomavano gl'infedeli. 

^ Lo Schlumberger riporta il disegno di questa moneta d*argento a pag. 494 delPopera citata. 
Da una parte vi é la leggenda: Nixr.^ — iv — xa — a'jTo/.par — 8v>ae(4 — BaoiXsu^ Pmusim, — da 
l'altra intorno: lr.au; — Xpiaru; Nixx. Nel mezzo vi é una croce reliquiarìa con rami doppiamente 
incrociati, nel centro di cui sta l'effigie di Niceforo. 



LA € CKOCB SANTA » DI C50RT0NA 317 



in battaglia. Stefano, custode del tesoro sofiano, recatosi forse con la reliquia nei campi, 
o avrà avuto in dono (secondo l'opinione del Venuti e di altri) lo stesso filaterìo ; ovvero 
(secondo quella del Liverani e del Montfaucon) avrà ottenuto di staccar da la croce 
due scheggio per adattarle nel nostro dittico, destinato in dono al suo monistero. 

Dopo il parere di qne' dotti mi sia lecito esporre modestamente il mio, cioè, che 
nei primi versi si parli della croce come simbolo e non tassativamente del frammento 
inserito nella teca ; e a conforto di questa interpretazione faccio osservare che, se per 
Nieeforo esiste il fatto di aver recato il sacro legno in guerra, non esiste per Costan- 
tino; almeno, per quel che riguarda la vittoria su Massenzio, ottenuta in virtù della 
croce apparsagli luminosa in cielo, secondo la narrazione ensebiana. Bacconta, è vero, 
lo stesso Eusebio, che nella pugna contro Licinio fu eretto un tabernacolo fra le armi 
ed ivi esposto il santo tronco all'adorazione; ma il grande trionfo della croce fu a 
Ponte Milvio, e quando avvenne quella gesta, Costantino non era ancora cristiano, uè 
aveva ritrovato il patibolo del Signore. 

Nello analizzare i versi della epigrafe incomincio da quei del vivagno, seguendo 
il consiglio del Venuti, cui non soddisfaceva un discorso iniziato da la congiunzione xai. 

Quanti scrittori ^ non hanno celebrato le magnificenze del tempio sofiano, dove a 
gara i sovrani bisantini accumulavano ricchezze ! Secondo il poeta Paolo Silenziario ', 
chi entrava, era costretto a fermarsi su la soglia, essendo i piedi resi immobili da lo 
stupore degli occhi per le indescrivibili meraviglie che loro si offrivano. Ei dipinge gli 
emisferi azzurri delle cupole sostenute da colonne di glauco marmo; il pavimento di 
verdi e rosee pietre variegate come prato fiorito; e le fiale preziose, e gli alberi lucenti 
dei candelabri, e le corone di lampade sospese ad argentee catene ; gli altari coi loro 
ombracoli di serici veli, le croci sfolgoranti d'oro e di fiammelle. Per testimonianza 
del Ven. Beda ^, verso la parte settentrionale del tempio, si trovava un grande e bello 
armadio, dove, tra i vasi, gli arredi sacri (pissidi in forma di colombe, calici in aspetto 
di gigli), e grinnumerevoli filatori, si serbava uno stipo di legno contenente tre scheggio 
della croce del Signore, cioè, una lunga asta tagliata in due e una più breve collocata 
trasversalmente su la sezione della prima. La custodia, con la insigne reliquia, si 
esponeva il giorno di Paraseeve su l'altare d'oro (dove innalzavasi di due cubiti aven- 
done uno in larghezza), e procedevano a baciarla, prima l'imperatore, quindi ogni 
ordine di chierici e di cittadini. 

Tal' era il titolo di coloro che avevano in cura la sacra suppellettile nelle chiese 
grecaniche, conforme c'insegnano gli scrittori di cose bisantine. Degli uffici e gradi di 
quei ministri parlano il Meursio nel Glossario greco'barbaro '*, il Dncange ^, lo 
Svischer ^, il Codino ^. Gl'imperatori tenevano in gran conto gli scevofilaci di S. Sofia. 

Consuetudine bisantina era quella di educare i fanciulli negli innumerevoli mona- 
steri costantinopolitani. La voce Mov^ era consecrata per indicare tali dimore, secondo 

^ Bandarìo, AnUchità Costantinopolitaney libro IV; Ducaoge, op. cit; Perìandro, Evagrio, 
Pauciroli, DéRe regioni della città di Costantinopoli, ed altri. 

^ Poeta greco detto il Silenziario da la carica di palazzo che esercitò sotto Giustiniano. 
Scrìsse on poema so la basilica di S. Sofia, che fn commentato dal Ducange, op. cit, 

^ Nel libro de' Luoghi santi. 

^ La voce viene da ^uXa^, «puXaaaoj, custode, custodisco, e da a^cuo, vasi, utensili. 

^ Vedi anche il Bingami nelle Antichità ecclesiastiehe, 

^ Diesertasione su le monete de' beassi tempi, § 66. 

^ ThssoMr,, tomo II, p. 972. 

^ Nella paleografia del Montfaucon dove si parla degli uffici costantinopolitani. 



318 TERESA VENUTI DE DOMJNICIS 



il Montfaucon \ come il verbo rpsf (o si usava per qualificare la cura che il monastero 
prendeva del giovinetto, paragonata all'allevanìento della nutrice Bpéicrfix^ 

I doni più frequenti e graditi ai monasteri erano reliquie di Cristo e dei santi. Si è 
accennato sopra che il cenobio di Stefano potesse essere lo studiano, dedicato a s. Gio- 
vanni Battista. Era esso situato nella XII regione presso la Porta d'oro e aecoodo 
Michele Studita, doveva la sua fondasione al consoie Studio ^, vissuto a la metà del 
y secolo. Il sagrestano di S. Sofia non poteva esser tratto che da un nobile eoo vento 
come lo Studiano, dove, narra Nicola, altro studita, sotto il famoso abate Teodoro: 
monaeharum numerum millenium ezcessisse ^ 
Kxt irptv KfXTxiiù Se^'/iÓTTT) Kov<7TavTtvto, 

L'appellativo di signore venne tardi in voga nel mondo latino; afferma Sv^etonio 
che Augusto permetteva gli si desse in alcune occasioni solenni soltanto. I Greci fastosi, 
non contenti di fregiarne i sovrani, si davano quel titolo fra loro; a Bisanzio s'indi- 
cava specialmente con esso l'erede del trono che a Roma era chiamato Caesar^ costume 
che si riverberò forse in Francia, dove il fratello del regnante si appellava sempli- 
cemente Monsieur. 

XpiCTTÒ; $é$a>xe UraOpov eie ^rwT'-nptav. 

Si è già presentata la nuova interpretazione di questo passo dove si ritiene esser 
qui considerata la croce come simbolo della fede nella passione di Cristo. 

Kaì v6v Se toOtov ev Seco Nixìr,<popo; (e^^^v). 

Niceforo Foca. 

Dei tre Nicefori che passarono sul trono di Bisanzio, conviene eliminare primi 
colui che^ vinto dai Saraceni e dai Franchi, peri nella guerra bulgarica del 811, il 
quale non può certamente vantar le vittorie accennate nel nostro filaterio. Né il Beto- 
niate, vissuto sul trono tre soli anni senza aver compiuto gesta famose contro i bar- 
bari, ha diritto a l'encomio espresso sul dittico; mentre martello degl'Islamiti, cam- 
pione della fede fu Niceforo Foca, eroe acclamato in prosa e in poesìa, non solo dai 
cristiani, ma anche da' Saraceni. Figlio del patrizio Barda, ebbe egli il comando della 
spedizione di Creta sotto Romano Porfirogenito, e conquistò l' isola distruggendone l' igno- 
minioso mondiale mercato di schiavitù. Bipartito in guerra contro i califfi ÀmdaBidi ^ 
stava soggiogando le loro terre, quando la morte dell'imperatore lo chiamò a Costan- 
tinopoli, dove, tra l'esultanza del popolo, sali al trono e al talamo delia vedova impe- 
ratrice, la bella e perfida Teofanós. Mosse a nuove battaglie in Oriente, nelF Italia 
meridionale, in Bulgaria, e riportò nuove vittorie; ma gl'intrighi di palazzo, orditi 
contro la sua smisurata potenza, amareggiarono gli ultimi suoi anni col sospetto dells 
morte violenta che gli si apparecchiava ed a cui soggiacque il di 11 dicembre 973, 
per un fendente di spada calatogli sul capo da Giovanni Zimisce, mentre vegliava 

^ Codici scritti da monaci prima del secolo XIV. 

^ S. Agostino dice nelle Confessioni^ L. 8, cap. Vili: Erat monasteriwn medMani plenum 
bonis fratribus Ambrosio « nutritore ». 

^ Funzionò da console nel 454 ; dice Michele : proinde is est a quo mona$ierium eonéiiuwL 
Altri personaggi con lo stesso nome furono supposti dal Dncange possibili fondatori del gran 
chiostro e sono : Studio, uno del 12 consoli venuti a Bisanzio con Costantino e Stadio Conte delle 
cose private di Arcadie (401 404). 

^ Si veda il Docange e il Gretzer. 

'^ L^emiro d*Aleppo AbouUHassan e suo fratello Ali sodo conosciuti nelle storie biaantÌDe col 
nome di Amdanidi o figli di Amdan, principe e fondatore di questa nobile famiglia soriana, capo 
egli stesso di uno de' più illustri clan degli arabi di Mesopotamia. ScUamberger, op. cit 
Capo III. 



LA < CROCE SANTA » DI CORTONA 319 



orando nella fortezza di Baccoleone \ Il piissimo Igx7;Ó7to>o<;, com'era chiamato, vestiva 
cilicio e prolungava i digiuni in onore della Croce. Il sno scettro era crociato, e col 
divin segno dava nel circo l'ordine di cominciare i giuochi. 

Ànax è vocabolo omerico adoperato da Eschilo e da Aristofane; gli imperatori 
d'Oriente Io osarono alternativamente con lix^tXrj; '. Può ben dirsi che il Foca com- 
battesse e vincesse con l'arma della croce. La mattina del 7 marzo 961, sbarcato con 
innumere falangi a Greta, Niceforo, nel suo splendido arnese di guerra, percorreva le 
aie, esortando i suoi a pugnare e a morire da prodi, promettendo la palma del 
martirio agli Uvscisi dagli empi agarenì. Ardente di fede, egli additava in alto negli 
spazi, visibile il Cristo HxvTOicpxTOip e tra candide nuvole la invincibile Seoróxo; e i 
santi militari pronti a combattere con loro; Demetrio, il brillante stratego, il biondo 
cavaliere Giorgio, i due Teodori e Michele generalissimo delle schiere celicele, arcbi- 
dnce delle terrene. I sacerdoti s'aggiravano fra le armi, esercitando il loro ministero, 
porgendo al bacio devoto i filateri, gli encolpi, la grande reliquia del legno divino. 

Trionfo della Croce. 

La croce, guida nel cimento, era compagna al trionfo. Attraverso la città inghir 
laudata di drappi ^ avvolta in vapori profumati, scintillante di accese torcie in pieno 
giorno, per le strade inaffiate d'acque odorose e sparse di rose e lauri, l'eroe procedeva 
dietro la lancia imperiale, ove. nella flamula, era inserto un frusto del sacro tronco. 
Tra formidabili acclamazioni, tra turbe di popolo accalcato, la pompa andava a la 
basilica. Il carro trionfale portava l'immagine della Flav^y^^i ^on il trionfatore; 
questi, carro vivente, recava nelle mani < l'Albero di Dio, la Croce venerabile, vivi- 
ficante, datrice di vittoria > ^. Nel tempio non si vide mai spettacolo più solenne di 
rendimento di grazie. Fra le mura tempestate di rubini e di zaffiri, tessute di mosaici, 
innanzi a gli altari carichi di gemme, fra il canto e il tuono degl'inni, il ^x<7iXeó; 
potentissimo e la eccelsa sua sposa, oppressi come idoli dal peso d'incalcolabili tesori, 
prostrati ed immobili adoravano la croce di Dio. 

Chi, vago di rintracciare etrusche memorie od umbre pitture, percorre la regione 
bagnata dal Trasimeno, salga le pendici nlivate di Cortona, entri nel tempio france- 
scano; e, dopo aver venerato la « Croce santa », osservi l'eburneo cimelio: a' suoi occhi 
s'aprirà la visione del mondo bisantino. 

Teresa Venuti De Dominicis. 



* Ala deir imperiale palazzo che Niceforo aveva fatta fortificare per difendersi da' suoi 
nemici, cosi chiamata da un gruppo di marmo rappresentante la lotta d'un toro con un leone. 

* In fronte deirarchetipo volume delle Pandette che si trova in Firenze, nella pagina titolare 

sta scritto: pt^Xs^* Isuariviavò; &va^ rexviiaaTs tt.hòi, 

^ Si chiamava appunto coronar la città, il pararla di drappi e sciorinar su le finestre e sui 
balconi tutte le stoviglie preziose che si possedevano. 

^ Non si nominava mai la croce senza accompagnarla con questi epiteti d'onore 



L'ARTE NEL CULTO E SPECIALMENTE NELL'ALTARE 



L'arte nata e vissuta nel tempio per oltre un millennio, dopo che la Chiesa fn 
nscita dalle Catacombe, non ha perduto, né potrà mai perdere le sue attrattive tanto 
per il credente che per l'artista; sebbene essa in questo tempo si mostri meno adorna 
e più severa. 

Una chiesa, una cattedrale di quest'epoca, di questo lungo periodo, nella sua 
parvenza modesta risulta grandiosa ed imponente. Il vasto interno ordinariamente è 
diviso nelle tre navate longitudinali da file di colonne o di pilastri, o da quelle e 
qnesti alternati fra loro, su cui s'impostano le curve degli archi, prima tondi, più 
tardi acuti. Le finestre danno adito ad una parca luce, che non offende l'edificio, né 
disturba o distrae i fedeli. La pietra e il mattone, onde son costrutti pilastri e pareti, 
mostransi sempre nudi ; come nuda, semplice, veridica è la religione, della quale con- 
corrono a decorare il culto. 

Qua e là suole pur vedersi il muro coperto d'intonaco, ma solo perchè vi riceva 
i pii afireschi, ognuno dei quali dà una pagina della Bibbia, ritrae la vita del divin 
Salvatore, leggibile a colpo d'occhio anche dall'analfabeta, ovvero reca figure di Santi, 
modelli pratici della legge evangelica. 

Gli ornati non mancano, ma sono piuttosto rari, non invadenti. Per effetto del 
materiale costruttivo nudo, si alternano anche sulle pareti non istoriate i più grati 
colori, dal cenerognolo al verdastro, dal gialliccio all'arancio, al rossiccio, dall'oscuro 
al biancastro. Tinte tutte naturali, non date dal pennello, ma dalla pietra, dal marmo, 
dal mattone; sempre modeste, sempre armoniche fra loro; non mai taglienti o strìdenti. 

Dalle magre finestre piove una luce temperata, sìa che essa attraversi i semplici 
vetri, sia che diventi policroma nei cristalli smaltati. I modesti altari (tre soli verso 
il principio del periodo, corrispondenti alle absidi del fondo) sono illuminati da pochi 
ceri, i quali, mentre sono richiesti dal rito, di frequente rischiarano le belle tavole 
soprastanti. 

Quando poi nelle sacre funzioni il melodico canto ripercuote con le sue onde sonore 
le mura e le grandi volte, pare che un lento fremito circoli per tutto l'edificio, e le 
tre arti del disegno intreccino al suono di quelle armonie una pia, soave danza, la 
quale, mentre inneggia all'Altissimo, infonde nell'anima del credente conforto e pace. 
Una gran parte di tanta soavità è dovuta, dopo il sentimento della pietà, all'arte; 
ad un'arte allora del tutto conformata alla religione ed al culto. È chiaro: essa era 
non importata, ma produzione spontanea della stessa religione, cui serviva ed abbel- 
liva di sue grazie. 

Oiova prevenire che non sarà inutile avere qui evocate le attrattive della sem* 
plicità di quest'arte religiosa. 

Il rinascimento, che segui al ricordato periodo, massime il rinascimento detto 
pieno, cioè quello più conforme all'antichità classica, non è ancor venuto: e molto 

21 



322 ANTONIO SACCO 



meno allora sì sarebbe saputo sospettare che ben presto qnesto avrebbe cednto il posto 
all'altro stile pomposo, durato quasi sino alla fine del decorso secolo. 

Non si creda che io voglia rinnovare le accuse solite contro il barocco e le sue 
aberrazioni, contro questo stile troppo esaltato nel suo bel tempo, indi troppo ed ingiu- 
stamente maltrattato. Non può tenersi in non cale un periodo d'arte, il quale enumera 
tra i suoi appassionati cultori molti uomini straordinari!, ed ha dato opere stupende. 
Non si può essere partigiani assoluti di questo o di quell'altro stile, convinti che il 
bello non è d'un genere solo. Anzi bisogna pur dire che se vi è un paese, nna città, 
in cui possa apprezzarsi, amarsi il barocco, questa è Boma. Ciò è tanto vero, che 
sarebbe superfluo argomentarsi di provarlo. 

Il barocco ha pur fatto il suo tempo; non è quindi umano inveire contro nn morto. 
Però, se va rispettato come stile (senza neppure commettere irreverenza alla sua me- 
moria), non gli si possono perdonare tre peccati, per fortuna non del tutto generali, 
specialmente in Boma: 1^ d'aver rotto le belle finestre bifore e trifore del medio evo 
e del primo rinascimento, permettendo, dopo tolti i vetri dipinti, che la Ince entrasse 
audacemente dalle larghe finestre rettangole a turbare nel sacro edificio il raccogli- 
mento di chi prega; 2"" d'aver vestito tutto di stucco, financo le colonne provenienti 
dalla veneranda antichità, le quali, scoperte, stavano quasi a testimoniare la propria 
conversione al Dio vero, come se avessero seguito l'uomo, da pagano di venato cri* 
stiano ; 3"* d'aver coperto con l'inesorabile pennello dell'imbianchino quanto incontrava, 
non risparmiando talvolta le pitture e neppure le sculture. 

Una chiesa bianca ha forza di rattiepidire financo un fervido credente, se esso 
posa l'occhio sulle mura, come spoetizza l'uomo più entusiasta dell'arte. Si paragoni 
ora quest'arte religiosa con quella, che ha tenuto il campo dal lY al XV secolo, e si 
vedrà la gran differenza d'impressione a favore o a danno del eulto nei due periodi. 
Chi crede e sente eerto mi darà ragione. 

Biflettendo nn poco, apparirà subito che il male fondamentale, donde derivano i 
tre peccati or detti, fu la pompa, il lusso. L'arte allora ingenua, modesta, gentile, 
l'arte vera e veramente religiosa non sapendo vivere in compagnia dello sfarzo, si 
ritrasse, e cedette il posto alla ricchezza. 

Oggi intanto, è grato confessarlo, con salutari scrostamenti si pongono a nudo 
bellissime architetture, si ridonano allo sguardo del cristiano e dell' artista sublimi 
pitture, si restaurano con il criterio del ripristinamento vetusti edificii sacri orribilmente 
manomessi. 

Pure, con tutto questo, il male deplorato non è cessato affatto : soltanto ha mutato 
forma. Anzi il male si è più strettamente aggrappato al culto, ed ha osato d'invadere, 
anche peggio di prima, perfino l'altare. Tra fiori, frasche e candelieri esuberanti, gli 
altari vengono trasformati in tanti scogli. Inoltre vengono popolati di figure diverse 
di Santi in carta, in nero o a colorì. Bandita la primitiva unità di soggetto, al quadro 
principale se ne aggiunge un altro o altri minori. Talvolta se ne pone un altro al di 
sopra di quello o più in basso. Non è raro vedere due Madonne, sia pure con diverso 
titolo, sullo stesso altare. 

Può esser serio tutto ciò, può essere ragionevole, può essere bello? Mi guarderei 
bene dal porre limiti o restrizioni alla pietà, la quale è scopo, è termine dell'arte 
sacra. Ma v'è modo da salvare la pietà ed il rito con l'arte. Qualora sì vogliano più 
soggetti, più figure sullo stesso altare, torniamo al trittico, come usava nel perìodo 
gotico e nel gentile rinascimento primitivo. Cosi è tutto salvo, pietà, arte e ragione; 
perchè nel trittico il molteplice si presenta come uno. Bellissima unità di concetto e di 
arte insieme. Nel trittico è una varietà stretta in unità di concetto e di forma, di 
religione e d'arte, in guisa da appagare il cristiano e l'artista. 

Quelle ancone a trittico sembrano facciate di cattedrali in miniatura, in cui si 
abbracciano e fondono insieme pittura, scultura ed architettura. Le snelle colonnine, 



l'arte nel culto e SPECrALMENTE NELL'ALTARE 323 



le curve degli archi e il rigoglioso fogliame si arricchiscono di figurine scolpite. Cuspidi 
e frontoncini si coronano di Santi e di Angeli dalle ali aperte, mentre nei campi piani 
maggiori, dal fondo ordinariamente dorato, spiccano le figure del Salvatore, della 
Vergine e di Santi. Dunque il divin Salvatore crocifisso o bambino, la Vergine, Angeli 
e Santi. Pare un piccolo paradiso dipinto, spettatore del santo Sacrificio celebrato 
snll'altare. L'arte non potrebbe più acconciamente adombrare il vero. 

Il tipo descritto è proprio del gotico; ma anche del quattrocento trovansi tanti bellis** 
simi trittici, o ancone a più riparti, che si voglian dire, le quali presentansi come un 
tntto vario, sempre bello ed armonico nelle sue parti. 

A coonestare l'agglomeramento di figure in carta sugli altari, siano esse incisioni, 
litografie o cromolitografie, si adduce per le chiese povere la scusa che non si hanno 
i mezzi da far dipingere una tavola od una tela. Vano pretesto! Per potervi celebrare 
la Messa non si richiede che il Crocifisso. Se dunque non si può fare per ora il quadro, 
si farà in appresso. Intanto basta che sull'altare possa esercitarsi il culto. 

Nel cinquecento e dopo si fecero bellissime incisioni di vaste dimensioni, di più 
fogli uniti insieme. I secoli XVIII e XIX diedero vaghissime stampe colorate, indi 
si ebbero grandi e pregevoli litografie. Tuttavia rimasero sempre ad uso di privata 
pietà; per famiglia, per gabinetto. Non mai ardirono d'invadere il tempio. Nelle chiese 
e negli altari non debbono ammettersi che opere di bnon pennello, e soltanto compo- 
sizioni originali, o al più copie di buon pittore, in tavola o in tela, di opere di supremo 
pregio artistico. La pittura esclusa dal tempio, in un tempo calcolatore, può dirsi morta, 
non avendo neppure le risorse, che ancor restano alla scultura, il cimitero ed i monu- 
menti civili. 

Specialmente nei villaggi in certe feste, le quali non sono neppure le principali 
di nostra fede, si sfoggia in spari, in musiche da piazza, in fuochi d'artifizio, in addobbi : 
e il di seguente alla festa, è doloroso dirio! il tempio mette nuovamente a nudo la 
sua povertà, la poca decenza, la mancanza di polizia. Mancano le cose più necessarie 
o sono dal tempo e dall' uso rese inservibili ; quindi si celebra il santo Sacrificio con 
arredi laceri. Con una riduzione annua, che si facesse a queste feste di pompa estema, 
di sfoggio quasi profano, perchè fuori del recinto del tempio, si potrebbe rendere la 
chiesa decente a segno, da parer sempre addobbata, per tntto l'anno, e non soltanto 
per il giorno, in cui le pareti son coperte dai policromi addobbi, non di rado divenuti 
esca delle fiamme con la rovina dell'edificio. 

Inoltre i promotori di siffatte pompe festive non sempre sono i più esemplari cristiani, 
quelli cioè che solennizzano le feste con accostarsi ai SS. Sacramenti. Talvolta sono 
di quelli che senza che passino per cattivi, non fanno neppure la pasqua. Comprendo 
che anche in religione i sensi pur vogliono la lor parte; ma dando un po' di predo- 
minio all'elemento spirituale, si farebbe opera utile insieme alla religione ed all'arte. 

Negli sfoggi deplorati col danno dell'arte nulla guadagna la religione, poco il 
culto. I mezzi non mancherebbero; ma la pompa fa tutto per sé, e il lusso, senza far 
bene al culto, soffoca, condanna all'inedia l'arte. E con l'arte manca, è falsato, quindi 
fa difetto per il Dio vero il vero culto. 

Il male veramente è più comune nei paeselli; ma oggi non ne vanno immuni 
neppure le città; mentre è pur vero ohe una volta anche le chiese dei villaggi, di 
bella architettura, si decoravano di pitture e di sculture pregevoli; opere ereditate 
dai nostri maggiori, le quali i degeneri nipoti non sanno neppure apprezzare e rispet- 
tare. Non di rado ci tocca vedere una tavola dipinta da perita mano nascosta dalla 
moderna oleografia. Se vi è il buon idiota, che nella santa semplicità della fede dà 
il suo obolo senza chiedere più oltre, vi è anche il credente colto, il quale si com- 
piace vedere che la religione è amica dell'arte, convinto che anche il bello del ereato 
emana dal Dio, nel quale egli crede e spera. 

Ho visto in una cattedrale, pur tenuta con decenza e pulitezza, che un solo altare 
non era tenuto al culto, mentre era il più bello della chiesa. Un altorilievo in marmo. 



324 ANTONIO SACCO 



stupendo; la Madonna col Bambino nel centro, e negli archetti laterali della solita 
prospettiva quattrocentistica tanti Angeli adoranti con le manine giunte. Una catasta 
di sedie ingombrava la cappella tìn presso la volta. Chiesi ragione del fatto, e mi si 
rispose che a quell'altare per solito non si celebrava messa* 

Ad impedire il male, oramai divenuto grave, molto si è fatto; ma molto reata a 
farsi* Bicordo financo prescrizioni di Vescovi tendenti a stimolare Parroci e Sacerdoti 
alla conservazione del patrimonio artistico delle chiese, e a non tollerar nnlla, che col 
decoro del cultf) offendesse l'arte. Una circolare di molt'anni addietro dell'ArciFescovo 
di Firenze, inculcando il rispetto all'arte, tra lo altre cose prescriveva che non si 
apponessero con chiodi corone o collane sulle antiche tavole dipinte. 

Di questo stato di cose pertanto non è da far colpa ad alcuno, o almeno è da 
imputarsene più il tempo, che gli uomini. Avrebbero dovuto bastare all'uopo le pre- 
scrizi(mì emanate dalla stessa Congregazione dei Biti. Intanto si veggono ancora, figure 
di carta ed oleogra6e, quadri e quadretti moltiplicati sugli altari. Non vi dovrebbero 
aver luogo che vere composizioni d'arte; altrimenti, con nostra vergogna, si costringe 
l'arte ad emigrare dal tempio. 

Non vorrei ridir cose dette; ma non è inutile ricordare che sarebbe opportnnis- 
Simo costituire una commissione composta di artisti e di persone colte di buon volere 
in ciascuna diocesi, sotto la presidenza o l'autorità del Vescovo, alla quale si dovrebbe 
deferire qualunque progetto tendente a restaurare vecchie opere nelle chiese o a fame 
delle nuove. 

Però le tante raccomandazioni finora cadute nel vuoto provano che queste sono 
quasi in utili per chi non è in grado di comprenderle. Bisognerebbe dare al giovane 
clero anche un'istruzione artistica, almeno elementare, negl'istituti ecclesiastici. E quando 
ciò non fosse conseguibile, bisognerebbe coadiuvare nella cultura artistica qnalcnno 
dei chierici, che mostrasse speciale attitudine, con procurargliene i mezzi anche fuori 
della propria diocesi. Costoro potrebbero ben presto far parte delle desiderate commis- 
sioni insieme con gli artisti di professione, ove possano aversi. Si farebbe cosi gran 
bene all'arte. 

Si eviterebbe anche lo sperpero di arredi sacri di valore. Non son rari i casi di 
un ricamo pregevole cambiato con una pianeta nuova di nessun valore, o di un antico 
reliquiario barattato con un recente calice di ordinario lavoro. 

Dunque, oltre dei mezzi estemi, della premurosa vigilanza delle autorità compe- 
tenti, la maggior tutela all'arte religiosa può venire da chi vive nel tempio. Per tutto 
può giovare l'opera delle persone intelligenti animate da buon volere. Chi si adopera 
per la nostr'arte del tempio fa opera pia e civile insieme. 

Bicordiamo che la pietà è anch'essa una forza; perciò, come tutte le altre, va 
disciplinata e diretta. Tra le forze il fuoco è la più potente, mentre è pure la più utile 
ed essenziale; ma abbandonato a sé stesso il fuoco, lascia dietro di se rovina e deserto. 
Non v'è cosa che meglio della pietà può paragonarsi al fuoco. Essa, invero, è effetto 
parte della religione, la quale è non solo oonrinzione, ma conoscenza e sentimento 
insieme, credenza ed amore, fede e carità. 

Se vi è il rozzo credente, ripeto, vi è anche il colto, per il quale è più grato, è 
più seducente un culto, cui si associa l'arte; ma arte vera, sena, gentile; non inghir- 
landata, non camuffata a volgare vanitosa. 

A Dio stesso, a chi ha diffuso tant'arte e tanta poesia in tutto il creato, a chi ha 
dato si belle forme e colori alle ntili frutta, a chi ha versato tanta luce, tanto fuoco 
e tant'oro nell'aurora e nel tramonto, a chi ha vestito di variopinte penne gli uccelli, 
a chi ha dorato il collo alla colomba sarà sempre più grato un culto abbellito dal- 
l'arte, un culto vestito di vaghe forme. Perchè lo stesso Dio, che è verità ed amore, 
è anche autore del bello, dell'armonia sorprendente del creato. 



L^ARTE NEL CULTO E SPECIALllEtJTE NELL^ALTARÈ 325 



Non si chiudano in facoia all'arte le porte del tempio. Essa deve stare nel luogo 
sacro come in casa propria, perchè yi è nata e cresciuta. Presso tutti i popoli l'arte è 
stata sempre alunna del tempio. La religione, il culto l'hanno sempre protetta e ca- 
rezzata. 

Tutti sanno che se la religione è figlia prediletta di Dio, Parte gli è pur pros- 
sima congiunta. L'arte, al dir di Dante, come figlia della natura, è nipote di Dio; né 
senza profonda ragione un'opera d'arte, quando raggiunge ì supremi ideali estetici, 
nel linguaggio comune si dice divina. 



Prof. Antonio Sacco. 



RESTAURI E RIPRISTINAZIONI DEGLI EDlFICIl SACRI 



Le epoche si soprappongono le une alle altre; ognuna aggiunge a ciò che ha 
ereditato da quella, la quale ha preceduto, elementi proprii ; questi lasciano poi profonde 
tracce nel tempo. Per questi elementi, per queste individualità è riconoscibile l'esistenza 
di ciascun'epoca. Chi vive si trasforma; tutto ciò che dura muta; il mutare, il trasfor- 
marsi è segno certo di vita. Da questa legge generale, che si rivela in tutte le manife- 
stazioni delPuomo, non è esente l'arte, la più soave manifestazione del pensiero umano. 

Come gli strati geologici, le epoche dell'arte si son venute sovrapponendo le une 
alle altre; e il carattere, l'aspetto di ognuna si è detto anche stile. Cosi nell'era nostra 
si sono avuti in ordine di successione il romano cristiano o neo-cristiano con la carat- 
teristica basilica, il romanico o lombardo, il gotico, il primo rinascimento, il rinasci- 
mento pieno cinquecentistico e il barocco. 

La sovrapposizione di questi strati dell'arte non avviene del tutto pacificamente, 
né senza danno del terzo. Il successore spesso copre, talvolta distrugge o deforma in 
modo la sua vittima, da renderla irriconoscibile, e non di rado irricostituibile. Esso è 
quasi sempre crudele. Però alle volte l'oppressore è più umano; si limita a velare 
d'un imbiancatura il suo predecessore, di tempo più o meno da lui lontano. Fortuna 
questa! Che in tal caso all'oppresso basta che sia rimosso il velo, perchè possa egli 
nuovamente mostrare ingenuo il suo viso. 

Dall'insieme del mio dire a proposito d'arte, certo si è già compreso, che io intendo 
parlare dell'architettura soltanto. 

Di queste oppressioni artistico-architettoniche si è data tutta la colpa al barocco. 
Ingiusta sentenza, almeno per la sua estensione; ogni stile ha distrutto parte degli 
stili precedenti. È chiaro: ogni epoca nuova si afferma sempre come negazione di quella, 
che ha preceduto ; altrimenti la mutazione non potrebbe avvenire. Non si avrebbe mai 
una nuova epoca, se il rispetto alla preesistente durasse inconcusso, incondizionato ^ 

Non ho fatto accenno degli stili anteriori al cristianesimo, perchè inutili per il 
mio intento. Non ho poi enumerato con le altre epoche quella, che comunemente dicono 
dell'impero, la quale ebbe breve vita tra la fine del passato e il principio del presente 
secolo. Non durò, né poteva durare ; è lo stile più insulso e freddo, che sia mai esistito. 
Scontento di esso il nostro secolo presto lo rifiutò ; ma in tanto agitarsi, già decrepito 
qual'è, non ha ancor trovato uno stile, che lo rappresenti. È questa la ragione, per la 
quale ai di nostri un architetto domanda al ricco committente di che stile vuole la sua 
fabbrica; se pure questo non glielo impone nel dargli la commissione. Nei nostri pub- 
blici cimiteri vediamo tante cappelle di stili diversi, le une accanto alle altre. 

Tal cosa non è bella. Però giova da un lato solo, a giudicare le epoche passate. 
Non avendo uno stile, una maniera propria del nostro tempo, siamo spregiudicati al 
cospetto degli stili delle epoche passate ; e come poveri innanzi alle magnificenze dei 

^ Il danno fatto dal barocco non é poco; ma apparisce anche maggiore, perché essoé Tultimo 
stile, propriamente parlando ; ha coverto con le sae una parte delle devastazioni fatte dal rinasci** 
mento; quindi da questo lato esso si addossa anche le colpe altrui. 



328 ANTONIO SACCO 



ricchi (ricchezza, rigoglio di vita artiatica), ne abbiamo ammirazione e rispetto; quindi 
curiamo l'integrità dei monumenti, siamo premurosi della loro conservazione. Il non 
aver noi uno stile, oltre degli stndii progrediti, è causa del giusto e spassionato giodizio 
sulle opere delle epoche scorse, quindi delle cure, che il nostro tempo prodiga agli 
antichi edìficii, massime ai medioevalì. 

Oggi con premura grandissima si restaurano antichi edificii alterati, si completano 
sullo stile originario, si ripristinano. Giammai si son fatti tanti restauri col saggio 
criterio del ripristinamento, quanto nella seconda metà del secolo XIX, che è per finire. 
Per questo lato ha una gloriosa fine, una morte onorata. 

Oli edifizii civili hanno poco sofferto; i più devastati dal rinascimento o dal barocco 
sono gli edifizii sacri; perciò a questi specialmente si rivolgono le cure dei restauri 
reintegrativi. Di tanti lodevoli restauri basterebbe ricordare quello del duomo di 
Orvieto, restituito alla sua originale integrità non è molt'anni. Sono in corso i laTori 
alla facciata della cattedrale di Monza e quelli della cattedrale di Piacenza. 

Però i restauri ripristinatori non sono sempre una fortuna per i nostri monumenti ; 
talvolta sarebbe desiderabile che restassero intatti, nascosti sotto la maschera, onde 
sono stati ingiuriosamente coperti. 

Al restauratore, che deve anche ripristinare l'edificio, non basta essere buon architetto 
pratico: deve conoscere profondamente la storia dell'arte delle diverse epoche impresse 
nell'edificio, che egli deve liberare dalle alterazioni posteriori. Deve conoscere princi- 
palmente lo stile predominante in esso ed i caratteri speciali assunti dallo stile in 
quella data contrada ^ Solo cosi il restauro ed il ripristinamento non riuscirà di danno 
per l'edificio da restaurare. 

Affinchè non si creda che io abbia infondati timori, ricordo un sol fatto. Vorrei 
che fosse unico, ma disgraziatamente non è. Nelle Puglie sono mirabili edifizii dello 
stile normanno e del gotico, il periodo più glorioso dell'arte nella contrada. Di archi- 
tettura civile non ci è molto; ma nell'ecclesiastica e nella militare ci è da rimanere 
estatici. Vi sono cattedrali e castelli bellissimi: ed è grato notare che quelle sono in 
istato di soddisfacente conservazione all'interno, integrale all'esterno *. 

In un viaggio fattovi non è molt'anni andai un giorno in una città per vederne 
il castello e la cattedrale, belli l'una e l'altro. Mi fu concesso vedere la cattedrale, 
appena compiuto il restauro, non ancora riaperta al culto. II restauratore aveva messo 
a nudo l'antico, costruito in pietra martellata fino alla cimasa dei pilastri, su cui 
s' impostano gli archi. Ma dopo aver liberate le pareti dalla crosta di stucco, ed averle 
fatte nuovamente martellare, aveva regalato alla pietra martellata una tintura di calce 
per accordare il colore della pietra col colore dello stucco degli archi e delle pareti 
soprastanti, come riferiva la guardia comunale datami per guida. 

All'esterno della tribuna nel fare ai contrafforti il prolungamento nel basso, pro- 
lungamento reso necessario dall'abbassamento del piano stradale, aveva dato a qaest*ag- 
giunta forma piramidale. 

Pece poi le finestre nuove alle navi minori, le quali non ne avevano più. Ma 
quando il governo con un secondo progetto di restauro ordinò lo sgombro delle varie 
fabbriche, che in diverso tempo si erano affollate intomo alle navi minori, Tennero 

* In Italia, per effetto dei tanti dominii, in cai nel passato é stata divisa, lo stile di ogni 
epoca assume caratteri diversi, speciali da luogo a luogo, e perfino da città a città. 

^ Peccato che la Paglia monumentale sia ancor troppo trascurata! Deve molto al benemerito 
Bindi; ma non è ancor nota quanto merita. Dell'arte di là, massime della normanna, si conosce 
ben poco. Si chiama cosi specialmente per il dominio civile, in cui ebbe vita. C. J. Cavallucci ne fa 
appena un cenno nel T volume del Manuale di storia delVarU. 1 giudizi! poi sul suo carattere, 
non esclusi i molto recenti, non sono i più esatti. Essi rivelano poco o nessuna conoseensa dei 
monumenti della contrada, dai quali avrebbero dovuto scaturire. 



RESTAURI E RIPRISTINA ZIONI DEGLI EDIPICII SACRI 329 



in Ince le finestre originali, diverse per forma e per sito da quelle fattevi nel restauro. 
II governo allora, era naturale, dovette ordinare la chiusura delle nuove, e l'apertura 
delle finestre primitive. 

Quanto all'imbiancatura ci voleva tanto poco a dare allo stucco superiore il colore 
della pietra dei pilastri, lasciando questa nuda dopo la martellatura! 

Quanto ai contrafforti, in architettura sacra medioevale non si trovano esempli, 
che io sappia, di muratura fatta inclinata, o come dicesi, a scarpa. Questa invece è 
caratteristica dell'arte militare, nella parte inferiore dei bastioni, fino al cordone o 
toro, dopo il quale si erge il muro perpendicolare. L'inclinazione della prima parte 
del muro qui è ragionevole, perchè questo copre un terrapieno, del quale con l'incli- 
nazione deve equilibrare la spinta. 

Non discuto sulle finestre: non è quistione d'arte, ma di buon senso. In qualunque 
modo bisognava far prima dei tasti. Allora se venivan fuori finestre o tracce di finestre, 
bisognava rifarle secondo quelle reliquie. Se invece poteva accertarsi, che là non vi 
erano state mai finestre, bisognava condannare le navi minori a rimanerne prive, 
facendole restar cieche, giacché erano nate senz'occhi. Né era una privazione insop- 
portabile, qualora per secoli avevan potuto fame di meno, paghe le navi minori della 
luce proveniente dalle finestre della nave media \ 

Questi e simili fatti dovrebbero rendere più oculato il governo nella scelta degli 
architetti, cui si commette il restauro dei monumenti nazionali. Si può essere architetto 
Talentissìmo, ma mediocre o cattivo restauratore. È molto più facile fare di proprio, 
che completare l'altrui. 

Oltre del male indicato, ora alquanto raro, ve n'è un altro, che può dirsi di ma- 
niera di scuola, non meno nocivo del primo. 

Veramente nei restauri da varii anni sì è molto progredito. Ora si fanno prima 
dei tasti, si scrosta, si denuda per appurare il vero: la verità, è noto, si effigia nuda. 
Contemporaneamente si consulta la storia dell'edifizio, se ne ha, stampata o manoscritta 
(l'archivio relativo). Si consultano archeologi, se occorre: si formano anche commis- 
sioni di archeologi ed architetti, e lavorano insieme. Dopo ciò, se nulla dicono le carte 
o la tradizione, se nulla rivela l'opera cosi denudata, cosi interrogata, se occorre sup- 
plire parti essenziali asportate o travisate, si soccorre al silenzio dell'interrogato, cioè 
dell'edifizio da ripristinare, con criterii corregionali e sincroni. Ossia si consultano gli 
edificii coevi a quello da restaurare e che si trovino nella stessa contrada. 

Tante cure per i nostri monumenti sono veramente consolanti per chi è tenero 
della gloria dell'arte italiana. Basta a tal proposito indicare il modo diligentissimo, 
onde si è proceduto, è poco più d'un anno, nel restauro di una delle chiese non ultime 
di Boma. 

Tuttavia non può negarsi che anche in restauri fatti con sani e profondi criterii 
artistico-scientifici talvolta si erra, e si erra per voler far troppo. Può menare a peccato 
la larghezza di coscienza; ma essere scrupolosi neppure è virtù. 

Il fatto parmi spiegabile. La noncuranza e il poco rispetto avuto ai monumenti 
nel tempo passato ha portato ora a soverchia venerazione, all'idolatria. Ogni azione 
suscita una reazione, e se ha ecceduto quella, ordinariamente eccede anche questa. 
È sano il presente criterio di restauro ; ma come quasi tutte le scuole, ha le sue esa- 
gerazioni. L'esagerazione nel caso nostro fa che noi nei restauri, e specialmente nelle 
rìprìstinazioni, non raramente diventiamo radicali. 

Questo radicalismo non è lieve difetto, ed è il peccato nostro, il male contempo- 
raneo. Come il poco rispetto allo stile del costruttore originario, anche il radicalismo, 

' Confesso che io non conosco neppure di nome Parchitetto del restanro; ed ora mi sento 
contento di non aver neppure pensato a domandarlo, quando visitai la cattedrale. Quindi il detto 
di sopra é scevro di qualsiasi animosità. Ho inteso di parlarne puramente per l*arte* 



330 ANTONIO SACCO 



dioiamolo cosi, mena alle stesse cousegoenze, alla distrazione di parti deiredificio, le 
quali meriterebbero la conservazione, ancorché di stile eterogeneo dairoriginale. 

Mi si perdoni anche qui un esempio. Mi vi appiglio nella certezza che cosi rìesea 
a spiegarmi più esattamente. 

Nel decorso autunno (1899) ebbi agio di rivedere Fiacensa. Visitai specialmente 
la bella cattedrale, in cui da qualche tempo, l'ho accennato, si era messo mano ad 
un generale restauro. La facciata era tutta coverta dai palchi. Nel lato sinistro dì chi 
guarda dalla piazza le fabbriche, le quali avevano finora coverto il bel fianco del- 
l'edificio, ridotte in monti di macerie, ancora ingombranti il cortile dell'episcopio. 
Dentro mura scrostate, cappelle denudate, altari, cornici ed altri ornati d'ancone posti 
a giacere per terra. Aggirarsi dentro e intorno alla cattedrale era come percorrere un 
campo percosso da terribile bufera: tutto era rovine, accatastate le une sulle altre. 

Salutari rovine, ad eliminare le quali, per ridurre alla pristina bellezza il dnomo, 
non basterà un milione. Per tant'opera va data la dovuta lode al pio e dotto Vescovo, 
alla cristiana e patriottica cittadinanza, al governo. Vedremo presto il duomo piacen- 
tino restituito alla sua originalità. 

Mi si disse che le mura all'esterno sarebbero state tutte restaurate fin nelle più 
piccole sfaldature. Non saprei se ciò sia una buona cosa; se aggiunga pregio il rifare 
con tasselli o in altro modo le minime sfaldature e gli smussamenti della pietra, can- 
cellando le piccole tracce dell'opera del tempo. Mi pare qui il caso di un vecchio, che 
per presentarsi giovane si tinge barba e capelli. È facile vedere quanto egli vi gua- 
dagni in dignità. 

Dentro si stava lavorando al braccio della crociera verso l'episcopio. Nella macra 
abside centrale di questo lato si erge, addossato alla curva parete, un altare dì bello 
stile barocco, certo fatto apposta per la cappella; perchè l'autore gli ha dato forma 
piramidale molto allungata, da fargli toccare col vertice la conca dell'abside della 
cappella. 

Al vedere che quell'altare restava ancora intatto, non coinvolto nella coniane 
mina, domandai della futura sua sorte. Mi si assicurò che si era risoluto di toglierlo 
dal suo posto per mettere in evidenza la finestra del centro dell'abside. L'altare poi, 
mi si aggiungeva, si sarebbe pensato collocai Io altrove, in altra chiesa o cappella, 
fuori della cattedrale. 

Credo che nessuno approverebbe quella rimozione d'altare per riaprire la finestra 
murata. Bipristinamenti fatti a questo modo guastano non accomodano; distraggono 
non edificano. La finestra originale certo non esiste più. Allora se ne farà una nuova, 
una di arbitrio del restauratore. Ma arbitrio vale arbitrio; ed in questo caso avrebbe 
diritto a rimanere l'arbitrio barocco, essendo più antico \ 

Tuttavìa le sole asserzioni non bastano a provare. Affinchè sia più breve nel dire i 
mie concetti li restringo in poche brevi interrogazioni. 

Non basta alla finestra dell'abside che sia messa in mostra soltanto nella stromba- 
tura esterna, sino alla colonnina centrale, se è bifora; tanto più che ora non esiste 
la vetrata originale? 

È prudente, a dir poco, togliere un altare, con la sua ancona superiore sontaosa- 
mente decorata, dal luogo, per il quale esso è stato fatto? 

Può proprio l'altare, rimanendo al suo posto, disturbare notevolmente con la sua 
presenza l'abside semicircolare a parete interamente liscia, cui si appoggia; il che 
vuol dire parete di architettura assolutamente neutra? 



* Si dirà: Si copia la finestra delPabside opposta, dell'altro braccio della crociera. Ebbene, 
allora già si sa come era questa distrutta; ve ne rimane un'altra simile. Però chi assicura che 
esse erano simili? 



BESTAURI E RIPRISTIKAZIOMI DEGLI EDIFICII SACRI 331 



E basti con queste litanie. Credo superfluo dir di più, perchè senz'altro si possa 
affermare ohe certi restauri o ripristinazioni cancellano la storia deiredificio, ossia 
i diversi aspetti, che esso ha preso attraversando i secoli. Un uomo, che non vive oltre 
il primo il secondo lustro, avrà nn ritratto o due, che si possono alquanto notevol- 
mente distinguere fra loro. Ma se vive ottant'anni, può lasciare le proprie sembianze 
almeno in otto ritratti diversi. Nessun certo direbbe ben fatto distruggere gli altri sette, 
e conservarne un solo, sia pur questo il migliore, della più florida età di mente o 
di corpo. 

Del fatto del restauro di nna piccola parte della cattedrale piacentina ho creduto 
utile servirmi per mostrare nel partito adottato il criterio, la tendenza del tempo. Non 
so che sia avvenuto delFaltare in discorso. Non so se la traslazione è avvenuta, né se 
avverrà. Io ho ricordato il fatto per avere occasione di notare un criterio non rara* 
mente seguito nei restauri. Ma quanto alla cattedrale piacentina so con quante cautele 
si procede in quel restauro, e a quali uomini è affidato. Il lavoro non potrà avere che 
lodevole fine. 

Ricondotte all'unità primitiva le lince principali dell'edificio da restaurare e ripri- 
stinare, gli accessorii, massime se belli, vanno rispettati, vanno conservati. Un altare, 
nna cappella di diverso stile, non disturbano l'insieme della fabbrica. Invece ne nar- 
rano, in pagine secondarie, la storia: mostrano le orme impresse dal tempo nel suo 
passaggio sulla medesima. 

Anzi talvolta non possono neppure ricondursi ad unità parti integrali di cospicui 
monumenti: non si può sconoscere che certe ripristinazioni, o meglio unificazioni di 
stile, sono assolutamente impossibili; laonde il farle non significa migliorare l'edificio. 

Nessuno architetto accetterebbe di fare un restauro, con incarico di ricondurle ad 
unità, alla cattedrale di Como o alla chiesa della Certosa di Pavia. Per riuscire nel- 
r intento nel duomo di Como (senza tener conto della cupola, di più recente costru- 
zione) si dovrebbe distruggere senza pietà una metà del monumento; sacrificare quindi 
la parte anteriore con le tre navate alla crociera ed al coro, ossia alle tre tribune; 
ovvero sacrificar queste a quelle. Nella Certosa, all'interno, bisognerebbe distrug^re 
le mirabili cappelle per farle gotiche, o ridurre al rinascimento le navate col resto 
del tempio. All'esterno poi bisognerebbe distruggere la sontuosa facciata e le navate 
estreme ripartite in cappelle, con le loro snelle cuspidi a candelabro, per rifarle nel 
tipo delle tre navate e della cupola, che sono di stile lombardo e di singolarissimo 
effetto pittoresco. Nessun architetto, anzi nessun buon italiano accetterebbe tal inca- 
rico. Quelle diverse parti sono i diversi periodi della vita del monumento. Sopprimerne 
nna equivarrebbe, né più né meno, a cancellare la narrazione viva e parlante di 
un'età della sua vita. Sarebbe quindi come omettere una parte integrale della sua 
storia; sarebbe proprio come aprire volontariamente nna larga lacuna nella biografia 
dell'edificio. 

I restauri soverchiamente radicali, con il lodevole proposito di ridurre ad unità le 
diverse parti dell'edificio, di frequente distruggono opere degnissime di conservazione, 
cancellando la storia del monumento. Poniamo l'altare del duomo piacentino in altra 
sede destinatagli, ed immaginiamo che i nostri posteri vadano ad interrogarlo. Esso 
non risponderà che in parte, e darà delle risposte menzognere. Invero l'altare trasportato 
dirà ai nostri nipoti interroganti, che esso è nato là, dove si trova, non altrove; che 
è stato in guerra aperta con il suo ospite fin dal proprio nascere, e che non ha potuto 
mai avvicinarlo, mai venire con lui a contatto. E cosi tante altre menzogne. 

Né si dica che una lapide apposta, commemorante la presente traslazione, farebbe 
avvertiti i posteri del mutamento avvenuto; ovvero che una memoria appositamente 
scritta stampata tramanderebbe ai nipoti intiera la storia dell'emigrazione dell'altare. 
No; la lapide sarà letta da pochi, la storia da pochissimi. A leggere qualunque storia ci 
vuole un tempo, appurando l'una dopo l'altra le cose da sapere. Mentre il piramidale 



332 ANTONIO SACCO 



altare, rimanendo dove si trova, interrogato dall'osservatore, senza che questi apra boeca, 
con nn semplice sguardo, che gli si rivolga, l'altare parla con più lingue, e simultanea- 
mente rivela l'epoca della nascita sua, come quella del tempio ospitatore, l' indole del- 
l'uno e quella dell'altro, i rapporti, in cui sono stati dacché si sono conosciuti ed avvi- 
cinati insino ad oggi. 

Una storia scritta non può mai valere una storia parlata in questo senso; nna 
storia, per giunta, perennemente parlante, viva, nel più stretto senso della parola. 
Questa inoltre quanto a durata non va incontro a dispersioni; ma dura almeno quanto 
il soggetto, cui si riferisce. Tante produzioni della mente degli Egizii consegnate 
alle pagine del papiro sono state disperse dal tempo. Ma nessuno finora ha sapnto 
o potuto cancellare la gran pagina di storia di quel popolo scritta con stile ada- 
mantino sulle lapidee facce delle sue piramidi. 

Prof. Antonio Sacco. 



IL CERVO SIMBOLICO 
SULLA FACCIATA DELLA CHIESA DI S. PIETRO PRESSO SPOLETO 



La facciata della chiesa di S. Pietro presso Spoleto è adorna di sculture, che per 
la maggior parte risalgono al principio del secolo XIII e sono quindi anteriori alla 
ricostruzione del 1329, che dette alla chiesa la sua forma odierna. Le sculture che de- 
corano tutto il prospetto, dal frontone sin giù allo zoccolo, a destra ed a sinistra della 
porta principale, hanno una speciale importanza per l' iconografia cristiana, perchè, oltre 
a scene della vita di Qesù ed a rappresentazioni della morte del giusto e del reprobo, 
ci presentano in forma ampia e perciò rarissima, illustrazioni di simboli bestiarii. 

In questa breve comunicazione non mi curerò delle maggiori storie della volpe e 
del leone limitandomi ad alcune interessanti storie minori, ai cervi scolpiti ai lati della 
porta maggiore. 

A destra di chi guarda è una cerva che allatta il suo piccino e china intanto a 
terra la testa addentando un lungo serpe; a sinistra è un cervo anche con un serpe 
nelle fauci. Nessuno certamente dubiterà un istante del significato interno di queste 
rappresentazioni, che s'accordano simbolicamente colle scene vicine» come si colle- 
gano gli uni agli altri i perìodi di un ragionamento. 

Anche senza volersi fermare a studiare le altre scene, scolpite sulla facciata, il 
significato intemo di alcune è cosi evidente che si spiega a prima vista. Dio ed il 
demonio, il Sommo Bene ed il potente spirito del male si contendono l'anima umana. 
Gli atti di sublime bontà ed umiltà del Salvatore, la fiducia degli Apostoli nel Mae- 
stro divino e le insidie del demonio, figurato nell'astuta volpe, che si finge morta per 
attirare a sé gli uccelli ingenui o si camuffa colle vesti di frate per trarre in inganno 
il montone, sono come i periodi di una predica scolpita in pietra. Alle estremità del- 
l'architrave, che sovrasta alla porta maggiore della casa di Dio, stanno i pavoni, sim- 
bolo dell' immortalità dell'anima umana e nei riquadri superiori è effigiata la morte 
del Fedele, assistito dagli angioli e quella dell'empio, da cui si allontana il messo di 
Dio, abbandonandolo in balla del demonio. 

Ora con tutte queste figurazioni simboliche ha strettissimo legame la rappresen- 
tazione del cervo e della cerva, che divorano il serpe. 

È inutile ch'io riparli qui deirantichissimo significato simbolico che i cristiani, 
ispirandosi al Salmo XLI, attribuirono alla rappresentazione del cervo. 11 significato 
primitivo ed originale è quello che il cervo simboleggi il credente che ha sete della 
parola di Dio, l'anima ohe dopo lungo errare ritrova la salute nel suo Signore. Come 
tale diviene anche simbolo del battesimo per cui l'uomo si monda dai peccati e si fa 
degno della salute etema. 

Nelle sculture di S. Pietro di Spoleto invece il significato simbolico diventa molto 
più complicato ed assume caratteri veramente medievali. 

Il significato, dirò cosi classico, è ohe il cervo raffiguri il Credente che ha sete di 
fede e s'affretta perciò al fonte di salute per ristorarvisi. Questo concetto simbolico 
primitivo si trova nelle catacombe e su su poi attraverso tutto il medio evo, accompa- 



334 FEDERICO HERHANIK 



gnando l'immagine dell'Agnello mistico ritto snila rupe; della Chiesa, donde scorre per 
quattro fonti il refrigerio della Bnona Novella. 

I cervi si connettono quindi simbolicamente al battesimo, giungendo con qoegtr» 
significato dalle rappresentazioni cimiteriali delle catacombe dei SS. Pietro e Marcellino' 
e di S. Ponziano, e dall'essere posti come ornamento al fonte battesimale di S. Giovanni 
in Laterano, sino a prestare la propria forma ad arredi liturgici nelle cattedrali dei 
medio evo. In tutto ciò il cervo è sempre il fedele. 

Parallelamente a questa forma simbolica originaria e primitiva del cervo se De 
andò poi sviluppando un'altra, che assunse col tempo sempre maggiore importanza: 
il cervo diviene Gesù, pur mantenendo contemporaneamente anche la significazione 
simbolica di rappresentare il credente, e ciò in varie forme, dandoci cosi nn altm 
esempio di quel fatto comunissimo, specialmente nell'iconografia medioevale, diente 
tratte a significazioni simboliche molteplici e spesso anche contrarie le nne alle altre. 

Nel Fisiologo greco * il cervo è descritto come nemico del serpente : < 'Oti wt.v 

vJj ToO »j^aTo; r'/ìytatoo' Kaè so/erae ottou 6 ^paxc^v taxi -^sjcpuiAjjievo; xat ixyéei tì G^ari 
£i; Trv p«Y*va, •/•«t àva^épst TÒv JipixovTa, xai dcTcoxTeivct xùtóv >. E termina rasso- 
migliando il cervo a Qesù persecutore e vincitore del demonio. 

Sarebbe assolutamente inutile ch'io trascrivessi qui le varie redazioni della leg- 
genda dell'inimicizia del cervo e del serpe. A me importa solo di porre il nostro mono- 
mento in relazione colla forma italiana della leggenda. 

Nel Bestiario latino^ che è la redazione con cui primitivamente si diffusero io 
Italia le leggende del Fisiologo, è la seguente descrizione del cervo ' : 

II cervo è nemico del serpente e quando s'accorge del luogo dove il serpente » 
nasconde, va ad empirsi il ventre d'acqua e poi la rigetta nel foro dove s'è rintaDat) 
il stio nemico, e quando questo per non soffocare ne esce, egli lo calpesta sotto i piedi. 
Il Bestiario fa poi qui il parallelo con Oesù Cristo, che avendo in sé il fonte della 
divina sapienza trae colla sua eloquenza il drago, o demonio, dal suo covo e lo vince. 
Nell'altra redazione del Bestiario latino, il cervo dopo avere scacciato il serpe dal suo 
covo lo inghiottisce. < Turbatur draco ab aqna, exiit et absorbet enm cervus. [Cervogi 
itaque Dominns lesns Chrìstns est, [qui odit?] draconem magnum, diabolum, et in 
inferiora terrae persecntns est eum. Et effundens de latere sno sangninem etaqnani. 
et effugavit draconem per lavacrnm regenerationÌ8;et diaboli opera ampntavit>. 

Isidoro di Siviglia nelle sue Etimologie^ scrive: < [Cervi] serpentinm inimici, enin 
se gravatos in infirmitate persenserint, spirita narinm eos extrahnnt de cavemis, et. 
snperacta pernicie veneni, eornm pabulo reparantur. Dictamnm herbam ipsi provide- 
runt. Nam ea pasti excutinnt acceptas sagittas ». 

Isidoro, al solito, come in tanti altri casi, ama di ridurre la leggenda allafonns 
più semplice possibile e non ne trae significato simbolico. 

Si noti però che, come nella seconda forma del Bestiario latino, il cervo divora 
il serpe e non lo calpesta, di più il cervo divora il serpe per riacquistare le forze 
che per vecchiaia ha perduto. Anche senza che sia direttamente espresso si capisce 
che il cervo è lo stesso del Bestiario latino, nel quale è simbolo di Gesù nemico del 
diavolo. 

Rahano Mauro * dice che il cervo è animale innocente, velociBsimo e di gran 
sete. Trae il serpente dalle caverne e poi Io divora, ma sentendosi abbruciato dal 

* I. B. Pitra : Spiciìegium Solesmense. Parisiis, Firmìn Didot, 1855, tomo III, p. 358: -^-r 

ìXàgou 

• Mélange^ d^ archeologie di Charles Cahier e Arthur Martin, Parigi, 1853, voi. IH, pag. 261. 
^ Eiymologtarumy lib. XII. Patrol. Int., tomo LXXXII, col. 427. 

♦ Di Universo, Patrol. lat, lib. CXI, col. 284. 



IL CERVO SIMBOLICO SULLA FACCIATA DELLA CHIESA DI S. PIETRO PRESSO SPOLETO 885 



veleno, corre quanto può verso una fonte e bevendo dell'acqua para risana. E seguita 
che cosi noi quando abbiamo bevuto il veleno dell'antico serpente ci dobbiamo affret- 
tare per giungere al fonte della divina misericordia perchè colla dolcissima bevanda 
potremo vincere gli effetti perniciosi del veleno. Babano fa poi notare che il Profeta 
nel Salmo XLI, dice: < ad fontes aquarum non ad aquas », perchè il Signore Gesù 
Cristo è fonte delle acque che tutte scorrono da lui. Le acque terrene correnti possono 
tatto disseccarsi ma il vivo fonte di Gesù non può disseccarsi. 

Dunque Babano Mauro è tornato al concetto primitivo; il cervo non è più Gesù 
Cristo, come nel Fisiologo e nel Bestiario latino, ma bensì, come nell'antica arte cimi- 
teriale, il Fedele che viene a cercare refrigerio al fonte della divina bontà. Il ser- 
pente è sempre ancora il diavolo, e difatti Babano aggiunge che i cervi sono i fedeli 
che divorano il diavolo quando sventano i suoi malefici e li abbattono a lode e gloria 
di Dio. In Babano non v' è più nulla dell'infermità che il cervo guarisce mangiando 
i serpenti, poiché questi, i peccati, sono i soli a dargli infermità \ 

In Santa Ildegarda il cervo è sempre ancora il fedele, ma i racconti di Isidoro 
di Siviglia e di Babano Mauro sì fondono ed il tutto è più ricco di particolari. 

Quando il cervo, passando per la foresta, sente di non potere correndo, vincere la 
resistenza dei rami colle coma, capisce d'essere vecchio e che sta per diventare tardo. 
Corre allora ad un fiume ed aspira l'acqua colle narici, poi corre al buco dove sta 
nascosto il serpe e vi soffia dentro l'acqua. II serpe adirato gli salta contro; egli allora 
lo trangugia ed avendo quindi il veleno in corpo corre al fonte salutare e beve tant'acqua 

finché il serpe affoga. Va poi a mangiare erbette purgative. « et ita serpentem per 

posteriora, velut cum potione emittit, quia si idem serpens per eum non transiret, de 
veneno illias moreretur». 

La leggenda si va sempre più materializzando ma il significato intemo ne è sem- 
pre ancora lo stesso; il cervo è il fedele, il serpe è il demonio, l'acqua e l'erbetta 
sono Gesù Salvatore dai peccati del demonio. 

Però in queste forme della leggenda il cervo mantiene pur sempre qualcosa del 
carattere di Gesù, perchè egli è il Bedentore che ricerca il demonio nella sua tana per 
distruggerlo. Sino al punto del trangugiamento è Gesù, poi diventa il fedele, che avendo 
in sé i peccati non può liberarsene e perderebbe la salute eterna senza l'aiuto di Dio. 

In nulla differente è il racconto di S. Ildeberto ^; anche qui il cervo dopo avere 
inghiottito il serpe si sente abbruciare dal veleno e trova ristoro al fonte. « Cosi noi 
qnaudo ci sentiamo addosso il veleno del peccato, la lussuria che ci fa cattivi e ci 
empie d'ira e d'avarizia, dobbiamo correre al fonte del Cristo ». 

Hugo de St. Victor^ fa il solito racconto; il cervo cerca vigore divorando il ser- 
pente. € Egli significa Gesù Cristo Nostro Signore, che colla divina sapienza distrusse 
il diavolo che s'ascondeva, come in grotte, nell'animo di tutti gli uomini, e gli schiacciò 
il capo col peso della virtù ». 

Aggiunge da ultimo che il vecchio cervo dopo avere trangugiato il serpe e bevuta 
l'acqua, lo rigetta ed allora ringiovanisce, muta i peli e le coma, significando con ciò 
la confessione con cui l'uomo rigetta i peccati e si rinnnova. Al solito il cervo è Gesù 
ed il Fedele allo stesso tempo; il serpe è il demonio, il peccato. 

Ora senza moltiplicare gli esempi tolti dalla Patrologia ecco senz'altro due re- 
dazioni italiane della leggenda, che hanno per noi importanza di gran lunga mag- 
giore. La prima è quella contenuta nel Bestiario tosco-veneto, pubblicato dal Gold- 
stanb e dal Wendrìner *. Mentre in altri racconti questo bestiario s'allontana di molto 

» Physica, Patrol. lat., lib. CXCVII, col. 197. 1440. 
« Patrol. lat., CLXXI, col. 1220. 

3 De be.itii8 et aliis rebus, Patrol. lat., CLXXVII, col. 64. 

* Max Goldstaiili u. Richard Wendrìner; Ein ioseo^enezianischer Bestiarius, Halle, a S. M. Nie- 
meyer, 1892, pag. 62. 



336 FEBEB1C0 HERMANIN 



dal testo originale del Fisiologo^ in questo è abbastanza fedele e non preisenta noTità. 
Trascrivo senz'altro il testo originale: < Lo zer?o à do nature et do figure: Pnna sì è 
ehe-1 tira de soto tera, dei busi dela piera li grandi serpenti et manzali, et lo suo 
velen li boie molto in corpo, et alora vien con gran volontade alla fontana et inplise 
de quela aqua molto lo ventre et cusi uenze lo veleno, et fasse zovene et zeta le come. 
Cusi doverne far noi: quando in noi è Insuria o vanagloria o altri rei vizi, si dovemo 
cerere ala fontana de vita zoè a Cristo con bone opere, che per la sua grande mise- 
ricordia infonda lo spirito sancto in noi; servirne a lui, sì farà fuzire tutì li nostri 
pecatì li quali serano in nui ». 

È il solito Fedele che ha bisogno di togliersi da dosso i peccati; non c'è nulla 
di nuovo. 

Nuovo proprio neir intimo è invece il Bestiario moraliazato umbro, del sec. XIY, 
pubblicato dal Mazzatinti e che è per noi importantissimo perchè si è fermato appunto 
in quella regione dove seno le sculture che ci interessano. In questa redazione è nata 
una grande confusione ed il serpente, l'acqua ed il cervo non hanno chiare e nette 
significazioni simboliche. Trascrìve il testo ^: 

« Gommo lo cervo trae lo serpente 
D^entro la terra co lo vivo fiato 
E si lo mangia deletosamente 
Volendo renovare lo suo stato; 
Perké 1 veleno no li sia nocenie 
Recorre a Pacqua et é deliberato. 
Qnesta semelitudine abbi a mente 
Amico, se vuoli esaere salvato. 
Co l'odorato trae a te Cristo 
£ mangialo con fede e con amore; 
E esso te farà renovellare 
Veneno de sententia ond'é tristo; 
Ko lacrime ke vengono dal core, 
Lavandote, porrai secaro stare ». 

Prima di tutto il cervo che trae il serpente dal covo e lo divora per ringiovanire 
è poi la solita conseguenza di dovere bere l'acqua per liberarsi dal veleno. Poi il 
cerve diviene il Fedele ed il serpe Qesn, che trangugiato ringiovanisce chi lo ha in- 
ghiottito. Il redattore ha confuso tutto, ma il fondamento della leggenda, a parte la 
stranezza del serpe tratto a significare Qesù, è il solito; il cervo è il Fedele che com* 
batte col demonio e che poi trova salvezza nel battesimo e nella parola del Bedentore. 

Sulla nostra facciata il cervo e la cerva stringono ciascuno coi denti un serpe; manca 
qualsiasi altro attributo. L'artefice del XIII secolo ha, al solito, semplificata la sna rap- 
presentazione, cogliendo il momento principale, cioè la lotta del Fedele col demonio. 

Non è rappresentato il fonte dell'acqua salutare, ma sono rappresentate la morte 
del giusto e quella dell'empio. Come il cervo, rnomo debole che non ha potato allon- 
tanare da sé i peccati che gli sì sono infiltrati nel cuore, se ne monda poi abbeverandosi 
al fonte divino e resta libero da ogni macchia. Cosi gli angioli allontanano dal capez- 
zale dell'uomo giusto i demoni, che hanno perduto ogni potere e debbono acconten- 
tarsi dell'anima che s'è lasciata tutta prendere dal peccato e dalle lusinghe infernali, 
figurate nelle storie del leene e della volpe. 1 pavoni, simbolo antichissimo dell' im- 
mortalità dell'anima, sono scolpiti non lungi dai cervi, a significare che il premio della 
lotta vittoriosa contro il male è la felicità eterna. 

Dottor Federico Heriunik. 

^ Un bestiario moraJizeato tratto da un tna. eugubino dei secolo XI V^ a cura del Dottor 
G. Mazzatinti. Rendiconti dei Lincei, Roma, pag. 4. 



RÉYISION DU TEXTE COPTE 
DES u LETTRES DE PIERRE MONGE ET D'AOACE « 
ET DE LA «VIE DE JEAN DE PHANIDJOIT >» ' 



La pièce intitulée « Lettres de Pierre Monge et d' Acace » , déjà tradiiite par M^ Révil- 
lont dans un article sur le premier schisine de Constantinople (Hevue des Questions hislo- 
riques, 1877, t. 22, p. 83 sqq.) a été publiée in-extenso, texte et traductioD, par M*" Amé- 
lìneau dans les Mimoires de la Mlssion archéologiqm frangaize au Caire^ année 1885-86, 
t. IV. Notre but ii*est poiot ici de décider la question de Tauthenticité de ces lettres, 
authenticité admise par M^ Rérillout, mais que M^ Amélineau n*est point seul à rejeter. 

Ce but est plus modeste; le voici: M^ Bévillout a donne sa traduction sur l'originai 
méme da Vatican ^. Moins heureux, W Amélineau n'a pu transcrire que la copie 
de Tuki, conseryee au Mosée Borgia. Celle-ci, faite un peu à la hàte, se trouve souvent 
fautive, et il nous a paru qu'il ponyait étre utile de signaler les divergences entre les 
deux textes. Lorsque la divergence est notable, nous avons pris soin de donner les deui 
traductions en note. Parfois aussi, malgré la conformité des deux textes, nous avons cru 
pouYOÌr nous permettre de proposer une légère variante de traduction. 

Avant de donner nos corrections, il nous reste encore à faire quelques remarques. 
En effet, puisqne M'' Amélineau suit Tuki, e' est ce dernier qui d*ordinaire porte la 
responsabìlité des erreurs, et, en corrigeant Tun, nous corrigeons Tautre. Cependant, 
parfois, M*^ Amélineau a cru devoir s'écarter du texte de Tuki, et alors nous distin- 
guerons trois cas: 

P Parfois le texte de Tuki est fautif, et M*" Amélineau en le corrigeant a ren- 
contré heureusement le texte du manuscrit originai. Dans ce cas nous n' avons rien à 
signaler, puisque nos deux termes de comparaison, le manuscrit originai, et le texte de 
M' Amélineau sont à Vunisson. 

2® Parfois encore, en corrigeant Tuki, M'' Amélineau corrige, et heureusement, 
ce semble, le manuscrit. Dans ce cas, en transcrivant les deux le9ons, nous les avons 
marquées d*un astérisque, quand nous n'avons pas cru devoir insister davantage. 

3^ Un troisième ordre de eorrections, qui nous parait moins heureux, e' est le 
rétablissement systématique, fait par M*^ Amélineau, au cours de la publication des 
lettres d* Acace, et Pierre Monge, de la forme grecqne dans les mots que le copte à 
empruntés à cotte langue. Dans les mots tirés du Grec, notre manuscrit simplifie toujours 

les diphtongues ; il écrit SJLtTMXOXlXy gepecic^ orthographe conforme probablement 
à la prononciation que les Coptes, et peut-ètre les Grecs d*Egypte, donnaient à ces 
mots dòs cette epoque. De méme certains noms grecs y revètent une forme Copte: A.KA.KI. 
M^ Amélineau rétablit partout Tortographe grecque: il écrit iUtenrA.ftoeift9 gA.ipeciC9 
A.ICA.ICIOC. Il met A.py;ieniCKonoc où le manuscrit a A.py;HènicKonoc. Une 

^ QneBto articolo è stato stampato coi tipi della Tipografia del Cav. V. Salvinoci. 
« Fonds copte n* 62. 

22 



338 P. DE LARMINAT 



année ou deui après, en publiant la vie de Jean de Phanidjolt, il a lui méme aban- 
donne cette pratique, et nous pensons qu*il a mìeax fait. Si un Anglais ou un Allemand 
publiait dans quelques années THistoire de Cantù dans la langue originale, aurait-ìl 
Videe de remplacer partout « Parigi, Londra, Marsiglia » , par « Paris, London, Marseillei ? 
De méme nous ne voyons pas la raison qui a porte M*" Amélineau à rétablir le 
préfìxe à forme pleìne là où, comme p. ex. après les mots terminés par une voyelle, 
notre manuscrit mettait la forme abrégée, à écrire p. ex. « UUJC j^e eKcp*T0?vJUiA.rf9 

où le manuscrit porte : << nuuc j^e Kepxo7>JUtA.ff « . Mais cette simple remarque 
nous parait suffire et nous n*avons pas signalé ce genre de corrections dans notrc trarail. 

Si nos souvenirs ne nous trompent pas, lors dn congrès, nous avions annoncé l'in- 
tention de continuer ce travail sur d*autres textes édités dans des conditions analogoes. 
C'est ce que nous avons fait pour la « Vie de Jean de Phanidjoit » . Ce document, qui 
se trouve dans le manuscrit 69 du Vatican (et non 59) présente un intérét special au 
point de vue historique, parco qu'il nous présente un épisode de la domination arabe. 
Le texte en est quelque peu barbare et le méme mot s'y trouve parfois écrit de dlfTé- 
rentes fa9ons. 

Bien que n*ayant pas publié nous-mémes ces textes, nous nous croyons permis de 
faire suivre ce travail d*une petite liste des mots rares d*origine copte, qui nous ont 
le plus frappé, ainsi que de quelques uns des mots grecs les moins usuels. M^ Amé- 
lineau n*a point fait ce recueil et nous espérons qu*il ne sera pas tout à fait inutile 
à la science. 

Qu*il nous soit permis, en terminant cette introduction, d'adresser nos remerci ements 
bien sincères à notre cher et illustre maitre, le professeur Guidi, dont les encouragemeuts 
et les précieux conseils nous ont soutenu et éclairé dans ce travail de débutant 



P. De Larminat. 



LBTTRBS DE PIERRE MONQE ET D AGACE 



339 



LETTRES DE PIERRE MONGE ET DACACE 



REVISION DV TKXTE. 



P. L. 



ÌOC 





107 


10 


118 


1 


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5 


n 


11 


203 


2 


n 


4 







Tcxtc de M' Amelineau. 

nij^lA.KOftlXHC 
ìt&A.Cl7slCK0C 

^err niAvTsH 

KiM eKepeéoapeift 
Kà<rr^ 3Co7sq e&o7\ 

OYOYHp 
eXOTOY 

ftTre+eicK?\HciA. 
eA^iutoftì rtTOTC umJxk^^^ 
itii^nocxoT^oc 
nigicoit ^ 

TerriteKi 

guucxe niKe2S.A.Yeij^ 
tfT nniftì 
nA^iitoÀi * 



F. 



69 r. 


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70 r. 


n 


70 V. 


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71 V. 


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1» 


72 V. 


n 


n 


» 


73 r. 



Manuscrit Copte- Vatic, n*. 62. 

nij^lA.KOff flTHI 
ft&A.CI?MKOC 

itejm ifieYTHjciAiticxHc 
^err ninYTsuurr 
A.qc|>A*>q 

ÌinA.^IA.KU>ft ftXA.K 

KeKepeA.pm 
ftAxxoTsq e&o?\ 

A.YOYHP ' 
6X03COY 

epoi giitAftXAtyouni 

enA.iiÌKA.g 

exe i"eKK7\HciA. Te 

e A^iUtOrtl ItXOT enA.1 JLÀKA^g 2 

nié^nocToTsoc hayTsoc 
nigYcoit ^ 

TeitltHfì.! 

guuc j^e nKe!:^A.Yi!i^ 
61 ftA.K nniftì 
nA.fto&i * 

Fa.KA.KI. ftlC^A.1 CTA.KO- 
YOpnOY ^It 



' ÀYOYHp est probablement fautif. 

< Le texle a: « prcndrc poar moi ccttc douleur » et non « prendre d*elle ». 
3 Bonne oorrection car v^roy en grec ne signifìe rìen ; an coniraire ìaoy qQelqnefoìs prononcé icoy 
(Sophocles) vent dire « copie n. 



340 



P. DE LARMINAT 



P. L. 



203 



203 
204 



205 
206 



6 
1 
3 
10 
8 
4 
13,14 



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rt 


6 


» 


11 


n 


13 


208 


4 


209 


5 



210 



10 



A. 

ncTiS.ic'TATsoaoY e^ceit 
XA\Ì/Yxw eTOcy itejui 

rrA.iepA.^i(jum^cceA.i ^ 

niujuum exAqujcjuni 
UnequjiM 

exATCTerficoTsq 6fì.o7\ 
c[>+ eTAitxo?sq e&oTs 

gCJUOY OYOg RxeKuj- 

6JUI+ ftgi^rf neeifiSLiteY 
ftTcye&i(ju itAit HgAit 
neTguuoY 

eTc|>(jupx .... efi.o7\ c|>y- 
eie eifOY+ 

ìtccpKi^ei^ipcm 
irtoY xe eKtyeopTcp 

ftTAItJUlOY 

AAni+Aco epoi Arf icxerr 

Ì-|tOY itTAXeJtl gHOY 

oYog ceitA epoYu) ^ rrxe 
ni^A^cY 



p. 



73 r 



73 V. 



74 V. 

75 r. 
75 V. 



» 



76 r. 



76 V. 

77 r. 



77 V. 



M. V. 62. 

IlKA.g FgilT exeit gArr 
exerr XAtjnrocH. eToaj 

ftCJUlKÀg ItgHT* 

ftA.iepA.ru)rti^ecee * 

iJniA.Tc|>opxq 

nityuJiti rA.p eTAqtycjuni 

IjtncqujqAi 

exAxeitxoTsq c&o?\ 

c|>+ c|>H eTA.itxo?sq 6Ao?s 

AictyAit+ u)e&iu> itAJt 

ftgAif neTgoaoY wtujc- 

Kiuj ftgA.if nexgoDOY 

OYOg rt'Teiccyeiut+ uj€- 

fi.lU> ItAlf itgAlf ncTitA- 

it6Y wTjAjefì.iui fi^rr 
ncTgoaoY 
exc|>u>px . . . 6fì.o7\ e <|>y- 
eic eitoY+ 

eepKA.eepm 

Ì"noY ^6 Oli KtyeopTep 

RTeitJuioY 

ttrfA.OYAg TOT 

iinii-ACo epoi gwA 
lexeit 'fitoY ftTA.5teii 

gHOY 
OYOg CCftA.pA.OYUI ^ nX€ 
ni^ACY 



1 Le sens est le méme mais CTOUj ft6iUtKA.H semble plus régnlier qua CTOUj ftCii 

JUtKAg. 

* dytaylCeadai lutter. 

^ CpOYCU voudrait sans doute dire u finir » bien qae Pejron, art. OYtU^ finis, ne domi« 
pas cotte forme ; pA.OYCU dit scalement u arrider, contingere » et ainsi il n*y a pas de pleonasmi- 



LETTRES DE PIERRE MONGE ET D ACAGE 



341 



P. L. 



» 


9 


211 


1 


n 


8 


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9 


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6 



n 


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214 


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215 


13 


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3 


n 


11 


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13 



A. 

or JUt€TXOUp gMX 
0AJUtO 

KATA nAV?\oc HniAnoc- 

giiiA oit rF*TAcpcy<|>Hp 
fìovpo fteiutaj'TCft ^ 

ltIOYA?S€ltTlltIAItOC * 
+lfOV KCiSTTBSiX 

eKcpjuieTAftoiA 
ftciut eniOYJLftiA 

ItTeq TOV&€ OHItOV €4>T- 
CIC CIf 0V+ * 

nigjUto^T ii^W" sann * 
c&o?s ^éft ^ 

eicgioYi ^ 

AioYoapn ^c nAiiOT iiak 
Actflbpn ftHi t^oTs xc ^ 

itif ApAKO^" 

jmeTovpo * 



F. 



77 V. 


78 r. 


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78 V. 


79 r. 


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n 


n 


79 V. 


n 


80 r. 


n 


80 V. 


81 r. 


81 V. 


n 


82 r. 


n 



M. V. 62. 

OY jmcTXoupi 

OAiUtlO 

KATA ncAxi ilniAno- 

n€nxc 

id.« 

ltIOYA?\eitTIAItOC ^ 
+ltOY OYIt CaJT€JUl 

eKcpjuteTAftoift 
itcniOYiiftiA 

ìtTe qTOY&e OHitOY €Ko?\ 
^ +gcpecic CTCoq 

ÌtT€ + c|>YCIC CItOYi" ^ 

id. < 

S&0?S glTOTK AIXOKC 

eitgioYi ^ 

AioYoapn ^c itAK 

id. 7 

ftApAICOÌ~ 
JLACTOYMK * (bìc) 



^ La fante est bìzarre, mais sana ìmportance, car le tezte est bien de St. Paul. 

< Il semble inezact de tradnire: « Si je ne m'associo aa serrice royal avec toqs ». Lo sena na- 
ture! est tf poni devenir votre compagnon de royanté ». 

3 tt YoQs purìfie de l*héré8ie impure des àeux natnres ». Autrement Tellipse est trop forte. 

^ Pourqnoi tradnire : a Que soit bénìe la gr&ce de Dìen » et non simplement : « Gràces soient 
rendnes à Dien » ? 

^ (a La pénitence qne Dien m*a imposde) par tes maina, je Taccomplis favec joìe »). 

« Le teite entier est tei : 't"ltAOU)T' Ìl HCqgHX CXU)IC efì.07s ÌÌnA.ipH+ gift A 

KA.TA. <|>pH^ BTTA^l^OC EftglOYI. Et le sens est, non pas: a je persuaderai son coenr 

à ton snjet [e^OUK] afin qne tn rejettes » mais: « je le persuaderai d'achoTor [c^KiOIC 

6&0?\] cette affaire afin que nous rejetions ». 

"^ Simplement « m*ont mentre que », et non « se sont roanifestés à mei parco que ». 



342 



P. DB LARMINAT 



p. 


L. 


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2 


n 


4 


Ti 


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» 


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2 


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4 


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1 


n 


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2 


n 


2 


n 


9 


n 


12 


n 


14 



A. 

eerrA.goiutg€JUt 

CTItArfCY 
60VUJc|>Hp 



neititovi" ovog ncrroc 
lieoq 

€TOV+ U>iUlC ItOJOV ^ 



1CCOYA.I 

gonT 
Rtaio ìtgovo 

CTACÓlltO ^ 
6K+0VU> iUtiUtOft 
*>6lt ItOVXUIIC ^ 






p. 

82 r. 



82 V. 



83 V. 



84 r. 



84 V. 



85 r. 



IL V. 62. 

cKo^ giTcìt nixiiti ^ 
nnAiitAg'f- 

C6ffA.gOJUlgCJLft 
eitA^ffCY 
6lfOVj4><|>Hp 
HiUtA^CTC 

neitifonrf ncitòo 
iteoq neoq 
m€i lÀKAg rA.p ftejut 
niitA.g't- iIiUA.YAxq ne 

€TOY+ HitlOq BTOTOT 

rriiH €TOYÌ" uijutc 



ftOJOY 



2 



KCOYI 
gOTH 

ecu>cy e&o^Njbcit oy ni- 
ty+ rrcHOY ^ eAJUA^ex 

ìt^OYO TAIO 

AqTHiq 

id. < 



.... ^en OY 
gKo^ ^ 



xaiK 



^ xml ne 8e troaTe pas dans Peyron. Parthey iradaìt: « adventus, arrìvée ». lei le seos 

d*opération conviendrait mienx; ne ponrrait on le faire dérìver de Xin ou poar mienx dire Xlft 
n'en serait il pas une forme abrégée ? 

' Membre de phrase passe; ansai le texte est-il plus clair dans le mauascrìt: « La foi qn*ilsnoas 
ont transmise (les trois cent dix-huit pères) est celle en laqaelle ou nous baptise ». 

3 Non pas : « désirant vous embrasser aree nne grande bénédiction n ; mais « depnis longtemps *. 
De plus, si la le^on BCUJ^ est bonne, il u>} fandrait pas lire « désirant », mais « vons appelant » on 
encore « promettant ». 

^ Non pas « qni ne s^est pas éteint », inais aa contraire « qui b*est éteint ». 

^ M' Amélineau traduit u nous annon^aat qu^ils sont délirrés des liens de leur infédélité *; mais 
lo mannscrit n'a pas nOYXCOK^ il a OYXCOK. Aussi la Iraduction est-elle simplement: « Noos 
d.ilivrant [6IC+ OYU> SJLSJLOtt cRoTs] entièremcnt [^Bit OY XU)K sÀo?\] des lifoi 
d« rinfidélité ». 



LBTTRBS DB PIBRRB MONGB BT D ACACB 



848 



P. L. 



222 


2 


n 


8 


n 


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n 


5 


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2,8 


224 


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n 


6 


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4 


» 


7 


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1 


n 


3 


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8 


n 


8 



A. 

nipeqi" gAn ' 
6TAVI eKoTs^cit 
rtxc ni JUtA.1 puijuti 

comme ci dessus. 

eTCopcJUt ^ 



F. 



ItHI 



SKcgA^ftiftl 

egOOV ÌtKVpiA.KH 

A.qo7sOY eKo?\ itKCCon 

CATOT 

6TAiitA.v epoq *>6lt 
itxerf +itov 

nicHOV c|>Ai qitAitMov ^ 



85 V. 


n 


n 


86 r. 


ti 


86 V. 


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87 r. 


87 V. 


» 


88 r. 


n 


88 V. 


» 



M. V. 62. 
id. 1 

rtTeit ni iutAipuiiuti 

comme ci-dessas. 
id. 2 

cciuti ^cit OY (fcbpn c&o7\ 
OYog nxeKcpcyopn Ffe- 

iUll CltH€0ftA.tfaipn ItHI 

A.K}A)A.miti 

egOOY OYIt ftlCYpiA.KH 

Aqo?\OY eKoTs gApoi nK6- 

COn CAXOT 

n?\A.oc 

6TAiitAY epoq gu> ^eit 

icxeit +itoY 

CA.0YlftAiUt ÌÌc|>|(JUX 
ItlCHOY c|>AI qilHOY ^ 



' (i Le joge i> et non o le jagcment n. 

' CXCOpCJUl v^ut platdt dire « errante » que « impure n . 

3 II y a toat un niembre de phrase passe ; ausai la traduction de W Révillout est-elle la benne. 

^ Au revers de la dernière page, le copiste a signé par la formule dóprécatoire snivante: A.pin-* 

iULCYI ItnipeqitO&l COYpUip [sult le sigle de YIOY] JUlHftA. . . . (une lettre illisible] 
AAR'^uaite ItTertOC 'f-TrOlt It^q à^SJLHtt. Sult la date poe 979. (L'Y en inter- 
ligne enire le A. et le ?\ de A.AA. • ?\COft est incertain). 



344 



P. DE LARMINAT 



MARTIRE DE JEAN DE PHANIDJOIT 



RETISION DU TBXTE. 



M' Amélineau, Un document Copte du XIII* s. Martyre de Jean de PhanidfoU. Eztralt du jonmal 
Aiiatique. Leroux éditeur, mdccclxxxvii. Mannscrit Copte-Vatic. n** 69. Fenillets 40-55. 



P. L. 



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n 


11 


n 


11 


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n 


15 


n 


16 


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2 


» 


5 


» 


12 


n 


13 


25 


14 


26 


7 


» 


14 







Textc de M' Amélineau. 

En vedette COY X JUinA.jao- 
itoc 

ftOYXOJm (bis) 



F. 



A^MÀUJÌtiì THpOV il) ItiniC- 
TOC 

fteojHpi 
ftAiiuteeYi 

0cft OY ii)i mnìijjont 

m 

A.q ^op 

A.qxACToq 

exeeni corrige en note 6T- 

cceni 
nicftAg ^ 

AJUtoami XHpOY THpOY 

ftieft€g 

^€it OY CHOY cqcyH ^ 
itA.qcoKi" 



40 r. 



40 V. 



41 r. 



n 
41 V. 



Hanuscrit Copte-Vatic n.® 69. 
COY !i^ JUtnAcyoftC 

Entre les deux est intercalé 00- 

YiftAJUL juinàc neTAc- 

6X.CT C*est le verset com- 
plet du psaume 

AiUtailftl THpOY JUl4>OOY 

oj itinicToc 

ftlcyHpi 

ftAliUtCYI 

A^Yioupeiut ^ 

^erf oY Si ujiyu)OY 

Aqxoop 

AqxAceoq 

CTceni 

niciuiA.g ^ 

THpoY une seule fois 

^cft OY CHOY cqujHn ^ 
Aqco&i" 



^ M' Amélinaa tradait « regardaient », ce qui répond bien aa texte da manascrit AYlOUpCliì 
tnuis non au sien, CCUpCiUt signifiaut u errer ». 

* Bien tradait, malgré la corroption da texte: « grappe de raisin ». 
> Meme remarque: <k BCf^HJl = acceptabile >• 



MARTYRE DB JEAN PHANIDJOIT 



345 



P. L. 



Bl 



32 

33 



» 


14 


79 


16 


27 


2 


29 


1 


29 


8 


30 


2 


i> 


4 

IO 



10 
14 
2 
1.2 



» 


11 


rt 


13 


34 


3 


» 


8 


» 


14 



A. 

psqpouic ^ 
RniOYoaiftì 

€TAqqiS.i AÌniitA.g&eq ^ 
eTe c|>Ai 

ftCiUt ftA.CA.XI 0Cft ÌÌM- 

m 

xtxiov rtrfuiiK ^ 
nexerrgHT 
it^cTtfl jAjini itJtiovpuiov 

eitxA.10 

A,TtiAjr itxeqjuteTArtoiA 

ìtrrij^iJutuipiTHC 

CnCAAA. ftCTOff 
ftlceitOC ftlCJUUilHTsIXHC 
Ìt?\A.JUllTHC 

Aq€pgA.^l if jutoq ^ 
ftCA.pKlftH en note CA^ppA.* 

KlftH 
}4JA.CÌ" flA^^KI 
yjAC itTAIKepOJUini €eH- 

ItOY ejutuoit 16 Kopxc ^ 



F. 



40 V. 



M. V. 69. 



42 r. 



42 V. 



43 r. 



n 



43 V. 



jutuocTe 



id. i 



iutnioYoaiftì 

rTA.qqA.1 nniftA.g&eq 

exgo?oc ^ ere c|>a.i 
rreiut ffA.CA.xi ftftoufK ^ 



Ainciuteo 



44 r. 



ftBTeftgHX 

ftAxdl' jAjinf 
ftftfovpajov 

6nTA.fO 

AVftA.Y exeqjtiexAftofA 

eftfj^liUtUipfT'HC 

encAftA. ffCiutn~oft 
ftfcerroc itCJUiA.H?MTHc 

Ìt^sA.JUllTHC 

A.qcpgA.?\ iiiutoq ^ 

HcA.pAKfftH 
jaAC+ ftA.ICgl 

OC^c ftxA.iKcpoiuinf 

oYTAg itxAficepoJUini 
ceHftoY iiiutoft fé Kopxc 

JUtUA.CT6 



1 pcqpcUfC ne veut pas dire ce ezcitateur n, mais « gardien ». 

' JUtH^ est du féroinìn non dn masculin. 
3 Le texte porte: « le jong doux, jugum suave ». 
^ Texte du manuscrit évidemment incomplet. Bonne correction. 
^ «Le trompa », et non a entra en lui ». 

• Laissez-le encore cette année ; mais si, cette aiinée, il ne vous donne pas encore de fruit, alors 
coupez-le ». C'est le texte complet de TEvangìle. 



346 



P. DE LARMINAT 



P. L. 



34 


15 


35 


1 


» 


2 


» 


13 


36 


2 


» 


9,10 


» 


13 


37 


8 



38 



89 



40 



» 



41 



ti 



5 

7 

14 

8 



11 



1? 
5 

5,6 



4 
5,6 



A. 
^eit gAJf iUtH$éJ ftCHOY ' 

pu>iuti ìiAcy;iiuiu>ft ^ 
noviym * 
novnTsOY 
eTcovTojit 

. . . TujKg itejm gAit 
cypujic ^ 

pu)iuti itiAcff 
A.qcyAJtep gAiox rfHl 

HiuioitAOCOc 
nniootffri 

nJlAOY 

ftlCA.2tl * 

ftgA.ft cA.iuie0ftoYX iirrA.Y 
iti&eit ^ 

TAne + rpA.c|>n xe iiiutoft 

^€rc i"npoc€Y3CH ^ 
fteKeiuti 

itejui OYXiJiAi eKexiJUi ® 
KA.TA c|>H €TA.n5CC >foq 

^err * . . . 
n^^oc iìoYpo 

AIX nOYAl ÌtT6 ItH eT6- 

KepgjmoT ifHi JUtnA- 



F. 



44 r. 



44 V. 



45 r. 



n 



M. V. 69. 

*>eit gAJt iuiHcy ìtxpoitoc 

ft éjUt gAlt llHcy itCHOY ^ 
pUJiUtl ftCJCIJlAUIIt ^ 

n€n?\€Y * 

noYn?\A.Y 

eqcoYTojit 

TouRg it€jui gA.Jt epiutoo- 

OYi itejm gA.it i"go Iteli 

gAit cypoaic ' 
pujiuti iti&eit eTOitg 
A.qcyA.rrepgiUio^ Aftiutoc 

ItHI 
ÌIiUlOYItAXO<^ 

nncotflti 
nijmoY 
nicA.^1 ^ 

ItgAlt CAiUtCeitOYX OYOg 
AltOlt T€rfX€JUl€eitOY3t 

ititA^Y itifteit ^ 
TAne i"rpA.4>M xai loioc 

*>6lt Ì"npOC€YXH ^ 
ItA^KeiUtl 

Itejm oYXiJUii €1 exim ^ 

Deest xoq * 

UMC noYpo 

A.IT iìOYAl «Te ItH eTA- 

icepgAioT exu)OY le 



1 Plóonasme empfaatique, dans le manuscrìt. 

^ tt Hommc chenu, yieillard », et non « homme peidn ». 

3 Quelques mots passés, « les plears, la prière ». 

^ Encore quelques mots passés: u Ce soni des mcnsonges et nons mentons à chaqae instante. 

^ Variante notable mais le mot TA.n6 est inexplicable ; ce doit ètre nn errear. 
^ « Et d'un boarg, va à un (autre) bourg ». (Manose.) 



MARTYRB DB JEAN DB PHANIDJOIT 



347 



P. L. 



42 


4 


» 


5 


» 





lì 


6 


» 


7 


» 


10 


» 


13 


n 


15 


43 


1 


44 


5 


» 


6 


9 


11 


ff 


14 


45 


1 


46 


7 


» 


note 


47 


1 


n 


3 



A. 
^^&^ 'C ftT€KTOVftO. 

En note, correction plus Yoisine 
du texte A.IT itoVAi ftTe- 

ItH 6K€KepgiUtOT ftU)OY 

ItTeKTOVKo ' 
jUtApTYpIA 

cTcpnpcni 

OYOg ItOYXI 

enecpAJt ne 

poc 
lA^povc 



F. 



M. V. 69. 



noftjutorr- 



niyjajpoc 
STA ftiK^npoc 
linAcitoq Quj oYOg cxeit 
ftejut neqjutoftorcftHc 
fteiut ftccToj^ 
lin^Ae ^ 

Cft COYAI 

AnoKpicic 

JUtATOY&OJI 
JtltlCOAi" ^ 



• • • 



46 r. 



46 V. 



itxeKepgjutoT itHi A«nA- 
itAg't" te HxeKTroYfì.0 ' 



ìAìSlPthpia 
cYepnpcni 

OYOIt OYKOYXI !S^€ It+JUll ^ 

enccpAit ne noftiutoftpoc 

A.pOYC (avec sorcharge BA.- 
pOYC?) 

cegu>?s JUtiULAY 
njcoapoc 

6TA. ftlK7\HpilCOC 

OYOg manque 

iteiut neqìIiuioitorertHC 
fteiut necTo$A) 

*)Clt COYA.I 
AnOKpHCIC 

xe manque 

iaatoyKoi 

JtltlOYA.'t" avec correction à 
laplume lfltlgOYA.i- ^ 



* tf FaÌ8-raoi Vun de ceux que tu as favorisés; ou fais-moi don de ma foi, ou purifìe moi ... eie. » 
(Mannsc). 

« J